ANNO DELLA VITA CONSACRATA: La missione di risvegliare il mondo/4

Pubblicato: 10 ottobre 2015 in Uncategorized

di Pascual Chavez V., SDB

per continuare a leggere la Lettera scritta in occasione dell’Anno della vita consacrata…

4. Testimoni della radicalità evangelica 

conssuoracheprega

L’essere “testimoni della radicalità evangelica” è un invito rivolto oggi a tutta la Vita Consacrata, chiamata appunto a centrarsi su Cristo di modo che sia davvero la ‘regola suprema’ di tutti i consacrati, il che vuol dire avere “la sua mente” (1 Cor 2:16) e “il suo cuore” (Rom 8:5), i “suoi sentimenti” (Flp 2:5), pensare come Lui, amare come Lui, reagire come Lui, guardare le persone come Lui, compatire come Lui, essere compassionevole e misericordioso come Lui, soffrire con Lui. Questo ci porterà alle radici del Vangelo, e farà di noi consacrati Vangeli viventi.

Il tema della radicalità evangelica può essere ben illustrata dal prendere in considerazione una prospettiva semantica ed etimologica. In effetti, la parola radicalità ha a che vedere con radice, con radicamento e ovviamente con radicalità. Per comprendere meglio le cose ci possiamo servire dell’immagine della pianta e del seme.

La stabilità e saldezza della pianta ci dicono che un albero senza radici si seca o cade (in questo senso, è analoga – non uguale – alle fondamenta di una costruzione);

La vitalità, giacché i nutrienti della pianta vengono soprattutto dalla radice (non solo, evidentemente: ci sono anche l’aria, il sole, ecc.)

– Il carattere di “interramento”, di stare sotto terra, “nascosta”.

In questo senso, c’è un paradosso molto interessante nell’espressione stessa: “testimoni della radicalità evangelica”:testimoni parla di una manifestazione pubblica, parla quindi di visibilità, di “sacramentalità”; invece, paradossalmente, la “radicalità” allude precisamente a ciò che non si vede, a ciò che è nascosto, “seppellito”.

Credo che sovente, parlando di radicalità, si parte già di una eventuale semantica della parola, con il significato di incondizionalità, di assoluta fedeltà, senza compromessi, essere “di un solo pezzo”, ecc., dimenticando il significato etimologico.

Per esempio: che cosa significa quando si parla di un ‘partito radicale’? Ci si fa cenno etimologicamente a un ‘tornare alle radici’ (marxiste, o maoiste, o qualunque cosa sia), o piuttosto a non volere sapere nulla di patti con altri correnti ed indirizzi politico-sociale? Mi sembra che sia piuttosto questo secondo.

A volte, c’è anche la tendenza ad identificare la radicalità con la perfezione o la ricerca di essa, ma non è così: da una piccola pianta e, a più ragione, da un seme appena piantato in terra non ci si attendono dei frutti, bensì che mettano radici, buone e profonde. A chi vuole entrare nella vita nella vita religiosa, in genere, non gli si può domandare che sia “santo” (purtroppo, a volte neppure dopo tanti anni di vita consacrata): se non che siaradicale nelle sue scelte. Credo che questo abbia le sue implicazioni per la formazione, in primo luogo per la tappa della formazione iniziale, nella quale io accentuerei due aspetti in questa linea: la profondità (tipica della radice) di vita, remando contro corrente di nostra cultura, che accentua più l’estensione, inevitabilmente superficiale, e una virtù assai dimenticata nel nostro tempo, forse perché sovente è stata malintesa: l’umiltàche, molto significativamente, viene da humus…: humus e radice sono inseparabili. Altro non è la “vita nascosta in Cristo”, della quale, e solo della quale, può sbocciare la fecondità (i frutti!) apostolica. 

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