ANNO DELLA VITA CONSACRATA.Quelle 4 (uniche) suore italiane a Cipro Nord

Pubblicato: 7 settembre 2015 in Uncategorized

Vita consacrata è..RIMANERE!

CIPRO

«Lo scriva, la prego: a Kormakiti la campana non ha mai smesso di suonare un solo giorno». Altrove sarebbe un fatto banale, forse, ma qui, nell’unica comunità cattolica sopravvissuta, circondata come uno scoglio dalla marea di turchi, è un vero miracolo. E ad operarlo sono loro, quattro anziane suore francescane Missionarie del Sacro Cuore, congregazione nata a Gemona del Friuli e nel 1936 approdata qui. Siamo a Cipro, nella parte settentrionale, quella che il 20 luglio del 1974 le truppe di Ankara occuparono con una sanguinosa operazione militare, scacciando i greci e autoproclamando una fantomatica ‘Repubblica di Cipro del Nord’, mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Seguirono anni di violenze, coprifuoco, villaggi che si svuotavano, truppe militari che prendevano il posto delle popolazioni in fuga e ne occupavano le case.

«Caso volle che proprio in quei giorni eravamo andate nel sud dell’isola – racconta suor Bernadetta Visentin, 74 anni – per portare quindici dei nostri bambini in vacanza sui monti Trogos. Così senza volerlo ci trovammo nella parte ‘giusta’. Ma non potevamo abbandonare la nostra gente, i 150 bambini della nostra scuola, così cercammo subito di tornare al nord, a Kormakiti, dove arrivammo solo nell’agosto del 1975».

Quattro donne che risalivano la corrente in senso inverso a quello dei popoli in fuga, determinate a non lasciare il proprio posto. In luogo di Kormakiti trovarono Koruçam (i turchi avevano cambiato tutti i nomi), e invece dei duemila cattolici maroniti che da sempre la abitavano, era rimasto solo chi non aveva la forza per scappare. La loro decisione fece di Kormakiti un piccolo ma saldo punto di riferimento per i cristiani, che dura ancora oggi. «Ci hanno accolte come una benedizione – sorride suor Bernadetta, al secolo Rosetta Visentin da Postione (Treviso), che è a Cipro dal 1960 ma ancora parla veneto –. Dalla nostra semplice presenza traevano di nuovo speranza, si sono stretti a noi e ci proteggevano, mentre noi ci occupavamo degli ammalati, assistevamo i vecchi, portavamo ogni genere di soccorso. La nostra porta era sempre aperta per chiunque, anche per gli occupanti turchi, perché quando c’è una guerra si perde tutti e tutti si soffre. E non abbiamo mai perso la serenità perché la Provvidenza è incredibile, arriva sempre quando hai bisogno, non manca mai un appuntamento».

Non hanno imbracciato armi, ma l’esempio coraggioso di pazienza e mitezza ha conquistato le truppe turche e i loro comandanti, che hanno risparmiato Kormakiti e non hanno mai torto un capello alla popolazione. Eppure erano tempi di terrore, le frontiere rimasero chiuse fino al 2004, ogni giorno dalle 17 scattava il coprifuoco e per le strade non si poteva girare, «venivano le Nazioni Unite e portavano cibo, ma non le medicine. Inoltre i telefoni erano stati tolti, così nascondevamo i messaggi nei viveri delle Nazioni Unite. Se i giovani erano tutti scappati, noi restammo al fianco dei vecchi e dei bambini tenendo
la scuola aperta fino al 1985, fino a quando c’è stato l’ultimo piccolino. Anche i turchi allo stesso modo per noi erano figli di Dio e quando hanno avuto bisogno li abbiamo curati».

Il parroco di allora, don Antun Tersì, fece tre richieste al loro comandante: che tutti i giorni a Kormakiti suonassero le campane, di poter indossare l’abito talare e di continuare a dire Messa nei tre villaggi cattolici rimasti. Il militare promise, «ciò che chiedi lo avrai», e a Kormakiti in questi 41 anni la campana ha suonato tutti i santi giorni. È andata in modo ben diverso ad Agia Marina o ad Asomatos, villaggi fagocitati dalle caserme e ridotti ad alloggi militari. «Ad Asomatos era rimasta solo una vecchina, morta da poco…», ma nella chiesa si mantiene la promessa di don Antun e la Messa si celebra tutte le domeniche, anche se all’ingresso si è obbligati a lasciare un documento ai soldati.

Kormakiti invece miracolosamente resiste e, aggrappati al loro scoglio, duecento dei duemila abitanti originari sono ancora lì con suor Bernadetta, ma anche con suor Elsa, 75 anni, indiana, che è infermiera e ogni giorno visita gli ammalati, con suor Pierpaola, 77 anni, maronita, la superiora, e con suor Piera, 84 anni, «la prima suora francescana di Cipro», custodi attente a non lasciar morire un mondo.

Nella Cipro del nord il tempo scorre, ma più lento che fuori. Adesso qualche giovane prova a tornare nei fine settimana, figli che vanno a trovare i genitori rimasti laggiù, che portano medicine e qualche soldo. Talvolta arrivano persino i turisti. Qualcuno vorrebbe anche restare, ma manca ancora tutto, la posta, i supermercati, un ospedale. «Vorremmo tanto che un giorno tornasse la normalità, la vita di una volta, sentire di nuovo le voci di bambini. Grazie a fondi dell’Unione Europea qualcosa del villaggio si sta ricostruendo, la piazza centrale e la chiesa di San Giorgio del nostro convento, costruita nel 1400. I maroniti sono molto devoti al santo combattente».

Il drago però avanza e divora: la Cipro turca è diventata il regno dell’azzardo e della prostituzione, nella ‘Valle dei casinò’ si fa tutto ciò
che in Turchia è proibito, e nei i locali che si chiamano ‘Harem’, ‘Playboy’, ‘Lipstick’, turchi e greci non si combattono, condividono lo stesso squallore. Tutto intorno chiese chiuse da anni o trasformate in moschee, cimiteri maroniti abbandonati, mezzi militari e filo spinato ovunque. Eppure, pochi chilometri dopo, la pace santa di Kormakiti.
Quattro donne bastano quindi a cambiare la storia. Anche solo di un villaggio e dei suoi duecento abitanti. La campana suona ogni giorno, la chiesa profuma di incensi e a Messa si prega in tre lingue, greco, arabo, e aramaico per la consacrazione («è la lingua di Gesù»).

E se dopo 40 anni le forze vengono meno si cambia qualcosa ma si va avanti, «lo scorso inverno anziché disfare il presepe lo abbiamo coperto e messo via già pronto per il prossimo Natale». Che per la prima volta sarà anche meno freddo: «Giorni fa da Sabaudia ci hanno voluto inviare il Premio Pavoncella 2015 alla creatività femminile» (… ‘per aver dato con il loro esempio un incredibile messaggio di coesistenza pacifica, con impegno e sacrificio non indifferenti’) ed è la cifra giusta per comprarsi finalmente due pompe di calore ad aria e riscaldare il convento. «Siamo sorprese, perché a noi? Non abbiamo fatto niente di speciale…».

Fonte: Avvenire.it, 28/08/2015

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