Archivio per dicembre, 2020

#LABUONANOTIZIA
27 dicembre 2020 – S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Festa – ANNO B – Rito romano


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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.


Buongiorno sono il sole la bella notizia di oggi, inizia con Maria e Giuseppe che portano il bambino a Gerusalemme, per offrirlo al Signore. Hanno ricevuto un dono e subito lo offrono a Colui che l’ha offerto loro perché il Sogno di Dio si realizzi in pienezza.

Questa è la Festa della Sacra Famiglia dove i figli non sono nostri ma appartengono alla loro vocazione. Devono realizzare non i nostri desideri, ma il desiderio di Dio. Questa è la santità che ci insegna oggi la buona notizia, la santità della famiglia, quando nella mia casa mi sento amato e sono capace di  amare, sapendo di esistere in un amore più grande della mia casa, il cuore di Dio.

Maria e Giuseppe offrono il loro Figlio, il Dio Bambino, passa dalle braccia della Madre a quelle di Simeone, ed è fiducia.
Buona notizia è prendere fra le braccia con fiducia Dio che si incarna nello sguardo di ognuno dei miei cari.
Buona notizia è Dio nelle mie braccia, la Madre offre il Figlio alle mie braccia come ha fatto con Simeone, perché io lo abbracci, lo accarezzi, lo ascolti, come se fosse un mio familiare e possa cantare come Simeone: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza».
Buona notizia è dire ad ognuno dei miei affetti di casa: i miei occhi in te hanno visto la salvezza.
Simeone parla ai genitori di rovina e resurrezione, sì, Gesù è per noi rovina e resurrezione per non farci cadere nell’apatia è nell’indifferenza; lasciamo che rovini le nostre illusorie balle che ci diciamo per apparire perfetti facendolo credere anche a noi stessi.
Abbracciamo questo Figlio offerto a noi per renderci più veri e meno mediocri.
Il Dio Bambino è già resurrezione quando calpestiamo al buio una vita senza senso, quando tocchiamo il vuoto, quando il fallimento ci blocca, lui è resurrezione e ci chiede di farsi abbracciare e toccare, si fa
prendere in braccio anche se la fede non ci rende esenti dal dolore ma non ci fa neppure affondare.
Dio oggi, in questa festa familiare, si fa abbracciare; non mettiamo impedimento a questo tocco di tenerezza che scalda il cuore e ci rende offerta amorosa a Colui che ha offerto al mondo suo figlio.
Ciao belli

 

#LABUONANOTIZIA – 25 dicembre 2020 – NATALE DEL SIGNORE – ANNO B

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».


Buongiorno sono il sole, un Dio si fa Bambino per farsi toccare e avvicinare da tutti, oggi mi metto in mezzo ai pastori per una sosta rigenerante.
Sì, mi piace stare ferma qui, in un campo di pastori, gli ultimi della terra, quelli che nessuno avvicina perché puzzano di pecora, capre e formaggio, gli ultimi della terra che sono stati i primi a vedere Gesù su
quella paglia mentre babbo e mamma contemplavano silenziosamente il più Bello tra i Figli dell’Uomo e un asino e un bue soffiavano calore dai loro nasi in un freddo gelido di una notte di dicembre in Palestina.
In un attimo, quando non c’è casa che voglia accogliere Maria gravida e un marito disperato che non trova un albergo per far riposare la moglie in procinto di far nascere suo Figlio, Gesù Bambino fa di Betlemme la nuova Capitale del mondo. Tutti da quel giorno guardano Betlemme come il centro della vita nuova; lì, in un’umile grotta di pastori, Maria dà alla luce suo Figlio, il Figlio di Dio, Maria dà alla luce la Luce, lo avvolge tra le fasce come facevano le mamme di una volta e lo mette nella sua nuova culla fatta di paglia, fieno e tanto amore, sguardi amorosi e tanto silenzio.
I primi a vedere Gesù Bambino sono gli ultimi della terra, i pastori, che piano piano si avvicinano a quella reggia fatta secondo la logica di Dio: non un Castello per il Re dei re, non un letto a baldacchino, non
lenzuola di raso con ricamate le iniziali a fili d’oro, non servitori e balie che aiutano la mamma a partorire con acqua calda e i migliori comfort del mondo, ma una scena dove tutti possiamo sentirci a nostro agio se
lo vogliamo.
Dio sceglie di venire non dall’alto ma dal basso perché tutti possano sentire questo abbraccio che scalda, questo sorriso che intenerisce e questa giovane mamma inesperta che ha tanto da imparare ancora ma che, nella sua umiltà, tanto insegna.
Dio ha scelto una mangiatoia per culla, una stalla per casa e una ragazza per Madre, non bisogna avere una grande fede per crederci?
Ma Dio sceglie lei perché è infinitamente generosa, perché sa che lei si prenderà cura di quel Bambino da oggi fino alla Croce, senza abbandonarlo un secondo e lei lo fa, semplicemente perché da quel giorno in cui ha detto: «Eccomi, sono la serva del Signore, sia fatto di me quello che hai detto», ha scelto di mantenere un impegno.
Sono qui, in questo campo di pastori, gustando lo sguardo di poveri uomini che, come me, si stupiscono perdendosi nei gesti semplici di una mamma che nutre suo figlio di latte, carezze e coccole.
Una mamma che si prende cura di tutti gli uomini della terra mettendo nel cuore anche i loro sogni per portarli a suo Figlio.
Mi perdo in questi sguardi, dei pastori e di una mamma che fa vivere con il suo abbraccio. Di un padre che silenziosamente accoglie il suo non figlio come suo.
Mi perdo in questi primi visitatori che arrivano a vedere la neomamma senza fiori e cioccolatini, ma con uova, pane e formaggio, vestiti di pelo di pecora e con le mani che ancora sanno del latte che hanno munto da poco.
Sono loro i prescelti per la prima visita, i poveri, gli anonimi, quelli che nessuno ricorda, sono loro che l’evangelista mette nel Vangelo, li mette in prima fila,  perché Dio ha deciso che vuole ripartire da loro che
hanno obbedito, hanno risposto ad un invito e sono andati senza indugio, senza troppi programmi, hanno smesso di fare le loro cosine, hanno interrotto il loro lavoro e sono andati e la gioia ha conquistato il
loro cuore, tutti si stupirono dei loro racconti e ancora oggi godiamo della loro gioia e dei loro occhi che hanno visto delle manine tendersi verso di loro e verso di noi; cuore, mani, occhi, calore, abbracci,
semplici gesti che hanno cambiato la nostra storia rendendola sacra.
Qui nasce Dio, qui comincia una nuova storia: il Creatore che abbraccia la sua creatura e, se lo vogliamo, è per sempre. Dipende da noi.
Buon Natale di Gesù.

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20 dicembre 2020 – IV DOMENICA DI AVVENTO ANNO B – Rito romano
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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.



Buongiorno sono il sole, IV domenica e il «Non temere» di Maria che fa tanto bene ai nostri cuori traballanti. Oggi è un altro giorno di attesa, come quando una volta si andava dal dottore, salivi le scale di corsa, “tanto ho solo da chiedere due ricette”, entravi con fretta nella sala d’attesa e ti si parava davanti un muro di gente che non riuscivi neppure a contarle e osavi un timido: “chi è l’ultimo?” sapendo che le prossime due ore le avresti passate lì dentro, sfogliando nervosa tutte le riviste appoggiate sul tavolino…bei tempi gli assembramenti dal dottore.
Oggi, in questa attesa, non va in scena la nostra fretta da ultimi giorni prima del Natale e “non ho ancora comprato tutti i regali” visto che in questa confusione di giallo, arancione, rosso l’attesa diventa difficile, complicata, quasi impossibile. Non c’è più la gente nevrotica che fa su e giù per le vasche in centro per fare tutto quello che ha messo in scaletta senza rimandare a domani, superare il guinness dei primati e migliorare il record personale degli acquisti nell’ultima settimana di avvento.
Abbiamo scoperto un’attesa diversa, una chiamata a ridare posto alla calma per restare fermi a contemplare il Bambino di Betlemme appoggiato sulla paglia, un essere indifeso che dice a tutti che Lui è Dio…anche in tempo di Covid. 
Tutto nasce da un annuncio, l’annuncio di Gabriele, l’Angelo di Dio, che arriva in Palestina per incontrare Notre Dame de Nazareth in un giorno dei tanti, in un paesello tra i tanti, una ragazza normale, una povera casa nascosta in qualche vicolo del paese.
Dio non ha scelto una Cattedrale, non ha scelto la casa dei ricchi per incarnarsi, non pregiudica il suo annuncio scegliendo belle liturgie, riti studiati a tavolino, con i ministranti che fanno le prove per non
sbagliare l’accensione della candela o mettere troppo poco carbone nel turibolo dell’incenso, andando in fila per due partendo con lo stesso piede e arrivare sincronizzati all’altare neanche fossero soldatini.
Dio sceglie una Casa per abitare la storia, sceglie anche le chiese ma abita nelle case degli uomini.
L’angelo arriva e parte bene, la prima parola è già bellezza:
«Chaîre». Gioisci Maria, rallegrati Maria!
In questi giorni la buona notizia ha avuto lo spessore della gioia, in quei non temere abbiamo sentito un Dio che ti mette a tuo agio e oggi a Maria dice il perché di questa gioia: sei piena di grazia, ti ho riempito
della mia stessa vita.
In quell’Angelo è Dio in persona che parla alla sua creatura rendendola più bella di quello che già è.
È gioia e turbamento, in questo tremore l’Angelo sussurra il suo eterno non temere perché Dio non vuole la potenza, il saper fare tutto, non sbagliare mai, la paura che non fa prendere decisioni e ti lascia lì, sdraiata, ad attendere cose che non avverranno mai senza che tu ti prenda le tue responsabilità.
Dio è il non temere umile, un Dio Bambino che farà dei poveri i principi del suo regno.
La IV domenica di Avvento, dopo il vigilare, raddrizzare, preparare è non temere l’amore.
«Rallegrati, sei piena di grazia, concepirai e darai alla luce il Figlio di Dio».
Dopo il turbamento anche a Maria succede di uscire con un’espressione tipica delle nostre: posso fare una domanda?
«Come è possibile?».
Sì, le domande si possono fare, non è mancanza di fede ma essere maturi e consapevoli che se anche ci fosse un mistero troppo grande davanti a noi, abbiamo tutta l’intelligenza necessaria per accettarlo e rispondere con dignità alla nostra vocazione:
«Eccomi sono la serva del Signore».
Solo allora l’Angelo potrà ripartire, l’ultima parola l’ha detta Maria, la password per aprire il Regno e ricevere quel Bambino che nella Notte Santa cambierà la storia. Il Bambino di Betlemme
Ciao belli



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13 dicembre 2020 – III DOMENICA DI AVVENTO ANNO B – GAUDETE – Rito romano

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Buongiorno sono il sole. Domenica scorsa avevamo lasciato Giovanni nel deserto, la Parola di Dio era scesa su di lui e lui aveva chiesto al popolo di preparare la strada al Signore, ha chiesto di raddrizzare i sentieri, ha semplicemente detto alle persone lì intorno ad ascoltare, affascinate sia dal tono della voce che da quello che dice, di fare qualcosa per accogliere l’Atteso.
Quelle persone sono tutte lì a cercare la felicità, quella musica del cuore di cui vorremmo tutti conoscerne lo spartito, sono tutti lì a domandare e a domandarsi chi è veramente questo uomo ponendogli strani interrogatori.
«Tu, chi sei?».
E lui dice quello che non è suggerendo dettagli per fare chiarezza:
«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».
La voce.
Oggi la voce che peso può avere in una società che fa molto rumore e dove la distanza impedisce di avere rapporti e relazioni come un tempo? che peso può avere in un mondo molto social ma di poche relazioni vere? che peso può avere una voce in mezzo a gente che cammina con gli auricolari nelle orecchie, che quando gli parli guarda lo schermo del telefonino, quasi fosse una protesi attaccata da nuovi e geniali chirurghi?
Una voce, una semplice voce di uomo che si fa largo nelle interferenze e nel fracasso di questo mondo.
Una voce.
Penso alla voce di una persona, la voce che ti fa riconoscere qualcuno anche da lontano, la voce che è la stessa di Al Pacino, Sylvester Stallone e Robert De Niro solo perché il doppiatore italiano è il medesimo e lo riconosci anche senza vederne il volto.
La voce.
Quanto è importante la voce, la voce della mamma che non vedi da mesi ma la senti solo al telefono e ne percepisci l’ansia, la tristezza, il dolore e la preoccupazione solo per come calca certe corde del cuore, la voce di qualcuno che ti chiama e ti volti riconoscendone il timbro prima ancora del volto.
La voce.
Quanto è importante la voce di una persona nella nostra vita? Quanto ci scalda il cuore la voce di una persona amica?
Quanto ci fa ansia la voce di un professore che dice il tuo nome il giorno dell’interrogazione?
Eppure per loro che aspettavano il Messia, tutto avrebbero pensato fuorché un uomo vestito di pelo di cammello, che mangia locuste e miele e fa penitenza.
Per loro, e credo anche per noi, forse la voce di Giovanni non è abbastanza. Forse aspettavano qualcuno di importante come Elia o un profeta e non una voce sola nel deserto che grida cose senza senso, loro aspettavano uno potente che chiede cose folli, lanci da acrobati, salti nel vuoto, gesti e colpi di scena ad effetti speciali e invece, trovano lui, questo semplice e un po’ rude uomo di poco conto, che con la sua voce
chiede semplicemente di rendere diritta la via del Signore.
La buona notizia oggi passa per una voce, ed è la voce di Giovanni, passa nei suoi occhi che riflettono la speranza di un arrivo, passa per il suo volto raggiante di luce che dice con onestà: «Io non sono il Cristo».
Lo dice perché è sincero oltre che umile e vuole dare ragione alla verità di un Dio che sta in mezzo alla gente, in ginocchio, a lavare i piedi, a dare consolazione e carezze, a curare ferite e abbracci di pace.
La III domenica di Avvento ci parla di una voce che non può tacere proprio perché è una voce.
«Tu, chi sei?».
Quante volte ancora ce lo chiediamo con quella curiosità che vorrebbe un Dio a nostra misura. Ma noi abbiamo un Dio che non chiede altro che fare tutto con semplicità e con gioia, perché stare con Gesù è vivere la gioia. Un Dio che si fa bambino per farsi raggiungere da tutti e che chiede di essere misericordiosi facendo cose normali ma con un di più di gioia!
Oggi è la Domenica Gaudete che chiede a tutti di rallegrarsi perché il Signore è vicino, come dice bene l’antifona di ingresso:
Rallegratevi sempre nel Signore:
ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino. (Fil 4,4.5)

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6 dicembre 2020 – II DOMENICA DI AVVENTO ANNO B – Rito romano

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,1-8

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».


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Buongiorno sono il sole, il nostro amico Marco inizia il racconto dicendo che ha una bella notizia da dare. Primo capitolo, primo versetto: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio».
È la più bella notizia mai sentita finora, qui comincia tutta la prassi d’amore di quel Dio che si fa carne per curare, guarire, purificare, illuminare, prendersi cura, addirittura resuscitare.
A noi che ci aspetteremmo un inizio alla Giovanni con quel Verbo che si fa carne, o come quello di Luca e Matteo che iniziano a parlare della Mamma di Gesù per poi raccontare la nascita nella grotta con angeli e pastori, Marco fa posare l’attenzione su Giovanni Battista, la Parola di Dio cade su Giovanni, come aveva promesso Isaia, su Giovanni, una voce che grida nel deserto.

Giovanni, il figlio di Elisabetta e Zaccaria, coppia sterile che diventa feconda quando non si hanno più speranze, arriva quando non ci credi più, come la luce del mattino dopo il buio della notte oscura, porta la voglia di vivere e di crederci ancora, arriva «Giovanni vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico».
Arriva Giovanni e proclama: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ma Giovanni, descritto dettagliatamente in pochi versetti, non è il protagonista della storia più bella del mondo, non è lui quello che stavamo aspettando, lui viene per preparare la strada all’ Atteso, chiede di essere pronti ad accoglierlo preparando noi la strada e raddrizzando quei sentieri che hanno preso una brutta piega, sta a noi scegliere se farlo o meno, dalla nostra risposta dipende la salvezza di Dio!

Questa seconda domenica ci chiede di vivere due verbi, due semplici verbi: Preparare e raddrizzare. Preparare vuol dire impegnarsi, dedicare tempo e cuore alle cose per cui vale la pena e raddrizzare è riposizionare lo sguardo sulla traiettoria del cielo. Preparare e raddrizzare.
Eccola la nostra storia, le nostre storie, le storie di chi vuole accogliere la Parola di Dio come l’ha accolta Giovanni nel deserto.
La Parola di Dio cerca cuori pronti ad accoglierla, gente semplice come noi, entra nella storia scegliendo il limite, il bordo, il punto basso, gli ultimi, chiede di preparare il campo all’Atteso senza paure.
Questo è l’Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
A noi si chiede di preparare la strada e raddrizzare i sentieri allora sarà Natale, Natale davvero!
Ciao belli