ANNO DELLA VITA CONSACRATA/6

Pubblicato: 12 ottobre 2015 in Uncategorized

di Pascual Chavez V., SDB

per continuare a leggere la Lettera scritta in occasione dell’Anno della vita consacrata…

6. Una Vita Consacrata all’insegna del cambio 

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Oggi è comune trovare molte e svariate letture sulla realtà e sul futuro della Vita Religiosa. C’è chi la dipinge valendosi di tre immagini: lo stare nel deserto, dove non c’è nessuno, come metafora per renderci presente con la nostra azione e la nostra testimonianza là dove non arrivano né lo stato, né la società; andare verso la periferia lasciando che altri stiano al centro e accettando di vivere spogliati di potere e privilegi; e raggiungere le frontiere, lì dove sia più necessaria una vita ed un agire più profetici. C’è chi gioca con le parole e pensa che la Vita Consacrata sia chiamata ora a centrarsi con radicalità in Dio, fonte della nostra identità, a concentrarsi nelle cose che sono essenziali, e decentrarsi uscendo verso le frontiere. C’è chi ne prospetta un cambiamento con l’immagine di un convento che passa dall’essere una fortezza chiusa ad essere un accampamento, aperto a tutti specialmente ai più poveri, con Religiosi inseriti tra di loro, impegnati nella scelta per la giustizia e la solidarietà, con uno stile di vita semplice, promuovendo una globalizzazione dal basso, partendo dai più poveri e dagli esclusi. Una vita religiosa con comunità che siano più focolari e meno albergo, con più comunione di vita e più fraternità, dando impulso ad una vera unità nella diversità, con i laici a fianco come compagni di missione.

Nella lettera post-sinodale Vita Consecrata, Giovanni Paolo II, valendosi della icona della Trasfigurazione, ne aveva disegnato il profilo parlando del Mysterium Trinitatis, per indicare la forte esperienza di Dio che è a fondamento della Vita Religiosa e ne costituisce la principale missione. Aveva poi presentato ilsignum fraternatis, per sottolineare che dietro ogni vocazione, c’è una convocazione e dunque la vocazione alla vita fraterna, di comunione, che è dunque un elemento essenziale della VC. Infine l’aveva connotata con il servitium caritatis, per sottolineare che è la missione che ci porta a fare nostra la passione di Cristo per il Regno di Dio, a uscire dalle nostre sicurezze, andare nelle periferie geografiche, culturali ed essistenziali, e venire incontro alla gente, specialmente gli ultimi, e condividerne le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce.

Nella Unione dei Superiori Generali, e più concretamente, a partire dal motto del Congresso Internazionale sulla Vita Consacrata del 2004, noi abbiamo voluto interpretare e promuovere la vita religiosa come una vita samaritana, caratterizzata da una grande passione per Cristo e da una grande passione per l’uomo.

La cosa più interessante è che, in fondo, pur con diversità di espressioni e di accentuazioni, tutti questi tentativi di definizione, che non sono un mero virtuosismo linguistico né una fantasia letteraria, tengono in conto i tratti principali della Vita Consacrata che la definiscono:

– La spiritualità.

In tutti gli istituti religiosi si sta facendo uno sforzo notevole affinché la Parola di Dio, in particolare il Vangelo, e l’Eucaristia siano veramente il centro della vita del consacrato e della sua comunità. Siamo convinti che la persona consacrata è memoria vivente e trasfigurata della dimensione trascendente che esiste nel cuore di ogni essere umano.

– La comunità.

Perché sappiamo che la testimonianza della comunione, aperta a tutti coloro che hanno bisogno, è fondamentale nel nostro mondo tanto sommerso nell’egoismo e nella solitudine. La Vita Consacrata, se vissuta in comunità, è già, in sé stessa, vangelo proclamato.

– La missione.

Una missione da realizzare e vivere inseriti ai “margini” della società e della chiesa, nelle posizione di ‘frontiera’, che non sono solamente geografiche, ma culturali ed esistenziali. Questo significa lasciare tutti gli spazi di privilegi e potere ed entrare decisamente e collocarci convintamente nel mondo dell’esclusione, della povertà, ma anche nei contesti sempre più secolarizzati, dove si tenta di cancellare Dio non soltanto dalle scelte politiche degli stati, ma soprattutto nel tessuto sociale e nella coscienza stessa delle persone, così come se si dovesse vivere facendo a meno di Dio. La missione, però, comprende anche la “passione” – intesa come sofferenza o impotenza – di tanti religiosi che continuano a pregare e ad offrire per la Chiesa e per gli operai della messe, come pure la “passione” come martirio di tanti religiosi incarcerati o trucidati a causa del Regno. Loro sono la migliore rappresentazione di Cristo Gesù che continua la sua passione nel mondo, attraverso la sua Chiesa. 

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