Archivio per Maggio, 2015

Beati i poveri

cons aldo marchAldo Marchesini, medico dehoniano, che vive la vocazione alla vita religiosa e quella per la medicina, due passioni per Cristo e per l’umanità che vanno di pari passo. P. Aldo Marchesini, è stato insignito del prestigiosoWorld population award del Fondo ONU per la popolazione. Medico e missionario, vive e lavora in Africa da oltre quarant’anni: “Vivere con i più poveri è una esperienza straordinaria, perché a poco a poco si comprende quello che dice Gesù: i sapienti e gli intelligenti non riescono a capire i segreti del mondo, che sono invece aperti e palesi per i piccoli e i poveri”.

BONO

Il testo del video messaggio che il cantante ha mandato in occasione della presentazione del libro “Terra e Cibo” del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. «uniti come un mondo solo, una famiglia umana, possiamo costruire sul successo del Giubileo 2000, in modo da supportare il rinnovato giubileo al quale chiama Sua Santità Papa Francesco con il Cardinale Turkson, sinistra e destra, ricchi e poveri, tutti i popoli, tutte le religioni potrebbero lavorare come uno solo su questo tipo di cosa. Una famiglia umana, con cibo per tutti»

http://www.vita.it/it/article/2015/05/28/bono-vox-papa-francesco-voglio-lavorare-con-lei/135271/

“…Papa Francesco, la vostra solidarietà con i più vulnerabili ha davvero ispirato me e tanti di noi, aldilà delle parole, aldilà della musica, e vogliamo lavorare con voi, per voi, su questo. Sono pronto a rimboccarmi le maniche, sono pronto a camminare, sono pronto ad affrontare le strutture di povertà ed indifferenza che intrappolano i più poveri nella povertà, nell’ingiustizia e nella fame…”.

BONO VOX

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Dogato, paese di poco superiore alle mille anime nel comune di Ostellato, è stato il luogo della mia infanzia e adolescenza fino ai 21 anni.
Nessuno dei miei cari è mai stato praticante. La passione per la campagna e tutto ciò che ne deriva, dalla pesca alla caccia, era cosa che mi distingueva da mio fratello Marco e dagli amici che preferivano la via del bar.
Al pomeriggio andavo al doposcuola delle suore del paese, le stesse che mi hanno insegnato il catechismo.
Di venti ragazzi rimasi l’unico che per diverso tempo continuò ad andare a messa. Andavo e mi fermavo in fondo alla chiesa nei pressi della porta d’entrata. Fu in occasione di una di queste messe che all’omelia del sacerdote mi misi a piangere. Le parole di quel sacerdote anziano (Don Antonio Turci) mi toccarono le corde del cuore. Sentire parlare di un uomo che aveva dato la vita per me e per il mondo era cosa da far accapponare la pelle anche ad un ragazzino di dodici anni. Qualcosa era successo. Fu questo il primo segno della mia vocazione. Passai alle scuole superiori con una sufficienza risicata. Frequentai l’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura e l’Artigianato di Ostellato. Con l’accrescersi della mia esperienza lavorativa mio padre mi affidò responsabilità sempre maggiori facendomi passare dalla zappa alla guida del trattore.
A 16 anni iniziai a praticare l’atletica leggera. Vinsi un titolo italiano nei 5000 metri su pista ai Campionati Italiani Universitari e andai alle Universiadi di corsa campestre in Germania. Terminate le scuole superiori a 18 anni, ero ancora convinto di lavorare i nostri 40 ettari di terra ma la passione per l’atletica leggera prese il sopravvento. In attesa dei tempi cronometrici giusti, un amico mi suggerì di continuare gli studi per fare il rinvio militare e quindi prendere tempo. Scelsi Scienze Naturali. Terminato di studiare mi infilavo le scarpe da corsa e via.
I miei genitori decisero, per motivi di lavoro, di andare a vivere a Ferrara e più precisamente a Malborghetto di Boara. Con il passare del tempo mi prese una certa inquietudine. Qualsiasi cosa facessi non mi soddisfava.
Andavo in discoteca con gli amici, combinandone di tutti i colori e ogni volta tornavo a casa triste. Uscivo con l’una o con l’altra compagnia nel desiderio di stare assieme ma non riuscivo mai a stare veramente con qualcuno. Lo scopo di ogni uscita era dimostrare all’altro quanto si fosse grandi e quanto si fosse capaci con le ragazze, il tutto per il semplice fatto di farsi accettare nella compagnia. Ricordo che di ritorno dalla discoteca un senso di vuoto era ciò che mi assaliva. Una nausea.
Un giorno mi recai in una libreria per cercare un libro che parlasse della felicitá. Volevo capire cosa fosse e dove potevo incontrarla. Fu così che a 21 anni lessi il mio primo libro per intero. Il titolo del libro era ‘Le ali della felicità’. Questo fu l’inizio della mia ricerca. Passai da autori come Novalis a Tolstoj, da Jack London agli autori della beat generation come Kerouak, Bukowsky, dai poeti maledetti come Boudelaire, Rimbaud e Verlaine a Castaneda. Tutti libri di autori con una grande domanda ma solitari e sognatori, la maggior parte dei quali morti tristi.
Questa domanda, questo desiderio, questa sete di capire mi aveva stimolato anche nello studio. Ero perennemente alla ricerca di una risposta su cosa potesse soddisfare il mio desiderio, su chi fosse l’uomo e che senso avesse la vita. A me interessava me stesso e con me stesso l’uomo.
Scelsi di fare la tesi nell’unica materia che nel piano di studi della facoltà avesse a che fare con l’uomo e cioè l’antropologia fisica e di conseguenza l’archeologia preistorica. Studiai l’evoluzione dell’uomo e riuscii quasi a convincermi che la scienza potesse essere l’unica a darmi una risposta sull’uomo, su chi sono, da dove vengo e dove vado.
Fu in un momento di piena crisi che decisi di riprendere in considerazione le parole che quel prete pronunciava dal pulpito e in grado ti toccare le corde del cuore di un ragazzino di dodici anni. Decisi di mettermi nell’ipotesi che quel prete potesse avere ragione. Ciò che fino a quel momento avevo accantonato diventava ora ipotesi positiva di ricerca. Ricordo come se fosse ora il momento preciso in cui ciò accadde. Mi trovavo in aperta campagna a raccogliere degli insetti per il mio camaleonte. Ricordo la luce rossa del tramonto e il profumo della paglia. Il giorno seguente andai in libreria a comperare qualche libro religioso perchè di Gesù non mi ricordavo più nulla. Ma Gesù non lo si può incontrare appena sui libri. Ciò che mi servì fu imbattermi in universitá in un volantino che in quel momento mi risultò provocante. Il titolo del volantino era ‘Non basta essere nati per vivere’. Il volantino terminava con l’invito alla presentazione del libro di Don Giussani intitolato ‘Il senso religioso’. Ci andai. Rimasi folgorato: quel libro, quelle persone stavano parlando di me, della mia domanda di felicità. Ora non ero più l’unico ad averla, non ero più solo. Immediatamente andai al banchetto per acquistare il libro.
La ragazza del banco libri mi chiese chi ero, mi fece conoscere altre persone e mi invitarono a cena la sera stessa. Andai e fu una cena stupenda. Iniziarono con un canto e terminarono con una preghiera. Durante la cena, quando uno parlava gli altri ascoltavano. Non avevo mai visto una cosa del genere. Ero l’ultimo arrivato eppure mi sentivo a casa. A distanza di un mese ero già agli esercizi spirituali per i giovani universitari che si tengono ogni anno a Rimini. Piansi come un bambino e capii che dovevo restare con quelle persone per trovare la risposta alle mie domande.
Non passò molto tempo che una sera, mentre tornavo a casa in bicicletta dagli allenamenti mi venne in testa l’ipotesi del sacerdozio. Ricordo che sul subito l’idea mi spaventò, ma non mi abbandonò più e a distanza di poco tempo era diventato un pensiero felice. Però ero fidanzato. Nel Duemila partii per il militare, destinazione Gruppo sportivo dell’Aeronautica. Un anno da professionista. Tornai dal militare, mi laureai e iniziai a lavorare nell’ambito educativo presso dei centri di aggregazione giovanile situati in diversi comuni del basso ferrarese.
Intanto il rapporto con Sara si incrinò e ci lasciammo. Lasciai anche la casa dei miei genitori e decisi di andare ad abitare con altri tre amici del movimento, in centro città. Insegnai un anno presso un Centro di Formazione Professionale e dopo un anno e mezzo di verifica vocazionale capii di essere chiamato al sacerdozio.
Fu così che nel 2005 al Meeting dell’amicizia fra i popoli che si tiene ogni anno a Rimini incontrai l’allora rettore della Fraternità, che mi invitò a Roma a parlare con il Superiore Generale Don Massimo Camisasca il quale diede il suo consenso e io entrai.

di Sr. Antonia Castellucci omvf

cons omvf

Essere animatrici vocazionali, significa vivere la maternità dentro i nostri Istituti di appartenenza, sentirsi madri anche dei propri Istituti. Non possiamo pensare di vivere sempre come «figlie», che aspettano di ricevere tutto dall’alto; non è sufficiente essere semplici esecutrici di un progetto. Vivere una vera appartenenza al progetto di Dio affidato al nostro Istituto significa sentire e comprendere che la vita e il carisma dell’Istituto cui apparteniamo ci sono affidati, sono affidati alla creatività nell’incarnare il dono ricevuto, per restituirlo arricchito dalla nostra esperienza.

Essere animatrici vocazionali, dunque, significa, animare i nostri Istituti, perché ciascuna sorella si senta corresponsabile nel generare nuovi figli alla Chiesa e all’Istituto stesso, secondo il piano inarrestabile di Dio, che continuamente chiama. Si tratta di operare nel cuore stesso della vita dei nostri Istituti, là dove il carisma si apre al futuro. E’ un grande atto di fiducia di Dio nei nostri riguardi, che richiede da parte nostra soprattutto un attento ascolto del carisma, delle nostre Superiore e sorelle, della nostra storia, per essere fedeli trasmettitrici del dono ricevuto, in continuità con la storia e in prospettiva per il futuro.

Ci rendiamo conto che, per riappropriarci della nostra più autentica identità e per assumere coscientemente il ruolo che Dio ci affida nella Chiesa italiana oggi, è necessario un lungo cammino, tanto tempo per maturarlo dentro di noi, dentro i nostri Istituti … La strada che abbiamo intrapreso comunque è quella giusta, è l’unica che ci permette di porre solide fondamenta all’esistenza nostra e dei fratelli e sorelle che ci sono affidati, è soprattutto la strada verso l’autentica comunione dei carismi nella Chiesa, verso la realizzazione del sogno di Dio sull’umanità e sulla storia: l’unità nella comunione. Dunque, coraggio! «Cammina l’uomo quando sa bene dove andare», diceva una canzone di qualche anno fa. Noi sappiamo dove andare. Possiamo partire!

supplemento a CONSACRAZIONE E SERVIZIO n. 2 del 2003

Deut 1,30-33: «Il compito del padre è quello di guidare il figlio, di stargli davanti, di precederlo e aprirli la via in maniera visibile»

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Deut 2,7: «Ma il Signore segue anche il figlio nel suo viaggio, perché non gli manchi nulla…». La madre cammina dietro il figlio, lo protegge alle spalle, vigila su di lui, si prende cura della sua parte più indifesa, perché le sue debolezze non prendano il sopravvento su di lui. Il volto materno resta invisibile al figlio… quello del padre parzialmente visibile. Il padre ha cura che la debolezza del figlio non lo blocchi, la madre che il cammino non lo schiacci. Una madre che si fa piccola, prima discepola per generarlo, poi sorella, poi maestra sulla via della diversità dal padre… Il padre genera il figlio attraverso la parola, la madre attraverso l’ascolto, l’accoglienza e l’insegnamento silenzioso: un potere generante, diverso e complementare.

Don Nico Dal Molin

Diventare madre e padre nello Spirito
di Don Nico Dal Molin

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E’ vera madre chi…

  1. Vera madre è chi, pure stando in silenzio e non invadendo, fa sentire la sua vicinanza, il suo sostegno, il suo amore nei momenti di dolore.
  2. Vera madre è colei che, invece di dirci cosa dobbiamo fare o dove dobbiamo andare, ci ascolta, ci aiuta a esplorare le nostre ferite, ci offre l’occasione per stare da soli e di affrontare il rischio di penetrare nei sentimenti spesso imbarazzanti e disonorevoli, rintracciandone le radici.

Suggestive a riguardo risultano le parole di Diadoco di Fotico sulla paternità spirituale.

Secondo lui, dobbiamo mantenere calma la superficie per vedere bene fino in fondo all’anima: «Quando il mare è calmo, gli occhi del pescatore possono penetrare fino al punto dove potrà distinguere i vari movimenti nella profondità delle acque e nessuna delle creature che si muovono per i sentieri marini gli può sfuggire. Ma il mare, quando è increspato dal vento, nasconde nella buia agitazione ciò che mostra nel sorriso di una giornata serena»4.

Qual è l’importanza di tutto questo? Diadoco dice che a mente serena possiamo distinguere le ispirazioni buone da quelle cattive, in modo da custodire gelosamente le prime e allontanare le altre.

  1. E’ vera madre colei che non cerca di cambiare l’altro. Ed è forte in noi la tentazione di cambiare gli altri. E’ un diritto e una pretesa che inconsapevolmente rivendichiamo. A che cosa serve la vita se non ci adoperiamo ad aiutare gli altri? A plasmarli secondo i nostri progetti (che naturalmente chiamiamo di Dio)? A farli pensare come la pensiamo noi?

Non ci passa neppure per la testa che tanti nostri atteggiamenti sono dettati dalla voglia di avere tante persone che ci attorniano, di fare proseliti e non invece di stabilire una relazione fraterna e paterna.

Illuminante è una storia di A. De Mello: «Per anni sono stato un nevrotico. Ero ansioso, depresso ed egoista. E tutti continuavano a dirmi di cambiare. E tutti continuavano a dirmi quanto fossi nevrotico. E io mi risentivo con loro, ed ero d’accordo con loro e volevo cambiare, ma non ci riuscivo, per quanto mi sforzassi. Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico continuava a dirmi quanto fossi nevrotico. Anche lui continuava a insistere che cambiassi. E io ero d’accordo anche con lui, e non riuscivo ad avercela con lui. E mi sentivo così impotente e intrappolato. Poi, un giorno, mi disse: “Non cambiare. Rimani come sei. Non importa se cambi o no. Io ti amo così come sei; non posso fare a meno di amarti”. Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie: “Non cambiare. Non cambiare. Non cambiare… Ti amo”. Allora mi rilassai. E mi sentii vivo. E, oh meraviglia delle meraviglie, cambiai »5.

Solo accettando la persona come è, la aiutiamo a migliorarla e a diventare come vuole essere.

  1. E’ vera madre colei che non ha un’idea astratta del figlio/a, perché l’idea distorce la realtà e non fa vedere. Non lo vive come oggetto del proprio desiderio, volendolo migliore. E’ un pieno amore nella concretezza…
  2. E’ vera madre, ancora, colei che ama vedendo realmente l’altro.Vedere è morire al proprio io, alle proprie categorie mentali, ai pregiudizi, alle etichette, alle aspettative, ai giudizi e alle esperienze passate.

Dopo questa carrellata di «identikit materni», a chi fare riferimento? Dove trovare una risposta? Il Vangelo di Luca, al capitolo 15, ci presenta un modello.

«Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a fare festa» (Lc 15,20b-24).

In questi pochi versetti, ciò che è più divino viene espresso con ciò che c’è di più umano. Sono evidenziati quattro movimenti che Dio compie nel suo essere padre: vedere – accogliere – prendersi cura – fare festa.

Sono i movimenti che siamo chiamati a compiere anche noi, se vogliamo diventare padri e madri.

Questo padre non ha un’idea astratta del figlio, proprio perché l’idea distorce la realtà, e non fa vedere. Così ad esempio l’idea del vino non è il vino e nessuno si è mai ubriacato per aver compreso intellettualmente la parola vino.

Questo padre non ha l’idea del figlio che deve corrispondere a determinati canoni e modelli. Non lo etichetta come figlio degenere e scapestrato. Non lo vive come un oggetto del proprio desiderio, volendolo migliore.

Piuttosto, questo padre ama suo figlio, quale realmente è, qui e ora nella sua concretezza, nella sua unicità, nella sua vitalità, nella sua povertà e non come è nei suoi ricordi, nelle sue aspettative, nella sua immaginazione.

Amare è vedere realmente l’altro e vedere è morire al proprio io, cioè alle proprie categorie mentali, ai pregiudizi, alle etichette, alle aspettative, ai giudizi, ai legami derivati dai condizionamenti subiti e dalle esperienze passate. Questo implica una severa disciplina: mettere a tacere i nostri desideri, i nostri pregiudizi, i nostri ricordi, le nostre proiezioni, la nostra maniera faziosa di guardare, i nostri ostinati punti di vista.

«Commosso, gli corse incontro». C’è un dipinto di Rembrandt, risalente al 1668-1669 (è stato lo spunto per H. J. M. Nouwen (1932-1996) nello scrivere il libro L’abbraccio benedicente), che mostra con una maestria particolare l’accoglienza che il padre riserva al figlio. E’ un dipinto, ora all’Ermitage di San Pietroburgo, che affascina e commuove. C’è un padre con la mano sinistra forte e muscolosa, mano tipicamente maschile, che si posa sul figlio con una certa delicatezza e lo stringe a sé con energia e nello stesso tempo lo sorregge.

La mano destra, raffinata, delicata e tenera, si posa dolcemente sulla spalla del figlio. E’ una mano che vuole accarezzare, calmare, offrire conforto e consolazione. E’ una mano di madre. Questo padre tocca il figlio con una mano maschile e femminile. Lui sorregge, lei accarezza. Lui rafforza e lei consola. Il nostro Dio è un Dio Padre e Madre. «Si dimentica forse una madre del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io non ti dimenticherò mai. Ecco, io ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16).

Inoltre questo padre cerca il figlio da lontano, vuole trovarlo e desidera portarlo a casa. Ha bisogno del figlio quanto lui ha bisogno del padre.

Dio non è il patriarca che se ne sta a casa e aspetta che suo figlio vada da lui, si scusi per il suo comportamento, chieda perdono e prometta di essere migliore. Al contrario, lascia la casa, corre verso di lui, incurante della propria dignità, non bada a scuse e promesse di cambiamento, anzi sembra che non lo ascolti nemmeno quando dice: «Padre ho peccato contro il cielo e contro di te…», e lo porta alla tavola riccamente imbandita per lui.

Signore, voglio rivolgerti solo una preghiera. «Fammi sentire una profonda nostalgia di Te. Fammi sentire padre e madre».

Essere padre e madre è avere lo stesso cuore di Dio.

Questo padre si prende cura personalmente e concretamente del figlio. «Portate subito il vestito più bello, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi». Sono attenzioni personali, concrete, delicate – si noti «il vestito più bello», che rivelano il volto del padre.

Compito del padre è armonizzare i conflitti dei figli, è esortare con interesse perché la vita tutta intera sia vissuta nel segno dell’unità: non professata a parole, ma testimoniata con i fatti.

«Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa».Questo padre si rallegra, non perché i problemi del mondo sono stati risolti, non perché milioni di persone si sono convertite. No, questo padre si rallegra perché uno dei suoi figli, che era perduto, è stato ritrovato.

Statisticamente non è rilevante. Ma sembra che a questo padre i numeri non interessino.

Noi siamo abituati a sentire storie dolorose, problematiche, difficili e ingarbugliate. Siamo preparati a ricevere cattive notizie, a leggere di violenze, crimini e a essere testimoni di conflitti.

Dobbiamo imparare a fare festa e ad assaporare le gioie semplici e concrete di ogni giorno… Piccole gioie che ci tolgono dalla tensione, dalla frustrazione e serietà nella quale ci immergiamo, come se tutto il mondo poggiasse sulle nostre spalle.

Piccole gioie che dobbiamo prenderci e non sentirci assolutamente in colpa, pensando che ciò significhi sottrarre tempo alle attività pastorali.

Chi ci osserva e chi ci cerca ha tutto il diritto di trovarci sereni, rinfrancati e armonici. Se fossimo più pieni della gioia di Dio e più integrati con noi stessi renderemmo di più e saremmo ricercati di più dai nostri fedeli proprio per quel pizzico di gioia che facciamo trasparire dai nostri volti e non trovano nelle caricature di tanti padri.

C’è una via per questa paternità e maternità spirituale? Oppure siamo condannati a ricorrere all’autorità del potere anziché all’autorità della misericordia?

Le vie che portano ad una vera paternità e maternità di misericordia sono: il dolore, il perdono, la generosità.

Per diventare padre la cui unica autorità è la misericordia, siamo chiamati a ricevere chiunque, qualunque itinerario abbia percorso, a versare lacrime e a sentirci a volte svuotati dalla sofferenza. Essere padre e madre è generare alla vita e generare è soffrire. Forse è per questo che ci sono poche persone disposte a rivendicare di essere padri e madri nella contrazione da grembo.

La seconda via che conduce alla paternità spirituale è il perdono che viene dal cuore. Anche se abbiamo detto: «Ti perdono», il nostro cuore può rimanere chiuso nella rabbia, nel risentimento, nella sfiducia.

La terza via è la generosità. Essere generosi è agire in base alla verità che coloro, ai quali ci si chiede di perdonare, appartengono alla nostra stessa famiglia. Non a caso la parola generosità ha in comune con le altre parole quali «genere», «generazione», «generatività», la radice «gen».

«La verità è misericordia pura, dalla quale dobbiamo essere rivestiti da capo a fondo per poterci dire cristiani».

Termino con le parole di un grande scrittore contemporaneo H. J. M. Nouwen, che ha incontrato il volto mite e festoso del Salvatore: «C’è un vuoto terribile in questa paternità/maternità spirituale. Niente potere, niente successo, nessuna popolarità, nessuna facile soddisfazione. Ma questo terribile vuoto è anche il luogo della vera libertà. Il luogo dove “non c’è niente da perdere”, dove l’amore non è costretto da legami e dove si può trovare la vera forza spirituale».

da Consacrazione e servizio, supplemento n. 2 del 2003

E a proposito di genio femminile, io ho parlato di sorriso, ho parlato di pazienza nella vita della comunità, e vorrei dire una parola a questa suora che ho salutato di 97 anni: ha 97 anni… E’ lì, la vedo bene. Alzi la mano, perché tutti la vedano… Io ho scambiato con lei due o tre parole, mi guardava con gli occhi limpidi, mi guardava con quel sorriso di sorella, di mamma e di nonna. In lei voglio rendere omaggio alla perseveranza nella vita consacrata. Alcuni credono che la vita consacrata sia il paradiso in terra. No! Forse il Purgatorio… Ma non il Paradiso. Non è facile andare avanti. E quando io vedo una persona che ha speso la sua vita, rendo grazie al Signore. Attraverso Lei, suora, ringrazio tutte, e tutti i consacrati, grazie tante!cons anz

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Fr. Michael Anthony Perry, OFM, è nato il 7 giugno 1954 a Indianapolis (Indiana, Stati Uniti d’America), nella diocesi di Indianapolis, da James Richard e da Agnes J. Coffey, entrambi di origini irlandesi. Nel 1976 intraprende il cammino di Postulato nella Provincia del Sacratissimo Cuore di Gesù, negli Stati Uniti (St. Louis). Il 25 giugno 1977, vestito l’abito francescano, inizia il noviziato, al termine del quale emette la Professione temporanea dei voti il giorno della Festa di Santa Chiara di Assisi, l’11 agosto 1978. Dopo aver emesso la Professione solenne il 10 ottobre 1981, viene ordinato sacerdote il 2 giugno 1984.

Il suo curriculum accademico è formato da due Bachelor of Arts in storia e filosofia, un Master Divinity in formazione sacerdotale, un Master in missiologia e il Dottorato in antropologia religiosa, conseguito presso l’Università di Birmingham nel Regno Unito.

Il suo spiccato interesse per la missione ad gentes lo ha portato a vivere come missionario per circa dieci anni nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire).

Ha servito nel campo della formazione religiosa e teologica e nel settore di Giustizia, Pace e Integrità del Creato. Rientrato dall’Africa negli Stati Uniti d’America ha collaborato con l’ONG Franciscans International, con Catholic Relief Services e con la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America.
Eletto Ministro provinciale della Provincia del Sacratissimo Cuore di Gesù (St. Louis, USA), nel Capitolo generale 2009 è stato chiamato a servire l’Ordine dei Frati Minori come Vicario generale. Il 22 maggio 2013 ha assunto il servizio di Ministro generale ad complendum sexennium. Il 21 maggio 2015 il Capitolo generale ordinario, riunito a Santa Maria degli Angeli-Assisi (PG, Italia), lo ha eletto come 120° successore di San Francesco.

Quarta domanda (P. Gaetano Greco, Terziario Cappuccino dell’Addolorata, Cappellano del Carcere Minorile di Casal del Marmo)

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La vita consacrata è un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo. Non sempre però questo dono è apprezzato e valorizzato nella sua identità e nella sua specificità. Spesso le comunità, soprattutto femminili, nella nostra Chiesa locale hanno difficoltà a trovare seri accompagnatori e accompagnatrici, formatori, direttori spirituali, confessori. Come riscoprire questa ricchezza? La vita consacrata per l’80% ha un volto femminile. Com’è possibile valorizzare la presenza della donna e in particolare della donna consacrata nella Chiesa?

Quarta risposta

Padre Gaetano nella sua riflessione, mentre raccontava la sua storia, ha parlato di quella “sostituzione di 2-3 settimane” che doveva fare al carcere minorile. E’ lì da 45 anni, credo. Lo ha fatto per obbedienza. “Il tuo posto è lì”, gli ha detto il superiore. E a malincuore gli obbedì. Poi ha visto che quell’atto di obbedienza, quello che gli aveva chiesto il superiore, era volontà di Dio. Mi permetto, prima di rispondere alla domanda, di dire una parola sull’obbedienza. Quando Paolo vuole dirci il mistero di Gesù Cristo usa questa parola; quando vuol dire come è stata la fecondità di Gesù Cristo, usa questa parola: “Si è fatto obbediente fino alla morte e morte di croce” (cfr Fil 2,8). Umiliò se stesso. Obbedì. Il mistero di Cristo è un mistero di obbedienza, e l’obbedienza è feconda. E’ vero che come ogni virtù, come ogni luogo teologico, può essere tentata di diventare un atteggiamento disciplinare. Ma l’obbedienza nella vita consacrata è un mistero. E così come ho detto che la donna consacrata è l’icona di Maria e della Chiesa, possiamo dire che l’obbedienza è l’icona della strada di Gesù. Quando Gesù si è incarnato per obbedienza, si è fatto uomo per obbedienza, fino alla croce e alla morte. Il mistero dell’obbedienza non si capisce se non alla luce di questa strada di Gesù. Il mistero dell’obbedienza è un assomigliare a Gesù nel cammino che Lui ha voluto fare. E i frutti si vedono. E ringrazio padre Gaetano per la sua testimonianza su questo punto, perché si dicono molte parole sull’obbedienza – il dialogo previo, sì tutte queste cose sono buone, non sono cattive – ma che cos’è l’obbedienza? Andate alla Lettera dei Paolo ai Filippesi, capitolo 2: è il mistero di Gesù. Soltanto lì possiamo capire l’obbedienza. Non ai capitoli generali o provinciali: lì si potrà approfondire, ma capirla, soltanto nel mistero di Gesù.

Adesso passiamo alla domanda: la vita consacrata è un dono, un dono di Dio alla Chiesa. E’ vero. E’ un dono di Dio. Voi parlate della profezia: è un dono di profezia. E’ Dio presente, Dio che vuole farsi presente con un dono: sceglie uomini e donne, ma è un dono, un dono gratuito. Anche la vocazione è un dono, non è un arruolamento di gente che vuole fare quella strada. No, è il dono al cuore di una persona; il dono ad una congregazione; e anche quella congregazione è un dono. Non sempre, però, questo dono è apprezzato e valorizzato nella sua identità e nella sua specificità. Questo è vero. C’è la tentazione di omologare i consacrati, come se fossero tutti la stessa cosa. Nel Vaticano II c’era stata una proposta del genere, di omologare i consacrati. No, è un dono con una identità particolare, che viene tramite il dono carismatico che Dio fa a un uomo o a una donna per formare una famiglia religiosa.

E poi un problema: il problema di come si accompagnano i religiosi. Spesso le comunità, soprattutto femminili, nella nostra Chiesa locale hanno difficoltà a trovare seri accompagnatori e accompagnatrici, formatori, padri spirituali e confessori. O perché non capiscono cosa sia la vita consacrata, o perché vogliono mettersi nel carisma e dare interpretazioni che fanno male al cuore della suora… Stiamo parlando delle suore che hanno difficoltà, ma anche gli uomini ne hanno. E non è facile accompagnare. Non è facile trovare un confessore, un padre spirituale. Non è facile trovare un uomo con rettitudine di intenzioni; e che quella direzione spirituale, quella confessione non sia una bella chiacchiera fra amici ma senza profondità; o trovare quelli rigidi, che non capiscono bene dove sia il problema, perché non capiscono la vita religiosa… Io, nell’altra diocesi che avevo, sempre consigliavo alle suore che venivano a chiedere consiglio: “Dimmi, nella tua comunità o nella tua congregazione, non c’è una suora saggia, una suora che viva il carisma bene, una buona suora di esperienza? Fai la direzione spirituale con lei!” – “Ma è donna!” – “Ma è un carisma dei laici!”. La direzione spirituale non è un carisma esclusivo dei presbiteri: è un carisma dei laici! Nel monachesimo primitivo i laici erano i grandi direttori. Adesso sto leggendo la dottrina, proprio sull’obbedienza, di san Silvano, quel monaco del Monte Athos. Era un falegname, faceva il falegname, poi l’economo, ma non era neppure diacono; era un grande direttore spirituale! E’ un carisma dei laici. E i superiori, quando vedono che un uomo o una donna in quella congregazione o quella provincia ha quel carisma di padre spirituale, si deve cercare di aiutare a formarsi, per fare questo servizio. Non è facile. Una cosa è il direttore spirituale e un’altra cosa è il confessore. Dal confessore io vado, dico i miei peccati, sento la bastonata; poi mi perdona tutto e vado avanti. Ma al direttore spirituale devo dire cosa succede nel mio cuore. L’esame di coscienza non è lo stesso per la confessione e per la direzione spirituale. Per la confessione, devi cercare dove hai mancato, se hai perso la pazienza; se hai avuto cupidigia: queste cose, cose concrete, che sono peccaminose. Ma per la direzione spirituale devi fare un esame su cosa è successo nel cuore; quale mozione dello spirito, se ho avuto desolazione, se ho avuto consolazione, se sono stanco, perché sono triste: queste sono le cose di cui parlare con il direttore o la direttrice spirituale. Queste sono le cose. I superiori hanno la responsabilità di cercare chi in comunità, in congregazione, in provincia ha questo carisma, dare questa missione e formarli, aiutarli in questo. Accompagnare sulla strada è andare passo passo col fratello o con la sorella consacrata. Credo che in questo noi ancora siamo immaturi. Non siamo maturati in questo, perché la direzione spirituale viene dal discernimento. Ma quando tu ti trovi davanti a uomini e donne consacrate che non sanno discernere che cosa succede nel proprio cuore, che non sanno discernere una decisione, è una mancanza di direzione spirituale. E questo soltanto un uomo saggio, una donna saggia può farlo. Ma anche formati! Oggi non si può andare soltanto con la buona volontà: oggi è molto complesso il mondo e anche le scienze umane ci aiutano, senza cadere nello psicologismo, ma ci aiutano a vedere il cammino. Formarli con la lettura dei grandi, dei grandi direttori e direttrici spirituali, soprattutto del monachesimo. Non so se voi avete contatto con le opere del monachesimo primitivo: quanta saggezza di direzione spirituale c’era lì! E’ importante formarli con questo. Come riscoprire questa ricchezza? La vita consacrata per l’80% ha un volto femminile: è vero, sono più donne consacrate che uomini. Come è possibile valorizzare la presenza della donna, e in particolare della donna consacrata, nella Chiesa? Mi ripeto un po’ in quello che sto per dire: dare alla donna consacrata anche questa funzione che molti credono sia soltanto dei preti; e anche dare concretezza al fatto che la donna consacrata sia il volto della Madre Chiesa e della Madre Maria, e cioè andare avanti sulla maternità, e maternità non è soltanto fare figli! La maternità è accompagnare a crescere; la maternità è passare le ore accanto ad un malato, al figlio malato, al fratello malato; è spendere la vita nell’amore, con quell’amore di tenerezza e di maternità. Su questa strada troveremo di più il ruolo della donna nella Chiesa.

Padre Gaetano ha toccato vari temi, per questo mi è difficile rispondere… Ma quando mi dicono: “No! Nella Chiesa le donne devono essere capi dicastero, per esempio!”. Sì, possono, in alcuni dicasteri possono; ma questo che tu chiedi è un semplice funzionalismo. Quello non è riscoprire il ruolo della donna nella Chiesa. E’ più profondo e va su questa strada. Sì, che faccia queste cose, che vengano promosse – adesso a Roma ne abbiamo una che è rettore di una università, e ben venga! –; ma questo non è il trionfo. No, no. Questa è una grande cosa, è una cosa funzionale; ma l’essenziale del ruolo della donna va – lo dirò in termini non teologici – nel fare in modo che lei esprima il genio femminile. Quando noi trattiamo un problema fra uomini arriviamo ad una conclusione, ma se trattiamo lo stesso problema con le donne, la conclusione sarà diversa. Andrà sulla stessa strada, ma più ricca, più forte, più intuitiva. Per questo la donna nella Chiesa deve avere questo ruolo; si deve esplicitare, aiutare ad esplicitare in tante maniere il genio femminile.

Terza domanda (P. Gaetano Saracino, Missionario Scalabriniano, Parroco del SS. Redentore)

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Come mettere in comune e far fruttificare i doni di cui sono portatori i diversi carismi in questa Chiesa locale così ricca di talenti? Spesso è difficile anche solo la comunicazione dei diversi percorsi, siamo incapaci di mettere insieme le forze tra congregazioni, parrocchie, altri organismi pastorali, associazioni e movimenti laicali, quasi vi fosse concorrenzialità invece che servizio condiviso. A volte, poi, noi consacrati ci sentiamo come “tappabuchi”. Come “camminare insieme”?

Terza risposta

Io sono stato in quella parrocchia e conosco cosa fa questo prete rivoluzionario: lavora bene! Lavora bene! Tu hai cominciato a parlare della festa. E’ una delle cose che noi cristiani dimentichiamo: la festa. Ma la festa è una categoria teologica, c’è anche nella Bibbia. Quando tornate a casa, prendete Deuteronomio 26. Lì Mosè, a nome del Signore, dice cosa devono fare i contadini ogni anno: portare i primi frutti del raccolto al tempio. Dice così: “Tu vai al tempio, porta il cesto con i primi frutti per offrirli al Signore come ringraziamento”. E poi? Primo, fa’ memoria. E gli fa recitare un piccolo credo: “Mio padre era un arameo errante, Dio lo ha chiamato; siamo stati schiavi in Egitto, ma il Signore ci ha liberato e ci ha dato questa terra… “ (cfr Dt 26,5-9). Primo, la memoria. Secondo, dai il cesto all’incaricato. Terzo, ringrazia il Signore. E quarto, torna a casa e fai festa. Fai festa e invita quelli che non hanno famiglia, invita gli schiavi, quelli che non sono liberi, anche il vicino invita alla festa… La festa è una categoria teologica della vita. E non si può vivere la vita consacrata senza questa dimensione festosa. Si fa festa. Ma fare festa non è lo stesso di fare chiasso, rumore… Fare festa è quello che c’è in quel brano che ho citato. Ricordatevi: Deuteronomio 26. C’è il fine di una preghiera: è la gioia di ricordare tutto quello che il Signore ha fatto per noi; tutto quello che mi ha dato; anche quel frutto per il quale io ho lavorato e faccio festa. Nelle comunità, anche nelle parrocchie come nel caso tuo, dove non si fa festa – quando capita di farla – manca qualcosa! Sono troppo rigidi: “Ci farà bene alla disciplina”. Tutto ordinato: i bambini fanno la Comunione, bellissima, si insegna un bel catechismo… Ma manca qualcosa: manca chiasso, manca rumore, manca festa! Manca il cuore festoso di una comunità. La festa. Alcuni scrittori spirituali dicono che anche l’Eucaristia, la celebrazione dell’Eucaristia è una festa: sì, ha una dimensione festosa nel commemorare la morte e la risurrezione del Signore. Questo io non ho voluto lasciarlo perdere, perché non era proprio nella tua domanda, ma nella tua riflessione interiore.

E poi tu parli della concorrenzialità fra questa parrocchia e quella, questa congregazione e quella… Una delle cose più difficili per un vescovo è fare l’armonia nella diocesi! E tu dici: “Ma i religiosi per il vescovo sono tappabuchi?”. Alcune volte può darsi… Ma io ti faccio un’altra domanda: Quando faranno vescovo te, per esempio – mettiti al posto del vescovo – hai una parrocchia, con un bravo parroco religioso; tre anni dopo viene il provinciale e ti dice: “Questo lo cambio e te ne mando un altro”. Anche i vescovi soffrono per questo atteggiamento. Tante volte – non sempre, perché ci sono religiosi che entrano in dialogo con il vescovo – noi dobbiamo fare la nostra parte. “Abbiamo avuto un capitolo e il capitolo ha deciso questo…”. Tante religiose e religiosi passano la vita se non in capitoli, in versetti… Ma sempre la passano così! Io prendo la libertà di parlare così, perché sono vescovo e sono religioso. E capisco ambedue le parti, e capisco i problemi. E’ vero: l’unità fra i diversi carismi, l’unità del presbiterio, l’unità col vescovo… E questo non è facile trovarlo: ognuno tira per il suo interesse, non dico sempre, ma c’è questa tendenza, è umana… E c’è un po’ di peccato dietro, ma è cosi. E’ così. Per questo la Chiesa, in questo momento, sta pensando di offrire un vecchio documento, di ripristinarlo, sulle relazioni tra il religioso e il vescovo. Il Sinodo del ’94 aveva chiesto di riformarlo, il “Mutuae relationes” (14 maggio 1978). Sono passati tanti anni e non è stato fatto. Non è facile il rapporto dei religiosi con il vescovo, con la diocesi o con i sacerdoti non religiosi. Ma bisogna impegnarsi per il lavoro comune. Nelle prefetture, come si lavora sul piano pastorale in questo quartiere, in questo tutti insieme? Così si fa la Chiesa. Il vescovo non deve usare i religiosi come tappabuchi, ma i religiosi non devono usare il vescovo come fosse il padrone di una ditta che dà un lavoro. Non so… Ma la festa, voglio tornare alla cosa principale: quando c’è comunità, senza interessi propri, sempre c’è spirito di festa. Io ho visto la tua parrocchia ed è vero. Tu sai farlo! Grazie.