ANNO DELLA VITA CONSACRATA: INTERVISTA AD UNA CARMELITANA

Pubblicato: 3 luglio 2015 in Uncategorized

Intervista a una monaca carmelitana realizzata da Laura Badaracchi del settimanale “Credere”.
Licia era infermiera e cantava in un pianobar. A 32 anni è entrata nel monastero di clausura Janua Coeli di Cerreto Sorano, in Maremma, ed è diventata suor Maria Abigàil. E, sulle orme di santa Teresa, ha trovato il senso della sua vita. Prima si prendeva cura dei malati come infermiera nelle corsie d’ospedale e si chiamava Licia. Amava cantare in un pianobar e stare con gli amici a Verona, la sua città, ma non le bastava. «A 32 anni ho sentito dentro di me sete di eternità: volevo il “per sempre”, cosa impossibile umanamente. L’età mi avrebbe costretta a lasciare il lavoro, e forse anche la voce prima o poi mi avrebbe abbandonato», ricorda. «Mi restava una carta da giocare, quella vincente e per tutta la vita: era il Signore, a cui affidavo tutti i suoi doni perché ne facesse ciò che voleva, dato che nella sua casa non esistono i limiti imposti dal mondo: non si guarda alla freschezza della giovinezza, alla voce chiara e limpida, non ci sono nazioni e frontiere da superare».
 
Da circa un anno il nome di Licia è diventato suor Maria Abigàil: il 24 maggio 2014 ha professato per la prima volta i voti di castità, povertà e obbedienza nel monastero carmelitano “Janua Coeli” a Cerreto di Sorano, borgo rurale in provincia di Grosseto ma più vicino all’umbra Orvieto, nella bassa Maremma. Colpita, come la Toscana, dal forte maltempo nei giorni scorsi: il vento ha sradicato qualche albero e scoperchiato parzialmente la parte finale del tetto della canonica, ma la quindicina di monache stanno bene e le vocazioni non mancano. Due novizie si stanno preparando alla loro professione temporanea: Giuditta il 12 aprile, domenica della Divina Misericordia, e Carmela il 12 giugno, domenica del Sacro Cuore di Gesù. Poi ci sono alcune postulanti che hanno già cominciato il loro percorso di discernimento.
 
Suor Maria Abigàil, oggi quarantenne, vive quindi in un Carmelo Janua Coelibenedetto da numerose chiamate e sorto presso il santuario dell’Addolorata, in un paesino ribattezzato la Lourdes (ante litteram) della Maremma, per l’apparizione della Madonna – il pomeriggio del 19 maggio 1853 – alla dodicenne Veronica Nucci, una semplice pastorella che badava al gregge insieme al fratellino minore. Dal ’92 le monache carmelitane sono custodi di questo luogo frequentato da tanti pellegrini. E in passato anche da Licia: «Dieci anni fa ancora mi confondevo tra coloro che, entrando in chiesa, venivano raggiunti dalla salmodia del coro delle monache. Anch’io amavo sostare tra i banchi di questo piccolo santuario di campagna. E curiosamente ripenso alla mia espressione mentre lo sguardo si posava sul loro sorriso; sapevo che la vita monastica era circondata da un alone di fascino, ma non è questo ciò che attrae», chiarisce suor Maria Abigàil. «Entrando in monastero conoscevo il richiamo interiore, profondo: non sono le melodie gregoriane o il profumo d’incenso a catturare l’anima, ma Qualcuno che ti ha amata per primo e al quale appartieni, nonostante tutto».
 
Questo “tutto” per Licia significava un’esistenza piena, realizzata, “normale”: «Non poteva farmi il Buon Dio dono più bello di una voce intonata, della passione per l’assistenza ai malati e dell’amore per la recitazione. Volevo fare tutto, pur lasciando un posticino all’idea ostinata di diventare missionaria in Africa. Avvertivo però che potevo realizzarmi come persona e come cristiana soprattutto attraverso la musica, arrivando a tutti cantando la fede». Così Licia lavorava di giorno in ospedale e di sera cantava in un pianobar. «A un certo punto ho capito che Dio mi lasciava la libertà di scegliere e non per esclusione, ma per preferenza… Nel Carmelo ho trovato quel “per sempre” che cercavo, e anche di più, perché qui posso essere tutta a tutti attraverso i doni che fanno di me una persona irripetibile».
 
Nella comunità contemplativa la religiosa si occupa della sartoria, dove ha imparato a cucire abiti per le consorelle; altre scrivono icone, altre ancora preparano confetture, marmellate e miele venduti in monastero per l’autosostentamento. Giornate semplici, scandite da preghiera, lavoro, momenti di condivisione e di silenzio. «Molte cose sono cambiate nella mia vita: orari, abitudini, rapporti, un nuovo modo di guardare gli altri e me stessa, di rientrare in me lasciando spazio alla Parola che è Cristo», testimonia suor Abigàil. «Lui stesso mi ha fatto dono di veder crescere in me una letizia mai sperimentata prima e una gioia senza pari: la sua pace è il tesoro più bello».

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