Archivio per luglio, 2015

LA FORMAZIONE DEL CUORE

di + Fr. José Rodriguez Carballo, ofm Arcivescovo Segretario IVCSVA

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CHE COS’È LA FORMAZIONE?

Formare: prendere forma, non quella del formatore (sarebbe dipendenza), nemmeno quella del/della Fondatore/trice (sarebbe fare “archeologia”), ma quella di Cristo, assimilando i suoi sentimenti verso il Padre (cf. Fil 2, 5) (cf. VC 65) attraverso un processo educativo/formativo continuo/permanente, che dura tutta la vita e comprende la totalità della persona.

Assimilare i sentimenti: cioè formare il cuore di Cristo in noi fino a pensare, giudicare e ragionare al modo di Gesù. In questo caso, formarsi è partecipare alla vita del Figlio, fino a giungere ad essere “esegesi” vivente del Vangelo (cf. Benedetto XVI, Verbum Domini 83); o, meglio ancora, “esegesi vivente” di Gesù stesso, fino a diventare “alter Christus”, riproducendo la sua vita povera, obbediente e vergine. Formarsi significa, quindi, partecipare del pensiero di Dio, partecipare alla vita filiale, assumendo in tutto quella umanità, che è la nostra dopo il peccato, per farla risplendere della filiazione divina, che è la nostra dopo il battesimo.

Formarsi, allora, vuol dire vivere con lui e per lui, conformarsi al Signore Gesù e alla sua oblazione totale (cf. VC 65). È lui il centro di ogni processo formativo, la forma che ogni persona in formazione (permanente e iniziale) è chiamata a riprodurre.

Formarsi è sentire come Gesù per agire come Gesù, assumere la sua sensibilità. Formarsi, configurarsi con Cristo, fino a poter dire con Paolo: “non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Formarsi è, dunque, accogliere “l’azione del Padre che, mediante lo Spirito, plasma nel cuore dei giovani e delle giovani i sentimenti del Figlio” (VC 66); è partecipare alla vita trinitaria (cf. 2Pt 1, 3-4), con tutto quello che questa vita comporta di comunione tra le tre Persone divine, e di pluralità, nella loro diversità. Dio è comunione delle Tre Persone in relazione. In questo senso, il processo formativo deve tendere alla comunione con Dio e con gli altri, rispettando la singolarità della persona. Ciò che ci fa diversi è il modo concreto di essere dono gli uni per gli altri, ma al tempo stesso il processo formativo deve portarci a scoprire che uno e unico è il dono della vita trinitaria che si comunica all’altro e a noi stessi. In questo senso la formazione deve favorire lo sviluppo di una “identità” in “uscita”, nel farsi dono e nel realizzarsi in questo farsi dono; deve portare ad avvertire maggiormente la propria “identità” come “persona” (essere in relazione) e la propria “originalità” nella libertà di amare e di servire. Nel vivere come figli e come fratelli parteciperemo pienamente alla vita divina e la riveleremo pienamente a quanti incontreremo nel nostro cammino. In questo modo, formarsi è lasciarsi abitare interamente dalla presenza dello Spirito, “dalla testa ai piedi”. È lui che trasforma la nostra umanità toccata dal peccato e caratterizzata dall’individualismo che ci separa da Dio e dagli altri, e la converte in “epifania” della vita divina, rendendoci figli e fratelli.

MEDIAZIONI FORMATIVE

Chiarito il concetto di formazione come processo che dura tutta la vita e ci porta a partecipare alla vita del Figlio e della stessa Trinità santissima, possiamo ora parlare delle mediazioni formative. Mi limito a segnalarne quattro.

1.- La vita. Se in ogni processo formativo si tratta di formare per la vita, è la stessa vita nella sua quotidianità la prima mediazione formativa. In questo senso niente di ciò che forma parte della nostra esistenza può considerarsi marginale nella formazione. Gesù ha formato i suoi discepoli a partire dalla vita. Senza questo riferimento constante alla vita, la formazione corre il rischio di convertirsi in meramente “accademica”, teorica, causando un divorzio tra ciò che si apprende e ciò che si vive, tra quello che uno è o fa e quello che uno dice. Questo era il grave problema dei farisei, la “doppia vita”, per cui Gesù disse: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere” (Mt 23,2-3).

2.- L’accompagnamento. Perché la vita ci formi è necessario lasciarsi accompagnare. Non è possibile una formazione alla sequela di Cristo senza un accompagnamento che oggettivizzi il cammino che si sta facendo e ci obblighi a confrontarlo costantemente con il Vangelo.

Accompagnare significa condividere il pane (cum panio): il pane della propria fede, il pane della propria vocazione/missione, il pane della propria debolezza, il pane della propria gioia… Il/la formatore/trice non è chiamato a presentarsi come l’uomo o la donna “perfetti”, ma come persona autentica. È a partire dall’autenticità e solo da essa che uno può accompagnare un processo di formazione, è solo lasciandosi accompagnare che uno può accompagnare.

L’accompagnamento richiede al formatore, primo accompagnatore delle persone in formazione, quanto segue: • Vicinanza. Non c’è accompagnamento a distanza, non c’è accompagnamento virtuale.

• “Sapienza” per “provocare” processi di crescita, ed “esperienza” per interpretare ciò che la persona accompagnata vive nel suo cuore (cf. Lc. 24, 17ss).

• Gioia e allegria nel vivere la propria vocazione, perché così potrà trasmettere la bellezza della sequela di Cristo nel proprio carisma (cf. VC 66). In questo contesto conviene ricordare che il metodo formativo per eccellenza è il “contagio”.

• Essere esperto “nel cammino della ricerca di Dio, per essere in grado di accompagnare anche altri in questo itinerario” (VC 66).

• “Passione”, essere centrato in Cristo, come il primo e unico amore (cf. Os 2, 9).

• Essere uomo/donna di speranza, per trasmettere speranza; una speranza che non si basa sui numeri o sulle opere, ma nella “sicurezza” che ci viene dal sapere “di chi ci siamo fidati” (2Tm 1, 12), di colui al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,37).

• Molta umiltà per ascoltare e agire come se tutto dipendesse da lui, sapendo che il vero accompagnatore/formatore/educatore è il Signore e che protagonista della formazione è la stessa persona in formazione, responsabile di assumere e interiorizzare i valori cristiani e carismatici propri. Una preparazione adeguata nelle scienze umane “che possano essere di aiuto sia nel discernimento vocazionale, sia nella formazione dell’uomo nuovo, perché divenga autenticamente libero” (VC 66).

• Assicurare il suo servizio in “una grande sintonia con il cammino di tutta la Chiesa” (VC 66).

• Dedicare il meglio del suo tempo al colloquio personale, “strumento precipuo di formazione”, “da tenersi con regolarità e con una certa frequenza” (VC 66).

• E tutto questo in un clima di fiducia, di libertà e di responsabilità, in cui la persona sia capace di autonomia e di iniziativa personale.

3.- La fraternità formativa. Se la vita consacrata riconosce nella vita fraterna in comunità uno dei suoi elementi fondamentali, una mediazione importante nella formazione è la stessa vita fraterna in comune (cf. VC 67). Il formatore deve sempre ricordare che la formazione è un’opera in équipe, per cui deve favorire l’integrazione di tutti i membri della fraternità formativa nell’opera della formazione. I formandi non sono “proprietà” sua, sono del Signore, sono per la comunità. È importante che il formatore sia ponte tra i formandi e la fraternità che li accoglie, evitando così il “doppio magistero”, profondamente nocivo per la formazione.

Una fraternità è formativa se i suoi membri:

• Si sentono in cammino e in formazione permanente e continua.

• Vivono i conflitti in chiave formativa. Per questo, non li evitano, e tanto meno li nascondono, ma li gestiscono in modo tale che servano da purificazione e crescita nella sequela di Gesù.

• Vivono i valori umani della cortesia fraterna, della gioia e allegria, della compassione, della fiducia, del rispetto reciproco, della correzione fraterna… con naturalezza.

• Celebrano la loro fede con la celebrazione dell’Eucaristia, la lettura orante della Parola, la Liturgia delle Ore, il sacramento della Riconciliazione, la preghiera personale…

• Intendono la vita fraterna come uno “spazio teologale in cui si può sperimentare la mistica presenza del Signore risorto (cf. Mt 18, 20)”, prima che come strumento per una determinata missione; vita “condivisa nell’amore”; una vita fraterna vissuta nella “disponibilità al servizio senza risparmio di energie”, pronta ad “accogliere l’altro così com’è senza «giudicarlo» (cf. Mt 7, 1-2”, con la capacità di “perdonare anche «settanta volte sette» (Mt 18, 22)” (VC 42). • Sono capaci di elaborare insieme il progetto di vita e missione della propria fraternità.

• Si sentono in missione permanente, con la loro vita e il loro operare; in “uscita” alla periferie esistenziali e a quelle del pensiero.

• Si sentono chiamati a stare con Gesù, convocati a vivere insieme, dalla “mistica dell’incontro”, la sequela di Gesù Cristo, e inviati a “risvegliare il mondo” come profeti.

Sono personalmente convinto che quanto più internazionali/multiculturali ed eterogenee siano le fraternità, se questa diversità è gestita in modo adeguato, tanto più saranno formative.

4.- La missione. Conviene ricordare che non è la Chiesa, e con essa – di conseguenza – la vita consacrata, che fanno la missione, ma è la missione a fare l’una e l’altra, a condizione che la missione sia partecipazione della “missio Dei”. Nel caso della vita consacrata, questa stessa si fa missione vivendo il Vangelo come “regola” suprema.

In qualunque caso, la missione chiede ai consacrati di “uscire da se stessi” per andare alle “periferie esistenziali”, dove li aspettano “persone che hanno perduto ogni speranza, famiglie in difficoltà, bambini abbandonati, giovani ai quali è precluso ogni futuro, ammalati e vecchi abbandonati, ricchi sazi di beni e con il vuoto nel cuore, uomini e donne in cerca del senso della vita, assetati di divino” (Papa Francesco, Lettera Apostolica ai Consacrati II, 4). I consacrati non possono cedere alla tentazione di ripiegarsi su se stessi, restando prigionieri dei loro problemi. La vita consacrata, come la vita della Chiesa, deve essere una vita in “uscita”.

È fondamentale che fin dai primi anni della formazione iniziale i candidati e i giovani religiosi partecipino alla missione del loro Istituto, in maniera adeguata al momento formativo che stanno vivendo, in modo tale che la missione non ostacoli il vivere gli altri valori fondamentali della vita consacrata. È anche fondamentale che la missione sia sempre animata da una forte vita di orazione personale e comunitaria, e si compia come fraternità e per invio della fraternità. Solo così la missione sarà formativa e feconda.

URGENZE FORMATIVE

Numerose sono le sfide e le urgenze che oggi si pongono alla vita consacrata nel campo dela formazione. Ecco alcune di queste sfide e di queste urgenze.

a) Se la vita consacrata suppone una chiamata, una vocazione (cf. Gv 15, 16), il primo passo nella formazione è il discernimento per riconoscere la presenza o no di questa chiamata. Tenendo presente che la vita consacrata non è per tutti, né tutti sono per la vita consacrata, il formatore deve aiutare il giovane a scoprire, attraverso dei segni positivi (non è sufficiente l’assenza di segni negativi) la chiamata del Signore alla vita consacrata o no. In questo cammino, che richiede di entrare nella logica del Signore e non degli uomini, ricordiamo l’elezione di Davide, il formatore non può lasciarsi condizionare dalla tentazione del numero o dell’efficienza (cf. CIVCSVA, Ripartire da Cristo, 18). Nel discernimento occorre tener presente che la psicologia può essere di aiuto in questo non facile compito, ma non può mai supplire all’accompagnamento spirituale, per il quale si richiede che il formatore sia “esperto nel cammino della ricerca di Dio” (VC 66).

b) Se Gesù è il centro della vita consacrata, la sua unica ragione di essere e di operare, tutto il processo formativo, permanente e iniziale, deve favorire l’incontro personale con Gesù. Egli è l’unico che può formare il cuore; l’unico che appassiona, infiammando il cuore con la sua parola; l’unico che può mantenere i consacrati nelle periferie esistenziali senza “bruciarsi”. Tutto questo esige una forte spiritualità, fondata sulla Parola di Dio, sulla liturgia, sull’orazione personale, su una vita sacramentale adeguata a questi momenti delicati e difficili (cf. VC 13). Esige una spiritualità apostolica, una spiritualità unificata, che ci renda “figli del cielo e figli della terra”; una spiritualità in tensione dinamica, che ci faccia “mistici e profeti”; una spiritualità di presenza, che ci faccia “discepoli e missionari”. Noi consacrati dobbiamo prendere coscienza che “quanto più si vive di Cristo, tanto meglio lo si può servire negli altri, spingendosi fino agli avamposti della missione e assumendo i più grandi rischi” (VC 76).

c) Dato che la vita consacrata è un dono di Dio alla sua Chiesa, essa deve camminare in profonda comunione con la Chiesa, con tutto ciò che questo comporta: “pronta obbedienza ai Pastori, specialmente al Romano Pontefice” e “partecipazione piena alla vita ecclesiale in tutte le sue dimensioni”. Il tutto senza venir meno alla dimensione profetica, che non può mancare nella vita consacrata, con tutto quello che essa comporta: chiamata, denuncia, annuncio e intercessione. Il consacrato, in quanto profeta, è chiamato ad accogliere la Parola del Signore nel dialogo della preghiera e a proclamarla “con la vita, con la parola e con le labbra e con i gesti”, facendosi “portavoce di Dio contro il male ed il peccato” (VC 84). Solo a partire dalla comunione e dalla profezia la vita consacrata potrà collaborare alla crescita della Chiesa “in profondità e in estensione” (VC 46). La dimensione ecclesiale della vita consacrata va messa in evidenza durante tutto il processo formativo.

d) Considerato che la vita consacrata nella maggioranza delle sue manifestazioni assume come elemento irrinunciabile la vita fraterna in comunità, è urgente formarci/formare a una vita fraterna in comunità che sia umana e umanizzante, che ci permetta di essere più uomini e più donne; una vita fraterna in comunità in cui si viva un clima di libertà evangelica e di responsabilità; una vita fraterna caratterizzata dalla discrezione e dal rispetto dell’altro nella sua realtà personale e che renda possibile una comunicazione profonda di ciò che uno fa, di ciò che uno pensa e di ciò che uno sente; una vita fraterna in cui ciascuno si senta dono del Signore per l’altro, e la si viva secondo la logica del dono; una vita fraterna esperta in comunione, in cui la legge della comunione regoli le relazioni interpersonali (cf. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 43); una vita fraterna che uscendo dal suo “nido” si apra agli altri.

e) Dato che la vita consacrata vuole essere tutta per il Signore e, a causa del Signore e da lui, tutta per gli altri, la formazione deve curare la “passione” per il Signore e la “passione” per l’umanità, specialmente per i più poveri. In questo contesto di “passione” mi sembra importante segnalare, come elemento fondamentale da tener presente in tutto il processo formativo, la formazione dell’affettività, in modo che il consacrato, sentendosi amato, si senta a sua volta chiamato ad amare, come sua vocazione principale; e, amando la sua vocazione, ami sempre secondo le esigenze di questa vocazione. All’affettività in tutte le sue manifestazione, e non solo quella sessuale, va prestata grande attenzione, tenendo conto che molti problemi (per non dire la maggior parte) nella vita fraterna provengono da una affettività “ferita”, ben lontana dall’essere matura.

f) Dato che la missione è, come nel caso della Chiesa, “la grazia e la vocazione” propria della vita consacrata (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 14), ed è la missione ciò che fa la vita consacrata, la formazione deve preparare per la missione propria dell’Istituto, in modo tale che, fin dai primi anni della formazione, i candidati e i formandi si lascino sedurre dai claustri dimenticati, i claustri inumani in cui la bellezza e la dignità della persona sono continuamente macchiate, e lungo tutto il processo formativo, iniziale e permanente, candidati e consacrati allarghiamo lo spazio della nostra tenda (cf. Is 54, 2), per fare nostre le gioie e le tristezze dei più poveri e di coloro che soffrono. La formazione deve preparare i consacrati ad essere portatori di speranza ai vicini e ai lontani, non come padroni della verità, ma come umili servi di un messaggio che abbiamo ricevuto gratuitamente e che gratuitamente dobbiamo dare (cf. Gal 3, 18).

g) Chiamati a evangelizzare la cultura e ad andare alle “periferie del pensiero”, i consacrati devono coltivare “un rinnovato amore per l’impegno culturale”, la “dedizione allo studio come mezzo per la formazione integrale e come percorso ascetico”. Così come l’“intelettualismo astratto” può portare i consacrati a sentirsi prigionieri nelle reti di un “narcisismo soffocante”, non coltivare lo studio potrebbe generale nel consacrato “un senso di emarginazione e di inferiorità” e una pericolosa superficialità e leggerezza nelle iniziative pastorali e di evangelizzazione che le renderebbero inutili alla nobile causa del dialogo con la cultura attuale e della sua necessaria evangelizzazione. Al contrario, lo studio, come “espressione del mai appagato desiderio di conoscere sempre più profondamente Dio […], è sprone al dialogo e alla condivisione, è formazione alla capacità di giudizio, è stimolo alla contemplazione e alla preghiera, nella continua ricerca di Dio e della sua azione nella complessa realtà del mondo contemporaneo” (cf. VC 98).

Molte altre urgenze potrebbero essere segnalate. Bastino queste per mostrare la complessità di un lavoro formativo confacente alla significatività evangelica che la Chiesa e il mondo chiedono alla vita consacrata.

CONCLUDENDO

Davanti alla tentazione dello scoraggiamento, della stanchezza e della delusione a causa delle esigenze attuali della formazione e degli scarsi risultati che si conseguono, dalla mia esperienza di formatore durante molti anni non esito a dire a tutti i formatori: Non abbiate paura. Amate con “passione” il Signore e i vostri formandi, vivete la logica del dono e sappiate che il Signore vi assicura: Non abbiate paura, perché io sono con voi per proteggervi (cf. Ger 1, 8).

buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 31 luglio 2015 in Uncategorized

31 luglio 2015-Venerdì-S. Ignazio di Loyola (m)
Liturgia: Lv 23,1,4-11,15-16,27,34b-37; Sal 80; Mt 13,54-58

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Buongiorno sono il sole…c’è qualcosa che non mi torna bellezze… Gesù ormai è troppo famoso, tante persone, tantissime, gli si fanno accanto per trovare ristoro e guarigione, tante altre lo cercano per stare con lui ad ascoltarlo e, alla sua scuola, cambiare vita, a parte qualche antipaticino degli scribi e dei farisei che lo vogliono far fuori per motivi di supremazia religiosa, il resto è tutto dalla sua parte…eppure, quelli del suo paese fanno storie… io non mi spiego ciò che succede oggi, c’è una serie di punti interrogativi, ben 6, che si susseguono incalzanti, li sparano a raffica per arrivare a constatare che Gesù ERA PER LORO MOTIVO DI SCANDALO…per i suoi concittadini, capite?
Siamo stati abituati a vedere che ogni volta che Gesù si muove viene preceduto da una folla immensa che non gli dà tregua, che non lo fa nè mangiare, nè riposare, ormai Gesù è troppo noto e, ai giorni nostri, certe trasmissioni tipo LAVITAINDIRETTA, piazzerebbero enormi telecamere in casa del VIP del momento e i paesani farebbero a gara per dire, quelloèamicomio…qui no! i concittadini, i cugini e i parenti hanno dei blocchi mentali che non si capisce… ma Gesù è un Signore per davvero, RISPETTA LA LORO INCREDULITA’  e invece di fare MOLTI prodigi ne fa solo ALCUNI.
Amici belli, Gesù continuamente ritorna nella sua ‘patria’…la sua patria è il nostro cuore che Lui ha scelto incarnadosi e assumendone tutta la ricchezza e tutta la povertà… Ora sta a noi accoglierlo o rimanere increduli scandalizzandoci, Lui si aspetta di essere accolto come la parte più bella di noi stessi… COME ACCOGLIAMO GESU’ NELLA NOSTRA PATRIA?
ciao belli!
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VANGELO (Mt 13,54-58)
Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Parola del Signore.

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VITA CONSACRATA – È stato un frate “semplice e gioioso”, che frequentava la casa di famiglia durante le vacanze, a farlo innamorare della vita francescana. Ma l’esempio da seguire è arrivato dal nonno Pepe, di cui porta il nome, rimasto vedovo assai giovane e con quattro figli da crescere. Era un contadino della Galizia che ripeteva ai nipoti: “La parola è come un testamento: prima di pronunciarla si pensa, pronunciata si compie”. Per monsignor José Rodríguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, la vocazione è nata in famiglia: “Ricordo il giorno in cui scrissi ai miei genitori da Gerusalemme per informarli della professione solenne. Mia madre rispose: ‘Figlio, siamo felici che diventi frate ma se vedi che il Signore non ti chiama a quella vita torna. Sarai accolto con amore’. Questo senso di libertà mi ha accompagnato per sempre”. Incontriamo l’arcivescovo mentre è in piena attività per l’organizzazione di uno degli eventi più attesi dell’Anno della vita consacrata: l’incontro mondiale per giovani consacrati e consacrate in programma a Roma dal 15 al 19 settembre.

La Santa Sede si mette in ascolto dei giovani che scelgono la vita religiosa?

“Quando abbiamo iniziato a programmare gli eventi per l’Anno della vita consacrata, i giovani sono stati il primo pensiero: non perché siano il futuro della vita consacrata ma perché sono il presente. Parleremo di temi fondamentali quali la consacrazione, la vita fraterna e la missione. I giovani saranno chiamati a raccontare gioie e speranze. Ne attendiamo almeno 5mila da tutto il mondo”.

Eppure ci sono difficoltà per un giovane che sceglie di consacrarsi…

“L’impegno fino alla morte, il ‘per sempre’, non è facile da comprendere. La famiglia è la prima realtà a soffrire di questa cultura della temporaneità. Bisogna capire che la vocazione alla vita consacrata esige una risposta incondizionata e definitiva. C’è poi una difficoltà generazionale. In tante comunità e istituti la piramide dell’età è rovesciata: pochi giovani e tanti anziani. Ma la Chiesa oggi chiede una fedeltà creativa, e questo non è possibile senza l’esperienza e la memoria degli anziani e la novità dei giovani. È necessario un dialogo esistenziale tra gli uni e gli altri”.

Chi sceglie la vita consacrata deve anche ridefinire le priorità…

“A volte non ci si basa sugli elementi fondamentali della vita consacrata ma su aspetti minori. Si confonde l’essenziale con il secondario. All’inizio tutto è essenziale ma con il passare del tempo il rischio è che tutto diventi secondario. La sfida è rafforzare un’identità che trovi la sua unità negli elementi essenziali della vita consacrata: voti, fraternità e missione. È necessaria profonda unità su questi punti e libertà sul resto”.

Papa Francesco affida ai consacrati il compito di “svegliare il mondo”. Che ruolo hanno i giovani?

“La maggioranza dei consacrati, in particolare i giovani, vive la vocazione con gioia. Non dimentichiamo quello che amava ripetere Papa Benedetto XVI: ‘Un albero che cade fa più rumore di tutto un bosco che cresce’. C’è peccato e c’è infedeltà nella vita consacrata, anche tra i giovani. Ci sono abbandoni. Però guardiamo a quelli che si mantengono in piedi, che hanno grande generosità nel donarsi, che amano il rischio di portare il Vangelo nelle periferie più periferiche. I giovani consacrati oggi, anche se sono inferiori di numero, non hanno meno significatività evangelica”.

Dunque c’è speranza per il futuro?
“Questo è il momento della speranza. Non parlo di ottimismo perché le nostre forze come consacrati diminuiscono, dobbiamo lasciare presenze significative e opere portate avanti con sacrificio. Ma l’ottimismo non è una virtù evangelica mentre la speranza si fonda in Colui per il quale nulla è impossibile. I motivi per sperare ci sono. Basta osservare il numero di canonizzazioni o i martiri della Chiesa: tantissimi sono consacrati. E poi tanti consacrati abitano le periferie esistenziali. Se guardiamo ai giovani, dunque, c’è speranza: loro sono coraggiosi testimoni della sequela di Cristo”.

Spesso si parla della vita religiosa come rifugio dal mondo…

“Dobbiamo essere attenti. La tentazione c’è, non si può negare. Per questo occorre discernimento e grande vigilanza delle motivazioni vocazionali. È un compito a cui siamo chiamati sia nei Paesi ricchi che in quelli poveri, perché le tentazioni sono universali. Tanti giovani e adulti che si avvicinano alla vita consacrata, però, sentono una vera chiamata. Umanamente parlando la loro vita è risolta: hanno una professione, studi qualificati, posti di lavoro importanti. Eppure lasciano tutto per seguire Cristo. È indicativo che tante comunità monastiche di vita di clausura abbiano vocazioni di giovani che vengono da università e contesti sociali agiati”.

Cosa si attende la Chiesa dai consacrati?

“Che abbiano passione per l’umanità, soprattutto per i più poveri, i sofferenti e gli emarginati. Quelli che non contano e che Papa Francesco mette invece al primo posto parlando di ‘cultura dello scarto’. Gratitudine, passione e speranza sono le tre sfide per i consacrati. Se aggiungiamo due parole, Vangelo e profezia, abbiamo una cornice completa di quello che gli uomini e le donne si attendono dai consacrati del terzo millennio”.

buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 28 luglio 2015 in Uncategorized

28 luglio 2015-Martedì
Liturgia: Es 33,7-11; 34,5-9,28; Sal 102; Mt 13,36-43

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VANGELO (Mt 13,36-43)
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

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Buongiorno sono il sole… oggi ricomparo su Lecco, le nuvole mi fanno compagnia e faccio un po’ fatica a farmi vedere… è un po’ come il Vangelo di oggi che Gesù ha spiegato entrando in una delle case dei suoi amici. In questi giorni ha raccontato e riraccontato, manco fosse un agronomo a lezione di agraria, del seme, dei semi che il contadino butta ovunque con generosità, poi ha parlato del seminino di senapa che diventa alberone, ma sabato, mentre noi si festeggiava San Giacomo ha raccontato di come un seme cresce paragonando il Regno dei cieli a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo… siccome non è vero che ‘tutto il male vien per nuocere’ di notte il male ha nuociuto e ha seminato zizzania, quella famosa zizzania che divide, che porta inquietudine, che uccide le relazioni, che ci fa vedere nell’altro solo le cose che non vanno, quel pelino nell’uovo che lo vedi solo se vuoi distruggere.. ma nella sua lezione di agraria fa e dice una cosa fuori dal programma ministeriale, il quale suggerirebbe di arrivare alla mietitura ripulendo il campo dalla zizzania, da quell’erba malata che fa solo danno e soffoca, no, lui brillante agricoltore dalle sorprese inaudite permette alla zizzania di crescere, permette che nel nostro cuore crescano bene e male insieme per poi mietere meglio e se Dio pazienta perchè non pazientare? Chiede di pazientare e sperare finchè sarà più chiaro e più sicuro discernere e distinguere.

Oggi, dunque, ci ritroviamo in questa casa di amici dove Gesù ribadisce il concetto per tutti coloro che non hanno capito, si rivolge, soprattutto, a tutti coloro che godono di una particolare amicizia con Lui, a coloro per i quali dice: CHI HA ORECCHI ASCOLTI…per noi che abbiamo imparato la vera OBBEDIENZA, per noi che sentiamo e desideriamo vivere una vita di maggiore vicinanza con il Signore… quindi siamo disposti a un passetto in più nella nostra vita di bellezza? siamo disposti essere ancora più capaci di un ascolto che conformi la nostra vita alle esigenze forti del Regno e non a un modo di sentirsi privilegiati e abilitati a giudicare gli altri? Se la risposta è sì, la prima esigenza è questa: COLUI CHE SEMINA IL BUON SEME E’ IL FIGLIO DELL’UOMO…il resto compete a noi ma solo se ci allineiamo con il discernimento e il giudizio di Dio ed è solo e soltanto GRAZIA.

Il Signore ci insegni ad entrare nella sua logica, a mettere i piedi dove li mette Lui nel buon campo di Dio, ci insegni a pazientare al ritmo della sua pazienza, la stessa pazienza che usa Lui per guidare e accompagnare l’umanità. Ciao belli!

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La nostra storia

La Congregazione delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore ebbe la sua origine a Città di Castello (Perugia) il 9 agosto 1915, per opera del beato Carlo Liviero, Vescovo della stessa Diocesi.
La fondazione, concepita per divina ispirazione e fermentata dalla carità di Cristo, aveva lo scopo preciso di esercitare il più autentico amore cristiano, in particolare, data la necessità del momento, verso i figli dei combattenti e gli orfani.

L’anno successivo, 1916, Benedetto XV approvava la nascita del nuovo Istituto.
Le prime giovani, desiderose di donare la propria vita a Dio prendendosi cura dei piccoli, furono affidate, per la loro formazione, a Madre Geltrude Billi, delle Oblate Salesiane. Donna energica e determinata, religiosa molto colta e pia che lavorò con zelo per l’incremento della Congregazione di cui divenne Confondatrice.

Nei disegni della Provvidenza, il primo gruppo di ragazze, votate interamente ad una missione di carità, attirò altre, tanto che il numero dei membri della appena nata famiglia religiosa andò sempre più aumentando. Ben presto furono aperte le prime case filiali in Diocesi e in varie parti d’Italia.
Secondo la visione apostolica del vescovo Liviero, che aveva allargato il campo d’azione a diverse forme di cristiana carità, le Suore si dedicarono anche all’insegnamento, soprattutto nelle scuole dell’infanzia e primaria, alle varie opere parrocchiali e all’assistenza dei malati e degli anziani.

Dopo la morte del Fondatore, avvenuta nel 1932, il 17 maggio 1938 l’Istituto, in considerazione del suo crescente sviluppo e del servizio dato alle chiese locali, ottenne il Pontificio Decreto di Lode.
La Congregazione, prevalentemente diffusa in Italia fino al 1980, attualmente è presente anche in Svizzera, Kenya, Uganda, Albania ed Ecuador.

Il carisma delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore

Noi siamo donne consacrate a Dio e persone che, in comunione tra loro, contemplano, nella Parola e nell’Eucaristia, l’amore misericordioso e compassionevole del Cuore di Cristo e lo incarnano nella lettura attenta e amorosa dei segni dei tempi, mettendosi con la Chiesa, in piccolezza, a servizio dell’umanità, in particolare nei piccoli e dei bisognosi.

“Nel mistero del Cuore trafitto (Carlo Liviero) il Fondatore contemplava i pensieri e i sentimenti, la misura e la universalità dell’amore del Cristo (cfr Fil 2,5). Nella tradizione della Congregazione la devozione al Sacro Cuore è uno stimolo all’amore verso i fratelli. (Cost. art. 8)

Il carisma

Contemplare il Cuore di Cristo,incarnare il suo amore misericordioso, compassionevole e provvidente, servendo con la Chiesa l’umanità, in particolare i piccoli, in risposta ai segni dei tempi.

Vieni e vedi:

Ho udito il Signore che diceva: “Chi manderò?”

Ho detto al Signore con gioia: “Se vuoi, manda me”

Cristo continua ancora  a chiamare.
Oggi il suo pressante invito è rivolto a te: vieni e vedi!

per essere memoria della misericordia e della compassione del Cuore di Cristo
per una testimonianza profetica del primato di Dio e dei valori del Vangelo
per continuare una storia che ci è stata consegnata e nella quale lo Spirito ci proietta
per fare ancora cose grandi
per un impegno nell’evangelizzazione che doni all’uomo fede, speranza ed amore
per diffondere la cultura della vita, della pace, della solidarietà, della promozione umana, del rispetto per la natura.
Accetta le sorprese che sconvolgono i tuoi progetti…
Dà libertà al Padre, perchè lui stesso costruisca la trama dei tuoi giorni.
Se vuoi vivere una pausa di riflessione e di preghiera… mettiti in contatto con:

sr. Daniela Tel. 334 3088036 – suordany.pasc@libero.it

sr. Annarita Tel. 380 3988377 – suorannarita.pasc@tiscalinet.it

Il programma del Centenario

9 agosto 2015

Con l’animo ricolmo di gratitudine e con il realismo di chi riconosce  defezioni e incompletezze di risposta, rendiamo lode e gloria a Dio per aver accompagnato e benedetto la Congregazione delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore nel corso dei suoi 100 anni di storia.

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8 agosto ore 10.00-18.00

“Elementi teologici della Misericordia” – Convegno

Antonietta Potente op – Alpe di Poti – Arezzo

8 agosto ore 21.00

“E voi continuate” Veglia di Preghiera animata dal gruppo laici PASC. Orto della Cera – Città di Castello

9 agosto ore 10.30

Solenne Concelebrazione Eucaristica di Ringraziamento

presieduta dal Cardinale Gualtiero Bassetti – Arcivescovo metropolita di Perugia – Città di CastelloChiesa Cattedrale

29 agosto ore 10.00

Concelebrazione Eucaristica di Ringraziamento e Professione perpetua presieduta da S.E. Mons. Peter Kihara Kariuki, I.M.C., Vescovo di Marsabit Centro Sacro Cuore – Banana Hill – Kenya

17 ottobre ore 21.00

“Giovani in concerto per le missioni PASC” Concerto di Voci soliste.

Chiesa di San Domenico – Arezzo

19 novembre ore 21.00

“La misericordia si fa servizio” – Convegno per giovani con Paolo Curtaz. Sala parrocchiale del Redentore Monselice – Padova

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art_musei_vaticani

Ogni mercoledì, a partire dal 3 giugno 2015 fino al 30 gennaio 2016,

i Musei Vaticani offrono la possibilità a 100 consacrati e consacrate

di partecipare gratuitamente ai percorsi “Arte e Fede”.

Si tratta di itinerari guidati all’interno dei Musei volti a mettere in risalto il messaggio di fede contenuto nelle opere d’arte.

L’iniziativa, promossa in occasione dell’Anno della Vita Consacrata, prevede un momento introduttivo in lingua italiana nella Sala Conferenze dei Musei, cui seguirà la visita guidata per la quale saranno messe a disposizione le audio guide in dieci lingue: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, giapponese, coreano, russo e portoghese.

Sarà possibile prenotare le visite guidate scrivendo all’indirizzo di posta elettronica:

accoglienza.musei@scv.va

almeno dieci giorni prima della data prescelta.

Una volta effettuata la prenotazione sarà inviato il relativo voucher che dovrà essere presentato all’ingresso dei Musei il giorno della visita e darà accesso al varco riservato ai visitatori con prenotazione senza dovere fare la fila.

L’appuntamento sarà, poi, presso lo Sportello Visite Guidate

(numero 15 del piano rialzato della hall d’ingresso)

di Fr.Camilo-Maccise,-O.C.D

Fr.Camilo-Maccise,-O.C.D

Caratteristiche ed esigenze del profetismo della vita religiosa oggi

Possiamo dire che il profetismo della vita religiosa oggi:

  • è un profetismo del piccolo resto: il fermento nascosto nella massa di un mondo confiscato;
  • deve dare una risposta di spiritualità alla ricerca del sacro ed alla nostalgia di Dio;
  • è chiamato a rendere visibili i valori del Vangelo nell’impegno con i poveri, con la giustizia, partecipando ai movimenti che lavorano per la pace e per la difesa dei diritti umani;
  • è un profetismo che diventa presente nei posti di frontiera al servizio degli emarginati per testimoniare il progetto di Dio e denunciare tutto quello che a lui si oppone;

Per riuscire in questo,  i membri della vita religiosa hanno bisogno:

  •  Partire da una valutazione del cammino percorso nel periodo post- conciliare, con le sue luci e ombre.
  •  Essere testimoni della trascendenza e presenza di un Dio compassionevole e misericordioso in società pluralistiche. Farlo a partire dall’esperienza da Gesù di Nazareth.
  •  Inserirsi nella Chiesa locale e vivere l’interdipendenza con altre forme di vita cristiana in comunione coi Pastori, con altri religiosi/e, laici.
  • Favorire la creazione di comunità nuove più semplici, oranti,  fraterni, vicini al popolo.
  • Testimoniare un nuovo umanesimo a partire dall’impegno con le persone, con i loro diritti umani, con la giustizia in relazione reciproca di genere.
  • Ritornare al posto naturale della vita consacrata: il mondo dei poveri e delle nuove povertà. Da esse rileggere il proprio carisma VC 82.108.
  • Ripensare l’identità della vita consacrata  in relazione col laicato; coi membri di altre religioni, coi non credenti, con l’uomo e la donna rispettivamente, con persone di diverse generazioni.
  • Aggiungere ai voti essenzialmente un senso più intelligibile oggi: castità: “opzione libera per nuove relazioni di genere nell’uguaglianza, nel rispetto e nella vera reciprocità”; povertà: “una nuova gestione dei beni della creazione”; obbedienza: “una nuova comprensione delle relazioni di potere” (Simon Pedro Arnold).
  • Imparare a perdere protagonismo anteriore. Accettare essere minoranza nella Chiesa e nella società pluralistica.
  • Accettare le sfide della nuova cultura con “discernimento, audacia, dialogo e provocazione evangelica” (VC 80).
  • Rivedere le strutture, l’organizzazione e l’esercizio del governo nella vita consacrata per affrontare le sfide di un mondo globalizzato.
  • Dare una formazione che coniughi una spiritualità vitale con una formazione accademica e professionista seria ed un contatto con la realtà.

– La fedeltà creativa è una condizione per potere vivere la dimensione profetica della vita consacrata nel impegno di evangelizzazione. Questo significa ritornare alle fonti, al carisma della fondazione, “adattando le sue forme, quando è necessario, alle nuove situazioni e le diverse necessità( 16).” Bisogna mettere il vino nuovo in otri nuovi per un uomo ed una donna nuovi. Lo sforzo per rileggere il carisma interpella e confronta. Stimola, riconforta ed orienta. Si tenta di vivere un profetismo significativo per l’uomo e la donna di oggi.

La rilettura del carisma è necessaria. Non è facile e, per questo motivo, alcuni preferiscono morire vivendo in pace nell’ attaccamento al passato, nella ricerca di sicurezze, nell’ ignoranza della realtà e per non accettare l’unità nella diversità.  La fedeltà creativa al carisma richiede ridisegnare di nuovo le presenze guidati da alcuni criteri: la riflessione comunitaria, la capacità di essere segni, di farsi capire, di provocare, di proporre interroganti, di collocare alternative radicali, di obbligare a decidersi.

– Si ha bisogno anche di un dialogo con la realtà: attenzione ai segni dei tempi, percezione dei pronti soccorsi, inserzione, inculturazione, sintonia ecclesiale. Si danno segni nella Chiesa e nel mondo. Nella Chiesa: le nuove espressioni della comunione, la crescita del laicato, la tensione della nuova evangelizzazione, il dialogo con la cultura secolare, l’impegno per la giustizia. Nel mondo: la dignità della persona, la solidarietà, i diritti civili, la libertà nelle sue diverse espressioni, la comunicazione sociale globale. Di fronte a questi segni è necessario prendere decisioni pratiche per il ridimensionamento delle presenze che siano significative ed interpellanti, poveri, liberi, liberatrici e fraterni. Per ciò bisogna rivedere la relazione tra valori e strutture; ridefinire ed evangelizzare il servizio dell’autorità; creare un progetto unitario nella pluralità di progetto ed azione e costruire una fraternità per il mondo.

Siamo eredi di un passato, responsabili di un presente, costruttori di un futuro dalla nostra limitazione e povertà. Solidali coi nostri popoli e tra noi dobbiamo cercare di seguire il passo del Signore nel nostro oggi, qui e ora. Bisogna sentire la necessità di essere uomini e donne “interamente disponibili per rispondere con flessibilità, senza attaccamenti ad opere e tradizioni insensate e con una carità straripante e capace di creare nuovi alvei di espressione” nell’impegno profetico evangelizzatore che abbiamo come persone consacrate.

09 febbraio 2013fra2: è questa la data in cui entro in contatto per la prima volta con l’ordine dei Padri Somaschi.

Un contatto di tipo telefonico, facente seguito a una ricerca su internet, in cui avevo ricercato un ordine che si occupasse dell’assistenza ai tossicodipendenti. Tra questi avevo appunto trovato i Padri Somaschi.

16 febbraio 2013: arrivo alla stazione di Calolziocorte-Olginate ed ecco che ad attendermi, quel giorno, vi sono un paio di novizi e il loro padre maestro. Ed è proprio da quel momento, inciso nella mia mente come un ricordo e una fotografia indelebili, che ho avuto dentro di me l’inspiegabile conferma che finalmente avevo bussato alla porta giusta. Quel giorno, seguito da regolari visite a Somasca, era l’inizio di un periodo di impaziente attesa, a volte con sfumature di sofferenza perché il tempo sembrava non passare mai, altre volte con i colori della gioia perché sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il grande giorno in cui mi sarei trasferito a Somasca.

03 maggio 2014: è il giorno tanto atteso, il giorno in cui varco la soglia di Casa Madre a Somasca come aspirante. Sono passati circa due mesi da quella data, eppure mi sembra di essere qui da sempre: qui per lasciar scandire il mio tempo dalla preghiera, dai lavori “domestici”, dal confronto con chi, già da molto tempo, sta consumando la propria vita per gli altri, e con chi invece, come me, sta muovendo i primi passi.

Là fuori c’è ancora la mia famiglia, i miei amici, i luoghi di sempre, le esperienze di cui non si può non avere un po’ di nostalgia, eppure sono più felice ora di prima. Perché sento dentro di non aver perso nulla, anzi, tutt’altro, di aver cominciato solo ora a guadagnare davvero la vita e il senso che la Dio ha tracciato per me.

In questi due mesi circa, ogni giorno è riconferma della mia scelta, per quanto passeggeri momenti d’aridità non manchino: ma li vedo solo come istanti che Dio permette per farmi assaporare, poi, ancora meglio, il suo Amore, per farmi capire ancora più in profondità quanto sia tanto difficile quanto bella, speciale, incomparabile la scelta di dare la propria vita per gli altri.

           Francesco

 Suore di Gesù buon Pastore – Pastorelle

pastorelle

Siamo le  Suore di Gesù Buon Pastore ‘Pastorelle’, congregazione fondata dal beato Giacomo Alberione il 7 ottobre 1938, come parte della Famiglia Paolina, i cui Istituti si riconoscono nell´unico progetto apostolico di comunicare Gesù Cristo Via Verità e Vita al Mondo.

Il nome che portiamo è per noi ‘memoriale’ di Cristo morto e risorto per radunare in un solo popolo i dispersi figli di Dio, e ‘appello’ a vivere in comunione con Lui a disposizione del suo Regno.

Il nostro carisma specifico consiste nella partecipazione alla missione pastorale di Cristo, nell´edificare le comunità cristiane in comunione con i Pastori della Chiesa e in collaborazione con quanti si dedicano alla cura pastorale.

Il ministero che svolgiamo scaturisce dall´amore al Signore e alla sua Chiesa e si esprime nell´evangelizzazione, nella catechesi, nell´animazione liturgica, nella formazione degli operatori pastorali e in altre forme di servizio, secondo le esigenze dei tempi e dei luoghi.

La persona di Gesù Buon Pastore, amato e vissuto da noi come Via Verità e Vita, è la fonte a cui attingiamo lo spirito e lo stile della nostra vita: da Lui impariamo a conoscere ed amare il popolo di Dio; a vivere la compassione che si fa parola, gesto, prossimità; a tessere relazioni di riconciliazione e fraternità. 

E’ la centralità di Cristo che dà senso e rende possibile accogliere dallo Spirito il dono di vivere caste, povere e obbedienti, nell’ esperienza di vita fraterna in comunità, che, nel suo farsi quotidiano, diviene memoria dell´unità in Cristo a cui tutti siamo chiamati. 

Noi, Suore di Gesù buon Pastore – Pastorelle, abbiamo come centro della nostra vita la persona di Gesù buon Pastore, secondo il Vangelo di Giovanni 10,11: “Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la sua vita per le pecore”, la cui spiritualità è nutrita dalla Parola di Dio e dall’Eucaristia. Il Beato Giacomo Alberione, Fondatore della Congregazione, ci esortava: “guardate sempre Gesù buon Pastore e vivete secondo Lui”. Il Pastore che ama il suo gregge, conosce le sue pecore, si lascia conoscere da loro chiamandole per nome.

Siamo chiamate a deporre la vita, come il Buon Pastore che la depose liberamente. Viviamo questa consegna nella gioia e secondo lo spirito del Fondatore, che diceva: “Se voi conosceste davvero la vostra vocazione, sareste più allegre di quell’usignolo che canta tra i rami!”.

Il prendersi cura degli altri è un atteggiamento ecclesiale presente nella Chiesa fin dall’inizio ed è lo specifico del nostro carisma di Suore Pastorelle, che si esprime attraverso l’annuncio del Vangelo e l’amore a Gesù buon Pastore che dà la vita per tutti.

Per conoscere un po’ di più il loro carisma: http://lnx.pastorelle.org/area.php?idarea=5

SVEGLIATE IL MONDO

Vangelo  Profezia  Speranza

cons 8

http://www.congregazionevitaconsacrata.va/content/vitaconsacrata/it.html
“Chiamò a sé quelli che egli volle… ed essi andarono da lui” (Mc 3,13)

Laboratorio internazionale per le giovani e i giovani consacrati

15-19 settembre 2015

DESTINATARI

L’incontro è rivolto a coloro che si trovano nelle seguenti tappe del cammino nella vita consacrata:

 Periodo immediatamente precedente al Noviziato
 Noviziato – Periodo di discernimento e prova
 Professione Incorporazione temporanea
 Entro dieci anni dall’Incorporazione perpetua o definitiva

FINALITÀ

Vivere un’esperienza di formazione, attraverso un approfondimento biblico, teologico-carismatico ed ecclesiologico degli elementi fondamentali della vita consacrata. Offrire uno spazio di condivisione della propria realtà, dei desideri e delle aspettative formative. Celebrare e testimoniare la bellezza della propria vocazione.

TEMI

VOCAZIONE  VITA FRATERNA  MISSIONE

DINAMICA

Momenti unitari la mattina nell’aula Paolo VI (Ascoltare).
Incontri in gruppi linguistici (italiano francese inglese spagnolo portoghese) nei pomeriggi e nelle serate (Restituire, Celebrare, Testimoniare).

IL PROGRAMMA PREVEDE

 Approfondimenti
 Ascolto di testimoni
 Dialogo con e tra i giovani e le giovani
 Incontro con il Santo Padre Giovedì 17 settembre
 Serata di festa in piazza San Pietro Venerdì 18 settembre

CELEBRAZIONI APERTE A TUTTI
Veglia di preghiera, martedì 15 settembre, Piazza San Pietro, ore 20:30.
Eucarestia conclusiva, sabato 19 settembre, Basilica di San Pietro, ore 11:30.

Per consultare il sito dedicato, scaricare l’Inno e iscriversi ON LINE:

http://www.congregazionevitaconsacrata.va/content/vitaconsacrata/it.html