Archivio per novembre, 2017

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25,31-46)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Buongiorno sono il sole, eccoci arrivati anche quest’anno alla fine. Non è la fine ma è la preparazione al nuovo anno, è lasciare l’anno A con la celebrazione di Cristo Re dell’Universo, principio e fine della creazione e di tutto quello che pensiamo e viviamo ed entrare in Avvento con l’anno B. Il Vangelo di oggi ci aiuta a capire e comprendere che si può riconoscere Gesù anche in mezzo alla vita di tutti i giorni, Lui che è il Re dell’Universo si fa scoprire nei bisogni di un feriale per dare senso splendido alla nostra storia.
Oltre a terminare l’anno A, con l’arrivo di San Marco salutiamo anche San Matteo che per tanto tempo, non solo la domenica, ci ha aiutato a leggere la storia della salvezza, non da un punto di vista di chi vince ma stando dalla parte dei perdenti. Oggi ci fa leggere il Giudizio non come quello della Cappella Sistina pieno di uomini, luci e colori, che si mescolano insieme rendendoci quasi spettatori e basta ma come piace a Dio, che per bocca di suo Figlio ci accoglie dicendo: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…
Che bello questo Signore che finalmente mette fine a tutti quelle versioni sbagliate di un Dio giudice instillate da persone che poco hanno capito la logica del cielo, comprese le nostre catechiste un po’ retrò che ci hanno fatto conoscere quel barbuto, occhi cattivi, naso fumante che faceva paura, è un Dio amante e amoroso che ci permette invece di contemplare finalmente il suo volto faccia a faccia con l’unica colpa, la nostra, di aver lasciato troppo spazio alla pigrizia e averlo smarrito per strada. 
Ma Lui si presenta così, con quel tenero “Venite benedetti del Padre mio”, premio che si snocciola in 6 verbi, 6 passi che ci portano sulla strada del paradiso.
Avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere… Gesù cammina al ritmo del bisogno dell’uomo, sceglie i poveri, gli umili e i fragili come i suoi preferiti, si accorge, s’incanta e li coccola, li guarda, li chiama e li ama e poi continua a camminare andando alla ricerca del bene, del pane, dell’acqua, di una parola gentile che accoglie, di un abito, di un gesto di attenzione, di una carezza, di uno sguardo che non giudica. Non va in cerca dei peccati e degli errori che l’uomo, la sua creatura amata, può fare ma fa l’elenco delle cose belle che facciano stare bene l’altro dove è lì che Lui si nasconde. Fa l’elenco non delle gesta eroiche dei miti del passato, non dei segni splendenti dei potenti, ma delle umili azioni del quotidiano, quelle cose che uno fa tutti i giorni senza troppo rumore ma con gratuito amore. 
Ecco il giudizio di questo Re dell’universo. Se anche nel mondo non rimanesse più nulla rimane l’amore che ho dato e l’amore che ho ricevuto. Tutto passa ma l’amore resta. In questa fine del mondo, in questo giudizio del cielo rimane l’amore e Gesù che si nasconde tra le pieghe della storia dell’uomo, Gesù che si nasconde nel volto dell’uomo, Gesù che si fa trovare nei bisogni dell’uomo: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l’avete fatto a me!
La triste storia è solo per chi decide da solo la sua condanna e si fa mandare via. Che male ho fatto? Il male di non aver fatto niente di bene. Non basta non fare il male, ma serve fare il bene. Non basta non essere cattivi ma bisogna essere buoni. Non basta non odiare ma bisogna amare. Non basta essere indifferenti e dire: non faccio nulla di male, senza impegnarsi, bisogna fare qualcosa di bello per tutti, sopratutto per i piccoli, i fragili e gli ultimi della terra.
Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo...Il male più grande è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi. Questo è il giudizio: il Tutto nel frammento, il Figlio di Dio nei gesti feriali, un Dio perdutamente innamorato dell’uomo.
Questo il giudizio: un Dio che cammina sulle nostre strade, strada di miseria che cerca misericordia, strade di fame che cercano un pezzo di pane, strade aride che cercano acqua, strade di indifferenza che cercano un sorriso, strade di nudità che cercano riparo e calore, strade di persone incatenate che cercano liberazione. Questo è il giudizio che passa per 6 verbi: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere… verbi di casa, bicchieri da riempire, vesti per coprire, pane da condividere. Immigrati da accogliere, prigionieri che aspettano un sorriso, lo sguardo di un Dio che si fa cercare e chiede solo amore, che ci spiazza nelle nostre ricerche al di là delle stelle e si fa trovare dove ci ha dato appuntamento la prima volta, nell’umiltà di un po’ di paglia, con un asino e un bue a fargli caldo e lo sguardo innamorato e stupito di una Madre, un Padre e qualche pastore. Da quel giorno è quello il suo giudizio: rimase il Dio umile dei primi passi. Il Dio dei piccoli che cercano solo amore e nient’altro. Ora è lì, il Re del cielo e della terra, su un trono che ci spiazza, una croce a braccia aperte a giudicare il mondo dicendo: venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi sin dalla creazione del mondo perché avete amato. Ciao belli

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XXXIII domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo  Mt 25,14-30
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Buongiorno sono il sole, siamo giunti all’ultima domenica del tempo ordinario, la famosa XXXIII domenica che ci immette in quella di Cristo Re dell’Universo con un clima di attesa, di avvento, di aspettative dal sapor di cielo, di stelle e di nuovo. Oggi, quest’ultima domenica però, ha il sapore della paura, del giudizio, dell’ombra e delle tenebre che tengono il cuore chiuso all’infinito bisogno d’amore di Dio.
La parabola la conosciamo bene, il titolo che gli abbiamo dato da tanti anni è “La Parabola dei Talenti”, che non sono il talento della musica o dell’arte, o un modo come un altro per dire a tutti che “c’ho un talento” ma una piccola moneta, un guadagno, qualcosa da riscuotere.
La pretesa di Dio non è quella di riscuotere niente a nessuno, soprattutto non vuole guadagnare nulla su quello che dona. Vuole solo regolare i conti che, in definitiva, è partecipare alla sua gioia. 
Il padrone, prima di partire, consegna dei talenti senza l’intenzione di volerli riavere quadruplicati al suo ritorno, sono loro, i suoi servi, che lo aspettavo per far vedere come sono stati bravi a farli fruttare ed è questa mossa che mette tristezza alla storia, che ci fa vedere la paura di Dio e della vita, che ci mostra quel servo pieno di giudizio negativo sul suo padrone, che ha di Dio una visione distorta, un modo di vedere le cose che non lo fa mai sentire all’altezza.
In chi possiamo specchiarci noi oggi? c’è chi approfitta dei suoi talenti per mettersi al centro, c’è chi vede nel talento l’occasione del rischio e chi vive continuamente di paure inutili vedendo Dio come l’uomo nero, dal viso barbuto e il dito puntato sugli errori. Oggi è la giornata mondiale del povero, di chi non ha nulla è in questo niente può ricevere tutto.
Io mi sento semplicemente figlia che Dio abbraccia ogni volta che torna, figlia che lo aspetta perché ogni volta lui decide di fare casa nella mia storia, figlia che non sente il timore di non aver tanto da donare ma ha la serenità di aver fatto tutto quello che poteva per dare tutto, figlia che non ha bisogno di sotterrare il dono per paura di perderlo perché il dono è regalato e se lo sotterro a perderci sono solo io, io che rinuncio alla vita e a farmi sorella che accompagna, ascolta e accoglie chi, il Dio amante della vita, mi mette accanto.
La protagonista di questa domenica non è e non dev’ essere la paura ma la gioia di chi sa che quell’uomo partito per un lungo viaggio sta tornando, la gioia dell’attesa, dell’avvento, dell’aspettativa di un nuovo che cambia il mio cuore, la gioia che pervade tutti i vangeli rendendoli bella notizia, la gioia di chi sa che nell’obbedienza al Padre può costruire qualcosa di bello anche con un solo piccolo talento, la gioia di essere servi, poveri e amanti e non servili che vivono tutto con una triste abnegazione senza coraggio di scelte folli. 
Questa domenica non ci deve parlare di paura ma della storia di Dio, che non ti sceglie perché hai dieci talenti o ne hai uno, un Dio che non ti sceglie per la quantità ma per la qualità e per l’amore con cui ti prendi cura dei doni che Lui ti fa. Non la paura che blocca e ci rende paralitici, ma la speranza che dice che il meglio sta arrivando e che devi avere solo gli occhi giusti per afferrarlo al volo: lui che dei talenti è il Creatore ogni volta che ci sembra di aver fatto abbastanza rilancia il tiro, perché il tuo abbastanza non è mai tutto. Il Tutto è in un Frammento. Lasciati prendere per mano. Non aver paura, ma credi, ama e spera. Ciao belli

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XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Buongiorno sono il sole, la buona notizia di questa XXXII domenica è una questione di puntualità, di un’attesa che a volte sembra eterna, di un Dio che a volte è come certi treni, un po’ troppo in ritardo rispetto alla nostra logica delle cialde Nespresso che non ci fanno più gustare il lento salire del caffè della Moka con il suo aroma che pervade la cucina.
È la buona notizia di chi sa aspettare i tempi di Dio che tra il cronos delle lancette che girano preferisce il kairos come tempo della salvezza, che ogni volta decide di tornare anche in mezzo a gente che viene alla messa per dovere e rispettare il precetto domenicale anziché andare all’appuntamento con colui che ti può cambiare la vita…e te la cambia se hai il coraggio di guardarlo negli occhi.
È la buona notizia di un Dio che sa di che pasta siamo fatti più di quanto lo sappiamo noi, noi dai facili abbandoni e dalle dormite con sonore russate che ci impediscono di rimanere svegli ad attendere il suo arrivo. Gente che vivacchia, che tira a campare, che magari vive in modo impeccabile la sua vita, moralmente parlando, gente che non sbaglia mai, così brava gente che si è dimenticata che sta per arrivare, ed è questioni di attimi, lui che è il salvatore del mondo e non noi, con i nostri formalismi e leggi assurde.
È la buona notizia di uno sposo che sta arrivando rompendo il mito del ritardo della sposa perché i suoi tempi non sono i nostri e c’è una festa tutta per noi. A noi è chiesto nient’altro che di stare attenti all’olio delle lampade, di stare attenti alla spia della riserva e di fare il pieno di desideri, di sogni e di attese, il pieno di qualcosa che ci cambi la vita sul serio.
È la buona notizia di un Dio che le promesse le mantiene e se dice che arriva lo fa, se ne percepiscono già i rumori dei passi, quei tocchi delicati che si sentivano nel giardino quando Dio passeggiava alla brezza della sera della creazione, quando tutto era perfettamente in ordine. Ma le lampade di alcuni di noi sono vuote e non c’è più tempo, non è Dio in ritardo siamo noi che abbiamo perso di essere la capacità di essere responsabili, che viviamo di accattonaggio spiluccando cose e affetti di qua e di là, elemosinando miseria invece che attaccarci alla speranza di qualcosa di diverso e più grande,  senza impegnarsi troppo come invece il nostro battesimo chiede, cristiani tiepidi che hanno finito l’olio e che, quando lo sposo arriva, non ci sono perché sono rimasti al buio. 
È la buona notizia di un Dio che non ci chiede altro che di vigilare, non di non dormire, nella storia dormono tutte, ma chiede un di più di fiducia, di vivere l’attesa per ricevere tutto quanto abbiamo chiesto, come una mamma il suo bambino, lo scolaro il suo bel voto, il pendolare il suo treno. L’amata il suo amato. Il pentito il suo perdono. Siamo noi che inventiamo scadenze e scorciatoie, per fare prima e non gustare nulla, ma il tempo di Dio si chiama salvezza e noi non la possiamo controllare. Se siamo previdenti anche dormire non ci farà paura basterà l’accendino a ridare fiamma perché l’olio è calcolato è noi abbiamo imparato a sperare.
La buona notizia è un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro!
Dio non vuole darci altro che il suo abbraccio, è un Dio che viene a rimetterci in piedi dalle nostre stanchezze dicendo che di me non si stanca; viene e ci risveglia, dal nostro sonno dato dalla noia e dall’abitudinario tran tran. A me chiede un cuore che ascolta, olio quanto basta per il prossimo passo ed uscire incontro a un abbraccio.
Ciao belli

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5 novembre 2017 -XXXI domenica del tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 23, 1-12 
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 Buongiorno sono il sole e vi dico la bella notizia di oggi: Dio ti ama per quello che sei non per quello che fai ma se fai con la stessa intensità di amore con cui lui si prende cura degli altri allora sei tra i suoi preferiti. Siamo sempre più vicini alla fine dell’anno pastorale che abbiamo chiamato A, ci ha fatto compagnia Matteo che con il suo Vangelo ci ha mostrato qualcosa di Gesù, cosi, come lo vede lui. Tra le cose belle che ha registrato c’è quello che si può dire il motto pastorale di Gesù: vuoi essere grande? Fai della tua vita un servizio. Cosa ci resta da fare se non mettere da parte i più lussuosi sogni di gloria e amare chiunque ci passa accanto salutando tutti col sorriso? 
La bella notizia è scegliere di essere o di apparire, di amare o di evitare l’altro, essere come quegli scribi e farisei, che parlano parlano ma combinano poco o essere come i figli del Cielo che silenziosamente amano, possiamo decidere di essere gli ipocriti che dicono ma non fanno o essere come tutti quelli che vorrebbero ma non ce la fanno perché è verso la debolezza che Gesù si fa accanto.
Gesù non ama i falsi che sono molto severi contro gli altri e tolleranti verso se stessi, Gesù esalta l’amore chiedendoci solo di essere fratelli.
Uomini con superpoteri, ce ne sono già tanti, almeno nella Chiesa, evitiamo di farci maestri, dottori e direttori solo per il gusto di essere un gradino più in alto degli altri: Gesù chiede solo di essere fratelli e di amarci perché nel Regno il più grande è colui che serve. Vuoi essere più grande degli altri? Servi. Vuoi essere sopra gli altri? Servi. Vuoi far vedere che tu sei più bello degli altri? Servi. Miracolo dell’amore: nel servizio si annullano le differenze, siamo tutti allo stesso livello.
Gesù ci assicura che chi ama è un grande! Che il mondo ha solo bisogno di chi ama. Il mondo ha bisogno di me ed è a me che Gesù chiede quanto è grande il mio cuore, perché io sono grande quanto è grande il mio cuore, io sono grande quando amo e amando esagero come Lui. 
Se cerchi Gesù, se vuoi imparare da Lui ad amare cercalo dove sono i piedi dei poveri, degli ultimi, dei più diseredati perché è lì, ginocchioni, a lavarli, asciugarli e baciarli. Lui è chino su di te e ti dice: TI AMO. Ciao belli