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#LABUONANOTIZIA
4 dicembre 2022 – II Domenica di Avvento – Anno A 

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 3,1-12

In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».


Buongiorno sono il sole, il nostro amico Matteo oggi ci presenta il personaggio chiave dell’avvento: Giovanni Battista, in mezzo al deserto. Arriva proprio nel momento in cui non ci credi più e, alla sera della vita, porta la luce del mattino, porta la voglia di vivere e di crederci ancora, arriva vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi, il suo cibo sono cavallette e miele selvatico.  Arriva Giovanni e non è lui l’Atteso ma è lui che ci chiede di preparare la strada all’ Atteso, chiede di raddrizzare i sentieri che hanno preso una brutta piega perché è così che ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

   Preparare qualcosa che preparato ancora non è perché, prepararsi come impegnarsi, dedicare tempo e cuore per te stesso e per gli altri e, in questo te stesso e gli altri, per Dio. Raddrizzare, rimettere in linea, rimettere diritto ciò che è andato storto, riportare la bellezza nella creazione quando tutto era in ordine, quando la tua vita aveva un ordine.

   Preparare e raddrizzare, ecco la storia di chi vuole accogliere la Parola di Dio come l’ha accolta Giovanni nel deserto. Tutti vanno da lui con entusiasmo ma qual è il vero desiderio che portano in cuore? Questa seconda domenica ci propone un cambiamento, una conversione, provare a credere e non provare per credere, provare a credere che la promessa di Dio promette è che verrà, lo vuole e lo realizza. Fede è pensare in modo diverso da come l’abitudine ci ha portato a pensare.

   Accogliere la Parola di un Dio che cerca cuori pronti, gente semplice come noi. Accogliere la Parola di un Dio che entra nella storia scegliendo il limite, il bordo, il punto basso, gli ultimi. Accogliere la Parola di un Dio che chiede di preparare il campo all’Atteso come ci insegna a fare Giovanni Battista, fermo tra l’Antico Testamento, di cui lui è l’ultimo profeta e il Nuovo Testamento, di cui lui è il precursore dell’Uomo che ci cambierà la vita. Sta fermo lì Giovanni, per raccontarci un sogno, la speranza, un possibile dove Avvento è accogliere la possibilità di un sogno che è il sogno di Dio, ed è questione di fede senza paura, perché sarà Dio a colmare i burroni, ad abbassare i monti e i colli, a rendere diritto ciò che non siamo riusciti a raddrizzare, sarà Dio a spianare la strada, sarà lui ma, a noi, chiede l’impegno di essere solco dove il seme che è suo Figlio cade e marcisce perché ogni uomo possa vedere la Salvezza! 

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27 novembre 2022 – I Domenica di Avvento – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,37-44
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».


Buongiorno sono il sole, vi annuncio una Buona Notizia: oggi è Avvento! Tempo dell’attesa, tempo di chi aspetta qualcuno di importante e conta i giorni che separano l’arrivo con il cuore gonfio di commozione, tempo che i bambini usano per aprire il calendario e prendere il cioccolatino fino all’arrivo di Gesù Bambino, tempo di chi sa che, anche quest’anno, il Signore viene a mettere la sua tenda in mezzo a questa umanità un po’ balorda, scegliendo di farsi carne, di farsi uomo perché, noi uomini, impariamo a desiderare di essere un po’ come è Dio, un Dio Bambino, un Dio semplice e umile che preferisce una grotta all’albergo per farsi notare in questo mondo, dove vince solo chi appare.

   Tempo di chi sa o deve imparare a guardare in alto e guardare oltre le proprie zone depresse, oltre le lacrime e i tempi bui, tempo di chi deve vegliare e stare attento perché il Signore certo verrà, l’ha promesso ed è fedele e noi ci crediamo, ci crediamo sulla Parola. Tempo di mettere da parte la nostra distrazione che non ci fa più stupire né commuovere e non ci fa gustare le cose come realmente sono: dono di Dio.

   Tempo per essere felici perché, questo Dio, la parola distrazione la cancella e noi possiamo tornare a vivere non come Noè e i suoi amici che non fanno niente di male, ma sono troppo impegnati a vivere, perdendosi il gusto del mistero, del nuovo e del non ancora, troppo impegnati a vivere senza sapere perché sono al mondo, senza uno scopo se non il 27 del mese per portare a casa lo stipendio o una A nel compito in classe, troppo impegnati per accorgersi che il vicino ha perso il lavoro o la collega è stata lasciata dal marito.

   Amici belli la porta del possibile si apre e incomincia l’Avvento che ci chiede di svegliarci e accorgerci che al mondo non ci siamo solo noi ma che ci sono altri seduti sulla panca della vita, che nel prato ci sono le pratoline, che il tuo bambino vuole giocare con te e tu sei sempre al cellulare, che ogni momento che viviamo è troppo importante per perderlo, fosse solo un sorriso.

   La prima domenica chiede l’attenzione di chi sa essere pronto all’incontro perché, di due uomini nel campo, solo uno verrà preso, l’altro verrà lasciato, uno solo è pronto all’incontro con il Signore, uno solo ed è quello attento. Il Signore viene senza prendere appuntamenti sulle nostre agende già piene zeppe di impegni, viene nelle nostre notti dove non vediamo più niente, viene come un ladro, non per portarti via la vita, ma per regalarti il suo incontro, apre la porta del possibile e dona tutto quello che ha. Se deve rubare qualcosa è tutto quello che nel tuo cuore crea ingombro perché, se non fai il vuoto, lui non ti può dare niente.

   Se te gli fai spazio lui ti regala tutto, persone, occasioni di vita e gioia. Compito della prima domenica di avvento: fissare lo sguardo sul Dio che viene, per vivere con profondità il momento presente, senza dover dire un giorno: non me ne sono accorto.

Maranatha! Vieni Signore Gesù, 
vieni, prendi tutto quello che c’è dentro di me, 
sgombrami il cuore e metti tutto quello che sei te. 
Vieni, Signore Gesù, vieni!



 

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20 novembre 2022 – Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo – Anno C (s)

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 23,35-43

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».


Buongiorno sono il sole, oggi si conclude l’anno liturgico C. Luca lascia il posto a Matteo e fa finire l’anno presentandoci il suo Cristo Re dell’Universo, un Dio che vuole fare le cose subito, come ha fatto con Zaccheo. Dio, quando si tratta di regalare la salvezza, non perde tempo e fa veloce come è successo a Maria di Nazareth che, subito, con molta fretta, si mise in viaggio per raggiungere la casa della cugina Elisabetta, quando vuole collaboratori per la salvezza, li cerca tra i peggio che potremmo trovare sul mercato scegliendoli tra i pescatori che, subito, lasciano le reti e lo seguono come è successo a Simon Pietro e compagnia bella.

La buona notizia di oggi passa in questa ferialità che ci fa incontrare un Dio che, nella sua pazienza ha fretta di salvarci e di portarci tutti in Paradiso, prima che noi si possa cambiar idea, è Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo a volerlo e, sul Trono della Croce, con un sorriso che tranquillizza, uno di quelli che sa fare bene, dice al più disgraziato che si ritrova accanto: «Oggi con me sarai nel Paradiso».

Se fosse successo all’inizio del Vangelo ci saremmo scandalizzati: come può aprire la porta del Paradiso a un ladro, disgraziato e delinquente senza neppure confessarlo? Ma, dopo tutti questi infiniti incroci di sguardi, che trasmettono un dono che è per-dono, possiamo anche permetterci di fare il tifo per un colpo di testa alla Gesù.

A me, questo Cristo Re, piace perché mi fa vivere in modo diverso le mie adorazioni a volte distratte, mi fa vivere in modo diverso la mia preghiera talvolta annoiata, mi fa sentire molto vicina a questo peccatore che, sulle labbra, ha parole bellissime che escono dal cuore senza deviazioni: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Parole che sanno di tenerezza, quasi una dichiarazione d’amore di una pecorella che si è persa ed è stata ritrovata. Mentre il pastore mette la pecorella sulle spalle per tornare a casa, la sente sussurare: Tu che sei il mio Re, quando sarai in Paradiso, lì con il Padre, parlagli bene di me, ricordati di me, Tu che sei il mio Re.
Questa è adorazione.

A queste parole, il pastore risponde con una carezza e uno sguardo pieno di amore che parla: «Oggi con me sarai nel Paradiso».

È un Dio che ha fretta, è l’Amore che ha fretta, è il Figlio che ha fretta di strappare la grazia al Padre che ama e perdona, ha fretta di far entrare il malfattore a Casa, ha fretta di salvarlo, non domani, né dopodomani, ma oggi, qualunque sia stato il suo passato e i suoi errori perché il Suo Amore è così: Lui ti guarda, ti sceglie e ti ama e se te glielo permetti Lui ti riporta a Casa senza chiederti il conto, ha solo un bisogno, risponderti con il suo dono-per-dono, oggi.

Fermati davanti a quel Crocifisso e lasciati sconvolgere dal suo Sguardo.

 

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13 novembre 2022 – XXXIII domenica T.O. – Anno C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,5-19
 
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


Buongiorno sono il sole, la Buona notizia ci porta a guardare con occhi toccati dal cielo questo fine che non è la fine o questa fine che non è il fine che intende Gesù. Buona notizia che ci dice che il fine della fine è che, nella prova, abbiamo l’occasione di dare testimonianza e che la perseveranza porterà alla salvezza. Testimonianza come l’ha vissuta Gesù, costantemente rivolto al Padre nella certezza che Lui lo avrebbe difeso ovunque, dovunque e per sempre.

Ci saranno momenti di crisi, momenti in cui saremo così in lite da farci male a vicenda anche a parole, momenti in cui saremo odiati, persino in famiglia, dove i figli si metteranno contro i genitori e i fratelli saranno divisi tra loro ma se, tutto questo, è a causa del Nome di Gesù e non per nostri interessi personali, sarà proprio questo Nome a difenderci, ci penserà Lui a mettere nel cuore il coraggio e sulle labbra le parole giuste: Se fai il bene non hai nulla da temere!
Ci sono delle persone che, in Nome di Gesù, anche oggi vengono uccise e se ne parla sempre quando ormai sono morte come è il caso di Pino Puglisi, Andrea Santoro, Annalena Tonelli, Massimiliano Kolbe, solo per citarne alcuni e, forse, prima che fossero uccisi, non tutti li conoscevano. La Buona Notizia è sapere che se daremo la vita per il Nome di Gesù nulla si perderà di noi e lasceremo il segno in eterno e  se capiterà di venire massacrati o derisi perché ci siamo innamorati del Nome di Gesù fino a dare la vita, alziamo il capo e risolleviamo l’animo perché questo è il Segno del Sogno di Dio e quel Sogno è il Segno di Dio per tutti. 

Gesù non fa sconti, dà tutto e vuole tutto, non illude, non gioca al risparmio, indica i passi da fare, i sentieri da percorrere, mettendo in luce anche le difficoltà e, parlando di perseveranza, mostra che, la salvezza, passa per la pazienza, la virtù della ypomonè che, letteralmente, significa rimanere sotto, sostenere, sopportare, il contrario di darsi alla fuga, ypomonè è non arrendersi nella crisi ma mettere il fuoco dell’impegno nel cuore per salvarci non come vorremmo noi ma come vuole Lui, in una vita che esiste per essere donata, non per essere tenuta nel cassetto o dentro una scatola tra le cose preziose da mostrare a chi garba a noi, la vita va data e più né dai, più dai testimonianza, se la tieni per te muori ma se fai del bene non la perdi mai.

Arriveremo a sera distrutti dalla fatica, lo sapremo noi se quello che abbiamo dato o fatto era per farci vedere o se era per il Nome di Gesù ma questo Nome è il fine non la fine: una vita piena, donata fino in fondo.  È l’ultima occasione prima che incominci l’avvento e parte proprio da qui, la fine che porta ad un nuovo inizio, testimoniare il fine di una vita spesa a fin di bene, qualcosa per cui sia valsa la pena di aver vissuto e lottato. Ciao belli

 

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6 NOVEMBRE 2022 – XXXI DOMENICA T.O.
Anno C – Rito romano  

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 20,27-38

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».


Buongiorno sono il sole, Gesù racconta una storia a tutti quei sadducei che non credono nella resurrezione e, come sempre, lo mettono alla prova con domande tendenziose. La storia più o meno è così: c’è una donna che si sposa sette volte e, ogni volta, il coniuge muore, forse nessuno lo sapeva che questa donnina era una specie di ammazzamariti ma, se io fossi stato il prossimo pretendente, forse ci avrei pensato un attimino a sposarla e, tra l’altro, come se non bastasse, non facevano neppure in tempo a concepire un figlio e quindi, ogni volta che il marito decedeva, non aveva discendenza.

La domanda che sorge spontanea a questi illustri sadducei è: «Se veramente la resurrezione esiste di chi sarà moglie, nell’aldilà, questa signora che qui in terra si è sposata con sette uomini diversi?». Già chi fa una domanda del genere è chiaro che non crede a nessun tipo di risposta perché ognuno di noi vorrebbe che la vita qui in terra fosse senza la parola fine.

Domenica scorsa però, Gesù, è riuscito a penetrare nello sguardo, nel cuore e nella casa di Zaccheo e da quel momento tutto cambia nelle storie degli uomini, per tutti si apre la porta del possibile, si apre per Maria Maddalena, per Pietro, per Giacomo e Giovanni, per la samaritana, per la peccatrice e l’adultera, per l’indemoniato, per tutti i santi, si apre per me e per te, per tutti c’è uno Sguardo che ti cambia la vita, che ti fa credere che, se la vita è bella, in paradiso sarà bellissima, che se la vita quaggiù sembra essere il massimo che si possa desiderare, la resurrezione ci assicura che invece è solo un assaggio di quel banchetto di nozze che il Padre ha preparato per ognuno, che se la vita è bella ma tu sei troppo preso dall’abitudine del tutto prevedibile, la fede nella resurrezione dice che il Vangelo e Gesù sono bellissimi e propongono l’imprevedibile per sempre.

La fede ci dice che quelli che risorgono non prendono né moglie né marito non perché non ci si può più affezionare o avere quell’intimità che ci fa stare tanto bene, ma perché si impara ad amare davvero e per sempre, senza gelosie o rimpianti e, quindi, «non prenderanno né moglie né marito ma saranno come angeli», che è la nostra chiamata per l’eterno.

Saremo come angeli, angeli bellissimi che guardano in faccia Dio, che lo guardano negli occhi per sempre, che si perdono in quello Sguardo senza la preoccupazione che tutto finisca.

Saremo come angeli non perché Dio ci toglierà il corpo e tutto quello che ne fa parte ma perché ci trasforma e ci fa diventare come Lui, a sua immagine e somiglianza, come aveva promesso nella creazione.

Saremo come angeli che sanno che Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi.

Saremo come angeli che sanno che con Lui c’è reciprocità, quella bellezza che si respira nel Cantico dei cantici dove si canta: «Il mio amato è per me e io per lui».

La domanda del sadduceo non lo so se avesse o meno un secondo fine ma noi sappiamo che è solo la resurrezione che farà sì che Dio sia il Padre per sempre il resto lo vedremo solo vivendo in Lui. Se ci crediamo ed è Fede.

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30ottobre 2022 – XXXI domenica T.O. – Anno C – Rito romano   


Dal Vangelo secondo Luca
Lc 19,1-10
 
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


Buongiorno sono il sole. Cosa può dire di nuovo di Zaccheo, quel piccolo uomo che conosciamo tutti benissimo e di cui sappiamo la storia a memoria?

Zaccheo, più attaccato al lavoro che a un possibile tempo libero per rilassarsi e che, quando cammina per strada, non guarda in faccia nessuno se non per puntare lo sguardo ai debitori e i poveri e dire che devono pagare i loro debiti, rendendosi antipatico a tutti, quel giorno viene a sapere che nel suo paese è in arrivo questo Gesù  noto in zona perché, pare, faccia cose grandi con poco e sappia ascoltare in modo speciale e a chi ha il dono di poterlo incontrare lascia quel segno per cambiare davvero. In quell’istante , senza troppo pensarci su, nel cuore si muove il desiderio, anche lui, vuole vedere Gesù, disposto a tutto pur di vederlo anche scadendo nel ridicolo, trovando il modo di superare l’ostacolo folla salendo su un sicomoro e nascondendosi tra le sue fronde.

Tutti sognano di incrociare lo sguardo di Gesù e che Lui possa incrociare i loro ma è lassù, su quell’albero, che Gesù arriva a puntare i suoi occhi stanando il nanetto nascosto e, non solo lo guarda, ma lo obbliga a scendere e a farlo in fretta: «Zaccheo, – lo chiama per nome – scendi subito, oggi devo fermarmi in casa tua», io devo entrare nella tua casa, devo entrare nel tuo cuore e devo farlo subito, lasciati amare lì dove sei, nella tua casa che cade a pezzi perché tu non te ne prendi cura da troppo, scendi subito perché io ho fretta.

Dio è paziente, eppure, quando capisce che siamo pronti a stare con Lui e ci manca solo il coraggio di fare il primo passo, mette l’acceleratore e non perde tempo perchè ha fretta di riportare un altro cuore al Padre perché possa curarlo con calma. Sì! Dio non ti ruba il cuore, lo cura e Zaccheo, il cui nome vuol dire Dio si ricorda ci sta, scende, anzi, si butta giù dall’albero cadendo nell’abbraccio di un Dio che attende sorridendo e insieme camminano.
Ed è solo la gente che non capisce, in un misto di scandalo e meraviglia, quasi arrabbiata che Dio, sempre contro le loro aspettative, scelga i peccatori, le prostitute, i ladri e i truffatori per prendersi cura di loro.  
La salvezza oggi è caduta nella casa di Zaccheo, Dio abita la casa di un ladro, peccatore e truffatore, trasformandola in una Cattedrale dove chi sceglie di restare sul sagrato invece che ringraziare, mormora.
Entra e inginocchiati davanti al miracolo di un cuore che si fida e cambia strada.
Entra e mettiti in ginocchio davanti al mistero del peccatore redento come ti inginocchieresti davanti a un tabernacolo pieno di Dio che, in silenzio, ti salva e ti riporta a casa
Gesù, in casa di Zaccheo, non dice nulla e neppure lo sgrida, Gesù quella casa la abita e, il silenzio, è rotto solo da Zaccheo che fa i suoi buoni propositi di uomo cambiato ma è ancora Gesù a stopparlo nella scrittura del
suo testamento generoso dicendo la stessa cosa di quando l’ha tirato giù dall’albero: «la salvezza oggi è entrata in questa casa».
Zaccheo voleva farsi grande arrampicandosi nascosto fra le fronde di un albero per non farsi vedere ma Dio l’ha sorpreso per rimetterlo in piedi e riportandolo alla giusta altezza di uomo salvato. Era caduto troppo in alto Zaccheo ma ora è all’altezza degli occhi di Dio e in uno sguardo tutto è cambiato e lui è semplicemente amato.
Ciao belli

 

 

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23ottobre 2022 – XXX domenica T.O. – Anno C – Rito romano 

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,9-14
 
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».


Buongiorno sono il sole, il Vangelo di oggi, ci parla di due persone, due uomini che salirono al tempio a pregare, ognuno a suo modo ma entrambe pregano. Uno si mette davanti, sotto un faretto che gli illumina il viso e lo rende bello, tronfio e sicuramente ottimista mentre ad alta voce prega e fa lo splendido: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri che sono ladri, ingiusti e adulteri, digiuno due volte la settimana e pago le tasse».

Quanto è facile gasarsi di ciò che di bello si fa, toccare il cielo con un dito facendo confronti inutili con chi crediamo sia peggio di noi, però questo tale alla fine non viene meno ai suoi impegni è solo corretto, non è eroico è semplicemente obbediente, però è arrogante e presume troppo di sé a scapito di altri. Lui non si sente bello, sa di essere strabello, ma si sente troppo giusto nei confronti di Dio senza riuscire a pensare che la salvezza è dono per lui ma per tutti, non solo la conseguenza logica del suo bel darsi da fare camminando sulle teste degli altri pensando così che possa mettersi in prima fila per dire a tutti: applauditemi!

La salvezza non si conquista stando ritto in piedi e mercanteggiandola al prezzo più basso come si fa coi marocchini che ti vendono accendini e fazzoletti di carta per le strade, la salvezza la ricevi per dono quando si riesce a capire che al mondo non sei soli e se non sei come gli altri forse perché non li conosci. Se invece di gongolarti fiero per quello che sei e che fai ti accorgi che la bellezza è anche altrove riusciresti a scorgere che in Chiesa con te ce proprio quell’altro che ti urta perché non è come te, un ometto solo solo, in una cappella al buio, con gli occhi bassi a battersi il petto in silenzio, chiedendo perdono a Dio di non essere così bravo come il fariseo dalle splendide vesti in prima fila: «O Dio, abbi pietà di me peccatore».

È lì che non ha neppure il coraggio di alzare gli occhi per guardare e cercare il volto di Dio perché purtroppo è vero che fa parte della squadra dei truffatori e dei ladri e non osa dire nulla perché la sua storia parla al posto suo e non osa neppure cercare, non osa guardare, non osa chiedere niente e non pretende niente da Dio e, se c’è un punto grande come il cielo a suo favore, è che una cosa la sa e la sa bene: sa che la salvezza non è merito suo ma dipende dall’eterna misericordia di Dio ed è per questa misericordia che dalla bocca del cuore, escono solo poche parole ma belle: «O Dio, abbi pietà di me peccatore», dette con una tale sincerità che rimbombano tra le colonne della chiesa con sonori tonfi e rintonfi che si alternano, come un salmo a due cori.

Tutti e due nella stessa chiesa, ognuno che prega a suo modo e io scelgo di imparare a pregare come il secondo che forse sta vivendo un caos immenso dentro di sé ma sa che ciò che lo salva è sapere che lì, in quel caos, Dio lo trova e nella sua immensa misericordia lo salva.

Scelgo lui perché, se anche non osa alzare lo sguardo per cercare Dio, Dio abbassa il suo, lo cerca, lo sceglie, lo ama e lo salva e lui può così ricominciare a vivere.

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16 ottobre 2022 – XXIX domenica T.O. – Anno C – Rito romano 

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».


Buongiorno sono il sole, Gesù con un versetto è qui per insegnarmi la preghiera. La necessità della preghiera come il bisogno di capire cosa il Signore voglia da me e la mia necessità di capire si incontra con la sua necessità di volermi per sé, nasce lì la preghiera, in Luca 18,1: pregare sempre, senza stancarsi mai.

È vero, talvolta la preghiera è stancante, soprattutto quando si prega da troppo tempo e la situazione rimane la stessa, bloccata, senza sbocco né sorta di speranza ma, la vedova di oggi è questa vecchina che non cede, non si stanca e non si lascia smuovere da nessun rifiuto, incede incalzando con premura e perseveranza fino allo sfinimento e, come lei, se rimaniamo umili, deboli e fragili, queste persone Dio le prende in braccio e, in Lui, le nostre richieste troveranno posto. Se dobbiamo insistere e non resistere,  non è per Dio ma per noi, il giudice è l’opposto di Dio ma ascolta e Dio che è l’opposto del giudice non ascolterà il grido? Risponderà prontamente, che non vuol dire immediatamente non vuol dire subito, vuol dire sicuramente. Noi non dobbiamo stancarci di pregare né incattivirci se Dio sembra non ascoltare perché, forse, la stanchezza dipende solo dalla nostra mancanza di motivazioni forti. La preghiera non sarà mai uno sprecare tempo ma restituire a Dio un tempo riempito di attesa custoditi in un cuore che dà più di quanto noi oseremmo chiedere. 

Noi siamo quelli che pregano perché avvenga ciò che noi chiediamo, magari alla svelta e usando Dio a mo’ di macchinetta del caffè ma quanto crediamo a un Padre che sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo?

Si tratta soltanto di fare un passaggio: dalle preghiere al pregare che, se fino ad ora, per noi, era chiedere cose a mo’ di lista della spesa, ora si tratta di imparare a dare del Tu a Dio chiamandolo con il suo Nome, come è successo a San Francesco, la sua vita è cambiata, da uomo che pregava è diventato uomo fatto preghiera e, nella “Lettera ai tre compagni”, è scritto: «Insisteva nella preghiera, affinché il Signore gl’indicasse la sua vocazione». [FF 406]

La preghiera ci deve cambiare, se non succede vuol dire che è rimasta lì, da noi, e non è salita al cielo. Pregare sempre, senza stancarsi mai è sapere che potremmo anche trovarci davanti una prediletta di Dio che ci dice: e tu, amico, cosa sei disposto a donare oggi al Maestro? Del tempo? un sorriso? un perdono?

Facciamocela questa domanda per imparare la preghiera. C’è una necessità che è quella di restituire a Dio una vita cambiata, frutto della preghiera, di vivere in Dio, di avere il mio respiro nel suo respiro. Il mio bisogno che si incontra col suo bisogno, il bisogno di un Dio che ricorda una cosa essenziale: «senza di me non potete far nulla». (Gv 15,5). Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
9 OTTOBRE 2022 – XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 17.11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».


Buongiorno sono il sole, Gesù sta attraversando la Samaria, la nostra Samaria. Lui a cuore ha la nostra storia piena di lotte, botte e fughe e vuole trasformare i nostri fastidi e tutto ciò che, in qualche modo, crea ripulsa in qualcosa che sia meno amaro, come è successo a San Francesco. 

Cosa c’è di più ripugnante di un lebbroso puzzolente, pieno di piaghe e spalmato di pus? Ce ne sono ben 10 che ti vengono incontro e, anche se si fermano a distanza, comunque non sono né belli da vedere né profumati da sentire.

Cosa significa oggi questa squadra di lebbrosi che va incontro a Gesù nella nostra vita? Essere lebbrosi significava stare ai margini, essere esclusi, inavvicinabili, nessuno ti  avvicina tanto è il fetore che emani ma, se il prossimo, si chiama Gesù la storia cambia e, elemosina, diventa il bisogno di considerazione e guarigione: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».

Quante volte glielo urliamo nelle nostre disperazioni: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi, senza di te siamo perduti, salvaci» e, quel Gesù, che noi vorremmo sempre all’opera con miracoli immediati, appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». Lui rimanda ad altri non per disinteresse ma per rispetto delle regole ebraiche, li manda dai sacerdoti perché solo un sacerdote poteva attestarne la guarigione.

Io al posto di anche uno dei 10 avrei provato desolazione ma è vero anche che, se Gesù agisce così, è perché la fede è un cammino, è obbedire, accettare, ripartire, fidarsi che, in quel tratto di strada, la vita cambia, fidarsi che qualcosa sta già cambiando, che appena Gesù mi guarda la lebbra inizia a sparire senza neppure che io me ne accorga ancora in preda all’amarezza che Gesù mi abbia respinto ed è proprio il sacerdote a rivelarmelo: i 10 si fidano e vanno e mentre essi andavano, furono purificati.

Ma in quanti tornano a ringraziare? noi si va da Gesù nella nostra disperazione, gli urliamo addosso tutto il nostro bisogno di essere guariti, vogliamo il miracolo e poi? Il Vangelo non mente: uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano… e io voglio essere quello.

«E gli altri nove dove sono?». Ce lo chiediamo tutti, anche Gesù se lo chiede ma mica per il grazie in sé, solo perché non vuole che nessuno torni alla sua vita di prima quando la lebbra ci aveva in qualche modo bloccato senza nessuna voglia di crescere in un di più, vuole che torniamo sanati per una vita bella, fresca, nuova e testimoniare il riflesso del cielo ed è la gratitudine di una vita redenta.

Io voglio essere uno dei dieci, quello che torna a restituire il dono di Dio in me, torno e lo seguo ovunque Lui mi voglia portare, continuo il cammino con Lui perché, se è vero che 10 hanno ricevuto un dono e uno solo uno ha risposto, è con Gesù che si riparte, non come prima ma con una vita nuova, dove l’amaro si è trasformato in amore, dove amarezza ora è amorevolezza. La fede è risposta a un Dio che ti corteggia in eterno per salvarti oltre che guarirti e dobbiamo avere il coraggio di tornare da Lui perché ne varrà la pena: graziati che guariti ringraziano per una vita bella, fresca, nuova e testimoniare il riflesso del cielo dove, la gratitudine, è una vita redenta.

 

#LABUONANOTIZIA 02 OTTOBRE 2022 – XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10 In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Buongiorno sono il sole, la nostra meravigliosa domenica inizia così: un se, un seme e un supplemento di fede: «Accresci in noi la fede!». «Se aveste fede» vuol dire che, forse, tutta questa fede che dico di avere in realtà neppure l’ho ma so però che Dio ha così tanto amore per me da credere che io non sono da buttare, anzi, non solo sono capace di amare a mia volta con la stessa intensità ma anche perdonare, chiedendo al Padre di aumentare la mia fede per farmi smettere di sentirmi io al centro del mondo e trovare Gesù così rassicurante nel dirmi che ne basta proprio pochina, piccola come un chicco di senape ma tanto grande quanto basta da sradicare un gelso. Se avessimo questa fede piccolina allora ci sarebbe tanto da fare e tutto sarebbe possibile, la smetteremmo di piangerci addosso e di parlare sempre male degli altri e inizieremmo a rimboccarci le maniche per cambiare il mondo. Se avessimo questa fede piccolina ci accorgeremmo che, nel Vangelo, gli unici miracoli che fa Gesù sono quelli di cui vede la fede non come noi che attendiamo il miracolo perché la fede aumenti. Se avessimo questa fede piccolina sapremmo, senza che nessuno ce lo debba sempre ricordare, che come è successo a Maria, tutto è possibile per chi crede. Se avessimo questa fede piccolina scopriremmo che tutto si gioca nel servizio, dove amare vuole dire servire l’altro per innalzarlo e non servirsi dell’altro per innalzarci ed è un un compito oltre che una bella responsabilità: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». La mia chiamata è fare bene ciò che mi è chiesto di fare, mettere la mia vita a servizio degli altri, col sorriso, possibilmente gratis e senza aspettative di ricompensa, facendo di un compito il dono, pur consapevole di una fede piccolina ma con la gioia grande di aver fatto fino in fondo il proprio dovere d’amante, prendendo il nome di Dio, che Gesù ha scelto per sé: servo. Dio non ha bisogno di buoni strumenti ma di strumenti inutili, disponibili, cuori impavidi, non fuori uso, convinti che, senza di lui, rimarrebbero in disuso. Anime belle, create con l’anima dentro, seme di amore che cresce per altri. Inutile, è parola che stona col nostro vocabolario dove è qualcosa che non serve a niente, inutile, nel vocabolario di Dio, è un finale aperto, dove nessuno cerca il proprio utile ma, utile, è aver scoperto che la vita vera è servire la vita dell’altro. Ciao belli