Archivio per novembre, 2020

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».


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Buongiorno sono il sole. È ufficialmente avvento, parola antica che dice attesa, che dice vicinanza, un Dio che si fa vicino a quell’uomo che vuole andare vicino a Dio che, ancora, non fa perdere la speranza di attenderlo.
Avvento, come l’invito ad andare alla grotta, tempio sacro di un Dio che si fa carne nella novità di relazioni belle, incontri autentici, amicizie che fanno luce, che toccano il cuore.
In questa prima domenica c’è un uomo che parte lasciando la casa ai suoi servi con il compito di prendersene cura, parte e sussurra al custode una parola che esce dal cuore: veglia!
Avvento è questo vegliare senza sapere l’ora del ritorno di chi ci vuole così bene da affidarci le sue cose, la sua casa.
La sua casa è il nostro cuore, Dio abita il nostro cuore rendendolo casa sua e a noi chiede di stare attenti, di stare all’erta «perché non giunga all’improvviso trovandovi addormentati».
Chi non veglia dorme, ha sonno, è preso da quel tedio che ha spento l’entusiasmo, quella noia che non fa più fare sogni grandi e belli, è il sonno di chi non spera più, di chi non sente più il prurito del sacro, il sonno di chi non ha più bisogno di nessuno, neppure di Gesù che dà senso alla vita.
È il sonno di chi entra nella sua casa sapendo di non essere aspettato da nessuno, è il sonno di chi è solo, che non si relaziona più, di chi non fa incontri nuovi, non legge, non pensa, non cammina, non si lascia neppure più sconvolgere dagli scandali e da tutto ciò che va contro natura.
Questa prima domenica ci chiede di essere come quelle donne dalle lampade accese, quelle spose pronte per lo sposo, ci chiede di essere Chiesa che attende, pronta e bella per lo Sposo che, anche se tarda a venire, arriva certamente… non ci trovi addormentati o fuori casa, fuori strada, fuori traiettoria, perché non ci perdoneremmo mai di aver smarrito la strada che porta alla grotta, non ci perdoneremmo mai di aver perso l’incontro con quel Dio che si fa vicino all’uomo molto di più di come l’uomo possa farsi vicino a Dio, non ci perdoneremmo mai di aver fallito il senso e il motivo per cui siamo nati.
«Vegliate!».
Sì, vegliamo, come veglia Maria che accoglie il saluto dell’Angelo annunciatore della buona notizia di un Dio Bambino che si fa carne nella storia dell’uomo.
Vegliamo per scrutare l’orizzonte e scoprire con stupore il bagliore di una stella che indica una grotta, luogo prescelto da Gesù per fare casa e riscommettere sull’uomo.
Vegliamo, lui viene nel crepuscolo della sera, nel buio più buio della notte fonda, nella penombra dell’alba quando sveglio è solo il gallo o nella luce piena del mattino, viene in tutti i tempi della nostra vita, viene e chiede l’attenzione di chi è pronto all’incontro perché, attento, si accorge e attende.
Il Signore viene senza prendere appuntamenti sulle nostre agende già piene zeppe di impegni, viene e apre la porta del possibile donando tutto quello che ha.
Se te gli fai spazio lui ti regala tutto, persone, occasioni di vita e gioia.
Luce e amore.
Il Signore viene e ci dice Buon avvento!
Che l’Amore non ci trovi addormentati!

#LABUONANOTIZIA
22 novembre 2020 – XXXIV domenica T.O. Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Rito romano – Anno A – Solennità

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria.
Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?.
E il re risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?. Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».


Buongiorno sono il sole, eccoci arrivati anche quest’anno alla fine. Non è la fine ma è la preparazione al nuovo anno, è lasciare l’anno A con la celebrazione di Cristo Re dell’Universo, principio e fine della creazione e di tutto quello che pensiamo e viviamo ed entrare in Avvento con l’anno B.

Il Vangelo di oggi ci aiuta a capire e comprendere che si può riconoscere Gesù anche in mezzo alla vita di tutti i giorni, lui che è il Re dell’Universo si fa scoprire nei bisogni di un feriale per dare senso splendido alla nostra storia.

Salutiamo anche San Matteo che per tanto tempo, non solo la domenica, ci ha aiutato a leggere la storia della salvezza, non da un punto di vista di chi vince ma stando dalla parte dei perdenti e ci fa leggere il Giudizio non come quello della Cappella Sistina pieno di uomini, luci e colori, che si mescolano insieme rendendoci quasi spettatori ma come piace a Dio, che per bocca di suo Figlio ci accoglie dicendo: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…».

Che bello questo Signore che finalmente mette fine a tutti quelle versioni sbagliate di un Dio giudice instillate da persone che poco hanno capito la logica del cielo, quel Dio barbuto, occhi cattivi, naso fumante che faceva paura. Che bello questo Signore che si presenta come un Dio amante e amoroso che ci permette invece di contemplare finalmente il suo volto faccia a faccia con l’unica colpa, la nostra, di aver lasciato troppo spazio alla pigrizia e averlo smarrito per strada.

Lui si presenta così, con quel tenero «Venite, benedetti del Padre mio» e snocciola in 6 verbi, 6 passi che ci portano sulla strada del Paradiso.
Avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere…
Gesù cammina al ritmo del bisogno dell’uomo, sceglie i poveri, gli umili e i fragili come i suoi preferiti, è un Dio che si accorge, s’incanta e coccola, guarda, chiama e ama e poi continua a camminare andando alla ricerca del bene, del pane, dell’acqua, di una parola gentile che si apre, di un abito, di un gesto di attenzione, di una carezza, di uno sguardo che non giudica. Non va in cerca dei peccati e degli errori che l’uomo, la sua creatura amata può fare, ma fa l’elenco delle cose belle che fanno stare bene l’altro ed è lì che lui si nasconde. Non guarda alle gesta eroiche dei miti del passato, ai segni splendenti dei potenti, ma punta alle umili azioni del quotidiano, quelle cose che uno fa tutti i giorni senza troppo rumore ma con gratuito amore.

Ecco il giudizio di questo Re dell’universo.
Se anche nel mondo non rimanesse più nulla rimane l’amore che ho dato e l’amore che ho ricevuto. Tutto passa ma l’amore resta.  In questo giudizio del cielo rimane l’amore e Gesù che si nasconde tra le pieghe della storia dell’uomo, Gesù che si nasconde nel volto dell’uomo, Gesù che si fa trovare nei bisogni dell’uomo: «quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l’avete fatto a me!».

La triste storia è solo per chi decide da solo la sua condanna e si fa mandare via. Che male ho fatto? Il male di non aver fatto niente di bene. Non basta non fare il male, serve fare il bene. Non basta non essere cattivi bisogna essere buoni. Non basta non odiare bisogna amare. Non basta essere indifferenti e dire: non faccio nulla di male, senza impegnarsi, bisogna fare qualcosa di bello per tutti, soprattutto per i piccoli, i fragili e gli ultimi della terra.

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…».
Il male più grande è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi. Questo è il giudizio: il Tutto nel Frammento, il Figlio di Dio nei gesti feriali, un Dio perdutamente innamorato dell’uomo.

Questo è il giudizio che passa per 6 verbi: avevo fame, avevo sete, ero straniero, ero nudo, ero malato, ero in carcere… verbi di casa, bicchieri da riempire, vesti per coprire, pane da condividere, immigrati da accogliere, prigionieri che aspettano un sorriso, lo sguardo di un Dio che si fa cercare e chiede solo amore, che ci spiazza nelle nostre ricerche al di là delle stelle e si fa trovare dove ci ha dato appuntamento la prima volta, nell’umiltà di un po’ di paglia, con un asino e un bue a fargli caldo e lo sguardo innamorato e stupito di una Madre, un Padre e qualche pastore.

Ora è lì, il Re del cielo e della terra, su un trono che ci spiazza, una croce a braccia aperte a giudicare il mondo dicendo: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo…» perché avete amato.
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA 
15 NOVEMBRE 2020 – XXXIII DOMENICA T.O. – RITO ROMANO -ANNO A


Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo.
Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».


Buongiorno sono il sole, siamo giunti all’ultima domenica del tempo ordinario che ci immette immediatamente in quella di Cristo Re dell’Universo con un clima di attesa, di avvento, di aspettative dal sapor di cielo, di stelle e di nuovo. Oggi, quest’ultima domenica ha il sapore della paura, del giudizio, dell’ombra e delle tenebre che tengono il cuore chiuso all’infinito bisogno d’amore di Dio.

La parabola la conosciamo bene, il titolo che gli abbiamo dato da tanti anni è la parabola dei talenti, che non sono il talento della musica o dell’arte o un modo come un altro per dire a tutti che c’ho talento ma una piccola moneta, un guadagno, qualcosa da riscuotere.

Solo che la pretesa di Dio non è quella di riscuotere niente a nessuno, perché Lui non vuole guadagnare nulla da quello che dona, a lui interessa solo regolare i conti, a Lui interessa che partecipiamo tutti alla sua gioia.

Il padrone, prima di partire, consegna dei talenti senza l’intenzione di volerli riavere quadruplicati al suo ritorno, sono loro, i suoi servi, che lo aspettano per far vedere come sono stati bravi a farli fruttare ed è questa mossa che mette tristezza alla storia, che ci fa vedere la paura per Dio e per la vita, che ci mostra quel servo pieno di giudizio negativo sul suo padrone, che ha di Dio una visione distorta, un modo di vedere le cose che non lo fa mai sentire all’altezza.

 In chi possiamo specchiarci noi oggi? 

C’è chi approfitta dei suoi talenti per mettersi al centro, chi vede nel talento l’occasione del rischio e chi vive continuamente di paure inutili vedendo Dio come l’uomo nero, dal viso barbuto e il dito puntato sugli errori.

Io mi sento semplicemente figlia che Dio abbraccia ogni volta che torna, figlia che lo aspetta perché ogni volta lui decide di fare casa nella mia storia, figlia che non sente il timore di non aver tanto da donare ma ha la serenità di aver fatto tutto quello che poteva per dare tutto, figlia che non ha bisogno di sotterrare il dono per paura di perderlo perché il dono è regalato e se lo sotterro a perderci sarò solo io, io che rinuncio alla vita e a farmi sorella che accompagna, ascolta e accoglie chi, il Dio amante della vita, mi mette accanto.

La protagonista di questa domenica non è e non dev’essere la paura ma la gioia di chi sa che, quell’uomo partito per un lungo viaggio sta tornando, la gioia dell’attesa, dell’avvento, dell’aspettativa di un nuovo che cambi il mio cuore, la gioia che pervade tutti i vangeli rendendoli Bella Notizia, la gioia di chi sa che, nell’obbedienza al Padre, può costruire qualcosa di bello, anche con un solo piccolo talento, la gioia di essere servi, poveri e amanti e non servi inetti che vivono tutto con una triste abnegazione senza coraggio di scelte folli.

Questa domenica non ci deve parlare di paura ma della storia di Dio, che non ti sceglie perché hai dieci talenti o ne hai uno, che non ti sceglie per la quantità ma per la qualità e per l’amore con cui ti prendi cura dei doni che lui ti fa.
Non è la domenica della paura che blocca e ci rende paralitici, ma la domenica della speranza che dice che il meglio sta arrivando e tu devi avere solo gli occhi giusti per afferrarlo al volo: Lui che dei talenti è il Creatore, ogni volta che ci sembra di aver fatto abbastanza rilancia il tiro, perché il tuo abbastanza non è mai tutto.
Il Tutto è un Frammento.
Lasciati prendere per mano.
Non aver paura,
credi, ama e spera.
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
8 novembre 2020 – XXXII domenica T.O. – Rito romano – Anno A


Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 25,1-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi.
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. A mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle sagge: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”.
Ma le sagge risposero: “No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa.
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.


Buongiorno sono il sole, la Buona Notizia è una questione di puntualità, di un’attesa che a volte sembra eterna, di un Dio che a volte è come certi treni, un po’ troppo in ritardo rispetto alla nostra logica delle cialde Nespresso che non ci fanno più gustare il lento salire del caffè della Moka con il suo aroma che pervade la cucina.

È la Buona Notizia di chi sa aspettare i tempi di Dio che tra il cronos delle lancette che girano preferisce il kairos come tempo della salvezza; che ogni volta decide di tornare anche in mezzo a gente che viene alla messa per dovere e rispettare il precetto domenicale anziché andare all’appuntamento con colui che ti può cambiare la vita e, te la cambia, se te hai il coraggio di guardarlo negli occhi.

È la Buona Notizia di un Dio che sa di che pasta siamo fatti più di quanto lo sappiamo noi, noi dai facili abbandoni e dalle dormite con sonore russate che ci impediscono di rimanere svegli ad attendere il suo arrivo. Gente che vivacchia, che tira a campare, che magari vive in modo impeccabile la sua vita, moralmente parlando, gente che non sbaglia mai, così brava, da dimenticarsi che sta per arrivare il Signore, ed è questione di attimi, è lui che è il Salvatore del mondo e non noi, con i nostri formalismi e leggi assurde.

È la Buona Notizia di uno sposo che sta arrivando rompendo il mito del ritardo della sposa perché i suoi tempi non sono i nostri e c’è una festa tutta per noi. A noi non è chiesto altro che stare attenti all’olio delle lampade, di stare attenti alla spia della riserva e di fare il pieno di desideri, di sogni e di attese, il pieno di qualcosa che ci cambi la vita sul serio.

È la Buona Notizia di un Dio che le promesse le mantiene e se dice che arriva lo fa, se ne percepiscono già i rumori dei passi, quei tocchi delicati che si sentivano nel giardino quando Dio passeggiava alla brezza della sera della creazione, quando tutto era perfettamente in ordine. Ma le lampade di alcuni di noi sono vuote e non c’è più tempo, non è Dio in ritardo siamo noi che abbiamo perso la capacità di essere responsabili, che viviamo di accattonaggio, spiluccando cose e affetti di qua e di là, elemosinando miseria invece che attaccarci alla speranza di qualcosa di diverso e più grande, senza impegnarci troppo come invece il nostro battesimo chiederebbe, cristiani tiepidi che hanno finito l’olio e che, quando lo sposo arriva, non ci sono perché sono rimasti al buio.

È la Buona Notizia di un Dio che non ci chiede altro che di vigilare, non di non dormire, nella storia non si dice che le vergini sono sveglie ma che dormono tutte, qui si chiede un di più di fiducia, di vivere l’attesa per ricevere tutto quanto abbiamo chiesto, come una mamma il suo bambino, lo scolaro il suo bel voto, il pendolare il suo treno. L’amata il suo amato. Il pentito il suo perdono. Siamo noi che inventiamo scadenze e scorciatoie per fare prima e non gustare nulla, ma il tempo di Dio si chiama salvezza e noi non la possiamo controllare. Se siamo previdenti anche dormire non ci farà paura basterà l’accendino a ridare fiamma perché l’olio è calcolato è noi abbiamo imparato a sperare.

La Buona Notizia è un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!».
Dio non vuole darci altro che il suo abbraccio, è un Dio che viene a rimetterci in piedi dalle nostre stanchezze, viene e ci risveglia dal sonno, dalla noia e dall’abitudinario tran tran.
Viene e chiede dei cuori che ascoltino, olio quanto basta per il prossimo passo ed uscire incontro a un abbraccio.