Archivio per gennaio, 2016

Anno della vita consacrata

Pubblicato: 24 gennaio 2016 in Uncategorized

CHIUSURA DELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

Anno della vita consacrata: grande evento conclusivo

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Più di 4.000 consacrati consacrate, appartenenti alle diverse forme di vita consacrata, stanno arrivando a Roma da ogni parte del mondo per partecipare al grande evento conclusivo dell’Anno della Vita Consacrata, che si svolgerà dal 28 gennaio al 2 febbraio 2016: Vita consacrata in comunione. Il fondamento comune nella diversità delle forme. Un appuntamento nel quale si alterneranno giornate di incontro, veglie di preghiera, tempi per ritrovarsi e approfondire lo specifico di ciascuna forma, con uno sguardo profetico verso il futuro.

Queste le finalità dell’incontro: conoscere meglio il grande mosaico della Vita consacrata, vivere la comunione riscoprendo l’unica chiamata nella diversità delle forme (Ordo Virginum, vita monastica, Istituti apostolici, Istituti secolari, nuovi Istituti e nuove forme di Vita consacrata), iniziare insieme il cammino nel grande Giubileo della Misericordia che consegna ancora una volta a tutti i consacrati il mandato specifico della loro vocazione: essere volto della misericordia del Padre, testimoni e costruttori di una fraternità autenticamente vissuta.

Il 28 gennaio, darà inizio all’evento la veglia nella Basilica papale di S. Pietro presieduta da S.E.R. Mons. José Rodríguez Carballo, OFM, Arcivescovo Segretario CIVCSVA, alla presenza di S.E.R. il Cardinale João Braz De Aviz, Prefetto CIVCSVA.

Questa la particolarità delle giornate: il 29 gennaio vedrà riuniti tutti i consacrati nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Il 30 e 31 gennaio, in cinque diversi luoghi di Roma, ogni forma di vita consacrata si incontrerà per approfondire alcuni aspetti specifici della propria vocazione, per poi ritrovarsi nuovamente insieme il 1° febbraio nell’Aula Paolo VI per l’udienza con il Santo Padre Francesco e per l’Oratorio ‘Sulle tracce della Bellezza’, Diretto da Mons. Marco Frisina.

Il Convegno si concluderà con il pellegrinaggio giubilare la mattina del 2 febbraio e, il pomeriggio, con la Celebrazione eucaristica per la XX Giornata Mondiale della Vita Consacrata presieduta dal Santo Padre Francesco.

Il Programma completo è scaricabile qui: http://www.cmis-int.org/wp-content/uploads/2016/01/programma-gennaio-2016-web.pdf

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 24 gennaio 2016 in Uncategorized

‪#‎labuonanotizia‬
24 gennaio 2016
Domenica 3.a Tempo Ordinario – III
Liturgia: Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

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+ Dal Vangelo secondo Luca
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

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Buongiorno sono il sole, pochi giorni fa Papa Francesco, come i suoi predecessori, è entrato in Sinagoga a Roma e queste bellissime immagini ci possono aiutare a pensare a Gesù che entra nella sua Sinagoga a Nazareth, nella sua Nazareth dove era diventato grande. Entra e fa quello che deve fare: apre la Scrittura, legge e chiude il rotolo. Poi parla come sa fare Lui, con quel modo di fare da mettere il nervoso a scribi e farisei, con quel calore che seduce, con quella tenerezza che calma le angosce e le ansie. Stamattina, quel brano del rotolo, sentito chissà quante volte sembra nuovo, sembra qualcosa di mai sentito, le parole escono dalle sue labbra come novità, per me, per te, per tutti. Parole profumate di cielo, parole dal sapore di cielo.
Ogni parola fa bene al cuore, al cuore stanco, al cuore affaticato, al cuore spaesato, al cuore di chi non ce la fa davvero più. Quelle parole anche oggi finiscono con una firma che allarga il sorriso e fa riprendere fiato: “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” . Non chissà quando, non chissà dove, ma OGGI, oggi è possibile confidare nella salvezza, oggi per tutti è possibile vivere una vita bella, tutti, poveri, prigionieri, ciechi, oppressi, affamati e falliti. Nessuno può dimenticare da ora in poi questa freschezza, questa aria buona buttata dentro la sinagoga, anche da chi già lo odia e lo vuole far fuori.
Come ci siamo arrivati noi in questa sinagoga? Come ci affacciamo in questa sinagoga dove Lui c’è con la sua Presenza? Io ci arrivo con le mie nostalgie ‘di una volta’ ma anche con la curiosità del ‘come sarà?’. Io penso che chi è arrivato alla sinagoga quel giorno, anche se fosse stato un pelino triste, ha trovato una bella sorpresa, ha trovato Lui che ascolta, che accompagna, che sente il dolore, che sta accanto, che guarisce, che assicura che la salvezza c’è ed è per tutti. A me basta guardarlo negli occhi, sorridergli e andare avanti!
buona domenica di salvezza, ciao belli

Ancora sulla breccia…

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Si chiama suor Maria Concetta Esu ed è una religiosa sarda in Africa dal 1959, la suora ottantunenne citata dal Papa durante l’udienza generale come esempio della dedizione dei missionari incontrati durante il viaggio in Africa.

«Sì era all’incontro con il Papa a Bangui. Le consorelle alla televisione l’hanno riconosciuta e hanno visto che Francesco si è fermato a scambiare qualche parola con lei». A confermarlo è da Oristano la Casa generaliza delle Figlie di San Giuseppe di Genoni, l’ordine religioso a cui appartiene suor Maria Concetta.

Essa sì è distinta soprattutto nel suo accompagnare le donne in uno dei momenti più impegnativi e anche rischiosi della loro vita: mettere al mondo una nuova creatura. E’ ostetrica e nei suoi 81 anni è ancora sulla breccia, imperterrita e fiduciosa. E’ una donna consacrata pienamente fedele al suo carisma, così descritto nell’annuario edito dall’USMI: “Consacrazione, comunione, servizio: ideale evangelico da viversi avendo san Giuseppe come modello e patrono, nel servizio della mediazione orante, aprendo il cuore e la porta ad ogni pena e miseria che possa esserci nel mondo, consolando e aiutando ogni classe di persone”. È una dei missionari incontrati dal papa nel suo recente viaggio in Africa. Ha vissuto le alterne faticose, quando non pericolose, vicende di tutti i missionari del Congo in questi ultimi decenni: lotte interne, fratricide, ed esterne. Ha affrontato con lucidità minacce di morte. Attualmente dirige la maternità che il suo istituto ha a Zongo, una città del Nord della Repubblica democratica del Congo poco lontana da Bangui. Secondo le statistiche in questi 50 anni ha fatto nascere più di 34.600 bambini. Secondo sua stessa affermazione, ella intende rimanere là. La figura del disertore – scappare perché la situazione è pericolosa – ne le piace affatto.
L’USMI gioisce con lei e con il suo Istituto per questa fedeltà. Altre giovani donne seguano, anche laggiù in Africa, la sua testimonianza di donna coraggiosa e semplice, tutta dedita al prossimo…, perciò tutta vissuta nell’amore concreto e fattivo. (B.M.)

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 17 gennaio 2016 in Uncategorized

‪#‎labuonanotizia‬
17 gennaio 2016
2.a Domenica del Tempo Ordinario – II
S. Antonio (m)
Liturgia: Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

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Buongiorno sono il sole
La mamma di Gesù è a un matrimonio e per non fare brutta figura, viene invitato anche Gesù che, come sempre, si porta appresso tutti i suoi discepoli. La mamma di Gesù, con uno sguardo tipicamente femminile, si accorge che il vino è finito… che figuraaaa: cioè, se ad un pranzo di nozze manca il vino, è finita la festa. Grazie al cielo, per ora, se ne è accorta solo la Madonna, forse si fa ancora in tempo. Mio Figlio – avrà pensato – è Gesù, il Figlio di Dio, lui sicuramente può gestire al meglio questa situazione davvero spiacevole. Eccola che va dal suo figliolo, che gli tocca delicatamente il gomito, che gli sussurra dolcemente all’orecchio: “non hanno più vino!” No vino, no festa: fa qualcosa, Figlio mio! Non ce lo aspetteremmo mai, ma la mossa di Gesù è una smorfia controvoglia: “non è ancora giunta la mia ora”… donna cara, non mamma, che cosa vuoi da me, lasciami stare a gustare il tempo trascorso nella mangiatoia di Betlemme, ancora stretto in quelle fasce, lasciami nel ricordo bellissimo del babbo Giuseppe che mi insegnava a piallare e intagliare il legno, lasciami pensare ai bambini che giocavano con me nel nostro cortile di Nazareth, lasciami stare ancora 5 minuti a ricordare come era bello sedermi nella Sinagoga con quel rotolo della Sacra Scrittura che mi scivolava tra le dita. Un attimo ancora, per favore, non è ancora giunta la mia Ora! Ma la donna insiste, lei, la piccola fanciulla di Nazareth, scelta dal cielo per essere la Madre del Creatore, ora trasforma il sussurro in una frase decisa, si gira verso i servi e incurante del Figlio: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
E’ stata lei a insegnare a muovere i primi passi al Figlio di Dio, lui il grande camminatore, lui che mentre cammina insegna, guarisce, ama, chiama, perdona, è lei che lo accompagna fino alla Croce quando sarà veramente la sua Ora, è lei che sotto la Croce starà lì, ritta in piedi, fedele fino alla fine. Ed è lei che si accorge di quello che manca nella nostra vita, è lei che si accorge delle nostre relazioni senza festa, dei nostri modi di fare senza gioia. Figlio mio fai qualcosa perché l’umanità è stanca, non ha più voglia, vive di insulsi ‘abbastanza’ di ‘insomma’ di ‘potrebbe andare meglio…’, fai qualcosa perché la tua umanità non riesce più nemmeno a trovare la forza per chiedere aiuto ma ha bisogno di te. Figlio mio, fa qualcosa, non c’è più vino, non c’è più gioia, non c’è più festa… con questo sguardo di Madre e con questi pensieri nel cuore sta lì, davanti alle anfore, come starà lì ferma, sotto la Croce, sta lì, sperando, custodendo nel cuore quello che l’Angelo le aveva detto nella sua casa di Nazareth, quello che provava guardando il Bambino nella Grotta di Betlemme, Maria è lì e Gesù, in questo spazio di contemplazione, arriva e si mette in azione dentro l’eco di quelle parole dette dalla Madre:«Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Arriva e trova i servi pronti a fare tutto quello che Gesù vuole. E’ questo che fa partire il grande ingranaggio dei miracoli, il primo dei Segni parte con questa disponibilità… «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Forse la giovane ragazza di Nazareth questo non l’aveva messo in conto, forse all’inizio anche lei credeva che il suo bravo figliolo l’ascoltasse al primo sussurro, in quell’intesa che c’è tra Madre e Figlio, in quel “non hanno più vino” lei si aspettava: certo Madre. Lei non lo sapeva che con quel gesto Gesù, il suo Gesù dovesse uscire in fretta dalla giovinezza di Nazareth; l’Ora non era ancora giunta, adesso lei lo capisce al volo ma non si perde d’animo, lei si accorge che manca la gioia, lei sa che la disponibilità di noi suoi servi può cambiare la storia e sa anche di che pasta è fatto il suo figliolo, Lui è uno che lascia sempre il Segno, e questo è il primo: trasforma l’acqua in vino, perché la vita non sia mai senza gioia. Dio oggi abita qui: nelle nozze, nel vino, nella gioia. Questo è il Segno che ci lasciamo…«Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Ciao belli

Anno della vita consacrata

Pubblicato: 10 gennaio 2016 in Uncategorized

CHIUSURA DELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA

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Per leggere e consultare i programmi preparati per ogni tipologia di vita consacrata cliccare qui: Vita consacrata in comunione

buongiorno sono il sole

Pubblicato: 10 gennaio 2016 in Uncategorized

‪#‎labuonanotizia‬
10 gennaio 2016- Battesimo del Signore (f)
Is 40,1-5.9-11; Sal 103; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22

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+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

ph: particolare di un cero pasquale decorato da Gisella Rotundo per la Cattedrale di Massa Marittima Pasqua 2013

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Buongiorno sono il sole
Il nostro Avvento, se ve lo ricordate, è stato accompagnato dal cugino di Gesù, Giovanni detto il Battista, poretto non era né un profeta e neanche un apostolo, per tutti confuso con il Messia senza neppure esserlo, destinato al nascondimento, a preparare l’attesa senza essere l’Atteso, a fare il precursore a vita e a consegnare gli ultimi suoi discepoli rimasti al vero Messia, l’Agnello, Colui che toglie i peccati del mondo, lui che di mestiere battezzava per la remissione dei peccati. Giovanni non è un carrierista ma l’amico dello Sposo, che spende tutta la sua vita in funzione di Gesù, quel nostro Gesù che oggi, nella festa del suo battesimo compie 30 anni. Ci siamo persi tutto quello che è successo tra la grotta, il Tempio e il Giordano, tutto quello che ha imparato da sua mamma e il suo babbo, quel Giuseppe e la Maria che Dio si è scelti per farlo diventare uomo, ma forse non è così importante come quello che accade oggi sulle rive del Giordano tra i due magnifici cugini, tra lo Sposo e l’amico dello Sposo.
Giovanni, il Battezzatore sta con tutti quelli che vanno da lui perché hanno bisogno di essere lavati, purificati, accompagnati sulla strada delle virtù e per tutti ha una parola: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Gesù, il ragazzo di Nazareth diventato grande alla svelta, si mette tra questi che si sentono sudici e sporchi di peccato, si mette in fila con i peccatori, puro tra gli impuri a farsi battezzare da Giovanni. San Paolo di Lui ha scritto delle cose bellissime: “mai considererà un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spoglierà se stesso, facendosi servo”. Sulle sponde del fiume Giordano chiederà al Battista l’acqua della pulitura, s’inchinerà come un peccatore per rendere onore a tutto quello che Giovanni ha fatto fino ad oggi. È un incrocio di sguardi, cuore a cuore, così come quel giorno nelle pance delle loro mamme, quando si sono messi a ballare presi dalla gioia di incontrarsi per la prima volta. Oggi c’è il passaggio del testimone, con la stessa gioia di allora.
Gesù, il ragazzo di Nazareth diventato grande alla svelta, si mette in ginocchio nelle acque del Giordano, mentre Giovanni gli bagna la testa ed è vita nuova, si mette in ginocchio e prega, dallo sguardo di Giovanni passa allo sguardo del Cielo e il Cielo si apre in un sussurro: «Tu sei il Fi­glio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». E’ vita nuova, vita di Figlio che ci fa tutti figli nel Figlio, pezzetti di Dio nel mondo. E’ vita nuova, vita di Figlio Amato che ci fa sentire amati prima ancora che si formi in noi il pensiero di esserlo. E’ vita nuova, vita di chi si sente dire: Tu, Figlio Amato, sei il mio compiacimento, mi garbi un monte, quando ti vedo sono felice.
Basta poco, basta mettersi in ginocchio, chiedere perdono, pregare e sentire quel sussurro di voce dal Cielo: Tu sei la figlia mia, l’ amata, sei il mio compiacimento, quando ti vedo sono felice.
ciao belli

Ieri, alla fine di un bellissimo convegno organizzato dall’Ufficio Vocazioni della CEI, con un gruppo di giovani parmensi abbiamo visitato un Monastero di Clausura in via Vitellia a Roma. Ecco la testimonianza vocazionale di una monaca Clarissa del monastero  che ho trovato su internet.

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È curioso, ma più passa il tempo, più mi è difficile raccontare che cosa è capitato nella mia vita. Più semplice sarebbe poter dire, come Gesù ai primi discepoli: “Venite e vedrete” (cf. Gv 1,39); sono sicura che allora non sarebbero necessarie tante parole, basterebbe soltanto uno sguardo per capire che cosa si nasconde dietro il mistero che sto vivendo ormai da diversi anni nel  monastero di clausura.
 
Ci sono soltanto tre parole – visto che proprio ne devo usare qualcuna… – che vorrei emergessero come luci in questa testimonianza: la prima è semplicità, la seconda è gioia, la terza è coraggio. Tre parole che sono state, e sono tuttora, tanto importanti per me. 
 
C’è stato un periodo della mia vita in cui pensavo che semplicità fosse sinonimo di banalità (…e quanto continua ad essere difficile ancora oggi liberarsi da questa tentazione!). Avevo allora 15-16 anni, proprio quell’età in cui si sente la necessità, per affermare in qualche modo se stessi, di mettere in discussione tutto ciò che ci è stato trasmesso: e la fede, naturalmente, è stato uno dei primi valori ad essere presi di mira! Mi sembrava “banale” credere, volevo impostare la mia vita su qualcosa di più razionale, volevo essere io a decidere di me stessa…
Mi sono ritrovata a 25 anni con tanti doni tra le mani: la laurea, un lavoro che mi gratificava, degli amici, un ragazzo a cui volevo bene… e insieme l’incapacità più assoluta di godere di tutto questo!
 
Parlavo prima di gioia. Mi poteva sembrare “gioia”, al momento, una serata con gli amici, un esame superato a pieni voti, una passeggiata nel silenzio delle nostre campagne: eppure tutto mi lasciava un senso di incompiuto. C’è una frase di Montale che ho letto anni più tardi, ma che descrive bene ciò che avvertivo in quel periodo: “Tutte le cose portano scritto ‘Più in là'”. Mi dicevo: “L’insoddisfazione fa parte del cammino di ogni uomo… la gioia è questione di pochi momenti in una vita di fatica…”, ma erano frasi fatte che non mi convincevano del tutto, e non facevano che alimentare il vuoto che mi portavo dentro. 
 
Alla fine, vedendo che non ne venivo a capo da sola, il Signore mi ha dato una mano: attraverso alcune esperienze dolorose ha tolto il velo che io stessa avevo calato sulla realtà che stavo vivendo, e me ne ha mostrato il vero volto, un volto che portava i segni della precarietà, della finitezza, della caducità. Da questo punto in poi mi è difficile, lo ripeto, dire cosa è successo: so solo che ho cominciato a soffrire, di una sofferenza apparentemente senza causa – avevo tutto! -, ma proprio per questo ancora più difficile da accettare. Eppure sentivo che dentro quella sofferenza c’era nascosto qualcosa di vero, intuivo che dovevo avere il coraggio di non sfuggirla: capivo – non so come, è stata pura grazia! – che finalmente si stava compiendo qualcosa…

Da quei giorni ho tratto un insegnamento che non ho mai più dimenticato: non bisogna mai aver paura e indietreggiare di fronte ai momenti di vuoto e di buio: sono l’inizio di qualcosa di grande! La gioia di cui dicevo, quella gioia che pensavo irrealizzabile in questa vita, nasce come puro dono di Dio nella solitudine di questi momenti. 
 
E’ stato proprio per disperazione – è una parola grossa, ma non sarei sincera se non la dicessi – che mi sono rivolta al Signore. Vicino alla mia città c’è un’antica e silenziosa abbazia: ci passavo davanti ogni giorno per andare al lavoro, finché una mattina mi sono trovata lì, in ginocchio, a pregare, e nel silenzio sentivo che qualcuno ascoltava e raccoglieva quello che io in modo confuso cercavo di esprimere. Ecco la semplicità: non facevo che ripetere le preghiere imparate da bambina al catechismo, perché non sapevo in che altro modo parlare al Signore.
 
Fin da quei primi momenti mi si è rivelata con chiarezza l’importanza della preghiera, e di una preghiera semplice, immediata. E’ la preghiera che mi ha aperto la strada: da allora io non ho fatto altro che seguire indicazioni ben precise che il Signore mi dava di volta in volta, attraverso persone, situazioni, avvenimenti; ma mi rendo conto che riuscivo a leggere dentro ciò che mi capitava solo perché “buttavo via” tanto tempo nella preghiera.

Così è stato il giorno in cui mi sono ritrovata in visita ad un monastero di clausura con un amico – “Ma esistono ancora le suore di clausura?”, avevo chiesto stupita quando ne avevo sentito parlare. E proprio lì ho visto quella semplicità e quella gioia di cui dicevo, che nascono dall’aver saputo ridurre la vita all’essenziale, all'”unica cosa necessaria”. E anche se la mia prima reazione è stata come quella di tutti – perplessità, un misto di paura e di rabbia per aver visto negli occhi delle monache ciò che avevo sempre cercato con tanta sicurezza altrove – il ricordo di quei pochi minuti di colloquio continuava a tornare a galla, e mi dava gioia, e mi spingeva a cercare quella stessa semplicità.
 
E “cercavo” nella preghiera, trovando in essa motivi sempre nuovi per cercare ancora! Pregavo, e dalla preghiera mi arrivava la forza per prendere decisioni che solo poco tempo prima mi sarebbero sembrate improponibili: come quella di andare a Messa ogni mattina, prima del lavoro, e di recitare l’Ufficio divino e il Rosario rubando un po’ di minuti qua e là nelle mie densissime giornate, in quegli spazi di tempo cosiddetti “liberi” che avevo sempre ritenuto intoccabili. E mi sembrava sempre troppo poco il tempo dedicato al Signore… finché non mi sono arresa all’evidenza dei fatti – i fatti della vita dello spirito sono estremamente concreti e convincenti: il Signore non voleva solo qualche minuto del mio tempo, neppure qualche ora o qualche giorno… voleva me!
 
Ricordo quando ho cominciato a parlare di clausura in casa e con gli amici: tra le varie obiezioni che mi venivano mosse, ve ne era una che ricorreva sempre: “Con tutto il bene che potresti fare nel mondo, vai a buttare via così la tua vita!”. Cercavo di replicare qualcosa che spiegasse loro che in un monastero si può essere tanto utili, ma sapevo di non essere tanto convincente, perché in fondo io stessa davo ragione a loro: era vero, stavo “buttando via” la mia vita… ma era esattamente quello che volevo!
 
Oltre tutto in quel periodo mi ero ormai pienamente riconciliata con il mondo che avevo intorno, così da vedere chiaramente la bellezza e l’importanza di tutte le altre vocazioni, da riuscire a scorgere dappertutto la possibilità di fare del bene, di lavorare per il Signore… ma tutte le strade per me portavano ancora scritto “Più in là”. Solo pensando alla clausura trovavo pace, e insieme quell’entusiasmo, quella gioia di essere che ti nascono dentro quando ti vedi davanti qualcosa che hai atteso da tanto.
 
Queste erano le mie uniche sicurezze. Quando mi chiedevano: “Perché?”, mi dicevo a mia volta: “E chi lo sa perché?!”. Un giorno – era ormai prossima la data decisa per l’ingresso, ma ero tormentata dalla paura di aver sbagliato tutto, di aver capito male… – dissi al Signore nella preghiera: “Quello che sto facendo lo sto facendo unicamente per te, sappilo: dunque, se tu non lo vuoi, fa’ che capiti qualcosa che renda impossibile l’ingresso in monastero. Tu lo puoi!”.
 
Sono passati ormai molti anni. E da qui, oggi, con tutta sincerità posso dire che era tutto vero! E’ vera la semplicità di una vita povera, che si accontenta del necessario e lascia cadere il superfluo, così da poter penetrare realmente il mistero delle poche cose che servono. Qui si vive di gioia, la gioia dei semplici per cui tutto è stupore e gratitudine, anche la fatica, la sofferenza, il buio, perché tutto è dono, dono di un Dio che si è scoperto essere immensamente buono, che non può mai sbagliare quando interviene nella nostra vita.
Si vive anche di coraggio: ecco la terza parola, che a ben saper leggere tra le righe è stata presente fin dal principio. E’ vera anche l’intuizione mia e di coloro che mi volevano bene: la vita delle figlie di S. Chiara è una vita “buttata via”, proprio come il nardo prezioso cosparso dalla Maddalena ai piedi di Gesù, prima della Passione. E ci vuole coraggio per accettare di perdersi completamente, giorno dopo giorno.
 
Eppure il cuore capisce che il segreto della nostra vocazione è solo qui: non è nel lavoro, tante volte anche interessante e gratificante, che il Signore ci chiede; non è nelle parole di incoraggiamento che riusciamo a rivolgere a chi viene a cercare un po’ di pace alla nostra grata; sembra assurdo, ma non è neppure nella certezza – comunque viva! – di essere qui a raccogliere nella preghiera il dolore e la gioia di tutta l’umanità… No, il segreto del nostro stare qui è tutto in questo accettare di essere “nulla”, per non opporre la minima resistenza all’azione di Dio in noi, per il bene del mondo. E ci vuole coraggio.
Sr. Elena Francesca Beccaria

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 6 gennaio 2016 in Uncategorized

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6 gennaio 2016-Mercoledì-Epifania del Signore (s) – P
Liturgia: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12

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+ Dal Vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ph: AUTUN, Cathédrale Saint-Lazare d’Autun – Salle Capitulaire – Bourgogne (France)

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Buongiorno sono il sole, sono felice perché oggi vi posso presentare tre tizi che mi stanno veramente simpatici, tre strani personaggi che hanno talmente tanta inquietudine da muoversi insieme e seguire non tanto il classico tom tom impazzito che continua a ricalcolare l’itinerario ma una brillantissima cometa che li guida dentro un ignoto incerto. C’è l’inquietudine che muove passi e cuore, inquietudine del cuore e dei piedi oseremmo dire, l’ansia di andare a cercare quel Bambino: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
Questi tre uomini li chiamano Magi, uomini strani con nomi ancora più strani, uomini bravi a studiare l’astrologia, fare magie e calcolare gli affascinanti itinerari celesti, ma che allo studio degli astri hanno preferito la rotta del Padre del Cielo, meno scienza e sapienza per una partenza di cuore in direzione Betlemme, meno sicurezza per un di più di precarietà e di ingenuità.
Vanno a Betlemme seguendo la stella, portando oro, incenso e mirra, così come noi alla Messa portiamo Pane e Vino che sull’altare diventano Corpo e Sangue di un Dio vicino all’uomo, sostano sulla porta di quella Grotta così come noi sosteremmo sulla porta di una Chiesa, entrano nella casa e vedono Maria e il Bambino e si prostrano ad adorare come faremmo noi in una celebrazione solenne con la gratitudine di chi, incontrando lo sguardo del Bambino, riceve misericordia e gratitudine, persone grate perché amate, persone grate che si buttano in ginocchio per dire Grazie a tanto amore. Persone grate che offrono i doni dei loro scrigni con semplicità, in punta di piedi. Una veglia di preghiera semplice e intensa per poi tornare a casa “per un’altra strada”. Erano partiti con la voglia di donare e tornano col cuore più ricco di quando erano arrivati, con le mani più piene dei doni che hanno portato, con un di più di quell’oro, di quell’incenso e di quella mirra, con un pezzetto di sguardo del Figlio di Dio riflesso nei loro sguardi, tornano nelle loro case con il ricordo di quella fragilità di bambino a riscaldare il cuore e non la potenza di un Erode cattivo che li aveva mandati a controllare, tornano nelle loro case per un’altra strada, con quella gioia grandissima provata nel seguire la stella che li ha accompagnati a vedere quell’esserino che giaceva in una povera mangiatoia, tornano a casa dopo aver adorato quella fragile carne di uomo avvolta in fasce dal sapore di Dio. Erano partiti per incontrarlo ma dopo averlo incontrato sono cambiati e la strada per tornare doveva per forza essere un’altra, erano partiti come quando si parte per un pellegrinaggio: non si può più tornare indietro per la stessa strada ed essere gli stessi di prima. Erano partiti per cercarlo ben sapendo dove si trovavano loro prima di incontrarlo ma hanno scoperto che il ritorno dipende sempre dall’intensità del dono ricevuto.
Erano venuti dall’Oriente, erano tre uomini saggi e studiosi, si sono fermati davanti alla grotta e si sono buttati in ginocchio per adorare un Bambino, per offrire oro incenso e mirra e per scoprire la vera strada del ritorno alla loro casa, quella che li ha fatti diventare quello che il Padre del cielo desidera, creature fatte a immagine e somiglianza del Cielo, persone grate perché amate! Ciao belli.

‪#‎labuonanotizia‬
1 gennaio 2016-Venerdì-Maria Ss. Madre di Dio (s) – P
Liturgia: Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21
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+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, i pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.
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buongiorno e buon anno sono il sole
“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Questo è l’inizio di un nuovo anno, una benedizione da parte di Dio e un incominciare nel nome della Madre. Questo è l’inizio di un nuovo anno, nei giorni di Natale con i pastori che corrono alla grotta per contemplare la sorpresa: “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia”. Eccola lì, la sorpresa, Maria, la donna del sì, la donna che ci fa ben incominciare ogni cosa, Giuseppe, l’uomo dei sogni parlanti, che si alza ed è sempre disponibile nel suo silenzioso darsi da fare. Gesù, il Bambino di Betlemme, l’Atteso da un’umanità trepidante e ansiosa. La mangiatoia al centro della scena e due animali, un asino e un bue a riscaldare il Dio Bambino.
Una benedizione, un inizio tutto materno, una sorpresa e dei pastori, nient’altro… per dire che Dio si serve di cose umili e povere per dirti tutto. Che Dio è nella tua gioia e nella tua stanchezza. E’ qui per dirti che con Lui c’è sempre qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcuno di nuovo, il nuovo non è solo il Primo di Gennaio, Lui è sempre con te, dentro di te. Di Lui tutti faranno quello che vogliono ma Lui sceglie gli uomini per amarli, per mostrare come si ama. I Pastori, partiti senza indugio, tornano glorificando Dio, a loro è bastata una sorpresa per illuminare gli occhi e scaldare il cuore, Maria, Giuseppe, il Bambino di Betlemme e una mangiatoia, con un asino e un bue, a noi cosa serve per dire a tutti che amare si può anche nelle piccole cose?A Lui è bastata una piccola grotta per nascere.
Ciao belli e buon anno