ANNO DELLA VITA CONSACRATA: INCONTRO DEL SANTO PADRE FRANCESCO CON RELIGIOSE E RELIGIOSI DELLA DIOCESI DI ROMA

Pubblicato: 22 Maggio 2015 in Uncategorized

Quarta domanda (P. Gaetano Greco, Terziario Cappuccino dell’Addolorata, Cappellano del Carcere Minorile di Casal del Marmo)

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La vita consacrata è un dono di Dio alla Chiesa, un dono di Dio al suo Popolo. Non sempre però questo dono è apprezzato e valorizzato nella sua identità e nella sua specificità. Spesso le comunità, soprattutto femminili, nella nostra Chiesa locale hanno difficoltà a trovare seri accompagnatori e accompagnatrici, formatori, direttori spirituali, confessori. Come riscoprire questa ricchezza? La vita consacrata per l’80% ha un volto femminile. Com’è possibile valorizzare la presenza della donna e in particolare della donna consacrata nella Chiesa?

Quarta risposta

Padre Gaetano nella sua riflessione, mentre raccontava la sua storia, ha parlato di quella “sostituzione di 2-3 settimane” che doveva fare al carcere minorile. E’ lì da 45 anni, credo. Lo ha fatto per obbedienza. “Il tuo posto è lì”, gli ha detto il superiore. E a malincuore gli obbedì. Poi ha visto che quell’atto di obbedienza, quello che gli aveva chiesto il superiore, era volontà di Dio. Mi permetto, prima di rispondere alla domanda, di dire una parola sull’obbedienza. Quando Paolo vuole dirci il mistero di Gesù Cristo usa questa parola; quando vuol dire come è stata la fecondità di Gesù Cristo, usa questa parola: “Si è fatto obbediente fino alla morte e morte di croce” (cfr Fil 2,8). Umiliò se stesso. Obbedì. Il mistero di Cristo è un mistero di obbedienza, e l’obbedienza è feconda. E’ vero che come ogni virtù, come ogni luogo teologico, può essere tentata di diventare un atteggiamento disciplinare. Ma l’obbedienza nella vita consacrata è un mistero. E così come ho detto che la donna consacrata è l’icona di Maria e della Chiesa, possiamo dire che l’obbedienza è l’icona della strada di Gesù. Quando Gesù si è incarnato per obbedienza, si è fatto uomo per obbedienza, fino alla croce e alla morte. Il mistero dell’obbedienza non si capisce se non alla luce di questa strada di Gesù. Il mistero dell’obbedienza è un assomigliare a Gesù nel cammino che Lui ha voluto fare. E i frutti si vedono. E ringrazio padre Gaetano per la sua testimonianza su questo punto, perché si dicono molte parole sull’obbedienza – il dialogo previo, sì tutte queste cose sono buone, non sono cattive – ma che cos’è l’obbedienza? Andate alla Lettera dei Paolo ai Filippesi, capitolo 2: è il mistero di Gesù. Soltanto lì possiamo capire l’obbedienza. Non ai capitoli generali o provinciali: lì si potrà approfondire, ma capirla, soltanto nel mistero di Gesù.

Adesso passiamo alla domanda: la vita consacrata è un dono, un dono di Dio alla Chiesa. E’ vero. E’ un dono di Dio. Voi parlate della profezia: è un dono di profezia. E’ Dio presente, Dio che vuole farsi presente con un dono: sceglie uomini e donne, ma è un dono, un dono gratuito. Anche la vocazione è un dono, non è un arruolamento di gente che vuole fare quella strada. No, è il dono al cuore di una persona; il dono ad una congregazione; e anche quella congregazione è un dono. Non sempre, però, questo dono è apprezzato e valorizzato nella sua identità e nella sua specificità. Questo è vero. C’è la tentazione di omologare i consacrati, come se fossero tutti la stessa cosa. Nel Vaticano II c’era stata una proposta del genere, di omologare i consacrati. No, è un dono con una identità particolare, che viene tramite il dono carismatico che Dio fa a un uomo o a una donna per formare una famiglia religiosa.

E poi un problema: il problema di come si accompagnano i religiosi. Spesso le comunità, soprattutto femminili, nella nostra Chiesa locale hanno difficoltà a trovare seri accompagnatori e accompagnatrici, formatori, padri spirituali e confessori. O perché non capiscono cosa sia la vita consacrata, o perché vogliono mettersi nel carisma e dare interpretazioni che fanno male al cuore della suora… Stiamo parlando delle suore che hanno difficoltà, ma anche gli uomini ne hanno. E non è facile accompagnare. Non è facile trovare un confessore, un padre spirituale. Non è facile trovare un uomo con rettitudine di intenzioni; e che quella direzione spirituale, quella confessione non sia una bella chiacchiera fra amici ma senza profondità; o trovare quelli rigidi, che non capiscono bene dove sia il problema, perché non capiscono la vita religiosa… Io, nell’altra diocesi che avevo, sempre consigliavo alle suore che venivano a chiedere consiglio: “Dimmi, nella tua comunità o nella tua congregazione, non c’è una suora saggia, una suora che viva il carisma bene, una buona suora di esperienza? Fai la direzione spirituale con lei!” – “Ma è donna!” – “Ma è un carisma dei laici!”. La direzione spirituale non è un carisma esclusivo dei presbiteri: è un carisma dei laici! Nel monachesimo primitivo i laici erano i grandi direttori. Adesso sto leggendo la dottrina, proprio sull’obbedienza, di san Silvano, quel monaco del Monte Athos. Era un falegname, faceva il falegname, poi l’economo, ma non era neppure diacono; era un grande direttore spirituale! E’ un carisma dei laici. E i superiori, quando vedono che un uomo o una donna in quella congregazione o quella provincia ha quel carisma di padre spirituale, si deve cercare di aiutare a formarsi, per fare questo servizio. Non è facile. Una cosa è il direttore spirituale e un’altra cosa è il confessore. Dal confessore io vado, dico i miei peccati, sento la bastonata; poi mi perdona tutto e vado avanti. Ma al direttore spirituale devo dire cosa succede nel mio cuore. L’esame di coscienza non è lo stesso per la confessione e per la direzione spirituale. Per la confessione, devi cercare dove hai mancato, se hai perso la pazienza; se hai avuto cupidigia: queste cose, cose concrete, che sono peccaminose. Ma per la direzione spirituale devi fare un esame su cosa è successo nel cuore; quale mozione dello spirito, se ho avuto desolazione, se ho avuto consolazione, se sono stanco, perché sono triste: queste sono le cose di cui parlare con il direttore o la direttrice spirituale. Queste sono le cose. I superiori hanno la responsabilità di cercare chi in comunità, in congregazione, in provincia ha questo carisma, dare questa missione e formarli, aiutarli in questo. Accompagnare sulla strada è andare passo passo col fratello o con la sorella consacrata. Credo che in questo noi ancora siamo immaturi. Non siamo maturati in questo, perché la direzione spirituale viene dal discernimento. Ma quando tu ti trovi davanti a uomini e donne consacrate che non sanno discernere che cosa succede nel proprio cuore, che non sanno discernere una decisione, è una mancanza di direzione spirituale. E questo soltanto un uomo saggio, una donna saggia può farlo. Ma anche formati! Oggi non si può andare soltanto con la buona volontà: oggi è molto complesso il mondo e anche le scienze umane ci aiutano, senza cadere nello psicologismo, ma ci aiutano a vedere il cammino. Formarli con la lettura dei grandi, dei grandi direttori e direttrici spirituali, soprattutto del monachesimo. Non so se voi avete contatto con le opere del monachesimo primitivo: quanta saggezza di direzione spirituale c’era lì! E’ importante formarli con questo. Come riscoprire questa ricchezza? La vita consacrata per l’80% ha un volto femminile: è vero, sono più donne consacrate che uomini. Come è possibile valorizzare la presenza della donna, e in particolare della donna consacrata, nella Chiesa? Mi ripeto un po’ in quello che sto per dire: dare alla donna consacrata anche questa funzione che molti credono sia soltanto dei preti; e anche dare concretezza al fatto che la donna consacrata sia il volto della Madre Chiesa e della Madre Maria, e cioè andare avanti sulla maternità, e maternità non è soltanto fare figli! La maternità è accompagnare a crescere; la maternità è passare le ore accanto ad un malato, al figlio malato, al fratello malato; è spendere la vita nell’amore, con quell’amore di tenerezza e di maternità. Su questa strada troveremo di più il ruolo della donna nella Chiesa.

Padre Gaetano ha toccato vari temi, per questo mi è difficile rispondere… Ma quando mi dicono: “No! Nella Chiesa le donne devono essere capi dicastero, per esempio!”. Sì, possono, in alcuni dicasteri possono; ma questo che tu chiedi è un semplice funzionalismo. Quello non è riscoprire il ruolo della donna nella Chiesa. E’ più profondo e va su questa strada. Sì, che faccia queste cose, che vengano promosse – adesso a Roma ne abbiamo una che è rettore di una università, e ben venga! –; ma questo non è il trionfo. No, no. Questa è una grande cosa, è una cosa funzionale; ma l’essenziale del ruolo della donna va – lo dirò in termini non teologici – nel fare in modo che lei esprima il genio femminile. Quando noi trattiamo un problema fra uomini arriviamo ad una conclusione, ma se trattiamo lo stesso problema con le donne, la conclusione sarà diversa. Andrà sulla stessa strada, ma più ricca, più forte, più intuitiva. Per questo la donna nella Chiesa deve avere questo ruolo; si deve esplicitare, aiutare ad esplicitare in tante maniere il genio femminile.

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