Archivio per novembre, 2015

fr. Domenico Sprecacenere, O.P.

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Prima di entrare in prenoviziato, con l’accompagnamento di una guida spirituale, ho fatto un lungo periodo di discernimento che mi ha condotto, passo dopo passo e non senza difficoltà, ad affermare e riconoscere a me stesso che FORSE il Signore potrebbe chiamarmi alla vita religiosa.

Da qui è iniziata tutta la valanga di domande retoriche e problemi, il più delle volte inesistenti, che tendevano a scoraggiarmi e a farmi voltare indietro, anche se dentro di me ero disperatamente appigliato alla speranza che tutte queste questioni che mi si ponevano dinnanzi potessero, senza troppe difficoltà, trovare una rapida risposta per poter proseguire il cammino!

In seguito, il mio direttore spirituale mi ha consigliato di approfondire la conoscenza di due famiglie religiose in particolare, e vedere cosa avrebbero prodotto in me. Ecco che mi si presentano davanti due nomi e due mondi a me, non dico del tutto, ma quasi totalmente sconosciuti, quello dei carmelitani e quello dei domenicani.

Dopo essermi fugacemente accostato all’Ordine dei Carmelitani, ho avuto modo di conoscere il Promotore delle vocazioni dei domenicani. Insomma, nel giro di pochi incontri ed un weekend vocazionale, mi è stato proposto di entrare in prenoviziato a distanza di un mese e mezzo da quel giorno.

Col mio trolley sono arrivato in convento… Il prenoviziato mi è sembrato molto intenso nei ritmi ma anche molto affascinante per la vita comune, per i momenti di preghiera in coro e, ovviamente, per la testimonianza dei religiosi che ho avuto modo di conoscere.
Quando mi sono improvvisamente ritrovato a provare l’abito per il noviziato, ho pensato: “Qui la cosa si fa seria!”.

Ad oggi, al settimo mese di Noviziato, posso dire che vivere dal di dentro la comunità è molto diverso da quello che mi aspettavo: il rischio di idealizzare la figura dei frati, la vita in convento, la preghiera, rischiava inconsapevolmente, di allontanarmi da quella che oggi, un po’ più di ieri, considero la strada che il Signore ha tracciato per me.

Forse è stato anche più bello scoprire che in realtà in convento vivono persone più che normali, con i loro giorni buoni e quelli meno buoni, con i loro limiti e difetti, ma con un grande desiderio di volersi rialzare dopo ogni caduta…  Da qualche parte, credo tra i racconti dei Padri del deserto, lessi tanto tempo fa, una domanda che un giovane rivolse ad un monaco: “Mi scusi… ma voi in convento che fate?”. Ed il saggio monaco rispose: “Cadiamo e ci rialziamo!”.
Mi piace sottolineare questo punto perché credo sia, per me come per tanti altri, uno dei maggiori ostacoli per un ragazzo che, da una parte, si sente attratto da Dio e, dall’altra, si riconosce debole ed indegno delle “cose” di Dio.

Ma il Signore non lascia nulla al caso, bensì ovunque e in qualsiasi circostanza ci raggiunge con la sua divina provvidenza. Il cammino, il discernimento, la crescita continuano, verso quel traguardo lontano quanto una vita intera. Unito mente e cuore a san Domenico nostro padre ed ai suoi figli, miei fratelli, non mi resta che perseverare in questo itinerario di ascolto della volontà di Dio.

fr. Domenico Sprecacenere, O.P.

buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 29 novembre 2015 in Uncategorized
‪#‎labuonanotizia‬
29 novembre 2015
1.a Domenica di Avvento
Liturgia: Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12 – 4,2; Lc 21,25-28.34-36
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+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.
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Buongiorno sono il sole.
C’era una volta un Dio con la barba, con lo sguardo un po’ cattivo e con il dito puntato su di te per farti capire che sbagli, un Dio incastonato in un bruttissimo triangolo con scritto sotto: Dio ti vede.
Poi c’è la storia molto più bella quella del Figlio di un Dio che è amore e che arriverà come un bellissimo Principe a cavallo delle nubi, arriva perché la liberazione – è scritto – è vicina. Arriverà perché l’ha promesso, arriverà vestito di bellezza, arriverà accompagnato da grandi segni e effetti speciali immensi, arriverà e noi s’ha da alzare il capo in alto, spostare lo sguardo dall’ombelico al cielo, mettendo da parte tutte le paure che quelli che ci hanno tratteggiato il Dio barbuto ci hanno messo nel cuore. Arriverà e il Vangelo si tinge di gioia, gioia e libertà.
Lui arriverà e noi dobbiamo vegliare pregando perché Gesù, lo sappiamo, è imprevedibile, arriva quando meno ce lo aspettiamo, arriva ed è Avvento, ed è attesa, come la mamma che aspetta il suo bambino, come il disoccupato che aspetta che lo chiamino dal centro per l’impiego, come l’universitario che attende l’esito dell’esame più difficile che ha dato, o te che aspetti il pulmann alla pensilina, come tutti quelli che attendono qualcosa o qualcuno che sembra non arrivare mai…
Ed Avvento anche quest’anno, Dio che si ripete anche quest’anno, per aiutare l’uomo a ritrovare il senso di quello che ha perso nel cuore, per aiutare chi ha perso la strada a ritrovare la meta, per aiutare chi ha perso Dio a ritornare a Lui. Dio si ripete ma non è mai uguale e ci insegna a pregare gioendo, o gioire pregando, perché la gioia deve abitare le fibre della nostra vita, perché la gioia deve prendere il posto della musonite, perché la gioia è un Dio che nasce come bambino e che chiede a te e a me di fargli posto lì dove siamo e dove lui non è…magari al Bataclan.
Quindi amici miei, buon anno, con questo Dio che si ripete, che torna per essere bambino fragile e indifeso che chiede di essere accolto, non il Dio barbuto con gli occhi cattivi e il dito puntato, è un Dio d’amore che insegna a pulire lo sguardo da tutte le brutte immaginette che abbiamo nei cassetti e nei vecchi armadi, è un Dio d’amore che vive dell’imprevisto ed è imprevedibile, arriva passandoci accanto in silenzio, quindi tutti in piedi, sguardo in alto e sorridiamo con quegli occhi nuovi che ci fanno cercare Lui…Lui che ci sta cercando da sempre!
Buon anno amici belli!

Anno della vita consacrata

Pubblicato: 22 novembre 2015 in Uncategorized

Nella Solennità di Cristo Re

le Suore Francescane di Cristo Re

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L’Istituto delle Suore Francescane di Cristo Re porta questo nome dal 1928. Si ispira al carisma di San Francesco d’Assisi e riconosce in sé la presenza di specifiche connotazioni francescane fin dalle origini.
I primordi risalgono ad un gruppo di Terziarie Francescane che verso la metà del secolo quindicesimo si radunarono insieme, dando vita al “Collegio delle Terziarie Francescane di Santa Elisabetta” in San Francesco della Vigna a Venezia. Il “Collegio” ebbe vita, sempre a Venezia, dal 1459 al 1811, quando subì la soppressione Napoleonica il 16 Maggio 1811.
Nel 1849, tra durezze di tempi e difficoltà di ogni genere, l’Istituto rinasce nello stesso luogo, chiamandosi “Convento delle Terziarie Francescane di S. Giuseppe”. Dopo appena 18 anni dalla rinascita, subisce un’altra soppressione il 26 aprile 1867, in applicazione della legge Sabauda del 1866.
Le suore sono disperse, ma due di esse continuano a vivere insieme, mantenendo vivo lo spirito francescano.

La Fondatrice: Vittoria Gisella Gregoris, in religione suor Serafina degli angeli

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Vittoria Gisella Gregoris, in religione suor Serafina degli angeli, nasce a Fiume Veneto (PN) il 15 Ottobre 1873.
A 21 anni entra tra le suore terziare francescane di Venezia, san Francesco della Vigna (Francescane di Cristo Re).
L’anno dopo la professione religiosa, a 24 anni, la colpisce un morbo inguaribile che la rende inferma per 38 anni: sono lunghi anni di sofferenze che lei offre giorno dopo giorno al Signore con serena pazienza e docile conformità a Cristo Re Crocifisso.
Muore a Venezia il 30 gennaio 1935, in concetto di santità.
Sull’infanzia e la fanciullezza di Gisella non ci sono notizie rilevanti; le testimonianze dei parenti e dei compaesani dicono che era molto affezionata al papà. Ella in genere non cerca segni di distinzione ma preferisce essere come tutte le altre bambine; ebbe la fortuna, tra i pochi del suo tempo, di frequentare la scuola elementare. Figlia del sacrestano si rende disponibile al Signore nel contesto della vita quotidiana; non ha la possibilità di fare particolari esperienze di fede ma è nella sua comunità che matura la decisione di seguire il Signore secondo modi “ordinari”. In parrocchia ella avviò ed incrementò il gruppo giovanile “figlie di Maria”, un’associazione che promuoveva la devozione alla vergine Maria, la santificazione dei suoi membri, e l’apostolato attivo nelle famiglie e nell’ambiente sociale. Proprio nell’ambito di questo gruppo parrocchiale ritrova freschezza e responsabilità la sua risposta al Signore, comprende che all’amore di Dio non si può opporre resistenza. Tutto vuole dedicare all’approfondimento della conoscenza del Vangelo e alla pratica delle virtù cristiane. Per la maturazione della fede e la scelta vocazionale di Gisella sembra determinante la guida spirituale del parroco. In lei diventa sempre più forte la confidenza con Dio e si accentuano precisi esercizi di ascetica. Ogni ora pregava a lungo ai piedi del letto e si alzava anche nel cuore della notte per continuare il suo colloquio con Gesù. Probabilmente a 15-16 anni matura la decisione di consacrarsi tutta al Signore, continuando a restare fedele nella preghiera, aderendo con costanza a tutti gli appuntamenti comunitari. Tuttavia avverte il peso della fragilità umana, gli scoraggiamenti, ma trova nel sacerdote una guida illuminata e saggia: assieme a lui ha imparato a discernere la volontà del Signore individuando il suo posto nella Chiesa. Alla sua maestra poi, Virginia Muzzatti, doveva molto della sua scelta di vita: spiritualmente serena, ricca di virtù, appassionata testimone del Vangelo, era stata proprio lei, insieme al parroco di Fiume ad avviare l’associazione figlie di Maria e a raccogliere molte giovani attorno all’ideale dell’associazione. Per far fronte ad una disgrazia familiare si fece assumere nel cotonificio del suo paese: nella sua vita di operaia era sempre puntuale e allegra fra le compagne, in generale era una donna che “tirava dritto” nel suo lavoro, tornata a casa aiutava ancora i suoi soprattutto nella coltivazione dei bachi da seta. Il lavoro non le impediva di dedicare tempo alla preghiera: era una ragazza che sapeva organizzarsi: per chi ha amicizia con Cristo il lavoro manuale diventa un’occasione per maturare spiritualmente, come Gesù a Nazareth l’operaio fa propria la legge dell’incarnazione e vive l’autentico sacrificio spirituale nell’offerta gioiosa di se al Signore. Era cosciente di lavorare per arginare un po’i debiti della famiglia e per mettere da parte quella somma che le veniva richiesta per entrare in convento, ma non poneva nel guadagno il suo scopo principale. La famiglia le fu da principio avversa nella sua decisione di entrare in convento ed anche il parroco, date le condizioni di disagio dei genitori, le prospettava di fare del bene in un altro modo. Gisella invitava a non temere, a fidarsi del Signore. Aveva tuttavia dalla sua parte il padre che pregava per lei e con lei. La relazione con Dio nella preghiera le comunicava una grande forza. Arrivò alla maggiore età sempre più confermata nella sua vocazione. Alla sua entrata in convento gli animi erano esacerbati in famiglia, non mancarono le offese, ma anche se in quell’addio ripetuto c’era una vena di amarezza, tuttavia era presente la fortezza della sicura adesione alla volontà del Signore: Gisella non aveva subito un colpo di fulmine, era proprio quella la sua strada. Gisella vestì il saio francescano il 5 febbraio 1895. Lo sposalizio della gioia con la tristezza sperimentato dal santo di Assisi caratterizza anche la vita religiosa di suor Serafina. Le madri vollero che la novizia Gregoris riprendesse a studiare sotto la guida di una suora maestra e che imparasse a suonare il pianoforte in vista di un’azione educativa più completa e competente tra le ragazze. Il 6 Febbraio 1896 fece la promessa religiosa: con tutto l’entusiasmo delle giovani innamorate di Cristo ad osservare i voti di povertà, castità, obbedienza; spesso si esprimeva così: “voglio lasciare che Dio disponga completamente di me”. Suor Serafina dimostra di essere attratta dall’amabilità di Dio e di sentirsi sicura in Lui. Il bisogno costante di stare con il Signore, fin da quando lo cercava prima di recarsi al a lavoro è espressione del suo bisogno di appartenere solo a Lui. Sviluppa il suo potenziale di amore in una vita di pietà sempre più impegnata: il suo più grande dispiacere sarà quello di non poter ricevere la santa Comunione in certe giornate della sua infermità. E’molto vivo in lei il canto della notte, del cuore vigilante: meraviglia il suo costante riferimento al Regno che viene: ne comprende l’urgenza sottoponendosi alla rigorosa pratica delle virtù che alimentano la purezza del cuore. Non ha paura di chiedere ripetutamente scusa ai superiori e alle consorelle, non indugia a parlare di sé o a raccontare le sue vicende, non vuole legare a se le persone per restare libera di benedire il Signore quando gliele fa incontrare. E’molto attenta alla vita di famiglia e tiene presente le notizie che arrivano. Il dono impegno della verginità non spegne gli affetti umani: non viene ricordata mai indifferente aspra scostante e non farà esibizione delle sue difficoltà ammettendo con semplicità che anche in lei ci sono lotte interiori, conquiste faticose. Come tutte le altre suore non possedeva niente e viveva in un ambiente povero, ciò la portava ad un abbandono fiducioso nella divina Provvidenza, dalla quale era cosciente di ricevere tutto quello che serviva all’utilità comune. Camminò decisamente la via del distacco, cercando la comunione con Dio e la totale disponibilità ai suoi doveri di religiosa. Non chiese mai niente per sé e non manifestò bisogni particolari, poiché lavorava attorno all’essenziale: sperimentò la beatitudine della povertà proprio lì dove il Signore l’ha chiamata. Caratteristica molto viva della sua povertà è l’apertura alle sorelle: si fa tutt’una con loro, è povera perché profondamente sorella. Dimostra stima verso tutte, si preoccupa della formazione delle giovani, le sta a cuore la sorte di quelle che incontra sofferenti o turbate. Fin che può lavora intensamente assolvendo con generosità e precisione i compiti che le venivano affidati. Si distingue per la gioia di servire e per l’intraprendenza ed abilità nell’eseguire i vari lavori. E’sempre convinta che proprio il servizio quotidiano nella comunità sia la strada tracciata dal Signore per la sua santificazione. Nessun’altra volontà poi cercava di far regnare che non fosse il progetto di vita del suo istituto, a lungo meditato e accolto con spirito di fede. Sapeva restare al suo posto, sopportando le imperfezioni del prossimo e manifestando ai responsabili della comunità i suoi timori. Anche quando le venivano fatte delle confidenze che mettevano in dubbio le decisioni dei responsabili, tagliava corto, richiamando, nella sua semplicità, all’abbandono totale, esigente, in Dio. Il frutto maturo dell’obbedienza sarà la sua capacità di soffrire ed offrire, in un armonia durata molti anni. Suor Serafina fu ben presto impegnata nel servizio educativo delle ragazze povere di Venezia; esse non volevano perdere nessuna delle sue parole, i suoi semplici insegnamenti per praticare fin nelle piccole cose quello che piace a Dio: tutti si accorgevano che la suora parlava e annunciava quanto viveva. E’la carità la via maestra e il carisma più grande cui anche suor Serafina aspira nella fedeltà feriale: già malata e piegata in se stessa si recava ancora a far lezione alle sue allieve con bravura e precisa competenza, stimolando con precise indicazioni la generosità dei cuori a lei affidati. Fin dal 1897, dall’età di 24 anni, comincia ad avvertire i primi sintomi del male che le attanaglierà la vita: il morbo di Pott. Finché poté sopportò in silenzio: non voleva preoccupare i superiori e non pensava minimamente di ritirarsi dal suo campo di apostolato. Sentiva il dovere di fare del bene e di rendersi utile alla comunità. Amava sottoporsi ai lavori più gravosi della Casa. In lei si profila un atteggiamento di resistenza al male che si farà sempre più distinto fino ad accettare con amore prove ancora più pesanti. Nel frattempo si moltiplicano le improvvise cadute, soffre di parecchi dolori, si chiamano a consulto i medici e la malattia viene fuori nella sua gravità. Fu costretta in futuro a lasciarsi fare in tante piccole cose che il suo animo delicato volentieri avrebbe evitato: spesso ricevere è più difficile che donare. Suor Serafina, mentre accettava questi servizi indispensabili, cantava. Era un modo per reagire all’umiliazione provata per rendere meno gravoso il servizio prestatole. Dopo parecchi consulti medici e tentativi di cure, vide cadere ogni speranza di guarigione. La sua gran voglia di vivere, il sogno dell’apostolato attivo fra le giovani, la collaborazione alla missione della sua comunità dovevano ridimensionare la sua vocazione. Ora il Signore le apriva un altro campo di lavoro: sarebbe stata ancora una donna del sì nel suo povero lettino di ferro all’interno di una cella spoglia. La malattia straziante durerà in tutto 38 anni. Ma la sofferenza corporale a cui fu sottoposta era nulla in confronto alle dure prove spirituali che affrontò e che le impedivano anche il sonno: il Signore spinge nell’aridità del deserto i figli che vuole riservare per avventure di riguardo. Riguardo al suo male poi, non mendicava particolari consolazioni: non se ne stava passiva, reagì sempre alla rassegnazione. La sua giornata trascorreva secondo gli appuntamenti della sua comunità: preghiera, lavoro, ricreazione e riposo. Pienamente inserita in questi ritmi partecipava alla vita comune e cercava di rendersi utile. Nella sua giornata non mancano mai obbiettivi da raggiungere: il Signore le aveva mandato in cocci certi suoi programmi, lei si fa intelligente indagatrice di un altro modo di servire nella Chiesa. Con la sapienza che viene dell’alto scopre e intensifica la sua condizione di vittima, di totalmente immolata, alla stregua di Teresa di Lisieux. Il francescano è consapevole che la sua vocazione lo inserisce nella follia dell’amore di Cristo per diventare una manifestazione nella Chiesa. Come Francesco anche suor Serafina segue Cristo nella semplicità di cuore. Come Francesco mantiene un animo di fanciullo che sa ammirare e caricarsi di tenerezza per tute le cose che la circondano, per i volti delle persone che la avvicinano e per i doni della natura. Del francescanesimo di suor Serafina si può ricordare la povertà, che non è pigrizia ma laboriosità e impegno, e lo spirito di gioia: era la sua una serenità a caro prezzo, un ottimismo conquistato a brandelli. Non osava chiedere nulla per se, ma lodava e ringraziava il Signore per tutto quello che le riservava. Caratteristico è che non tiene davanti a se un programma di virtù da inserire passo passo, metodicamente: il consacrato ama e vuole essere vicino a Colui che ama: segue con decisione Cristo che è divenuto il tesoro della sua vita. La sua vocazione è pienamente inserita nella vitalità della Chiesa; il suo è un itinerario semplice, fatto di quotidiana disponibilità alla volontà di Dio. Suor Serafina diceva poi di non sapere pregare: il suo è un atteggiamento davanti a Dio di grande onestà spirituale; aveva fatte proprie poi le raccomandazioni della madonna: preghiera e penitenza, svolgeva infatti, un intenso apostolato della preghiera, ben cosciente comunque che Dio non può scusare la nostra pigrizia negli affari umani. Sappiamo che Dio è amico del silenzio, ci parla a noi e attraverso di noi nel silenzio: tanto più riceviamo nella nostra preghiera silenziosa tanto più possiamo dare nella nostra vita attiva… di tale silenzio orante è ricca la vita di suor Serafina. Per suor Serafina la comunione quotidiana era un avvenimento: Gesù la riempiva di gioia e consolazione e non trovava parole per benedire e ringraziare. Dopo averlo accolto nella santa comunione era molto attenta a non farsi disturbare. Curava nei minimi dettagli l’atteggiamento della gratitudine e della riconoscenza. Suor Serafina non chiede la guarigione, unico suo scopo è quello di aderire incondizionatamente alla volontà di Dio: tutto accettava incondizionatamente quale mezzo della propria santificazione e per il bene delle consorelle religiose. Fu missionaria dal suo letto come Teresina: dei missionari si appoggiarono alle sue preghiere per i loro viaggi apostolici. C’è un’armonia nella sua vita che la rende donna attenta alle varie situazioni e contemporaneamente vigile e presente al suo Signore. I testimoni le riconoscono una pazienza eroica, anche se il martire cristiano non è l’eroe, esso è invece un discepolo, la sua pazienza e la sua pace sono frutto di una promessa. Il cristiano poi non è votato alla tristezza, come figlio della risurrezione mantiene un costante atteggiamento di gioia: in suor Serafina si nota questo atteggiamento lasciando trasparire così la sua fede solida nel Cristo Risorto, ma in lei si riscontra anche che la gioia è legata alla benevolenza, costante preoccupazione di volere e cercare il bene degli altri. Particolare segno di questa è la sua costante solidarietà con il paese di origine. Su molti punti appare poi intransigente, ma non per scoraggiare, bensì per generare entusiasmo e voglia di lavorare meglio. Nella sua personale adesione al principe della Pace riusciva costruire quell’equilibrio indispensabile per accettare anche i conflitti e le prove. Gli urti della vita venivano come ammortizzati dentro di lei. Si accettava così come era, puntando sempre alla perfezione, ben cosciente della fragilità del suo essere. Incoraggiava sempre poi alla familiarità con coloro che Dio ha messo accanto per guidare la nostra vita di comunione.

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 22 novembre 2015 in Uncategorized
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Il Signore regna, si riveste di splendore
Liturgia: Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37
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+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
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Buongiorno sono il sole. Oggi il Sole è Lui, il nostro Re! In tutti questi mesi abbiamo imparato a conoscerlo, ad amarlo, a seguirlo e oggi il ragazzo di Nazareth, diventato grande si trova faccia a faccia con un ragazzo romano, grassoccio e non molto simpatico ma diventato grande anche lui e che di nome fa Pilato. Il sig. Pilato viene chiamato ad amministrare una città difficile piena di talebani tristi e fanatici, costretto a fare giochi falsi pur di ammiccarsi la clientela giusta, si trova davanti un uomo, l’Uomo, condotto a spinta e strattoni perché dice di essere il Re dei Giudei, sia lui a dargli la giusta condanna, sia lui a processarlo come uno dei tanti delinquenti e lo dia in pasto alla gente che urla.
Pilato si trova davanti l’Uomo e il suo sguardo lo fa tremare, già si vorrebbe lavare le mani perché arrivare a giudicare Gesù non era proprio nei suoi programmi…ma chiede: «Sei tu il Re dei Giudei?»…ironico o pauroso? Gesù risponde lo stesso: «Il mio regno non è di questo mondo (…) Per questo io sono nato e sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità». La verità: parola chiave di oggi, parola chiave della nostra vita. La VERITA’ che prima di essere concetto è una PERSONA ed è lì davanti a lui, con quella postura mite e beata. Ma cosa può cogliere di verità Pilato? Sì forse non è né ironia né paura, forse è fascino, ma sicuramentchiarezza! Come si fa a credere che esista un altro regno? Un regno potente perché debole, un regno eterno perché oltre il tempo, un regno invisibile perché oltre la storia… come si fa a credere a un regno così e a un re così? Un Dio che si fa carne, un Dio che muore dissanguato in Croce, un Dio rifiutato da molti… Come si fa a credere in questo regno e che in questo regno ci sia la VERITA’? Ma Gesù, diventato grande, è venuto per dare TESTIMONIANZA alla VERITA’ e dove sta questa testimonianza? Nel morire, nel chicco di grano che muore per portare frutto, nel prendere la croce e seguire la logica del Maestro, perdere la vita per ritrovarla, amare i propri nemici, benedire coloro che ci maledicono, andare controcorrente, seguire i cartelli che portano al cielo, innamorarsi di un Dio che viene deriso, picchiato, massacrato, che viene inchiodato e crocifisso, un Dio che muore a braccia aperte per avvolgere tutti nel suo abbraccio, un Dio che dona tutto di sé e per sé non tiene nulla, innamorarsi di quel Dio che si fa uomo per riportare l’uomo a Dio. Pilato ha questo ragazzo davanti e si affaccia dal balcone del suo palazzo per dire a tutti: ECCO L’UOMO…perché il vero uomo è lui non Pilato. Perché l’Uomo ci insegna che Regnare è Servire e Servire è Regnare. Ciao belli e buona festa di Cristo Re dell’ Universo

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È talmente riservata che forse non avrebbe nemmeno voluto che si sapesse, ma vista l’occasione era impossibile. Suor Michela Marchetti da oggi è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana per volontà (motu proprio) del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E il suo primo pensiero è stato per la sua città adottiva, Crotone (è nata a Bassano del Grappa), e per quanti insieme a lei si impegnano senza clamore. Mattarella ha consegnato l’onorificenza a suor Michela Marchetti con questa motivazione: “Per il suo continuo impegno, anche nell’ambito del centro antiviolenza di Crotone, a favore delle donne e dei bambini in difficoltà”. Una vita spesa a favore delle persone in difficoltà, in particolare donne e bambini. Dal 2009 dirige Udite Agar, centro antiviolenza promosso dalla cooperativa sociale Noemi con la collaborazione del Comune di Crotone, della Regione e dell’Arcidiocesi di Crotone”.
Sul sito internet della parrocchia Sacro Cuore del rione San Francesco è riportato il corposo curriculum di suor Michela. “Nata a Bassano del Grappa il 3 giugno del 1966.  Dopo la scuola dell’obbligo ha lavorato per 6 anni in una fabbrica tessile e ha conseguito un diploma come modellista di moda. Incontra le suore della Divina Volontà in un campo scuola vocazionale. Chiede di fare un’esperienza di condivisione con loro e viene mandata a Roma in una casa famiglia con gestanti e mamme con bambini. In tale esperienza decide di iniziare il percorso di formazione tra le suore della Divina Volontà per consacrarsi a Dio in questa famiglia religiosa. Dopo 2 anni di noviziato a Vicenza fa la prima professione il 25 maggio del 1991. Gli viene chiesto di venire a vivere nella comunità di Crotone avendo un attenzione particolare per i giovani e le donne. Il 26 ottobre 1997 si consacra con la Professione Perpetua tra le suore della Divina Volontà celebrata nella Parrocchia Sacro Cuore a Crotone. Suor Michela negli anni completa la sua formazione in Calabria: consegue il magistero in teologia a Catanzaro, il diploma di consulente familiare e successivamente la laurea in Scienze del Servizio Sociale a Crotone con la specializzazione in Progettazione e gestione delle politiche sociali all’Università della Calabria a Cosenza. negli anni ha approfondito lo studio della lingua inglese con periodi di studio e permanenza in Inghilterra. Nella pastorale opera in particolare con i giovani e insieme a suor Bruna e ad un gruppo di laici, dopo un percorso di riflessione e ricerca, hanno dato vita al Centro Noemi.
Nel 2001 il Centro Noemi diventa cooperativa, e lei continua ad essere responsabile del servizio ed è coordinatrice del Centro per la famiglia. Collabora con la Caritas diocesana come responsabile e formatrice accreditata del servizio civile è responsabile della comunità religiosa e consigliera generale della Congregazione delle suore della Divina Volontà e responsabile della pastorale vocazionale”.

“Si è definita “un piccolo segnale” ma in realtà è il grande segnale, personificato, del senso di solidarietà che alberga nei cuori e si concretizza con le azioni di quanti decidono di dedicare la loro vita al servizio degli altri.

“Suor Michela e la sua cooperativa rappresentano un esempio per tutti ed un valore per la nostra città.  In questi anni la loro azione a favore dei più deboli, la loro capacità di accoglienza, aggregazione e socializzazione, ha dato un concreto sostegno alla prevenzione ed al contrasto di ogni forma di disagio sul territorio” ha detto il vice sindaco Mario Megna

“Siamo grati al presidente della Repubblica per aver voluto conferire un così alto onore ad una nostra concittadina, guardando alla persona ed al suo impegno a favore degli altri.  E, naturalmente, siamo grati a Suor Michela per quello che ha fatto in passato e che farà in futuro per la nostra città confermando la vicinanza dell’amministrazione Comunale alla sua Cooperativa” ha aggiunto il vice sindaco Megna

“Il mio impegno è quello di dare voce a chi sta ai margini. Quanto avvenuto, l’onorificenza dal parte del Presidente della Repubblica, inaspettata da parte mia, è sicuramente fatto positivo che estendo a quanti operano quotidianamente con me con la consapevolezza che è anche un messaggio di positività per la città di Crotone” ha detto Suor Michela Marchetti

“Non ho mai avuto l’ambizione di venire al Sud” Suor Michela ha origini venete, “per insegnare qualcosa anzi, in questi anni, ho imparato molto ed ho conosciuto tante persone che hanno professionalità ed energie da mettere al servizio degli altri. La mia storia è una storia di condivisione. Stare insieme, anche con le istituzioni, è fondamentale” ha aggiunto Suor Michela

La città di Crotone ha confermato, anche in questa occasione, tutto il suo affetto per Suor Michela che, lo scorso marzo, aveva ricevuto in occasione della iniziativa la “Maratona del Sorriso” un riconoscimento da parte del Comune per il suo impegno a favore della collettività.

buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 15 novembre 2015 in Uncategorized
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15 novembre 2015
XXXIII Domenica del T.O.
Liturgia: Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

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+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”.
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Buongiorno sono il sole…il Vangelo di questa ultima domenica del tempo ordinario si colora di tinte apocalittiche, il riflesso cupo di una giornata che si è consumata in tragedia sulla terra. Prima il Libano, poi Parigi e Gesù mette i suoi discepoli davanti a tutto questo…2000 anni fa! Siamo in cammino, di inizio in inizio in cammino, fragili, limitati, piccini…e ci sarà buio, le stelle cadranno, la luna non darà più luce e anche il sole si oscurerà, come si fa a camminare? come si fa ad aspettare qualcuno?… ma proprio in questo momento, questo momento di confusione totale, di disperazione infinita, alla fine del tutto il Figlio di Dio verrà a cavallo delle nubi e si entrerà finalmente nella logica di un Dio illogico, quel Dio illogico che abbiamo imparato in tutti questi mesi. I poveri discepoli, come noi sono attoniti, come si fa a comprendere questa storia che è un caos totale…??? dai Gesù facci uno dei tuoi esempi che capiamo meglio! Con un sorriso da bravo Maestro ecco la storiella del giorno: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina». Ecco c’è il buio, non si vede nulla, siamo in autunno, davanti l’inverno e tu, giustamente ci parli dell’estate. Altro sguardo attonito di chi non capisce nulla dell’arte contadina. Ma voi avete presente il fico-albero? D’inverno perde le foglie e sembra un tronco a spuntoni, ossa secche lunghe lunghe; al cambio stagione tira fuori dall’armadio il meglio look dell’anno e si riveste di gemme bellissime che daranno frutti dolci dolci. Gesù col suo fico ci fa contemplare la poesia del cielo, vuole farci vedere che, quelle che sembrano ossa secche, in realtà sono la preparazione di tutto ciò che è attaccato alla tenerezza dei germogli. C’è un Dio in arrivo…dietro a quello che per noi è il buio dell’incertezza, la forte confusione di luci e ombre nel cielo, in realtà è una nuova primavera ed una questione di sguardo: il vero, il bello e il buono non è tanto quello che si vede in apparenza, ma quello che ci è concesso di guardare. E’ una mamma che dà alla luce il suo bambino guardandolo con amore, dove altri vedono solo urla e dolore nel partorirlo, è vedere le spine sul gambo della rosa dove un altro guarda al bocciolo. Si può vedere o guardare; si può vedere camminare delle persone, oppure guardare queste persone solidali come le colonne che insieme sostengono una chiesa. Si può vedere ma è accontentarsi perché perdi lo stupore di un Dio illogico che ti regala occhi di poeta per guardare e si affida ai rami-ossa secche di un fico per parlarti del suo arrivo. Si può vedere ma sarebbe il Vangelo della fine e si può guardare ed è il compimento di un sogno, il compimento del fine per cui Dio ha creato l’uomo, il sogno di Dio che vuole che l’uomo balli con Lui….si tratta solo di imparare ad attendere! Ciao belli

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Fra Ibrahim Sabbagh in un momento del campo estivo. Foto: Associazione pro Terra Sancta

Un segno di speranza nella città martire della macelleria siriana. Il 13 dicembre, pochi giorni dopo l’inizio ufficiale del Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco, tra le macerie di Aleppo verrà aperta una Porta Santa. Il luogo scelto è altamente simbolico: la chiesa di San Francesco, che il 25 ottobre era finita nel mirino delle milizie jihadiste.

Un ordigno aveva colpito il tetto dell’edificio dove si stava celebrando la Messa festiva provocando un’esplosione e il ferimento di sette persone. In occasione del Giubileo, altre due porte saranno “aperte” in Siria, a Damasco e Latakia. “Oggi più che mai la nostra nazione ha bisogno dell’abbraccio della misericordia di Dio – spiega il vicario apostolico latino, il francescano Georges Abu Khazen -. Noi cristiani siamo chiamati a far conoscere a tutti l’amore del Padre e ad avere misericordia gli uni degli altri. Questa Porta sarà per noi la difesa dal male che vuole sopraffarci e segno della Provvidenza divina che ci assiste. Che questo Giubileo apra il cuore dell’uomo al pentimento, al perdono e all’accoglienza dell’altro desiderando per lui quello che vogliamo per noi stessi».

Parole che risuonano in una città dove è in corso una battaglia decisiva per le sorti del conflitto, tra l’esercito regolare e i gruppi della galassia anti-Assad, in particolare Al Nusra e Isis. La popolazione continua a fuggire: dei 4 milioni di abitanti che ne facevano la città più popolosa del Paese, sono rimasti 1 milione 900mila, i cristiani sono scesi da 200mila a 90mila, e vivono tutti nei quartieri controllati dalle forze governative. Negli ultimi giorni, grazie all’intervento militare russo, la morsa dei ribelli sulla città si è allentata, e molti cristiani che si sentivano letteralmente assediati hanno tirato un sospiro di sollievo.

“La situazione è sempre grave, la corrente elettrica viene erogata per poche ore al giorno, l’acqua è una rarità da quando i ribelli si sono impossessati dell’acquedotto e hanno tagliato le forniture per fare pressione sul governo – racconta Joseph, un giovane profugo arrivato recentemente in Italia e che comunica quasi ogni giorno con la sua famiglia ad Aleppo -. Questa è una sporca guerra, la cosiddetta opposizione è ormai nelle mani dei gruppi più radicali, i combattenti sono quasi tutti stranieri e ostili ai cristiani. Per questo l’intervento dei russi viene giudicato positivamente, come un argine all’avanzata dei jihadisti. È anche grazie a loro che l’esercito regolare è riuscito a riattivare la circolazione nella strada che collega Damasco ad Aleppo, unica via di comunicazione con il resto del Paese, dalla quale passano i rifornimenti di viveri e merci”.

Ibrahim Alzabagh, il francescano parroco della chiesa di San Francesco, ha accolto con gioia l’annuncio del vicario apostolico relativo all’apertura della porta per l’Anno Santo: “È una grande occasione per chiedere il dono della pace e la conversione dei cuori, anche quelli dei potenti. La mia gente continua a pregare, e l’attacco che abbiamo subito il 25 ottobre non ha piegato la nostra fede. Anzi, proprio la dinamica del fatto ci ha resi ancora più consapevoli che siamo oggetto di misericordia da parte del Signore: l’ordigno scagliato contro la chiesa ha colpito la cupola ed è rimbalzato sul tetto, se fosse entrato subito avrebbe provocato una strage perché c’erano 400 persone a Messa. E proprio in quel momento stavamo cantando il salmo 120, che recita: ‘Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode… Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita”.

Nel quartiere di Azizieh, dove ha sede la chiesa – l’unica della zona rimasta accessibile, mentre metà delle trenta che erano aperte prima del conflitto sono distrutte o inagibili – i francescani continuano la loro opera di aiuto alla popolazione e testimoniano la possibilità di una convivenza tra cristiani e musulmani in un momento in cui la diffidenza rischia di prevalere. La vita della comunità cerca di proseguire, sono stati riaperti le scuole, gli scout, l’oratorio, il catechismo.

La guerra continua a seminare vittime, e nelle ultime ore dal fronte diplomatico non arrivano segnali significativi. “Purtroppo la fine del conflitto non dipende dal popolo siriano, ma dalle potenze straniere che lo hanno imposto e che decidono la nostra sorte – conclude amareggiato il vicario Abu Khazen -. A queste potenze dico: lasciate dialogare i siriani che sanno cosa vogliono. Non lo sanno invece gli Usa, l’Ue, l’Arabia Saudita, il Qatar e altri Paesi che perseguono solo i loro interessi particolari».

Il 2015 è l’Anno della Vita Consacrata. Nel suo messaggio, il Papa chiede ai religiosi di “svegliare il mondo, illuminarlo con la loro testimonianza profetica e controcorrente”;  li esorta ad “essere gioiosi, coraggiosi, uomini e donne di comunione”. “Le persone consacrate – ha detto Francesco – sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna”.  Il Santo Padre redigerà una nuova Costituzione Apostolica sulla vita contemplativa: si apre dunque un tempo di riflessione e preghiera come conferma, al microfono di Paolo Ondarza, suor Maria Chiara Cavalli, clarissa del monastero di Sant’Agnese di Perugia:

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R. – Viviamo questo anno insieme alla Chiesa che prega e celebra la vita consacrata. Noi, in modo particolare, essendo un po’ nel cuore della Chiesa, nascoste ma sempre presenti, preghiamo, offriamo, gioiamo, parliamo – come ci è possibile – con chi ci viene a trovare e cerchiamo di credere sempre di più in questa vocazione così bella e, come ha detto il Papa, profetica.

D. – La vostra è una scelta controcorrente e il Papa ha chiesto a tutti i consacrati di “svegliare il mondo”. Da cosa? Il mondo è addormentato oggi?

R. – Il mondo si agita. Non so se è addormentato… C’è anche tanta tristezza in giro, delusione, mancanza di aspettative, poco coraggio. Bisogna svegliarlo – credo – nel senso di dare speranza. C’è un futuro! C’è un futuro per tutti, appoggiandosi sul Signore Gesù. Questo è stato così per la mia vita e lo propongo a tutti. “Per trovare la sorgente, bisogna andare in su, controcorrente”, ci ha lasciato detto San Giovanni Paolo II. Certo, ci sono delle mode, dei modi di pensare che non fanno trovare la sorgente della vita, ma portano alla morte. Io vorrei dire a tutti che c’è un altro modo di vivere. La gioia, come ci ricorda il Papa, si trova quando uno ha trovato il senso della propria vita e il senso della propria vita è un incontro. Il Verbo si è fatto carne e Lui ci precede, ci “primerea” – un’altra espressione che piace tanto al Santo Padre – ci viene a cercare, come un innamorato che aspetta da tempo l’altra metà della sua vita e quando l’ha incontrata tutto si illumina.

D. – Lei è stata chiamata, così come le sue consorelle, alla vita di clausura. Questa vocazione così particolare, per molti incomprensibile, come si coniuga con la “Chiesa in uscita”, che Papa Francesco raccomanda a tutti?

R. – Mi piace tantissimo questo essere “Chiesa in uscita” e lo sono! Lo sono dal mattino alla sera, perché “con la mia preghiera sostengo le membra deboli e vacillanti del suo Corpo, che è la Chiesa”, per dirlo con una espressione di Santa Chiara; lo sono perché se c’è qualcuno che cammina per le strade, c’è qualcun altro che sostiene, in qualche luogo nascosto, con la preghiera, questo andar per le strade, questo annunciare il Vangelo dai mezzi di comunicazione… La Chiesa è un corpo: non tutte le parti del corpo hanno la stessa funzione; non tutti possiamo essere mani, non tutti possiamo essere bocca; ci sono anche delle parti nascoste del corpo, ma perché sono nascoste non vuol dire che non siano importanti.

D. – Per tutti i consacrati quest’anno rappresenta un momento per guardarsi dentro, per un esame di coscienza?

R. – Certo! Può essere che il logorio, la fatica, l’abbandono di alcuni creino tristezza, delusione. Invece no! La vocazione alla vita consacrata è una vocazione necessaria, importante, bellissima. E noi siamo chiamati a riscoprirla, ad essere quindi uomini e donne di gioia, di coraggio.

D. – Chiamati ad essere il lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna…

R. – Lievito! L’immagine del lievito è molto interessante: ce ne vuole pochissimo per far fermentare la farina! A volte noi ci scoraggiamo perché siamo pochi, non sappiamo che cosa lo Spirito può far sorgere da qualcosa che sembra morire. Non ci è lecito essere tristi o scoraggiati. Dio è fedele e porta avanti la sua storia: l’ha portata avanti finora e la porterà avanti anche dopo di noi.

D. – E qui si apre anche il tema del calo di vocazioni negli ultimi anni. A dispetto di quanto questo dato indurrebbe a pensare, l’immagine del lievito suggerisce che non è poi necessariamente il numero a far la differenza

R. – No! E’ la forza di pochi… I nostri fondatori, quando sono partiti, erano soli: una persona a cui si sono accodati altri: quindi, non è necessario essere tanti. Tutto ciò che nasce è piccolo, poi cresce e diventa grande, però nasce piccolo. Le cose non nascono grandi.

D. – Dunque si può ripartire anche dai piccoli numeri…

R. – Si può ripartire dai piccoli numeri. E’ opera dello Spirito, non siamo noi i fautori della storia. Grazie a Dio, siamo nelle sue mani e quindi possiamo essere sereni.

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 8 novembre 2015 in Uncategorized
‪#‎labuonanotizia‬
8 novembre 2015
Domenica-32.a tempo ordinario – IV
Liturgia: 1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44
anziana
+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
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Buongiorno sono il sole…oggi mi piace parlare dei piccoli (senza nulla togliere a chi è grande o a chi crede di esserlo), mi piace parlare dei piccoli perché non sono importanti mentre i grandi sono bravi a trascinare folle con facili promesse, mi piace parlare dei piccoli perché nell’ atupertu sono magnifici, tu gli interessi. Non è che i grandi mi siano antipatici io voglio bene a tutti ma a loro interessano i grandi numeri non la confidenza. I piccoli sono simpatici, non che i grandi non lo siano, ma i grandi vogliono anche obbedienza senza, talvolta, neanche ascoltarti… eppure Gesù è un grande direte voi, ma io rispondo che Gesù è eccezionale, nel senso che fa eccezione, a lui interessi tu con la tua piccola storia, una piccola storia, a volte ferita ma per lui molto importante. Gesù, pur essendo un trascinatore di folle, si accorge di chi è nascosto tra le fronde dell’albero per cercare di vederLo e riesce anche a scovare una piccola donna vecchina e debole che in Chiesa nell’ultimo portamoccoli a sinistra, quello che nessuno vede, getta due centesimi perché non ne ha 50 per pagare la candela e affidare a Dio i suoi cari. Sì, Gesù è eccezionale perché si accorge… in mezzo alla folla ci sei tu e lui si accorge di te, come si è accorto di tutti quelli che, incontrandolo, sono cambiati.
Gesù oggi è lì, seduto dopo tanto cammino, in una panca qualsiasi di una chiesa qualsiasi e osserva, osserva e ascolta: i ricchi buttano nel tesoro del tempio, un grande vaso di rame che suona ogni volta che arriva una moneta, manciate di denaro che fanno un casino tremendo e fanno dire: ah! che bravo che sono… Bravissima gente, davvero. Poi osserva e ascolta i passi lenti di una povera anziana, un passo, due passi, il bastone, un passo, due passi, il bastone…, la povera vecchina arriva a fatica, fruga nella borsa, il borsellino vuoto, c’è solo due monete da 1 centesimo, due miseri centesimi, li butta nel vaso delle offerte con tutto il suo cuore: una povera vecchina, vedova e sola ha messo più degli altri perché ha messo “tutto quanto aveva per vivere”.
Gesù osserva e ascolta il rumore del centesimo che fa ‘tin’ e i suoi occhi sono stupore e grazie nel vedere la bellezza scritta dal Dito di Dio e nascosta nelle rughe, nel passo claudicante e nel bastone di quella povera vecchina che nessuno vede.
Mi piacciono i piccoli perché offrono gli spiccioli, ma è il loro sostentamento. Gesù ci fa scoprire che la bellezza è tutta lì: nella fatica, nel passo lento, nel segno del tempo che passa in quella povera vecchia che butta due centesimi ed è tutto! Mi piacciono i piccoli perché con piccoli gesti fanno grandi cose e mi parlano di un Gesù che si innamora di loro. Non si innamora degli scribi e dei farisei tronfi che amano farsi vedere ma di una vedova che non ha più chi l’ama ma che gettando nel tesoro del tempio tutto quello che ha per vivere ritrova il tutto della sua vita e un Gesù che l’ama alla follia e perde la vita per lei. Dona a Dio i centesimi che sono la sua vita, tutto quello che ha, li mette con delicatezza, li mette con fede, senza fare rumore se non quel ‘tin’ del centesimo che tocca il rame, ma li dona e donandoli con tutto il cuore dona se stessa.
Ciao belli e buona domenica

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Aveva 68 anni Walter Bevilacqua la cui storia sta commuovendo il web. Pastore tra le montagne dell’Ossola, Bevilacqua ha rinunciato al trapianto per dare ad un altro la possibilità di salvarsi, ed è morto.
«Sono solo, non ho famiglia – aveva spiegato -. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere». Una confessione fatta dallo stesso protagonista di questa storia al parroco. Bevilacqua è morto durante la dialisi a cui si sottoponeva ogni settimana all’ospedale San Biagio di Domodossola.

Dopo il decesso, la sua bara è stata portata a spalla al cimitero dagli alpini di Varzo. Al corteo funebre anche le sue sorelle Mirta e Iside. «Era proprio come lo descrivono: altruista, semplice – dicono -. Un grande lavoratore. Sapeva che un trapianto lo avrebbe aiutato a tirare avanti, ma si sentiva in un’età nella quale poteva farne a meno. E pensava che quel rene frutto di una donazione servisse più ad altri».
Una vita piena di sacrifici la sua – a detta di chi gli è rimasto accanto fino alla fine – legati alla propria terra. Un tipo solitario Walter, ma molto altruista. Tanto da dire no al trapianto, quando gli si è presentata l’occasione.
«Sono in molti che aspettano quest’occasione. Persone che hanno famiglia e più diritto a vivere di me. È giusto così» aveva detto. Dopo la sua morte, il parroco del paese, don Fausto Frigerio, ha raccontato la sua storia in chiesa durante la messa così da presentarlo come esempio per tutti.