ANNO DELLA VITA CONSACRATA (30 novembre 2014-2 febbraio 2016)

Pubblicato: 10 aprile 2015 in Uncategorized

VEGLIA DI INIZIO DELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA OMELIA MONS. FR. JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO OFM

cons paol

Con questa Veglia di preghiera ci prepariamo all’apertura dell’Anno della Vita Consacrata che avrà luogo domani nella Basilica di San Pietro con la solenne Concelebrazione Eucaristica. E la nostra prima parola è di gratitudine al Signore che ci ha chiamato a seguirlo nelle varie forme di vita consacrata, e anche al Santo Padre per averci concesso questo Anno che vuole essere un tempo di grazia per tutta la Chiesa e in modo speciale per tutti i consacrati. Grazie a tutti voi, miei cari fratelli e sorelle, perché assecondate le diverse iniziative che la Congregazione di Vita consacrata e Società di Vita apostolica ha intrapreso per la celebrazione di questo Anno, e in particolare perché condividete questa veglia di preghiera che coincide con l’inizio del tempo di Avvento: tempo di attesa e di promesse.

Iniziamo oggi il tempo di Avvento, tempo che annuncia che Dio viene nella persona del Figlio. Tempo che contiene una forza sempre nuova. Molti, tuttavia, “abitanti di un mondo senza casa”, hanno l’impressione che Dio abbia abbandonato la casa del mondo e della storia, che Dio sia un Dio assente. Tra queste persone può trovarsi anche un numero non indifferente di consacrati. E, come abbiamo ascoltato nella prima lettura (Gb 29, 2-5), non c’è desolazione peggiore che pensare che nessuno veglia su di noi né ci aspetta con il lume acceso, e che colui al quale abbiamo donato tutta la nostra vita passa ora davanti alla nostra tenda senza che possiamo seguirne la traccia. E all’intemperie di questo abbandono nasce una vita addormentata, stanca e insipida, dominata dall’accidia, nella quale si annida una specie di amnesia che cancella dalla nostra memoria i “giorni antichi” di cui parlava Giobbe, nei quali Egli era un intimo nelle nostre tende, nei quali Dio vegliava su di noi, e quando la sua lucerna brillava sopra il nostro capo… E può giungere ad impossessarsi di noi la convinzione che le promesse di Dio, sulla base delle quali abbiamo lasciato tutto per seguirlo, non sono più che “un bel sogno” (cf. Ger 31, 26) e che è preferibile installarci su un piano presente, senza chiedere troppo alla nostra esistenza.

Era la triste convinzione in cui vivevano gli esiliati in Babilonia: era meglio il passato, credevano, e niente poteva cambiare la situazione presente. Ma in mezzo a loro c’era un profeta che non si era adeguato e che si opponeva testardamente a perdere la memoria delle meraviglie del Signore: il Deutero Isaia, dal quale è tratta la seconda lettura. Questo profeta, che molti, anche a lui vicini, avevano tacciato da pazzo, o quanto meno da ingenuo e sognatore, un giorno si alza e, in mezzo a un popolo stanco, rassegnato e infastidito, grida: “Arriva il Signore!” Dimenticate i vecchi nomi di Sion – “afflitta”, “desolata”, “abbandonata” -. Uscite da Babilonia!, è adesso che comincia il vero esodo, mettetevi in cammino! (cf. Is 62, 1-5).

A sua volta, il Vangelo che abbiamo ascoltato parla di uno sposalizio in cui viene a mancare il vino (cf. Gv 2, 1-12). Nozze, matrimonio sono segni dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. In questo caso, trattandosi si uno sposalizio giudaico, il testo evangelico parla dell’antica alleanza tra Dio e il popolo di Israele. D’altra parte, l’elemento nuovo intorno al quale gira tutto il racconto è la mancanza di vino. Il vino di cui si parla è simbolo dell’amore tra lo sposo e la sposa, tra Dio e il suo popolo. Significa anche la gioia e la vita stessa, che sono la ragione ultima dell’alleanza stipulata tra Dio e il suo popolo. In questa alleanza, per molteplici motivi, è venuto a mancare il vino/amore e il vino /vita, e il suo posto è stato occupato dalle “tradizioni umane” venute a soppiantare la volontà di Dio, e da un legalismo molto lontano dal “sogno” di Dio per il suo popolo. Non è che non ci sia vino, ma essi “non hanno vino”. Tutto ciò è stato denunciato dai profeti, e lo stesso Gesù farà altrettanto in ripetute occasioni. Il peggio è che gli sposi/membri di questa alleanza non si rendono conto del “dramma” che stanno vivendo. In queste circostanze, i “servitori”, cioè i profeti, sono coloro che denunciano la situazione e ricorrono a chi può porvi rimedio: a Gesù per mezzo di sua madre. E l’amore e la vita si fanno presenti di nuovo, e la festa non si interrompe e il vino dell’alleanza inaugurata da Gesù è “migliore” del primo. Sono stati necessari i “servi”, cioè i profeti, perché l’alleanza tra Dio e gli uomini riacquistasse la sua bellezza e la sua ragione di essere.

La vita consacrata trova la sua ragione di essere in un patto di amore tra Gesù che chiama a seguirlo e l’uomo o la donna che rispondono affermativamente alla sua chiamata. È una vocazione che, come ogni forma di sequela, parte dall’amore di Cristo – “guardandolo lo amò e gli disse ‘seguimi’ ” (Mc  10, 21) – e tende a una configurazione totale con Lui, maturata nell’amore oblativo: l’amato si identifica con l’Amante, fino ad avere i suoi stessi sentimenti (Fil 5, 2). Per questo la vita consacrata perderebbe il suo significato se in essa venisse a mancare il “vino”, per continuare con l’immagine del testo evangelico, cioè la freschezza dell’amore; perderebbe la sua ragione di essere, sarebbe morta. Né le tradizioni umane, né alcuna forma di legalismo o di pura osservanza possono sostituire il “vino” che nutre la vita e la missione del consacrato: l’amore.

Svegliate il mondo, chiede Papa Francesco ai consacrati, o – che è lo stesso – alzatevi, e come il Deutero Isaia gridate a coloro che hanno perso la speranza di uscire da Babilonia, mettetevi in cammino, Dio va davanti a voi. Svegliate il mondo, e, come i servitori del Vangelo, ricordate a quanti vivono la loro fede con volto da funerale o in permanente quaresima senza prospettive di pasqua che è possibile recuperare il “vino” dell’amore, dell’allegria e della vita, come nei giorni antichi di cui parlava Giobbe, e vivere la relazione con Dio con volto da risorti. Sì, fratelli e sorelle consacrati, i nostri contemporanei hanno bisogno di profeti che, come il Deutero Isaia, parlino al loro cuore e lo risveglino. E chi potrà svegliare il gigante addormentato meglio dei consacrati, che hanno ricevuto la missione di essere in ogni momento profeti di speranza, sentinelle del mattino, fari sulla costa, trombe sulle mura? Ma, per questo, i primi a svegliarsi devono essere proprio i consacrati. Anche noi abbiamo bisogno, come ci indica l’Avvento, di ascoltare parole nuove cariche di speranza, parole che ci possono giungere solo dal Signore. Abbiamo bisogno di risvegliarci da un letargo che ci lega alle nostre Babilonie del passato. Abbiamo bisogno di lasciare da parte un linguaggio funebre che risulta deprimente per chi lo parla e per chi lo ascolta. Abbiamo bisogno di metterci in stato di allerta per accogliere la buona notizia che il Dio che credevamo lontanissimo piante la sua tenda tra di noi, per camminare con noi, e costantemente ci ripete: Non abbiate paura, io sono con voi. Abbiamo bisogno di “vino nuovo” dal quale rinasca la vita, dove questa sia morta; la speranza, dove questa si sia spenta; la gioia, dove ci sia tristezza; la donazione senza riserve, propria degli innamorati, dove la mediocrità stia comparendo…

L’Anno della Vita Consacrata vuole essere questo: una sveglia per gli stessi consacrati e un cammino che porti la vita consacrata a ridestare la speranza per il mondo. “Quello che vi dirà, fatelo” ascoltiamo oggi dalle labbra di Maria. Con la fiducia dei servitori di cui ci parlava il Vangelo proclamato, e senza indugio, come essi fecero, mettiamo mano all’opera. Il miracolo non si farà aspettare: l’ultimo vino sarà migliore del primo.

“Rallegratevi – dice Gesù – perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10, 20). E qual è il vostro nome autentico? Ascoltiamo ciò che ci dice la Parola di Dio: Siete argilla nelle mani del vasaio (cf. Ger 18, 6). E questo vuol dire che, nonostante gli anni, possiamo essere ancora modellati e rinnovati e che il Signore può fare di noi un vaso nuovo e bello. Basta che ci lasciamo modellare. Lasciamoci rifare di nuovo! “Siete campo di Dio, edificio di Dio” (1Cor 3, 9) e, pertanto, oggetto delle cure amorose dell’agricoltore che è Dio. Non siamo soli né siamo stati abbandonati alla nostra sorte. Egli continua a fare tutto il possibile perché diamo buoni frutti, come colui che ha piantato la vigna della quale ci parla il profeta (cf. Is 5, 1-7). Da noi dipende che al tempo di raccogliere i frutti il vignaiuolo non trovi uva acerba. Lasciamoci coltivare, e, se necessario, lasciamoci potare per dare frutti abbondanti!

“Siete chiamati dal Padre a partecipare alla vita del Figlio suo” (1Cor 1, 9) e questo significa che Gesù risveglia in noi un dinamismo capace di far morire possibili vecchi inquilini del nostro cuore: sfiducia, angoscia, morte, indifferenza… Egli viene a inondare di luce le nostre tenebre, a mettere fuoco nei nostri cuori freddi per la frustrazione (cf. Lc 24, 13ss). Lasciamo che arda il nostro cuore ascoltando la Parola del Signore!

L’Avvento ci parla di un Dio che cerca casa. La nostra Veglia ha luogo nella Basilica di Santa Maria Maggiore, la Basilica più antica dell’Occidente dedicata a Maria. Come lei siamo casa aperta per accogliere colui che viene come salvatore e redentore del suo popolo.

Maria, casa, palazzo e vestimento di Dio, accompagnaci nel nostro cammino per accogliere il Salvatore che viene.

Maria, tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene, ottienici la grazia di essere docili alla volontà del tuo Figlio.

Maria, discepola e apostola, dimora e portatrice della Speranza che non delude, intercedi perché, abitati da questa Speranza, la comunichiamo a quanti incontriamo nel nostro cammino.

Maria, Vergine fatta chiesa, intercedi perché teniamo il cuore sempre aperto e disponibile per accogliere le povertà dell’umanità, come “samaritani” e manifestatori della tenerezza e della compassione del Padre delle misericordie.

E se viene a mancarci il “vino”, Maria, madre della nuova alleanza, madre della Chiesa e dei consacrati, presenta la nostra situazione a Gesù, e fa’ che per tua intercessione si ravvivi il dono di Dio che è stato riversato in noi e che con la testimonianza e la voce del profeta possiamo svegliare il mondo.

A te Maria, Salus Populi Romani, affidiamo questo Anno della Vita consacrata.

Fiat, fiat, amen, amen.

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