Archivio per 6 gennaio 2016

Ieri, alla fine di un bellissimo convegno organizzato dall’Ufficio Vocazioni della CEI, con un gruppo di giovani parmensi abbiamo visitato un Monastero di Clausura in via Vitellia a Roma. Ecco la testimonianza vocazionale di una monaca Clarissa del monastero  che ho trovato su internet.

b001b-clausura
È curioso, ma più passa il tempo, più mi è difficile raccontare che cosa è capitato nella mia vita. Più semplice sarebbe poter dire, come Gesù ai primi discepoli: “Venite e vedrete” (cf. Gv 1,39); sono sicura che allora non sarebbero necessarie tante parole, basterebbe soltanto uno sguardo per capire che cosa si nasconde dietro il mistero che sto vivendo ormai da diversi anni nel  monastero di clausura.
 
Ci sono soltanto tre parole – visto che proprio ne devo usare qualcuna… – che vorrei emergessero come luci in questa testimonianza: la prima è semplicità, la seconda è gioia, la terza è coraggio. Tre parole che sono state, e sono tuttora, tanto importanti per me. 
 
C’è stato un periodo della mia vita in cui pensavo che semplicità fosse sinonimo di banalità (…e quanto continua ad essere difficile ancora oggi liberarsi da questa tentazione!). Avevo allora 15-16 anni, proprio quell’età in cui si sente la necessità, per affermare in qualche modo se stessi, di mettere in discussione tutto ciò che ci è stato trasmesso: e la fede, naturalmente, è stato uno dei primi valori ad essere presi di mira! Mi sembrava “banale” credere, volevo impostare la mia vita su qualcosa di più razionale, volevo essere io a decidere di me stessa…
Mi sono ritrovata a 25 anni con tanti doni tra le mani: la laurea, un lavoro che mi gratificava, degli amici, un ragazzo a cui volevo bene… e insieme l’incapacità più assoluta di godere di tutto questo!
 
Parlavo prima di gioia. Mi poteva sembrare “gioia”, al momento, una serata con gli amici, un esame superato a pieni voti, una passeggiata nel silenzio delle nostre campagne: eppure tutto mi lasciava un senso di incompiuto. C’è una frase di Montale che ho letto anni più tardi, ma che descrive bene ciò che avvertivo in quel periodo: “Tutte le cose portano scritto ‘Più in là'”. Mi dicevo: “L’insoddisfazione fa parte del cammino di ogni uomo… la gioia è questione di pochi momenti in una vita di fatica…”, ma erano frasi fatte che non mi convincevano del tutto, e non facevano che alimentare il vuoto che mi portavo dentro. 
 
Alla fine, vedendo che non ne venivo a capo da sola, il Signore mi ha dato una mano: attraverso alcune esperienze dolorose ha tolto il velo che io stessa avevo calato sulla realtà che stavo vivendo, e me ne ha mostrato il vero volto, un volto che portava i segni della precarietà, della finitezza, della caducità. Da questo punto in poi mi è difficile, lo ripeto, dire cosa è successo: so solo che ho cominciato a soffrire, di una sofferenza apparentemente senza causa – avevo tutto! -, ma proprio per questo ancora più difficile da accettare. Eppure sentivo che dentro quella sofferenza c’era nascosto qualcosa di vero, intuivo che dovevo avere il coraggio di non sfuggirla: capivo – non so come, è stata pura grazia! – che finalmente si stava compiendo qualcosa…

Da quei giorni ho tratto un insegnamento che non ho mai più dimenticato: non bisogna mai aver paura e indietreggiare di fronte ai momenti di vuoto e di buio: sono l’inizio di qualcosa di grande! La gioia di cui dicevo, quella gioia che pensavo irrealizzabile in questa vita, nasce come puro dono di Dio nella solitudine di questi momenti. 
 
E’ stato proprio per disperazione – è una parola grossa, ma non sarei sincera se non la dicessi – che mi sono rivolta al Signore. Vicino alla mia città c’è un’antica e silenziosa abbazia: ci passavo davanti ogni giorno per andare al lavoro, finché una mattina mi sono trovata lì, in ginocchio, a pregare, e nel silenzio sentivo che qualcuno ascoltava e raccoglieva quello che io in modo confuso cercavo di esprimere. Ecco la semplicità: non facevo che ripetere le preghiere imparate da bambina al catechismo, perché non sapevo in che altro modo parlare al Signore.
 
Fin da quei primi momenti mi si è rivelata con chiarezza l’importanza della preghiera, e di una preghiera semplice, immediata. E’ la preghiera che mi ha aperto la strada: da allora io non ho fatto altro che seguire indicazioni ben precise che il Signore mi dava di volta in volta, attraverso persone, situazioni, avvenimenti; ma mi rendo conto che riuscivo a leggere dentro ciò che mi capitava solo perché “buttavo via” tanto tempo nella preghiera.

Così è stato il giorno in cui mi sono ritrovata in visita ad un monastero di clausura con un amico – “Ma esistono ancora le suore di clausura?”, avevo chiesto stupita quando ne avevo sentito parlare. E proprio lì ho visto quella semplicità e quella gioia di cui dicevo, che nascono dall’aver saputo ridurre la vita all’essenziale, all'”unica cosa necessaria”. E anche se la mia prima reazione è stata come quella di tutti – perplessità, un misto di paura e di rabbia per aver visto negli occhi delle monache ciò che avevo sempre cercato con tanta sicurezza altrove – il ricordo di quei pochi minuti di colloquio continuava a tornare a galla, e mi dava gioia, e mi spingeva a cercare quella stessa semplicità.
 
E “cercavo” nella preghiera, trovando in essa motivi sempre nuovi per cercare ancora! Pregavo, e dalla preghiera mi arrivava la forza per prendere decisioni che solo poco tempo prima mi sarebbero sembrate improponibili: come quella di andare a Messa ogni mattina, prima del lavoro, e di recitare l’Ufficio divino e il Rosario rubando un po’ di minuti qua e là nelle mie densissime giornate, in quegli spazi di tempo cosiddetti “liberi” che avevo sempre ritenuto intoccabili. E mi sembrava sempre troppo poco il tempo dedicato al Signore… finché non mi sono arresa all’evidenza dei fatti – i fatti della vita dello spirito sono estremamente concreti e convincenti: il Signore non voleva solo qualche minuto del mio tempo, neppure qualche ora o qualche giorno… voleva me!
 
Ricordo quando ho cominciato a parlare di clausura in casa e con gli amici: tra le varie obiezioni che mi venivano mosse, ve ne era una che ricorreva sempre: “Con tutto il bene che potresti fare nel mondo, vai a buttare via così la tua vita!”. Cercavo di replicare qualcosa che spiegasse loro che in un monastero si può essere tanto utili, ma sapevo di non essere tanto convincente, perché in fondo io stessa davo ragione a loro: era vero, stavo “buttando via” la mia vita… ma era esattamente quello che volevo!
 
Oltre tutto in quel periodo mi ero ormai pienamente riconciliata con il mondo che avevo intorno, così da vedere chiaramente la bellezza e l’importanza di tutte le altre vocazioni, da riuscire a scorgere dappertutto la possibilità di fare del bene, di lavorare per il Signore… ma tutte le strade per me portavano ancora scritto “Più in là”. Solo pensando alla clausura trovavo pace, e insieme quell’entusiasmo, quella gioia di essere che ti nascono dentro quando ti vedi davanti qualcosa che hai atteso da tanto.
 
Queste erano le mie uniche sicurezze. Quando mi chiedevano: “Perché?”, mi dicevo a mia volta: “E chi lo sa perché?!”. Un giorno – era ormai prossima la data decisa per l’ingresso, ma ero tormentata dalla paura di aver sbagliato tutto, di aver capito male… – dissi al Signore nella preghiera: “Quello che sto facendo lo sto facendo unicamente per te, sappilo: dunque, se tu non lo vuoi, fa’ che capiti qualcosa che renda impossibile l’ingresso in monastero. Tu lo puoi!”.
 
Sono passati ormai molti anni. E da qui, oggi, con tutta sincerità posso dire che era tutto vero! E’ vera la semplicità di una vita povera, che si accontenta del necessario e lascia cadere il superfluo, così da poter penetrare realmente il mistero delle poche cose che servono. Qui si vive di gioia, la gioia dei semplici per cui tutto è stupore e gratitudine, anche la fatica, la sofferenza, il buio, perché tutto è dono, dono di un Dio che si è scoperto essere immensamente buono, che non può mai sbagliare quando interviene nella nostra vita.
Si vive anche di coraggio: ecco la terza parola, che a ben saper leggere tra le righe è stata presente fin dal principio. E’ vera anche l’intuizione mia e di coloro che mi volevano bene: la vita delle figlie di S. Chiara è una vita “buttata via”, proprio come il nardo prezioso cosparso dalla Maddalena ai piedi di Gesù, prima della Passione. E ci vuole coraggio per accettare di perdersi completamente, giorno dopo giorno.
 
Eppure il cuore capisce che il segreto della nostra vocazione è solo qui: non è nel lavoro, tante volte anche interessante e gratificante, che il Signore ci chiede; non è nelle parole di incoraggiamento che riusciamo a rivolgere a chi viene a cercare un po’ di pace alla nostra grata; sembra assurdo, ma non è neppure nella certezza – comunque viva! – di essere qui a raccogliere nella preghiera il dolore e la gioia di tutta l’umanità… No, il segreto del nostro stare qui è tutto in questo accettare di essere “nulla”, per non opporre la minima resistenza all’azione di Dio in noi, per il bene del mondo. E ci vuole coraggio.
Sr. Elena Francesca Beccaria

Buongiorno sono il sole…

Pubblicato: 6 gennaio 2016 in Uncategorized

‪#‎labuonanotizia‬
6 gennaio 2016-Mercoledì-Epifania del Signore (s) – P
Liturgia: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12

96400388

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ph: AUTUN, Cathédrale Saint-Lazare d’Autun – Salle Capitulaire – Bourgogne (France)

20160106_080403

Buongiorno sono il sole, sono felice perché oggi vi posso presentare tre tizi che mi stanno veramente simpatici, tre strani personaggi che hanno talmente tanta inquietudine da muoversi insieme e seguire non tanto il classico tom tom impazzito che continua a ricalcolare l’itinerario ma una brillantissima cometa che li guida dentro un ignoto incerto. C’è l’inquietudine che muove passi e cuore, inquietudine del cuore e dei piedi oseremmo dire, l’ansia di andare a cercare quel Bambino: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
Questi tre uomini li chiamano Magi, uomini strani con nomi ancora più strani, uomini bravi a studiare l’astrologia, fare magie e calcolare gli affascinanti itinerari celesti, ma che allo studio degli astri hanno preferito la rotta del Padre del Cielo, meno scienza e sapienza per una partenza di cuore in direzione Betlemme, meno sicurezza per un di più di precarietà e di ingenuità.
Vanno a Betlemme seguendo la stella, portando oro, incenso e mirra, così come noi alla Messa portiamo Pane e Vino che sull’altare diventano Corpo e Sangue di un Dio vicino all’uomo, sostano sulla porta di quella Grotta così come noi sosteremmo sulla porta di una Chiesa, entrano nella casa e vedono Maria e il Bambino e si prostrano ad adorare come faremmo noi in una celebrazione solenne con la gratitudine di chi, incontrando lo sguardo del Bambino, riceve misericordia e gratitudine, persone grate perché amate, persone grate che si buttano in ginocchio per dire Grazie a tanto amore. Persone grate che offrono i doni dei loro scrigni con semplicità, in punta di piedi. Una veglia di preghiera semplice e intensa per poi tornare a casa “per un’altra strada”. Erano partiti con la voglia di donare e tornano col cuore più ricco di quando erano arrivati, con le mani più piene dei doni che hanno portato, con un di più di quell’oro, di quell’incenso e di quella mirra, con un pezzetto di sguardo del Figlio di Dio riflesso nei loro sguardi, tornano nelle loro case con il ricordo di quella fragilità di bambino a riscaldare il cuore e non la potenza di un Erode cattivo che li aveva mandati a controllare, tornano nelle loro case per un’altra strada, con quella gioia grandissima provata nel seguire la stella che li ha accompagnati a vedere quell’esserino che giaceva in una povera mangiatoia, tornano a casa dopo aver adorato quella fragile carne di uomo avvolta in fasce dal sapore di Dio. Erano partiti per incontrarlo ma dopo averlo incontrato sono cambiati e la strada per tornare doveva per forza essere un’altra, erano partiti come quando si parte per un pellegrinaggio: non si può più tornare indietro per la stessa strada ed essere gli stessi di prima. Erano partiti per cercarlo ben sapendo dove si trovavano loro prima di incontrarlo ma hanno scoperto che il ritorno dipende sempre dall’intensità del dono ricevuto.
Erano venuti dall’Oriente, erano tre uomini saggi e studiosi, si sono fermati davanti alla grotta e si sono buttati in ginocchio per adorare un Bambino, per offrire oro incenso e mirra e per scoprire la vera strada del ritorno alla loro casa, quella che li ha fatti diventare quello che il Padre del cielo desidera, creature fatte a immagine e somiglianza del Cielo, persone grate perché amate! Ciao belli.