ANNO DELLA VITA CONSACRATA: addio a suor Nirmala che voleva solo «servire Cristo nei poveri»

Pubblicato: 24 giugno 2015 in Uncategorized

Raccolse l’eredità di madre Teresa

cons nirmala

Suor Nirmala Joshi, dal 1997 al 2009 superiora della Congregazione delle Missionarie della Carità fondato da Madre Teresa di Calcutta, è morta oggi a Kolkata (West Bengala indiano) all’età di 81 anni a causa di una salute in deterioramento e di complicazioni cardiache.

Da oltre cinque anni ritirata in un convento della città dopo aver passato il testimone all’attuale superiora, la tedesca Mary Prema Pierick, suor Nirmala era salita ai vertici dell’Ordine per volere della stessa Madre Teresa che l’aveva formata portandola con sé in viaggio attorno al mondo.

Per rispetto della fondatrice, aveva chiesto a tutti di non chiamarla ‘madre’, ma semplicemente ‘suora’. A chi le domandava quale fosse il suo ruolo, la superiora rispondeva: null’altro che una “Missionaria della Carità”.

 Il mondo ha conosciuto suor Nirmala per un piccolo gesto di tenerezza durante il funerale di madre Teresa a Calcutta, quando le carezzò il viso per l’ultima volta e poi congiunse le proprie mani nel segno della preghiera. Il mondo l’ha conosciuta quando l’ha vista camminare, da sola, qualche metro dietro il corpo della «sua» Teresa, lungo le strade di Calcutta piene di donne e uomini, non cristiani, accorsi per dire grazie a chi per loro era stata una madre.

Suor Mary Nirmala Joshi ― morta a Calcutta il 23 giugno, a ottantuno anni ― è stata per dodici anni, dal 13 marzo 1997 al 25 marzo 2009, la superiora generale delle Missionarie della Carità, la congregazione fondata nel 1950 da madre Teresa. «Se Dio ha potuto trovare qualcuno piccolo come me, allora vuol dire che può trovare qualcuno ancora più piccolo» disse madre Teresa a chi le chiedeva chi fosse suor Nirmala, il cui nome nella lingua del Bengala significa «purezza». Nel capitolo generale le suore non tennero conto che la nuova superiora aveva contratto una forma inguaribile di malaria endemica e che avrebbe sempre sofferto di febbri altissime. Proprio la malattia, ebbe a confidare Nirmala, «era la risposta al pensiero dominante con le sue esagerate esigenze di presunte perfezioni».

Non voleva essere chiamata «madre», come le sarebbe spettato. E te lo spiegava così: «Riconosco solo tre madri: la Vergine Maria, la mia mamma naturale e Teresa». Con lei, poi, era impossibile imbattersi in ragionamenti lunghi e complicati: era di poche, essenziali, parole. Di più, sembrava quasi che le parole non le fossero necessarie e così le usava bruscamente, come se fosse costretta. Ma la sua era sempre una voce freschissima, da ragazzina. Questo suo stile scabro non aveva però nulla a che fare con la paura. Lo si vide bene alla vigilia del funerale di madre Teresa, quando un’«orda» di giornalisti invase la casa madre della congregazione per strapparle una dichiarazione sulle entrate economiche e sulle posizioni riguardo ad aborto e contraccezione. Nirmala non si scompose e rispose con fermezza, spiazzando l’arroganza dei suoi interlocutori: «Continueremo a servire Gesù nei poveri e ad adorarLo nell’Eucaristia, niente cambierà. Madre Teresa continuerà a pregare per noi, a essere con noi. L’aborto resta un omicidio ed è contro Dio». E si congedò consegnando a ogni giornalista una medaglietta della Madonna con l’invito schietto, semplice, materno: «Pregate».

Quando la costringevi a parlare di sé, teneva tra le dita una piccola matita consumata: quasi ci giocava per vincere la timidezza. In un’epoca di «realtà virtuali», quella matita assurgeva quasi a simbolo della concretissima «rete» di carità accesa da madre Teresa. Già al primo incontro era come se la conoscessi da sempre: sorella, mamma «sempre accanto anche a mille chilometri di distanza!». Ti guardava negli occhi e ti stringeva le mani, come se al mondo ci fossi soltanto tu. Ti «riconosceva», anche se non ti aveva mai visto prima. Andava sempre dritta all’essenziale e quando ti assicurava che saresti rimasto nelle sue preghiere, eri certo che sarebbe stato così. Per sempre. Tanto che volle visitare la redazione dell’«Osservatore Romano», il 7 maggio 1998, espressamente «per conoscere le donne e gli uomini che facevano il giornale del Papa così da poter pregare ancora meglio e ancor di più per loro». Era il suo modo di essere. Come ebbe a confermare frère Roger di Taizé: quando fu lui a venire in redazione, un anno dopo, informato della visita di suor Nirmala, confidò che avrebbe voluto «avere la capacità di pregare di quella piccola donna che Gesù ha chiamato da lontano, da una famiglia neppure cristiana».

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