ANNO DELLA VITA CONSACRATA: Il «salto di qualità» della pastorale vocazionale negli Istituti religiosi

Pubblicato: 16 giugno 2015 in Uncategorized

di Don Antonio Ladisa (10 novembre 1951-30 marzo 2009)

CONS DON TONINO

articolo tratto dal supplemento n. 2 del 2003 di Consacrazione e Servizio

Il tema della relazione è Il salto di qualità. Qui vogliamo vivere insieme un triplo salto vitale. Prima di avventurarci in questo vortice di vita, facciamo una brevissima introduzione. Una indispensabile premessa per evitare che cosa? Primo: un salto nel buio. Voi, animatrici vocazionali, non siete le prime ad avventurarvi in quest’opera a servizio dei giovani e della Chiesa. C’è un cammino che la Chiesa ha realizzato, in modo particolare a partire dal Concilio Vaticano II, e sarebbe un atteggiamento di grande superbia, ma anche di profonda stoltezza, non coglierlo, non valorizzarlo, non assimilarlo. Allora l’animatrice vocazionale non può non aver;e una piccola bibliotecareale, fatta di sussidi, di documenti a cui fare continuamente riferimento, ma soprattutto una biblioteca virtuale, per realizzare la quale occorre che i documenti siano assimilati, interiorizzati, tradotti in atteggiamento pastorale.

Quali documenti?

Certamente i documenti del Concilio Vaticano Il, che il Papa ci ha riconsegnato dopo il Giubileo e che rappresentano la Magna Charta, ma soprattutto i documenti che hanno un carattere prettamente vocazionale. Il Papa, poi, insieme con i vescovi, nei Sinodi di questi ultimi 20 anni, si è soffermato a riflettere sul carattere e la missione delle diverse vocazioni e ci ha consegnato nelle esortazioni post-sinoidali il risultato di queste riflessioni. Infine, nel 1997, è stato emanato il documento conclusivo del Congresso Europeo: Nuove Vocazioni per una Nuova Europa (NVNE). Questo documento sarà il punto di riferimento della mia relazione: più precisamente il numero 13 di NVNE sarà il punto di partenza e la sintesi di quanto vi andrò dicendo. Vorrei sottolineare una caratteristica del documento in questione, per poter cogliere una metodologia nuova, che fino a oggi credo sia unica nei testi del magistero. Dopo una prima parte in cui si fa un esame della situazione dell’Europa, in modo particolare del contesto socio-culturale e degli atteggiamenti prevalenti nei giovani del nostro continente, si passa a riflettere sulla teologia della vocazione e sulla pastorale della vocazione. Fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo, se non le considerazioni che sono frutto di un discernimento al passo con i tempi.

La novità è data dal quarto capitolo: La Pedagogia della vocazione. In questi ultimi anni, proprio grazie alle esortazioni post-sinoidali sui laici, sui sacerdoti, sulla vita consacrata, abbiamo le idee un po’ più chiare a livello di teologia, di ecclesiologia delle vocazioni. Ciò che a volte ci manca è la capacità di tradurre queste verità teologiche in itinerari educativi. Il documento NVNE dedica il quarto capitolo proprio a questo desiderio di sollecitare a tradurre in atteggiamenti e itinerari educativi quelle verità, perché incidano profondamente nella vita dei giovani che incontriamo. Vorrei invitarvi a cogliere questo forte input che ci viene dal documento: l’attenzione antropologica e pedagogica di ogni nostro agire pastorale, in modo particolare del nostro agire vocazionale. Credo che questo sia anche l’anima che guida l’agire del Centro Nazionale Vocazioni in questi ultimi anni.

Il Centro Nazionale ha fatto la scelta di dare un volto nuovo al convegno di gennaio: un convegno non più solo di studio, ma sbilanciato sul versante antropologico e pedagogico. Tale nuovo orientamento è riassunto in quel “come” che accompagna la formulazione di ogni tematica del convegno: «Come annunciare l’amore verginale ai giovani», «Come educare i giovani nel nostro contesto socio-culturale», «come…». Noi ci giochiamo il futuro della nostra pastorale vocazionale sulla capacità di rispondere a quel come. Non si può fare pastorale vocazionale senza tener presenti i destinatari, il contesto socio-culturale in cui si è inseriti.

Dopo il Convegno Europeo, e su sua sollecitazione, la Conferenza Episcopale Italiana ha dedicato due assemblee generali ai giovani (novembre 1998; maggio 1999). Sono due assemblee staccate nel tempo, ma profondamente legate l’una all’altra. La prima si è occupata in modo particolare della pastorale giovanile, è ha raccolto le sue riflessioni nella nota pastorale Educare i giovani alla fede.Nell’assemblea di maggio del 1999 i vescovi Italiani si sono fermati a riflettere sulla pastorale vocazionale. Ed è venuta fuori la nota pastorale: Le Vocazioni al Ministero Ordinato e alla Vita Consacrata nelle nostre comunità cristiane. Naturalmente non ci è dato, di leggere l’una senza l’altra. Queste note pastorali sono il patrimonio della Chiesa, presentano ricchezza di riflessione, ma anche suggerimenti operativi abbastanza concreti che, a partire dal vissuto, rilanciano a livello nazionale esperienze ormai condivise in molte diocesi.

Chi è all’inizio nel cammino di animazione vocazionale e vuole dare un’impronta chiara, iniziando con qualche proposta da offrire ai giovani, trova lì, in quella nota pastorale alcune iniziative già in atto e già collaudate. Un salto, quindi, ma non un salto nel buio. Abbiamo una bussola abbastanza eloquente, abbastanza chiara che ci può orientare nel nostro cammino. Ma voi, non siete certamente qui solo per rubacchiare qualche ricetta da mettere subito in pratica, qualche consiglio semplicemente operativo, qualcosa che dia uno slancio, un dinamismo nuovo, rinnovato alla vostra attività. Nessuna animatrice vocazionale può esaurire il proprio impegno nelle attività esteriori, Se le iniziative, le attività, le programmazioni, i piani non si radicano nella vita, in una vita autenticamente vissuta nella fedeltà dinamica alla propria vocazione, rischiano di essere una buona propaganda, ma di non trovare dei testimoni credibili. Noi siamo portatori sani di un bene che siamo chiamati a donare agli altri, quasi per contagio. Si tratta di essere prima che annunciatori, prima che animatori, testimoni. Emerson, un filosofo americano, afferma: «Quello che tu sei grida così forte che mi impedisce di ascoltare quello che tu dici». È la vita. Ce lo ricordava già Paolo VI: «Il mondo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni. Non è possibile un’animazione vocazionale che non parta dalla testimonianza della vita.

Fatta questa necessaria premessa, compiamo il triplo salto vitale a cui è chiamata la pastorale vocazionale oggi, e – dentro la pastorale vocazionale della Chiesa Italiana e delle nostre Chiese locali – anche l’animazione vocazionale degli Istituti religiosi.

Primo salto vitale: passare dalla paura alla speranza

 Il Papa, iniziando la riflessione sulla esortazione post-sinodalePastores dabo vobis, al numero uno, quasi come chiave di ingresso per comprendere il contenuto della esortazione post-sinodale, dice: «Dinanzi al problema delle vocazioni, la prima risposta che la Chiesa è chiamata a dare è una grande fiducia nell’azione dello Spirito Santo». Non la paura, ma una grande fiducia, una grande certezza. Prima che noi parliamo, mentre noi stiamo parlando, quando noi, scoraggiati e delusi pieghiamo le vele in barca lo Spirito Santo è al lavoro e, quando meno ce lo aspettiamo, quel seme che noi abbiamo gettato, fiorisce. Come? Non lo sappiamo, perché forse dormiamo, o ci siamo dimenticati di quanto abbiamo seminato; ma il Signore accompagna la sua Parola, perché giunga a compimento. Il passaggio dalla paura alla speranza è vitale, necessario. Non siamo annunciatori di una eutanasia di un amore. Siamo annunciatori del Signore della vita, che è risorto e non muore più.

L’esortazione post-sinodale Vita Consecrata ci ricorda che la vita: consacrata è un bene della Chiesa e non verrà mai meno. Il Signore non smette mai di chiamare, neppure nei contesti che sembrano più refrattari all’annuncio vocazionale. Diceva Mons. Francesco Lambiasi al convegno di gennaio: «L’angoscia per le vocazioni ha provocato tanta angoscia e poche vocazioni». Il Papa al numero 29 della Novo millennio ineunte ci ricorda che non una formula ci salverà, ma una persona, Gesù Cristo, e la certezza che lui è con noi sempre. Non una formula, non una ricetta, non l’ultima trovata potrà salvare la vita delle nostre Congregazioni, della pastorale vocazionale in Italia, ma Gesù Cristo, e la certezza che egli, con la forza del suo santo Spirito, è sempre con noi. Non si può chiamare a una vita di consacrazione con la tristezza nel cuore, con la sfiducia, con il pensiero della morte imminente, del disfacimento. Dobbiamo essere un centro di vita, non di morte!

 Il secondo passaggio, estremamente vitale: passare dalle opere alla persona

Nei contenuti, la vocazione non può essere un «tema» da affrontare con delicatezza, con discrezione, da presentare senza tanta forza propositiva, per paura di turbare i nostri ragazzi. La vocazione da argomento occasionale deve diventare dimensione della pastorale ordinaria. Non a caso Gesù, quando ha chiamato, ha chiamato sempre nell’ordinarietà. Nel numero 29 del documento NVNE è detto chiaramente: «La pastorale vocazionale deve andare nei luoghi dove la gente, in un modo particolare i giovani, vivono». Le iniziative speciali, particolari, straordinarie, forti, non ci esonerano dal condividere il cammino quotidiano dei giovani. Il piano pastorale per le vocazioni della Chiesa Italiana, al numero 26, fa la seguente affermazione che può aiutarci a dare smalto nuovo e incisività profonda al nostro agire vocazionale: «La pastorale vocazionale non è qualcosa in più da fare, ma è l’anima stessa di ogni azione di ogni comunità cristiana». Che significa? Per esempio non posso immaginare di fare catechismo senza che la dimensione vocazionale attraversi il cammino di catechesi.

Tutti i catechismi della CEI alla quinta unità introducono nella comunità cristiana e presentano le varie vocazioni. Il catechista deve avvertire che il suo è un servizio alla scoperta del progetto di Dio nella vita di ogni ragazzo; non può limitarsi ad accompagnare il bambino alla prima confessione, alla prima comunione. Il catechismo non è finalizzato al sacramento. Allora ogni catechista deve partire da questa certezza: «A me sono affidati dei figli di Dio che devo aiutare a crescere nella consapevolezza di essere amati da Dio e di essere chiamati alla vocazione alla santità attraverso la scoperta e l’accoglienza della specifica vocazione». Del resto il numero 33 del Rinnovamento della Catechesi ci ricorda che il compito di chi fa la catechesi è aiutare ogni battezzato a scoprire e a vivere la propria vocazione nella Chiesa e nel mondo. E al numero 38 ci viene ricordata qual è la meta a cui dobbiamo guidare: amare come Gesù ha amato, pensare come Gesù ha pensato, agire come Gesù ha agito in comunione con il Padre e con lo Spirito Santo. Un cammino affascinante in cui è in gioco la vita. All’animatrice vocazionale spetta il compito di aiutare i catechisti, perché riscoprano la gioia di essere educatori nella fede che assume il volto concreto della vocazione che il Signore ci affida.

Anche l’anno liturgico, itinerario di fede, rappresenta un meraviglioso cammino vocazionale. L’ Avvento fa emergere le domande della vita e aiuta a prendere coscienza che l’esistenza ha una senso se è vissuta nella pienezza dell’amore. Segue il Natale: l’incontro con Cristo che si fa carne, chiede che anche noi diventiamo tempio santo in cui la parola di Dio possa nuovamente incarnarsi. Anche la Quaresima, ha una forte valenza vocazionale perché aiuta i giovani, gli adolescenti, gli adulti, a pensare alla propria vita con dei criteri non mondani, ma evangelici. Così la Pasqua, la vita nuova nel Cristo, nello Spirito Santo, ci ricorda che la vocazione non è una sistemazione, ma la disponibilità a lasciarsi continuamente interpellare e provocare. E infine, il Tempo Ordinario: la risposta a Dio nella realtà concreta, feriale della nostra vita. Vedete quanta ricchezza abbiamo? E noi pensiamo ancora di doverci ritagliare degli spazi per dire una parola sulla vocazione. Tutta la vita, non può che essere vocazionale.

Il Papa ci invita a creare una cultura vocazionale. Ciò significa parlare della vita come vocazione e presentare tutte le vocazioni, senza paura. Com’è straordinario allora l’impegno di una religiosa che sente la gioia di prestare il proprio tempo, la propria fatica, la propria generosità, nel Centro Diocesano Vocazioni, l’organismo della diocesi, che ha a cuore che tutte le vocazioni siano conosciute, stimate, amate, annunciate.

 Terzo passaggio: dall’iniziativa all’itinerario

Qui ci giochiamo la riuscita della pastorale vocazionale. Già il documento della Chiesa Italiana Evangelizzazione e Testimonianza della Carità ci aveva detto: «Non manchino mai nelle nostre Chiese locali dei progetti di pastorale giovanile attenti alla dimensione vocazionale». Progetti, non iniziative, itinerari, non incontri occasionali. In questi itinerari quali sono i punti fondamentali? La vita come dono. La risposta vocazionale. Dice il documento NVNE: «la risposta di una vita che si consacra gratuitamente al Signore nel servizio dei fratelli, nasce da un sentimento di profonda gratitudine». Quindi non deve mai mancare nei nostri itinerari una educazione alla virtù della gratitudine. Aiutare i giovani a leggere la propria vita con cuore pensante, per scoprire un Dio che ci segue passo dopo passo. Quanto è importante legare i frammenti della nostra vita e non fame una matassa!

Poi, il riferimento a Cristo. La pastorale vocazionale si radica nell’incontro con Cristo. Il Papa, a Santiago di Compostela, fece un meraviglioso discorso vocazionale e si introdusse con questa domanda: «Giovane, hai scelto Cristo Via, Verità e Vita?». E spiegò le diverse vocazioni, alla vita consacrata, alla vita claustrale, alla vita sacerdotale e matrimoniale. Questo è l’obiettivo prioritario. L’incontro con Cristo è l’elemento fondamentale in ogni itinerario di educazione alla fede, aperto alla dimensione vocazionale.

Altro salto di qualità: dai pochi a tutti

L’attuale Pontefice, nel suo primo messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, del 1980, diceva: «Voi chiamate, il Signore fa il resto, ma dovete chiamare». Dovete chiamare, quanto è importante! Un annuncio rivolto a tutti. Ditemi: voi, animatrici vocazionali, avreste mai fatto la proposta vocazionale a un certo Saulo di Tarso che andava in giro ammazzando i cristiani? No, invece Gesù l’ha chiamato. Allora non mettere tanti filtri tra la proposta vocazionale e il destinatario. Tu semina e basta. Perché nella Chiesa c’è chi semina, c’è chi irriga, c’è chi ara, c’è chi raccoglie. Tu semina e basta. Ti troverai a raccogliere ciò che non hai seminato, altri raccoglieranno ciò che tu hai seminato. Questa è la bellezza, la gioia di vivere nella Chiesa.

E, infine, dalla delega alla corresponsabilità nei confronti di tutti, specialmente all’interno della comunità parrocchiale e diocesana. Quale conclusione? La affido a una frase di un prete che ha consumato la sua vita con i giovani e che vi consegno come piccolo programma di vita. Diceva, con brevissime parole, così: «Se tu, animatrice vocazionale, rallenti, essi, i giovani, si fermano. Se tu ti scoraggi, essi desistono. Se tu ti siedi, essi si coricano. Se tu dubiti, essi disperano. Se tu critichi, essi demoliscono. Se tu li precedi, essi ti oltrepasseranno. Se dai la mano, essi daranno la vita. Se tu preghi, allora essi diventeranno santi».

articolo tratto dal supplemento n. 2 del 2003 di Consacrazione e Servizio

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