ANNO DELLA VITA CONSACRATA: INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO CON RELIGIOSE E RELIGIOSI DELLA DIOCESI DI ROMA

Pubblicato: 21 Maggio 2015 in Uncategorized

Terza domanda (P. Gaetano Saracino, Missionario Scalabriniano, Parroco del SS. Redentore)

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Come mettere in comune e far fruttificare i doni di cui sono portatori i diversi carismi in questa Chiesa locale così ricca di talenti? Spesso è difficile anche solo la comunicazione dei diversi percorsi, siamo incapaci di mettere insieme le forze tra congregazioni, parrocchie, altri organismi pastorali, associazioni e movimenti laicali, quasi vi fosse concorrenzialità invece che servizio condiviso. A volte, poi, noi consacrati ci sentiamo come “tappabuchi”. Come “camminare insieme”?

Terza risposta

Io sono stato in quella parrocchia e conosco cosa fa questo prete rivoluzionario: lavora bene! Lavora bene! Tu hai cominciato a parlare della festa. E’ una delle cose che noi cristiani dimentichiamo: la festa. Ma la festa è una categoria teologica, c’è anche nella Bibbia. Quando tornate a casa, prendete Deuteronomio 26. Lì Mosè, a nome del Signore, dice cosa devono fare i contadini ogni anno: portare i primi frutti del raccolto al tempio. Dice così: “Tu vai al tempio, porta il cesto con i primi frutti per offrirli al Signore come ringraziamento”. E poi? Primo, fa’ memoria. E gli fa recitare un piccolo credo: “Mio padre era un arameo errante, Dio lo ha chiamato; siamo stati schiavi in Egitto, ma il Signore ci ha liberato e ci ha dato questa terra… “ (cfr Dt 26,5-9). Primo, la memoria. Secondo, dai il cesto all’incaricato. Terzo, ringrazia il Signore. E quarto, torna a casa e fai festa. Fai festa e invita quelli che non hanno famiglia, invita gli schiavi, quelli che non sono liberi, anche il vicino invita alla festa… La festa è una categoria teologica della vita. E non si può vivere la vita consacrata senza questa dimensione festosa. Si fa festa. Ma fare festa non è lo stesso di fare chiasso, rumore… Fare festa è quello che c’è in quel brano che ho citato. Ricordatevi: Deuteronomio 26. C’è il fine di una preghiera: è la gioia di ricordare tutto quello che il Signore ha fatto per noi; tutto quello che mi ha dato; anche quel frutto per il quale io ho lavorato e faccio festa. Nelle comunità, anche nelle parrocchie come nel caso tuo, dove non si fa festa – quando capita di farla – manca qualcosa! Sono troppo rigidi: “Ci farà bene alla disciplina”. Tutto ordinato: i bambini fanno la Comunione, bellissima, si insegna un bel catechismo… Ma manca qualcosa: manca chiasso, manca rumore, manca festa! Manca il cuore festoso di una comunità. La festa. Alcuni scrittori spirituali dicono che anche l’Eucaristia, la celebrazione dell’Eucaristia è una festa: sì, ha una dimensione festosa nel commemorare la morte e la risurrezione del Signore. Questo io non ho voluto lasciarlo perdere, perché non era proprio nella tua domanda, ma nella tua riflessione interiore.

E poi tu parli della concorrenzialità fra questa parrocchia e quella, questa congregazione e quella… Una delle cose più difficili per un vescovo è fare l’armonia nella diocesi! E tu dici: “Ma i religiosi per il vescovo sono tappabuchi?”. Alcune volte può darsi… Ma io ti faccio un’altra domanda: Quando faranno vescovo te, per esempio – mettiti al posto del vescovo – hai una parrocchia, con un bravo parroco religioso; tre anni dopo viene il provinciale e ti dice: “Questo lo cambio e te ne mando un altro”. Anche i vescovi soffrono per questo atteggiamento. Tante volte – non sempre, perché ci sono religiosi che entrano in dialogo con il vescovo – noi dobbiamo fare la nostra parte. “Abbiamo avuto un capitolo e il capitolo ha deciso questo…”. Tante religiose e religiosi passano la vita se non in capitoli, in versetti… Ma sempre la passano così! Io prendo la libertà di parlare così, perché sono vescovo e sono religioso. E capisco ambedue le parti, e capisco i problemi. E’ vero: l’unità fra i diversi carismi, l’unità del presbiterio, l’unità col vescovo… E questo non è facile trovarlo: ognuno tira per il suo interesse, non dico sempre, ma c’è questa tendenza, è umana… E c’è un po’ di peccato dietro, ma è cosi. E’ così. Per questo la Chiesa, in questo momento, sta pensando di offrire un vecchio documento, di ripristinarlo, sulle relazioni tra il religioso e il vescovo. Il Sinodo del ’94 aveva chiesto di riformarlo, il “Mutuae relationes” (14 maggio 1978). Sono passati tanti anni e non è stato fatto. Non è facile il rapporto dei religiosi con il vescovo, con la diocesi o con i sacerdoti non religiosi. Ma bisogna impegnarsi per il lavoro comune. Nelle prefetture, come si lavora sul piano pastorale in questo quartiere, in questo tutti insieme? Così si fa la Chiesa. Il vescovo non deve usare i religiosi come tappabuchi, ma i religiosi non devono usare il vescovo come fosse il padrone di una ditta che dà un lavoro. Non so… Ma la festa, voglio tornare alla cosa principale: quando c’è comunità, senza interessi propri, sempre c’è spirito di festa. Io ho visto la tua parrocchia ed è vero. Tu sai farlo! Grazie.

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