ANNO DELLA VITA CONSACRATA: A conclusione del Bicentenario di don Bosco…la vocazione salesiana!

Pubblicato: 17 agosto 2015 in Uncategorized

Una Figlia di Maria Ausiliatrice si racconta: Sr Mara Borsi

borsi

UNA SCELTA DI VITA AL SERVIZIO DELLA VITA
La carovana

«Giorno dopo giorno la carovana avanza in un percorso sempre uguale, sempre diverso.
Una sera durante la sosta abituale, emerge più forte del solito la necessità di fare il punto sull’avventura. Si passa in rassegna tutto il cammino analizzando maggiormente le ultime tappe per i fatti significativi che hanno innovato la vita della piccola comunità: quanti cambiamenti nel gruppo di persone, quanti nelle strutture sia materiali, ma soprattutto tecniche e organizzative.
E mentre la memoria si ravviva, l’occhio guarda al futuro.
Si va avanti nella riflessione per lunghe ore: alla fine, pare importante incaricare lo scrivano di inserire nello scarno diario di bordo alcune pagine che riassumono il contenuto dei lunghi discorsi».
È con questa metafora che inizio questa testimonianza che intende dare voce a tante donne felici di essere religiose. Alla domanda – «la vita consacrata è davvero una scelta che si pone a servizio della vita?» – rispondo: certamente sì!
Prima di tutto voglio far rilevare che è una scelta che arricchisce l’esistenza della persona che la accoglie come dono, come progetto e nello stesso tempo si manifesta come servizio alla vita di tanti altri con cui il religioso, la religiosa stabilisce legami e relazioni. Personalmente sento di aver intrapreso un viaggio, un cammino ricco di incontri, di relazioni che danno senso giorno dopo giorno all’esistenza, un itinerario insieme con altre persone che nonostante le sue battute d’arresto o limiti mantiene vivo il mio gusto di vivere.
Il viaggio è una delle metafora della vita umana tra le più utilizzate nella letteratura, nell’arte, nella poesia. È tema universale che evoca molteplici significati che investono l’esistenza. Le autrici di Donne in viaggio, un interessante libro in cui viene messa in evidenza l’esperienza femminile, affermano che questa metafora ci raggiunge per lo più attraverso narrazioni e modelli maschili. «Eppure, le donne non poche volte hanno rotto il cerchio di protezione domestica per intraprendere un cammino che ha consentito loro di affermare il proprio desiderio di ricerca, di cambiamento, di libertà, di Assoluto, a iniziare da quelle che accanto ai discepoli seguono Gesù di Nazaret per le strade della Galilea».
Anche per me la risposta personale alla chiamata ha comportato un rompere il cerchio, l’inizio di un cammino verso una meta non conosciuta. Un viaggio che, a volte, ha richiesto spostamenti in senso fisico, il cambio da una casa all’altra, da una funzione ad un’altra, o in senso interiore e questi, direi, sono stati i più duri.
Il cammino intrapreso nella vita religiosa mi ha proposto un itinerario di libertà che purtroppo ancora molte donne non vivono, come mettono in luce i recenti incontri regionali che si sono svolti in diverse parti del mondo a cinque anni dalla conferenza mondiale di Pechino.
Posso affermare con una certa sicurezza che noi religiose abbiamo opportunità culturali non comuni alle esperienze femminili non solo del passato, ma anche di oggi. In genere ogni Istituto offre la possibilità ad ogni suo membro di prendere coscienza di sé come donna chiamata a rendere ragione della propria fede in Dio e a prendersi cura delle persone che la missione le affida.
Nell’esperienza di questi anni ho appreso diverse cose sulla mia femminilità, sull’essenziale dell’esistenza e ho percepito che se non si coltiva dentro di sé ogni giorno la capacità di cogliere un qualcosa che faccia vibrare, stupire e meravigliare, la curiosità per la vita stessa, l’interesse per la missione si spegne.

Fare strada insieme

La metafora della carovana in viaggio con la descrizione dei suoi momenti di sosta mi offre l’immagine giusta per descrivere la realtà della vita comunitaria, caratteristica fondamentale della vita religiosa.
Camminare insieme su percorsi segnati dalla stessa missione, dalla solidarietà, dalla comunione tra le persone, dal sapere che hai accanto qualcuno su cui puoi contare, è l’esperienza che ho vissuto in questi vent’anni di vita religiosa nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (più conosciute nel mondo come Salesiane di don Bosco). Certo in comunità ci sono luci e ombre, non tutto è facile. Riporto in questo senso una testimonianza di un giovane religioso che sembrerebbe sconfessare l’affermazione di partenza di questo articolo.
«Lo stile che ormai si sta consolidando nella mia comunità è quello di un individualismo accettato. Ciascuno ha il suo lavoro, la sua attività. La vita comunitaria è inesistente, si vive spesso come in un’azienda del sacro, ma non come famiglia in cui esistono relazioni vere, un dialogo sincero, una condivisione affettiva ed effettiva. L’esistenza nella nostra casa è determinata non dalla ricerca di un linguaggio, di uno stile significativo, una serietà nell’impegno di preghiera e comunitario, ma dalle urgenze che occorre sempre più correre a tamponare, dalle richieste più disparate che occorre assolvere».
Queste sono parole che descrivono comunità reali: ci sono effettivamente situazioni di questo tipo in cui è difficile vivere e reggere non solo spiritualmente, ma anche fisicamente. Se si vuole essere onesti però bisogna anche domandarsi o verificare quale tipo di contributo a livello personale si dà perché la vita in comune possa trasformarsi in comunione e quindi in vero servizio alla vita dell’altro, dell’altra.
Nelle diverse comunità in cui ho vissuto ho constatato che se la comunità religiosa funziona bene si comunica, si dialoga, si collabora, si prega, si celebra, si risolvono serenamente le tensioni, le persone rimangono vive e hanno voglia di interrogarsi.
La ricerca comune di una migliore significatività permette alla comunità religiosa di non chiudersi dietro le quinte delle proprie abitudini. Ho sperimentato l’importanza di chiedersi a livello comunitario se la vita spirituale che la comunità conduce, nelle sue modalità e nelle sue forme, intercetta in qualche modo l’esperienza di altri che hanno scelto modalità diverse per condurre l’esistenza.
Una comunità attenta a ciò che la circonda combatte concretamente la tentazione di fermarsi sul già acquisito.
La struttura, l’organizzazione, le attività non sono valide per decenni. Tutto ciò che è vivo è chiamato continuamente ad essere nuovamente organizzato, configurato; questo è, del resto, l’atteggiamento giusto per servire la vita nel suo continuo dinamismo. Ogni volta che riusciamo ad essere concrete in comunità sul principio «la tua vita è la mia vita», sperimento che vita e relazione sono indissolubilmente legate.
Se personalmente rivado con la memoria ai momenti più belli che mi siano mai capitati, trovo costantemente al centro l’essere con e per gli altri, la relazione vissuta su una base di reciprocità.
Amare ed essere riamati: questa è l’esperienza di felicità più grande. A qualunque livello si sia realizzata: dall’amicizia alla solidarietà, dalla comunanza di idee al lavoro insieme per raggiungere un unico scopo. Momenti questi di indubbia ricarica, di straordinaria riproduzione di vita. Situazioni in cui l’essere persona attivamente aperta all’incontro con altre e l’agire per il bene comune si sono fusi in un tutt’uno.

I giovani… che passione!

Lo stare insieme per… è un’icona dai colori decisi, che parla un linguaggio impegnativo per chi smette di guardarla e decide di viverla. Essa conduce altrove. Apre nuovi orizzonti, fa divenire protagonisti del mistero che narra. Tra singolo e gruppo vi è un reciproco influsso; una comunità di persone mature stimola continuamente il singolo ad affrontare i compiti quotidiani, gli incontri, i conflitti e attraverso di essi a maturare come persona che vive un’esperienza di fede e di spiritualità. Allo stesso modo il grado di maturità individuale contribuisce ad arricchire l’ambiente in cui si vive.
Qualche mese fa ho ricevuto una lettera di una comunità della Tanzania che tra mille difficoltà mantiene viva la passione educativa nonostante le inevitabili fatiche. La riporto per sottolineare che al centro del servizio alla vita di ogni sorella della mia famiglia religiosa ci sono i giovani.
«In questi anni abbiamo cercato di dire, in uno scenario di morte, una parola di vita, di far battere il cuore oratoriano alla Città della speranza don Bosco! Scuola, tempo libero, preparazione professionale, studio, gioco, sport, cultura, musica, teatro, formazione umana e cristiana, servizio, gruppi d’impegno, le squadre sportive, l’impegno socio-politico, lo stare in cortile, il sentirsi a casa e di casa; l’amore che i giovani hanno verso l’oratorio è grande, profondo, ricco di gratitudine. E anche il Signore vuole veramente bene al nostro oratorio e non ci ha mai lasciato sole e senza forze. Le sfide sono tante e ne sono sorte di nuove ogni giorno in questi anni… Il Signore ha continuato ad inviarci e a farci incontrare giovani che vivono situazioni sempre più problematiche… Non ci ha lasciato tranquille e noi abbiamo cercato di non tirarci indietro».
Avendo la possibilità di accostare la realtà giovanile di diversi continenti rimango sempre sconcertata dal fatto che riviste, settimanali, quotidiani in ogni contesto culturale si preoccupano di descrivere le caratteristiche dei giovani europei, africani, nord americani, asiatici, latinoamericani.
Si moltiplicano le inchieste che dipingono un universo giovanile dai mille volti, non solo per le diverse appartenenze culturali, ma anche per le sottoculture da loro stessi prodotte.
I compilatori dei sondaggi sanno però che la freccia non colpirà il bersaglio, perché quest’ultimo non ha un centro. Ne ha «uno, nessuno e centomila» tanto per usare una nota frase ad effetto.
Il Signore mi ha fatto il grande dono della vocazione salesiana che ha come centro palpitante l’annuncio del vangelo ai giovani e posso dire che non si finisce mai di imparare a stare con loro; in questi anni ho conquistato una certezza: i giovani non si lasciano ingabbiare in definizioni e categorie predisposte da persone che spesso parlano di loro, ma raramente parlano con loro.
L’errore che frequentemente ci capita di commettere come religiose-religiosi, come comunità ecclesiali, è di parlare delle nuove generazioni, e quindi del futuro, più che come un dato sconosciuto, da attendere e da conoscere man mano nel suo dispiegarsi, come la proiezione dei nostri desideri di adulti, di come vorremmo che le cose si svolgessero.
Così molte religiose o responsabili della pastorale giovanile hanno un’idea personale dell’universo giovanile che spesso si trasforma in ostacolo al dialogo, in divergenza di opinioni, di sensibilità spirituali, di comportamenti e di stili di vita.
Le sentinelle del mattino, come li ha definiti Giovanni Paolo II, sono molto diversi da come li sogniamo.

La prospettiva: essere forti nella debolezza

Il termine missione nella debolezza è nato nella chiesa d’Algeria, che negli ultimi anni ha avuto 19 martiri (di cui sei religiose). Privati gradualmente di tutto (scuole, ospedali, chiese), religiosi e religiose di diverse congregazioni hanno scoperto il nucleo essenziale della missione e hanno puntato tutto sulle relazioni: apertura all’altro, superamento dei pregiudizi, collaborazione per alleviare le sofferenze, amicizia, dialogo fraterno.
Non è facile vivere così con le mani vuote, perché in questi casi la presenza della vita religiosa non si spiega più con il fare, ma con l’essere.
Molti religiosi e religiose oggi si domandano quali strade percorrere per continuare a servire e promuovere la vita attraverso la vocazione religiosa. Le “indicazioni di direzione”, pur rispettando diversità di situazioni e sensibilità culturali, potrebbero essere queste:
• la qualità della vita fraterna in comunità;
• l’effettivo incontro con i poveri e con la gente fra cui si vive;
• la ricerca della collaborazione con altri che condividono il sogno di vedere ogni persona rispettata e trattata con dignità.
C’è una gamma molto estesa di forme di presenza, a seconda delle situazioni e dei cammini delle differenti famiglie religiose, ma la scelta dei poveri e tra di essi i giovani interpellerà, a mio parere, la vita consacrata in modo sempre più acuto.
Nell’epoca della globalizzazione che esclude ed emargina, il posto dei religiosi, delle religiose, se si vuole veramente continuare ad essere a servizio della vita, sarà con i più deboli, con chi per un motivo o per un altro rimane escluso dalle opportunità, con i giovani che cercano il loro posto in una società che tende ad emarginarli. Questo è futuro. Questa è speranza certa!

cfr: http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7745:testimonianze-di-una-vita-di-vocazione&catid=37:articoli-npg-annata-2002&Itemid=207

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