Buongiorno sono il sole…

#LABUONANOTIZIA
25 LUGLIO 2021 – XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Buongiorno sono il sole, inizia oggi, in questa XVII domenica estiva la lettura di una grande parte del Capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, il Capitolo del Pane di Vita e inizia con la moltiplicazione dei pani di cui tutto Capitolo è il commento.

La cosa che mi colpisce subito è Gesù che alza gli occhi, interrompendo quello che stava facendo, stare coi suoi discepoli, l’abbiamo visto la settimana scorsa. Viene distratto dalla grande folla, dal bisogno dell’uomo. Gesù alza gli occhi e vede la folla, Gesù sul monte, mentre guarda gli occhi degli apostoli, vede salire una grande folla, si accorge, perché noi abbiamo un Dio che sta con noi e ci dice che, coi fratelli e con le sorelle con cui cammino, io vivo l’amore del Padre, vedo l’amore del Padre.    

Il primo apostolo che gli capita a tiro è Filippo al quale in un impeto di amore e di tanta preoccupazione e compassione domanda: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
    La sua è tenerezza ma con Filippo è una sorta di banco di prova perché Lui sa benissimo ciò che sta per compiere, lo scherzetto a Filippo funziona e vince.

Filippo, a vedere tutta quella gente, temeva che non bastassero i soldi: tutto deve avere un prezzo perché se no non ha valore ma se il pane è la vita, il problema è da dove lo possiamo ottenere? Non tutto si deve comprare, non tutto ha un prezzo. Pensiamo alla terra che calpestiamo, non è un dono? e la vita? non è un dono? l’amore? non è un dono?Come fai a comprare la vita? vai al negozio e compri un figlio? Come fai a comprare l’amore? vai alla Conad e te ne fai dare un Kg?

La Buona Notizia è il Pane che ci mantiene in vita. Se noi continuiamo ad accumulare cose ci sacrificheremo all’infinito e non godremo mai nulla, la vita si vive solo condividendo, se vogliamo stare sereni e tranquilli la soluzione non è accumulare ma condividere. 
    Sta a noi puntare lo sguardo su uno di quei gesti di Gesù che fanno tanto bene come per esempio quel: prese. Dio, all’inizio, crea il mondo partendo dal nulla. Gesù prende, accoglie, riceve partendo da noi, dalla nostra disponibilità dalla nostra generosità, perché in ogni pezzo di pane c’è qualcosa che non dev’essere perso, c’è l’amore del Padre e ci può essere l’amore del fratello, ed è questo che va cercato.

Di questo pane ne avanzano dodici ceste. Dodici come i mesi dell’anno, la totalità del tempo; dodici come le tribù d’Israele, la totalità del popolo.

Di questo sovrappiù ce n’è per tutti e per sempre, basta solo andare a cercarlo ed è il senso di una Chiesa aperta a tutti dove nessuno è escluso perché nulla vada perduto!

È un Dio un po’ matto il nostro, è vero, ma noi facciamo nostro quel tocco di follia che ci aiuta ad entrare nel grande Sogno di Dio: che tutti abbiano la vita e in abbondanza, nessuno di noi si permetta più di mettere paletti all’entrata giudicando chi non ne è degno.
Ciao belli

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18 LUGLIO 2021 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.


Buongiorno sono il sole, ed eccoci alla XVI domenica di un tempo ordinario, quotidiano, normale dove Gesù oggi ci regala e ci chiede il riposo; ci porta in disparte, in un luogo solitario, lontano da tutte le cose che, con affanno e ansia, facciamo ogni giorno, ci porta in disparte per farci riposare, ci fa stare tranquilli, ci fa mettere comodi, lì con lui, in silenzio a contemplare il cielo dopo averci mandato a due a due in giro per il mondo.

La domenica è il tempo del riposo, una chiamata a smettere di fare quello che si sta facendo per stare con Lui e godersi le sue coccole.

Mentre i discepoli, alla fine della loro prima esperienza di missione di evangelizzatori corrono a raccontargli dettagliatamente la gioia di tutto quello che hanno fatto, come l’hanno fatto e con chi l’hanno fatto, Lui si permette il lusso di interromperli con molta delicatezza per coinvolgerli in uno stupore inaspettato: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’».

Non c’è più bel modo di rendere migliore la missione che il riposo, il riprendere fiato, lo stare a tu per tu con Lui e riposare in Lui per comprendere veramente per chi siamo andati in missione: per noi o per Dio?

Noi non siamo abituati alla pausa, in questi giorni Gesù ha fatto capire che bisogna darsi corpo morto per gli altri, che bisogna mettere da parte sé stessi per far dono della propria vita a chi ha bisogno. Anche Gesù sembra non fermarsi mai un attimo, si immerge nelle folle e cura tutti a ogni ora del giorno ma ogni tanto si allontana per stare col Padre, per stare a tu per tu con Lui, in preghiera, dove Lui non fa niente e fa tutto il Padre.

Per Gesù prima dell’uomo c’è il Padre e se Gesù vuole donare qualcosa di sé agli altri si deve riempire ogni giorno di Dio.

Questo chiede a noi: riempirci ogni giorno di Dio, adorare Dio, lasciarsi guardare da Dio, stare in disparte dalle folle per riprendere fiato e ripartire e regalare Dio.

Non temiamo il riposo, perché, come dice Ferdinand Ebner, filosofo austriaco, «La fede è il riposo dei pensieri in Dio». Riposarsi ci rimette in gioco con meno di noi e più di Dio, ci rimette in strada con più lena, con più fame perché, riposare, non è oziare e ogni tanto bisogna abbandonare gli uomini per poi amarli meglio, con più ardore, con più passione.

A Gesù non sfugge nemmeno un particolare, il problema, se di problema si può parlare, è la folla immensa che però li vede, si accorge che si spostano e li bracca, li segue, vuole stare con loro.

No! non è un problema!

Gesù è uomo di compassione, (dal latino cum patior – soffrire con – e dal greco, sym patheia – simpatia, provare emozioni con), bellissimo! Gesù è simpatico e capisce che non si può riposare se fuori c’è un’umanità che soffre, ecco perché fa riposare i suoi discepoli, così, intanto, lui consola i loro cuori e quelli del mondo.

Un giorno i discepoli spanderanno misericordia e gioia di cui si stanno riempiendo i cuori riposando in Lui, la gente domani li sfiancherà, chiederà loro l’impossibile, ma oggi si riempiono di Dio, della sua simpatia, della sua compassione, il pieno di misericordia e gioia, ridaranno ai cuori feriti ciò che un tempo è stato dato loro, quando avevano bisogno, forse senza merito.

A me è successo così e, come un vaso comunicante, dono quello che ho ricevuto ma prima bisogna accettare di andare con Lui in disparte, in un luogo solitario e riposare un po’. Ciao belli

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11 LUGLIO 2021 – XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.


Buongiorno sono il sole, in questi giorni in cui, ripetutamente, il Signore Gesù ci insegna la missione, l’andare, il liberarci da tante cose per essere pronti in qualsiasi momento e leggeri, oggi sottolinea una parola importante: insieme.

Sì Dio chiama e ti mette in viaggio, a due a due, non ti fa partire da solo, l’ha sempre fatto con tutti, da Abramo in poi, ogni volta che qualcuno di noi ha sentito il suo nome era per partire e andare… e mai da soli!

Gesù, chiama a sé i dodici per raccontare cose nuove, infondere speranza, aiutarli ad essere come Lui e poi li manda, a due a due, sapendo che davanti ha 12 volte la stessa pagina da leggere: incomprensione.

Chiede di non prendere nient’altro che un bastone per segnare il passo quando sei stanco, dei sandali per rimanere poveri e fragili sapendo di camminare su una terra sacra e un amico che ti sorregga il cuore quando non ce la fai più. La Grazia sarà la garanzia che comunque vada sarà un successo perché non saranno soli ma in coppia, saranno l’uno l’amico dell’altro, l’uno il sostegno dell’altro, l’uno lo sfogo dell’altro, l’uno l’orecchio che ascolta il dolore e la stanchezza dell’altro, l’uno che condivide la gioia dell’altro, a due a due, di porta in porta, lasciando, come dice Sant’Aelredo, che sia Lui il terzo in questa amicizia, perché si sentano accompagnati da quell’Amore vivente che tante volte ha calcato la stessa strada con un sorriso, una pacca sulla spalla e una stretta di mano nel momento del bisogno.

Una lista di istruzioni precise e nient’altro, no pane, no bisaccia, no soldi, solo le parole che hanno sentito e visto uscire dalla bocca del Maestro, solo buone notizie da portare di casa in casa. Non pettegolezzi o chiacchere, ma belle e buone notizie, loro porteranno la Parola di Dio.

Istruzioni, Parola di Dio e la certezza di essere inviati. Li manda sapendo che verranno accolti ma anche rifiutati, che verranno derisi, offesi, presi in giro, proprio come fanno con Lui ma, come Lui, dovranno essere mansueti e miti, accettare in silenzio e porgere l’altra guancia, portando la pace.

Partono col sorriso, con la pacca sulla spalla e la stretta di mano ma e non guarderanno più indietro, lo sguardo è già oltre, il Maestro li manda ma è già pronto ad aspettarli!

Ieri loro, oggi noi a portare la Buona Notizia nel cuore delle persone. Dio ci chiama e ci mette in viaggio, a due a due e con un bastone per portare il suo amore, mani e sorrisi che aprono porte e ristorano cuori. Io vado, bastone, sandali e a due a due, non so fare altro che questo, fidarmi e, come Francesco d’Assisi, mettermi tra i pellegrini e i forestieri, per portare il Dio Amore che riempie la vita di tutti quelli che incontriamo! ciao belli

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4 LUGLIO 2021 – XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
 
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


Buongiorno sono il sole, in questa XIV domenica ci lasciamo prendere dallo stupore!

 Dobbiamo imparare la meraviglia, avere sul viso uno sguardo meravigliato; non dovremmo mai aver paura di meravigliarci di un Dio che sceglie la debolezza, non dovremmo mai temere di lasciarcene segnare perché è meglio la debolezza di un Dio che sceglie la nostra storia per incarnarsi, che la durezza dei nostri volti o i commenti sprezzanti di chi non crede che a sé stesso e neppure che, chi ci cammina accanto, abbia qualcosa di bello da dire o da fare, più bello di quello che potremmo dire o fare noi.

Gesù oggi torna al suo paesello e invece di trovare chi lo accoglie a braccia aperte dicendogli: ciao Gesù come stai? che hai fatto di bello in questi mesi? sei stanco? raccontaci un po’, quanta gente hai incontrato? come ti sei sentito incontrando volti stanchi e lacrime? quante persone hai guarito? in quante persone hai fatto riscoprire la fede che non credevano di avere? E, quando sul monte hai raccontato quelle belle beatitudini, ti ascoltavano? erano felici di quello che facevi? hanno capito che tutto quello che fai viene dal Padre? quel Padre che sa solo amare e conosce ogni nostro pensiero, che sa ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno? e tutti quegli indemoniati, i tanti malati? quante cose belle hai fatto e fai nel cuore dell’uomo, Gesù…. trova altro, si trova ad essere motivo di scandalo.

 I suoi, quelli della sinagoga di casa sua, invece di dirgli queste cose, sapendo che lui è cresciuto nella bottega del falegname, che i suoi vestiti puzzano ancora di resina e che le cose prodigiose di Dio non possono venire da questa gente un po’ rozza e dozzinale come il figlio di Giuseppe, non chiedono nulla al loro amico Gesù anzi, era per loro motivo di scandalo.

E noi? Ci scandalizziamo del loro motivo di scandalo oppure ci stupiamo benevolmente di questo Dio che si rivela nella nostra quotidianità? Ci scandalizza un Dio che si fa riconoscere per come si mette in ginocchio a lavare i piedi con un grembiule e la brocca in mano oppure siamo pronti a ritrovarne la bellezza e ci mettiamo ginocchioni anche noi?

Gesù non si scandalizza e non snocciola neppure i suoi successi, tronfio del fatto di essere il Figlio di Dio, non ne ha bisogno, Lui si ricorda degli occhi di chi ha incontrato, dello stupore sul volto di chi ha guarito, del battito del cuore dell’emorroissa, delle lacrime di Giairo, della commozione del cuore di chi ha redento ma, come inizia il Vangelo, così finisce: lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Su pochi che ancora ci credono però impone le mani e guarisce. Lui continua, anche per uno solo, perché l’amore è così, non si stanca, lascia liberi e si stupisce.

#LABUONANOTIZIA 27 GIUGNO 2021
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

Dal Vangelo secondo Marco Mc 5, 21-43 In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.


Buongiorno sono il sole. È sempre un Dio in cammino quello che ci narra la Buona Notizia e i suoi passi, il suo sguardo e le sue mani oggi si intrecciano a due storie di donne in cui il Signore viene coinvolto e si lascia profondamente coinvolgere e sconvolgere ridonando loro la dignità che avevano perduto, la pienezza di una vita segnata dalla morte. In questa XIII domenica Gesù ci presenta queste due figure femminili, l’audacia dell’emorroissa e l’abbandono della bambina di Giairo. L’emorroissa non vuole disturbare il Signore ma ha bisogno del suo contatto, ha bisogno di toccare Gesù per poter guarire. Sarà Gesù a toccarla guarendola e il suo bisogno di toccarlo diventerà un lasciarsi toccare in quelle parti che fanno male, che fanno vergogna, che rendono diversi. Anche per noi è una chiamata a lasciarci coinvolgere dal dolore di chi ci cammina accanto prima di ostendere il nostro. Questo Dio in cammino entra nelle case per cambiare una situazione stagnante dove vivono solo bacilli, in fontane di acqua fresca e corrente dove dissetarsi. Entra nella casa di chi ha bisogno di essere riportato con lo sguardo appiccicato al cielo, con il cuore incollato al suo. A Giairo offre il suo cuore per risalire il dolore e trovare un po’ di serenità, fiducia e coraggio per reagire, il cuore di Gesù diventa luogo per piangere e trovare consolazione. «Non temere, soltanto continua ad aver fede». Come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa e sembra aver l’ultima parola? quando si è portata via il mio affetto più caro? quando si è presa colui o colei che era la mia vita, la mia ragione di vita? Se hai paura ad andare avanti «non temere, soltanto continua ad aver fede». Il dubbio sembra vincere, ti fa vacillare con pensieri che sanno di buio: se Dio veramente esiste non può essere così cattivo…è lì che ti devi aggrappare alla tua fede piccolina: «non temere, soltanto continua ad aver fede». È a noi che la fede sembra troppo piccola per accettare le proposte di Gesù ma, in realtà, Lui chiede di dargli la mano e lasciar fare a lui, entra nella mia casa che puzza di morte e si sorprende di quei musi lunghi intorno al letto della bambina che dorme. «Perché piangete? Non è morta questa bambina, ma dorme». Dorme, come tutti i nostri che ci hanno preceduto e che sono in attesa del risveglio. La fede è accettare un Dio dei vivi non dei morti, è sapere che c’è un Dio che nel tuo dolore ti prende per mano. La sua mano nella mia mano e parole dolci: «Talità kum. Bambina alzati». La buona notizia è Gesù che mi ripete: Talità kum, risorgi, alzati, risplendi. Sì, la buona notizia è questa: essere come Gesù, mano nella tua mano. Lui ci può aiutare e sostenere, ma siamo noi che dobbiamo rialzarci. Ciao belli

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20 GIUGNO 2021 XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B  

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Dal Vangelo secondo Marco
(Mc 4, 35-41)
 In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


Buongiorno sono il sole, il tema portante di questa XII domenica è la paura, la paura che sale in gola ai discepoli a motivo della tempesta e delle grandi onde che impediscono di andare avanti come capita troppo spesso anche a noi, onde più alte del nostro sguardo e che ci rendono impossibile vedere un orizzonte.

Immaginiamo di essere in mare, notte fonda, mare mossissimo, situazione da urlo per una paura immensa, la barca, un bel barcone, balla sul mare agitato, tutti sono presi dal panico e Gesù invece che rassicurare i suoi pescatori di uomini che fa? dorme.
   Come ai discepoli, ci dà un po’ di fastidio anche a noi quel benedetto cuscino sui cui Gesù dorme, quasi incurante  beato e tranquillo. Gesù ci dà fastidio, ci urta quel suo modo di tenersi estraneo e lontano ai nostri tormenti… o no? Eppure loro pensavano che avendo Gesù sulla barca non solo non gli sarebbe accaduto nulla ma sarebbe sempre andato tutto bene, come una specie di rosario appeso allo specchietto dell’auto, o la medaglietta di sant’Antonio sul cruscotto a tenerli lontani dal pericolo.
    Il Signore oggi ci chiede un passo in più soprattutto quando ce ne usciamo con la frase di rito: «non t’importa che siamo perduti?». Ci chiede di uscire dall’impasse, da quella difficoltà che ci impedisce di attraversare le tempeste e, a noi che vorremmo evitarle, che vorremmo circoscrivere la tromba d’aria evitandola, Gesù chiede di attraversarla per diventare nuove creature che possono beatamente e con serena fiducia dormire sul suo cuscino insieme a Lui.

A noi Dio sembra dormire nel mare mosso di un mondo agitato, a noi Dio sembra restare in silenzio anche di fronte alle domande infinite dell’uomo, a noi Dio sembra rimanere a dormire fregandosene del dolore, dell’angoscia, della paura che fanno da contorno alla scena in cui ci troviamo a vivere ma è Dio che si stupisce, che si sveglia stupendosi della nostra paura, Lui è il Dio che quando fa una promessa la mantiene chiede solo di fidarsi ed attraversare la tempesta.
    La vita è così: una traversata, a volte il mare è mosso e la tempesta fa paura ma la barca deve attraversare quel mare. Dio mi chiama a partire, a mettermi in viaggio fidandomi, Dio ha cura di me, io sono preziosa ai suoi occhi, il mio nome è scritto sul palmo della sua mano che si afferra alla mia per remare insieme e, insieme, uscire dalla notte più scura. Ciao belli

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13 GIUGNO 2021 XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.


Buongiorno sono il sole, Dio è il Signore delle piccole cose, dei piccoli semi, dei piccoli inizi, di quelle cose che fai fidandoti e credendoci anche meno a volte, ma le fai, vai a dormire e al risveglio esistono con o senza di te, l’importante è accettare di fare un piccolo gesto come è gettare un seme.

Dio è il contadino, l’agricoltore, il vignaiolo, il seminatore, usa immagini a portata di mano e di campo per spiegare concetti teologici altissimi, usa un seme che deve marcire per diventare qualcosa e portare frutto per dare la vita, usa la terra che viene calpestata, arata e vangata per parlarci del regno, usa il nido per parlarci di protezione, custodia e amore, di riparo e di rifugio, di uccellini che si sentono al sicuro, usa la semplicità per aprire il libro della vita.

Dio è il creatore e con la sua mano continua a creare, a inventare, a sognare, ci tiene sul palmo della mano, scrive i nostri nomi su quel palmo, così come tiene gli uccellini nel nido, entra nel terreno buono della tua vita e getta un seme, «che tu dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce».

Come mi dà pace pensare che non siamo noi a cambiare le cose ma che le cose avvengono, cambiano, crescono e muoiono senza saperne come e il perché, che accadono, anche senza di noi; che pace mi dà il pensiero che le cose di Dio sono di Dio, fioriscono per il Buono, il Bello e il Vero che hanno dentro, che hanno in germe; che pace mi dà pensare che in ognuno di noi ci sia seminato il bene in potenza e che, sia che dormiamo sia che vegliamo, il seme germoglia e cresce, come? non lo sappiamo, ma il più piccolo di tutti i semi, quel semino di senape che non ti sta neppure in mano perché facile a perdersi, diventa il grande albero e su quell’albero gli uccelli verranno e vi faranno il nido.
Questa è la parte del Vangelo che mi garba di più, se vivo bene la mia vocazione, se faccio le cose con il sorriso, se offro la mia fatica senza farla pesare a chiunque, se le cose le vivo col cuore e con tanto amore, allora, all’ombra del mio albero, le persone che incontro, che incrociano la mia strada, potranno trovare riposo, conforto e sostegno, staranno bene.

Io sono solo un piccolo seme ma quel seme è nella mano di Dio che ha progetti immensi per me: diventare albero dove tutti possano trovare riposo.
E se mi prendesse il dubbio… Starò sbagliando? Cosa posso fare? Signore cosa vuoi da me? Lascia fare al Signore!  Il seme è piantato? tranquilla, lascia fare al Signore! fidati e lascia tutto in mano a Dio, credi a Dio, se lo lasci fare, il suo sogno opera e cresce in te.  Il bene in potenza c’è, è un germe di vita e di bene seminato in te, lascia fare al Signore!
Ciao belli

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6 GIUGNO 2021 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.


 

Buongiorno sono il sole, oggi è la Solenne festa del Corpus Domini, la festa del Corpo e del Sangue di Gesù.

Tutto è pronto, i discepoli, la sala, l’uomo con la brocca, il padrone di casa e Gesù, tutto è pronto per l’ultima cena, tutto è pronto per il Corpus Domini, la festa di congedo di Gesù che lascia un gesto che rimane per sempre e si chiama memoriale.

Quante volte lo ascoltiamo alla Messa ripetendo a memoria le stesse parole che Gesù ha detto in quell’ultima cena lasciando il compito ai discepoli, ai nostri preti, di ripresentare quel fatto ogni giorno alla Messa al momento della consacrazione?

Quelle parole che solo il sacerdote può pronunciare, sono il regalo che Gesù ci ha lasciato, rivivere la sua ultima Pasqua, contemplando un Mistero grande, non come un film ma partecipi di un Mistero che avviene nello stesso modo in cui Gesù l’ha pensato in quell’ultima cena.

Gesù ci ha regalato il memoriale, un’azione divina, sacra, fragile, preziosa e, ogni giorno, ci ridona la possibilità di renderci partecipi dell’Eucarestia: anche io lì, al piano superiore, nella grande sala, arredata e pronta, dove Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà, così come ha fatto moltiplicando i pani. Ogni giorno, ogni domenica è un prendere, benedire, spezzare e dare, così come ha fatto con il suo Corpo: preso, benedetto, spezzato e dato.

Come non può stupire un Dio che ogni giorno sceglie di scendere sui nostri altari e stare con noi?

Noi, nelle nostre abitudini, nella nostra Messa da routine senza inflessioni di emozione, nelle nostre Messe così svuotate e slavate, nelle nostre passeggiate nel sacro, dove non siamo più né partecipi né consapevoli di ciò che si compie, eppure anche in ognuno di noi c’è il desiderio, come il giorno della prima comunione, ma c’è pure la noia dell’adolescenza in fuga dalle chiese, c’è l’emozione, l’attesa e pure la distrazione.

È vero, forse ci siamo anche un pochino abituati a questo gesto, quell’amen sotto tono ne è il triste sintomo, da quel prendere il Corpo del Signore e, furtivamente, infilarselo sotto la mascherina senza punta devozione, tornarsene al posto aspettando la fine della messa, senza ringraziare, però in tanti ci crediamo davvero e, qualche volta, c’è anche una lacrima.

Il Signore ci chiama a strade nuove su cui camminare, in quel poco pane e in quel poco vino, in quel pane preso, benedetto, spezzato e dato c’è tutta la forza per provarci, perdere tutto e giocare la vita per Dio e con Dio.

Il Corpus Domini è accettare di diventare uomini e donne eucaristici che ricevono in dono ogni giorno una pagina bianca da riempire, uno spazio vuoto, il Signore ci chiede di scrivere pezzi di vita originale, non vuole figli perfetti che annotano elencandole doti e talenti, ma persone che sanno donare, che seguono l’uomo con la brocca fino all’incontro con il padrone di casa che mostra la sala, al piano superiore, la sala pronta e arredata e si lasciano sconvolgere da Gesù che ogni giorno spezza il suo corpo e condivide il suo sangue con ognuno di noi.
Oggi è questo giorno in cui fare della vita un memoriale«Fate questo in memoria di me»è il Corpus Domini che ce lo chiede, essere il profumo del Pane e del Vino, del Corpo e del Sangue del Signore, che ogni giorno non smette di amare e ci chiede di fare altrettanto.

Ricordiamocelo anche quando lo portiamo in processione per le vie delle nostre città dove la gente lo guarda distratta. Preghiamo per loro forse la loro vita stasera può cambiare con un pezzo di Pane.

Buona festa del Corpus Domini

#LABUONANOTIZIA 30 maggio 2021 – Santissima Trinità – Anno B

 

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 28,16-20 In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


Buongiorno sono il sole. Ecco a voi la Trinità! Pensavamo di essere rientrati nel ritmo del tempo ordinario e invece, con grande stupore e immensa meraviglia, il Signore ci regala altre due feste, quella di oggi e la prossima, la Festa del Corpo e del Sangue del Signore, il famoso Corpus Domini. Cos’è la Trinità se non un abbraccio? cosa si prova, cosa si dà, cosa si riceve con un abbraccio? affetto, sostegno, conforto… Così io penso la Trinità: le braccia di Dio che si allargano per prenderti, per accoglierti, che ti abbracciano e ti fanno sciogliere di commozione. Le braccia di Dio che dicono: a me è stato dato tutto, io vi mando, andate, battezzate nel nome della Trinità, date quello che vi ho dato. Ecco la Trinità che sta con noi fino alla fine del mondo, non siamo rigidi altrimenti non sentiremo mai la bellezza di quell’abbraccio, un abbraccio che ci prende nella preghiera, nello stare con lui senza schemi, una preghiera che assapora tutta la tenerezza che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo hanno preparato per noi. La nostra preghiera ci fa cadere in ginocchio grati di quell’amore dato fino alla fine e ci fa osare il chiedere, anche l’impossibile umano, cadere in ginocchio per lasciarsi abbracciare e lasciarsi dire tutto quello che siamo, cadere in ginocchio e sentire il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo che, insieme, in un gioco di sguardi che studia la meglio strategia per farci scivolare delicatamente nel loro tranello d’amore, dicono: Tu sei importante per me. Oggi proviamo a farci un segno di Croce come si deve sul nostro corpo, non una cosa furtiva e striminzita come fanno i calciatori quando entrano in campo, non un accenno di croce con mano presa da paralisi, ma un segno che ci avvolge, che prende tutto noi stessi, con calma, dalla testa alla vita, da spalla a spalla, in un abbraccio: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il nostro corpo che dice che nasciamo dall’alto, che la nostra vita ha radici nell’eterno, nella Trinità, che dice che siamo in comunione con Dio. Ognuno di noi è una persona con la sua storia, con i suoi sogni, con le sue scelte, con le sue fatiche, le sue gioie, le sue paure, le sue mancanze, le sue sofferenze, ma Dio conosce ognuno di noi per nome, con tutto questo bagaglio che ci portiamo addosso, non siamo dei numeri ma abbiamo un nome e a ognuno dice: Tu sei importante per me, io non ti dimenticherò mai, ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano. Il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, in uno sguardo d’amore che abbraccia, la ripetono ad ognuno di noi dal primo giorno che abbiamo iniziato ad esistere. Con la stessa tenerezza, Dio Trinità, ci mostra quanto sono importanti tutti coloro che sono nel mondo e come di ognuno si prende cura: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».  Ci consegna un mondo che dobbiamo amare, non odiare, un mondo da voler bene. Un mondo che Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, ha scelto di abbracciare. «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Sono con voi, sempre, senza condizioni, sono un Dio fedele e mai, niente e nessuno, ti potrà separare dal mio amore. Ciao belli  

#LABUONANOTIZIA
20 maggio 2018-Domenica-Pentecoste (s) – P
Letture: At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15

 

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,26-27; 16,12-15)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.


Buongiorno sono il sole, vi annuncio l’arrivo ufficiale dello Spirito Santo che, oltre portare a compimento tutto ciò che il Signore Gesù ci ha promesso, fa nascere la Chiesa. In un SOFFIO cambia tutto.

Ce lo ridice oggi nel Vangelo Gesù: manderò lo Spirito di verità che darà testimonianza di me.

In un giorno normale, uno dei nostri, fatto di paure e di preoccupazioni che agitano perché non si sa che decisione prendere, un giorno così, di quell’attesa del nuovo che avanza, con i soliti apostoli sgangherati, che una ne pensano e cento ne sbagliano, uomini e donne come noi, chiusi nelle loro certezze che impediscono di fare un passo oltre sé stessi.. qualcosa cambia. Gli apostoli sono lì nella stanza superiore, la camera alta del cenacolo, quella più vicina al cielo, insieme a loro c’è Maria, la Madonna, la donna del nuovo, colei che loro avevano abbandonato sotto la croce con suo Figlio.

Con loro c’è lei, sono insieme in quella stanza alta dove lo sguardo può andare lontano, dove è la Madonna che insegna ad andare lontano e a guardare oltre le proprie chiusure. È lei che non abbandona coloro dai quali è stata abbandonata, è lei che li tiene insieme pur nelle loro paure, prega con loro, intercede per loro, dà loro qualcosa, un dono che lei stessa ha ricevuto e che si chiama fiducia, attesa, possibilità di aprirsi al nuovo.

È lì, con loro, che nasce la Chiesa, gente senza più speranza che con Maria impara a pregare e lo fa con perseveranza, gente che non ha più la forza e la voglia di guardare in alto ma con Maria sa dove riportare lo sguardo per ritornare nella traiettoria del cielo.

In questa attesa di Maria con gli apostoli, Dio ricrea.

Dio ci ha creati con un soffio e ancora con un soffio ci rende missionari per annunciare la buona notizia. Dio che interviene all’improvviso, quando meno lo aspettiamo, quando le nostre forze sono al limite, quando non ce la si fa più e si sta per crollare, dice cose immense e fa cose che non siamo abituati a vedere ma, con Maria, si impara ad attenderlo, da soli non ce la potremmo fare, crolleremmo al primo istante, ma con Maria tutto è possibile.

Per vegliare bisogna essere come le madri che attendono e lei ha saputo farlo sempre e con tanta fiducia, da Nazareth a Betlemme, da Betlemme a Gerusalemme, da Gerusalemme al Calvario e dal Calvario alla camera alta del Cenacolo.

È Maria l’unica che può insegnare ad attendere, ad aspettare, a rimanere incollati ad una promessa, la promessa di una Presenza dolcissima che ci sostiene e che rende possibile la speranza contro ogni nostra difficoltà.

Gesù ha promesso il Paraclito, il Consolatore, la Forza, lo Spirito di Verità. Questo Spirito riporterà ordine nella nostra vita e ci renderà capaci di verità. Lo Spirito che è un artista e che ci conduce alla pienezza della verità del Padre rendendoci sempre più simili al Figlio.

Dalla fantasia di Dio è nata la Chiesa, una Chiesa bella, che si mette in gioco, che osa, che si stupisce delle cose di Dio e che cerca di amare così, come piace a Dio andando ad annunciare lietamente la buona notizia, senza paura.

È bastato un soffio e la compagnia di Maria, teniamola sempre con noi, buona Pentecoste

16 maggio 2021 -Ascensione del Signore – P
Letture: At 1,1-11; Sal 46; Ef 4,1-13; Mc 16,15-20



+ Dal Vangelo secondo Marco. (16,15-20)
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Buongiorno sono il sole, ecco l’ultimo atto di Gesù. Ha parlato di amore per 40 giorni, dopo la ritrovata gioia pasquale nella quale gli apostoli vi ci sono immersi con tutta la felicità di vederselo vivo, risorto, a ritemprare le loro vite rimarcando il concetto splendido del dono della vita e ora, prima di partire, prende gli Undici, la squadra migliore al mondo, imbattibile e sincera come pochi lo sono e dice loro soltanto una cosa: «Andate in tutto il mondo».  

Li manda in tutto il mondo, dappertutto, ovunque, perché è lì che lo troveranno d’ora in poi, è lì che ritroveranno tutto quello che è stata la sua vita, i suoi gesti, il suo messaggio; lo ritroveranno nelle loro mani, nei loro piedi, nelle loro bocche e dovrà essere portato Lui per le strade del mondo.

Gesù sale al cielo, non li abbandona ma li vuole vedere fuori dalla crosta delle loro sicurezze, dei loro piccoli punti di vista, fuori dalle loro fragili identità.

Gesù sale al cielo ma dà indicazioni importanti, poche ma essenziali: il Vangelo ora è per tutte le piazze del mondo, strade e sentieri. Li manda in avanti e Lui sale al Padre. Li manda e il Padre lo prende nel grembo del cielo, Gesù si siede accanto ma non smette di stare con i suoi, agisce insieme e fa sentire loro la sua presenza.

Questa festa è per noi. La festa dell’Ascensione non è guardare in alto fino a che la vista di Gesù si perde tra le nuvole o nell’azzurro sereno come fanno i palloncini ma è mettere a frutto tutto quello che Gesù ha insegnato da quel giorno in cui ha chiamato ognuno per nome, uno ad uno, per stare con Lui facendo del bene.

Oggi penso alla commozione degli apostoli, al cuore che batte con un po’ di nostalgia mista a quel tremore e timore di saper fare le cose così come piace a Gesù ma, soprattutto, penso alla mia commozione di saper dire dei sì con la stessa parresia, la stessa franchezza, la stessa audacia, la stessa passione, lo stesso entusiasmo della prima volta.

L’ Ascensione di Gesù è una promessa: lui va in cielo ma ci promette, come ha fatto in tutti questi giorni pasquali, di stare con noi per sempre, fino alla fine del mondo. In cambio chiede un compito e una responsabilità, chiede di trasmettere al mondo la bellezza dello stare con lui, scoprire il gusto del nostro Battesimo, dare a tutti quello che abbiamo ricevuto: l’amore più grande, il più grande comandamento, l’amore.

Sì, oggi non si può piangere, si deve solo fare festa, una bella festa. Il Padre riaccoglie il Figlio, lo pone accanto a sé e lo guarda fiero del bene che ha fatto, che ha dato, che ha regalato a tutti.

Mettiamoci in cammino, andiamo fiduciosi, senza i nostri progetti pignoli e le nostre convinzioni di essere i migliori,  che fanno solo da muro alla grazia ma osiamo passi nuovi, che portano avanti, che portano in alto, che portano a ricevere l’abbraccio del Padre, a vivere nel Figlio ed essere accarezzati dallo Spirito Santo.

Andiamo, perché come si legge nelle Fonti Francescane, nel Sacrum commercium, i frati a Madonna povertà indicheranno che il nostro chiostro, è il mondo.

#LABUONANOTIZIA 9 MAGGIO 2021 – VI DOMENICA DI PASQUA – RITO ROMANO -ANNO B

 

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».


Buongiorno sono il sole, in questa VI domenica di Pasqua il tema è la gioia, è una chiamata per noi: rimettere al centro la gioia del sentirci amati, quella gioia che ci vuole regalare proprio Gesù. La gioia, che lo sappiamo o no, è tutto ciò che cerchiamo nella vita, dalla nascita sino all’ultimo istante. Chi di noi non vorrebbe essere felice per sempre? L’importante è capire qual è la gioia che ci viene a portare Gesù, quella che, appena la si trova non si vorrebbe più perdere: Senza gioia si sta male, qualcosa non va e, per capire se ci sia gioia nella nostra vita o meno, lo si può fare solo se amiamo e se amiamo come Dio, nella reciprocità, ricevendo amore e dando amore, rispondendo all’amore, amando gli altri! Così è la gioia perfetta Dio vuole in noi, la gioia piena che Gesù vuole portarci. È la letizia perfetta di San Francesco d’Assisi, che non è uccellini e fiorellini, tutti felici e va tutto bene, ma è anche sofferenza, fatica, dolore, è non essere accettati, è essere talvolta rifiutati, è anche questo, la gioia è presenza di Dio nella tua vita fatta di cose belle e anche di qualcosa che stona. Anche quando, umanamente, il discorso non torna, è lì che Lui ci promette la gioia, è lì che vuole che la gioia sia in noi e che questa gioia sia piena, osservando ciò che Lui chiede, i suoi comandamenti, che poi, se guardiamo con attenzione, è uno solo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Chiede soltanto un amore reciproco tra di noi, senza distinguere tra l’amore di Dio e l’amore per il prossimo, è l’amore punto a capo. Gesù mi ama e io amo, conosco il suo amore e vivo di questo amore: se sono amata perché non amare?  «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». Noi siamo gli amici di Gesù, i suoi pari, come lo sono gli apostoli, come lo è Pietro che rinnega, come lo è Giuda che tradisce. Noi siamo suoi amici come tutti quelli che lo tradiscono, che lo rinnegano e che se la danno a gambe fino a quando, sotto la Croce, capiranno il punto di amore infinito con cui Gesù era disposto ad amarli e da bravi amici capiranno come si ama, vedranno il colore della gioia e dell’amore. Il colore di Dio. La chiamata per noi oggi è la possibilità di amare con lo stesso amore di Dio e diventare come Dio che è amore. L’amore è scegliere, Dio ci ha scelti e ci ha amati perché andiamo e portiamo frutti di amore, perché lui vuole che ci riconoscano dall’amore che abbiamo gli uni per gli altri. Oggi più che mai c’è bisogno di vedere in giro persone che si vogliono bene, non è facile, è vero, ma va chiesto, va voluto, va desiderato, va contemplato. Il fine è la gioia, tutto dipende da lì e noi siamo scelti e amati per la gioia, per una missione di gioia. Se capiremo di essere stati creati per la gioia il finale sarà troppo bello: tu vai, fidati e porta frutto e allora la bellezza salverà il mondo, la bellezza di gente che si ama, che si incontra e non si scontra, che fa dell’amore reciproco la legge di vita. Rimettiamo al centro la gioia del sentirci amati, il mondo lo salva il Signore ma noi siamo collaboratori della sua gioia. Che bello è? ciao belli

#LABUONANOTIZIA
2 MAGGIO 2021 – V DOMENICA DI PASQUA – RITO ROMANO – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,1-8

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».


Buongiorno sono il sole, Gesù nella V domenica di Pasqua ci dice: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore» lasciando intendere che noi siamo i tralci ai quali è chiesto di rimanere in Lui perché noi abbiamo dentro una vita che viene da prima di noi e va oltre noi, viene da Dio.

Dio è bello perché è Padre e Madre in un’unica Persona. Il Dio agricoltore del Vangelo ha un’infinita pazienza, si prodiga con cura amorevole, non si aspetta assolutamente niente per i primi anni e sa attendere. Attende tutto il tempo che serve per avere un frutto. Tempo e rispetto. Mette cura, pazienza, amore, intelligenza, sudore e fatica senza pretendere di tirar fuori nulla e senza violentare la natura perché lui non vuole fare violenza alla vite con strani meccanismi piegandola al suo volere, lascia libertà di crescere e fa tutto il suo lavoro aspettando pazientemente che la vite produca e risponda.

Noi siamo i tralci uniti alla vite, purtroppo accade che i tralci secchi vadano tagliati ma quelli buoni vanno potati alla fine dell’inverno per portare buon frutto a tempo opportuno, il nostro Dio agricoltore, che sa fare bene il suo lavoro, recide il male che si vede e anche quello che non si vede, quello che si nasconde in mezzo al bene.

L’importante è che i tralci siano ben innestati alla vite, quella vera, amando, come il giardiniere all’inizio della creazione ci ha chiesto di fare: «crescete e moltiplicatevi».

L’unico frutto che ci è chiesto di dare venendo al mondo è l’amore, se non si ama si muore. Ecco perché la parola rimanere trova senso oggi: bisogna imparare a dimorare, a stare a casa di Dio.

Ce lo siamo già detti: Dove sto di casa? Sto dove amo! Sto dove ho il cuore. Stare a casa di Dio è stare con il cuore appiccicato a Dio, tralcio attaccato alla vite, non basta dirgli: Dio, ti voglio bene… è assolutamente necessario fare ciò che lui dice e come fa lui.

Oggi c’è un Dio che ci supplica, che ci chiede di rimanere in Lui: per favore, dimora in me, accogli il mio amore. Se il Signore vuole una cosa la ottiene lo stesso ma preferisce chiedercelo perché è cortese e delicato e lo fa perché ci ha scelti per amarci, corteggiandoci ogni giorno.

Solo restando attaccati a lui porteremo frutto, senza di lui non potremo far nulla.
Cosa posso fare io senza Dio? Nulla!
Né il male né il bene, nulla, mi riduco a un nulla, sono un nulla e non fo nulla
ma con lui, invece, la vita è bella e posso tutto!
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
25 APRILE 2021 – IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – RITO ROMANO

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».


Buongiorno sono il sole, oggi è una domenica speciale, la IV domenica di Pasqua, la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Gesù si presenta come il buon Pastore, non solo è buono ma è anche il Pastore bello, un Pastore che conosce le sue pecore, che dà la propria vita per le sue pecore, che con la sua voce guida le sue pecore perché diventino un solo gregge.

Oggi è questa voce di Gesù a rendere bello e buono il vangelo, quel timbro di voce che dona colore e calore alla nostra vita, voce di un uomo che apre la bocca per dire: Beati. Che dice: alzati. Che ripete ad ogni guarigione: va’, la tua fede ti ha salvato. Che, in un sussurro, ripete a tutti quelli che si sentono giudicati: neanche io ti condanno.

Lui sa la differenza tra la parola e la chiacchera, lui sa come incantare chi incontra, ogni volta che passa accanto all’uomo, solo lo sfiorare del mantello dà emozione, emana forza, ridona sicurezza e commuove questo bel pastore, sì commuove! In 4 versetti oggi ci mostra che la sua voce è potente, potente come la sua mano, stretta nella mano del Padre, due mani, una voce perché nessuno vada perduto, ognuno di noi in quei due diti che si toccano nel cielo della cappella Sistina, trova la sua sicurezza, non si può perdere.

Due mani potenti che sfamano, vestono, alloggiano, difendono, curano, assicurano, che fanno tutto quello che le opere di misericordia chiedono all’uomo, ma che all’uomo non bastano, l’uomo ha bisogno di una voce che lo accolga, lo difenda, lo guidi, lo conforti, lo incoraggi.

L’uomo è un essere che ha bisogno di parole!

Il Pastore deve saper parlare. E le pecore?

Il gregge nel Vangelo ascolta e segue, si sveglia, si scuote, allunga il passo. Sono pecore dagli occhi aperti, la testa desta e il cervello acceso, guardano avanti verso il pastore con molta intelligenza, cercandolo perché il suo volto risplende di Bellezza e ha un nome: Gesù di Nazareth.
   La differenza è come ascolti, Lui ti offre mani sicure e una voce che sa di Vangelo, ascolta la sua Parola quando le cose non vanno come vorresti e vedrai che tutto andrà meglio! Ciao belli

 

#LABUONANOTIZIA
18 APRILE 2021- III DOMENICA DI PASQUA – RITO ROMANO – ANNO B

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».


   Buongiorno sono il sole, i nostri discepoli tornano a Gerusalemme entusiasti a raccontare la loro esperienza del Risorto ma,  forse, non sono abbastanza convincenti, come non lo sono le nostre Messe a volte tristi, così “copia e incolla” con il solo intento di rianimare un cadavere e farlo sembrare vivo.

Ma Gesù è risorto sul serio, siamo noi che fatichiamo a riconoscerlo, che ci alziamo la mattina con quel viso grigio e triste che sa di tutto tranne che di persone felici di esistere, ci confondiamo tra una folla anonima che non sente più il sapore della resurrezione, veniamo avvicinati dal Signore in persona e siamo così occupati a leccarci le ferite da non renderci conto che Lui, le ferite, le sta attraversando davvero con la sua Luce.

Non è il Signore che sta lontano, siamo noi che non permettiamo più al Vangelo di essere trasparente creando ostacoli e facendogli dire ciò che non dice.

I discepoli ascoltano, o forse sembrano ascoltare e mentre quei due parlano Gesù appare. Annunciano il Risorto e il Risorto risponde all’appello dicendo: presente! Che bello…no? Noi annunciamo Gesù e Gesù c’è!

Però Luca non sottolinea la gioia ma i dubbi, dice che erano sconvolti e pieni di paura. Gesù li vede turbati, dubbiosi, non credono e sono pieni di stupore… Sì, oggi è la domenica dei dubbi… ma chi di voi non ne ha?

Tommaso è l’emblema del perplesso dubbioso ma anche ‘sti poveretti oggi non è che fanno una grande figura e vi sfato il mito: il dubbio è un buon segno per noi perché, una fede che non attraversa momenti di dubbio, un’adesione al vangelo che non sia faticosa, è pericolosa. Nelle nostre esperienze molto spiritualizzanti, è farci prendere dalle emozioni, dall’entusiasmo del momento, dalla bellezza del luogo e dal sorriso del testimone che parla o da quel non so che di bene e di bello che alberga nel nostro cuore, proprio come è successo agli apostoli ma poi, tornati a casa, alle cosette di tutti i giorni, si torna al tran tran che spegne le emozioni.
Sicuramente, quel Gesù vivo del Vangelo, lo abbiamo incontrato davvero sulle nostre strade ma poi, la vita di tutti i giorni, i problemi sul lavoro, i figli che litigano e che vanno male a scuola, quella voglia di prenderci un’ora per staccare dalla famiglia e fare un po’ di cosinemie, il nervoso se tua moglie ti fa arrabbiare, la suocera che rompe, l’esame che tuo figlio non passa, una caduta che fa finire prima la stagione, il covid….  diventano quello che chiamiamo calvario che non è la luce ma è fatica, dubbio e turbamento che, quel Gesù che dicono risorto, risorto lo sia vivo davvero.
La realtà dura ti fa crollare ma è Dio che ha un progetto di salvezza su di noi e ci chiede di collaborare.

Per quella poca fede che abbiamo noi sappiamo che Gesù è risorto e che la tua vita è preziosa ai suoi occhi.
Troppo bello per essere vero? certo! se ti affidi solo a quei giorni un po’ giù di tono e di dolore c’è da non crederci…
ma se vuoi essere credente e credibile devi fare come Lui: alla paura risponde coi segni
Vuole essere riconosciuto dalle ferite dei chiodi, non dal volto, come avviene normalmente.
Non offre la soluzione ai tuoi problemi, neppure le certezze a ciò che cerchi chiede di crescere nella fiducia e nella fede.

Beati noi che crediamo senza avere visto. Se abbiamo ancora paura, Dio ci dà la luce per essere testimoni della resurrezione, ci dona lo Spirito che ci insegna a leggere e a vivere il Vangelo e ci fa capire come far risuonare la Parola nella vita e illuminare le nostre scelte.

Eccoci,
Gesù il Risorto,
siamo fragili discepoli,
ma riempiti di quella fede
che fa andare oltre ogni dubbio.
Troppo bello per essere vero… forse.
Ma bello e vero perché sei Tu che dai senso alla nostra vita.

Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
11 APRILE 2021 – II DOMENICA DI PASQUA – RITO ROMANO – ANNO B

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Buongiorno sono il sole, che bella la vita, con le sue gioie e le sue speranze, i suoi dolori e le sue belle occasioni da non perdere.
La vita fatta di famiglia, di amici, di avventure belle e brutte, fatta di scuola, di lavoro, di relazioni, di momenti in cui ti senti qualcuno se qualcuno ha stima di te. La vita fatta di tempi in cui non ti senti solo e ci si dà una mano l’un l’altro se serve. La vita in cui resti anche solo e pensi, rifletti, fai i conti con la tua coscienza. La vita che non abbiamo più o che crediamo di non avere più.

La vita di Tommaso, l’apostolo, che ad un certo punto resta solo, quando si rende conto che Gesù gli ha teso un’imboscata. Non si aspettava che Gesù rimettesse piede in mezzo alla bella combriccola degli apostoli da risorto e così una domenica qualunque lascia la casa per farsi gli affari suoi. Tommaso resta solo. Uscito a farsi una giratina si è perso l’arrivo del Risorto a porte chiuse nel cenacolo dove stanno gli altri, si è attardato e non ha fatto in tempo a tornare.
Oggi è il tempo per porre attenzione a questo tempo, un tempo in cui si torna a casa dopo esserci persi nelle nostre cosette, questo tempo in cui Tommaso rientra nel cenacolo e viene travolto da un coro di apostoli entusiasti che dicono: «Abbiamo visto il Signore».

Lo dicono quasi per tormentarlo… ed evidenziare in giallo quel “lui non c’era”.

Povero Tommaso, gli piacerebbe crederci all’istante, cancellare il tempo e essere lì come prima ma non ce la fa, il Calvario ha lasciato un segno troppo doloroso. Non può essere vero… per crederci deve vedere, toccare con mano, non vuole essere convinto da altri, ha ancora negli orecchi i colpi dei chiodi sulle mani e sui piedi, ha ancora negli occhi la lancia sul costato. No, gli apostoli, anche se grandi amici, gli stanno tendendo un tranello.  È solo, Tommaso, solo con la sua coscienza.

Ma Gesù torna, viene ad abitare la solitudine di Tommaso. Torna e dice: «Pace a voi!». Poi, guardando Tommaso, con tenerezza lo invita: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Non sei più solo, non devi più fare i conti con la tua coscienza, fidati, ora, semplicemente fidati. E Tommaso ritorna alla vita, torna con la sua fede: «Mio Signore e mio Dio!».

Questa domenica si chiama Misericordia, dove miseria e cuore sono unico dono anche per noi.
Guardiamo alla nostra vita, al buio che ci portiamo dentro, alla fatica che viviamo, alla sofferenza che sta prendendo tutta la nostra vita. Da queste strettoie si parte solo per ritornare a Dio e alla comunità, per accorgerci che non camminiamo da soli, che abbiamo bisogno di lasciarci coinvolgere dal dolore degli altri per ritrovare quel Risorto che si fa accanto e camminare insieme. Il Risorto è sempre con noi per benedire la nostra storia e il nostro essere un po’ Tommaso che non crede e vorrebbe mettere il dito dritto nel costato, che vorrebbe guardare per fidarsi, che vorrebbe toccare per credere.
Il Risorto è qui per regalarci la misericordia, è un Dio che perdona e dice anche a noi nella nostra solitudine: «Metti, guarda, tocca». Quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore! E sono per te. 
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ALLA MESSA DEL GIORNO) – Rito romano – Anno B

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Buongiorno sono il sole, amici belli è Pasqua!!!

Il Signore è risorto! Si, è veramente risorto!

   È risorto per tutti, per chi si sente brutto, per chi non crede che la bellezza è anche per lui e fa fatica a scoprirla dentro di sé; è risorto per tutti quelli che hanno l’amarezza nel cuore, che sono rigidi, per chi si sente felice, per tutti quelli che ostacolano il passaggio della luce escludendo gli altri creando difficoltà e mettendo ostacoli al bene; è risorto perché i nostri sguardi possano far trasparire il bello con un bel sorriso, è risorto per tutti noi!

Il Signore è risorto, il Cero acceso anche in questa notte è la conferma che la luce squarcia il buio delle nostre ferite, dell’amarezza, della bruttezza, della rigidità e della non accoglienza; stanotte si è compiuta la promessa e abbiamo vissuto un passaggio alla vita nuova: con la sua Resurrezione Gesù, ci regala la bellezza di essere dei risorti.

È risorto e parte tutto dalla meraviglia di Maria di Magdala che va al sepolcro cantando mesti lamenti di lutto, nel buio della sua vita senza senso, una vita brutta e amara perché non c’è più il suo Signore a regalarle bellezza. Stamattina si è alzata presto e con il passo lento da funerale è arrivata al sepolcro ma la pietra è stata spostata. La scena cambia, eccola la meraviglia! Maddalena corre, dal passo del lutto passa alla corsa della speranza, corre dai suoi amici Pietro e Giovanni per raccontare la buona notizia!

La mia Pasqua è la meraviglia della Resurrezione, è l’ansia che porta a cercare il Maestro, è il cuore innamorato che ti fa passare dal lutto dei canti quaresimali al grido dell’alleluja pasquale che contagia anche Pietro e Giovanni che, nel vuoto del sepolcro, vedono e credono. C’è solo un sudario ripiegato e dei teli, ma quei teli parlano di resurrezione ed è la chiamata a partire anche per noi per andare e gridare a tutti che il Signore è risorto, è veramente risorto.

Accogliamo l’invito e andiamo a quel sepolcro, c’è una pietra spostata su tutto quello che crediamo non vada nella nostra vita, andiamo e corriamo con quella fede che ci fa vedere e credere.

Pasqua è vedere e credere che dietro quella pietra c’è un Dio eternamente capace di stupire.

Ciao belli

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29 marzo 2021 – V domenica di Quaresima – Rito romano – Anno B
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Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco
Mc 14,1 – 15,47

– Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.


Buongiorno sono il sole, anche quest’anno il Covid ci impone di non fare la commemorazione di Gesù che entra a Gerusalemme a bordo di un asino, non leggeremo il Vangelo di Gesù che entra nella settimana santa a bordo di un puledro, non lo faremo per la nostra sicurezza che impedisce di fare processioni con le palme in mano cantando Osanna al Figlio di David ma nessuno ci impedirà di ricordare, di riportare al cuore quello che Dio ha fatto quando aveva previsto tutto mandando anche due discepoli prescelti a mettere a punto ogni cosa, già prevista dal cielo.

Gesù, come prima cosa manda loro con un ordine preciso. Loro vanno e trovano ciò che Gesù aveva indicato.
Una prima indicazione importante: fidarsi, ascoltare, andare e trovare.
Attira la mia attenzione l’uomo con una brocca d’acqua che mi richiama la donna samaritana e la firma del servizio…
i discepoli lo seguono fidandosi fino all’incontro con il padrone di casa che mostra la sala, la grande sala, al piano superiore, arredata e pronta, come una sposa pronta per il suo sposo.

Tutto è pronto, i discepoli, la sala, l’uomo con la brocca, il padrone di casa e Gesù, tutto è pronto, lui è pronto per consegnare la vita, la sua vita per la nostra vita. La festa di congedo di Gesù che lascia un gesto che rimane per sempre.

La seconda indicazione è il protagonista che non è Gesù, non sono i discepoli, non è il popolo ma è un puledro, in altri brani, un asino. Il Signore ne ha bisogno. Già nel libro del profeta Zaccaria si parlava di un asino: “verrà il re e verrà cavalcando un asino”. Gesù è un re che non va a cavallo ma viene cavalcando un asino, Gesù è un re che non avendo un cavallo è senza potere, meglio, non lo cerca, lui viene su un puledro, così come avevano fatto il suo babbo e la sua mamma da Nazareth a Betlemme e da Betlemme a Gerusalemme, per dirci il sapore del suo potere, un asino, sempre un asino, lo stesso che aveva soffiato calore nella mangiatoia quando venne al mondo. L’asino, un animale povero, il mulo che porta pesi, indispensabile per certi lavori ma resta umile. Gesù ha bisogno di questo animale, lo slega e insegna il servizio, il riflesso del Regno di Dio e con questo animale da soma entra e ci fa entrare nel Regno.

La terza indicazione che trovo sono le domande della gente: « E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?” rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”» .
È il nostro modo di entrare nella Settimana Santa: riuscire a capire, nel momento in cui decido di servire il Signore, il motivo per cui faccio questo. Che guadagno ho a servire? Se il mondo si salva anche senza di me, perché lo faccio?
La risposta è una: il Signore ne ha bisogno. Noi che pensiamo che il Signore non abbia bisogno di nulla, lui stesso dice che ne ha bisogno, ha bisogno di amore e di servizio e attraverso il puledro mostra il bisogno di Dio.

Gesù usa il puledro e poi lo restituisce, ce lo restituisce perché ogni giorno possiamo slegarlo di nuovo e comprendere il senso della nostra missione: andare, trovare, slegare, portare a Gesù. Lui ci insegna a slegare le nostre paure, il nostro peccato, le nostre ansie, la nostra angoscia mettendoci nel cuore la capacità di servire.

Quarta e ultima indicazione che trovolo sguardo di Gesù verso il puledro. Si guardano e si riconoscono. Gesù si riconosce nella libertà dell’uomo che nel quotidiano decide di cedere e di seguirlo, nel servizio e nell’amore. È su quest’asinello che gettano i mantelli, il simbolo delle sicurezze, il Signore si siede su quello che sono le nostre certezze, le nostre ricchezze, i nostri punti fermi, le nostre stampelle, ci si siede sopra e ne fa il trono, trasforma la nostra sicurezza in amore, la nostra ricchezza in dono, i nostri punti fermi in servizio, le nostre stampelle in libertà.

Lì il Signore è Signore. Dobbiamo abbandonare i nostri mantelli per accettare questa proposta, per aderire a un patto di umiltà e amore.

Quattro indicazioni per iniziare e accompagnare questa ultima settimana di vita di Gesù.
Ricordiamocelo quando siamo giù di morale e ci prende la pigrizia: perché amare? perché servire? il Signore ne ha bisogno.

Oggi è questo giorno in cui fare della vita un preparare la Pasquaincontrare l’uomo con la brocca in mano, fidarsi e andare nella sala, arredata e già pronta.

Buona domenica delle palme! 

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21 marzo 2021 – Domenica V di quaresima – Rito romano – Anno B
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.


Buongiorno sono il sole, siamo alla V domenica di quaresima, tecnicamente l’ultima perché domenica prossima è la Domenica delle Palme che segna l’ingresso nella Settimana Santa.
   C’è una frase bellissima che alcuni greci urlano a Filippo e che ci mette nel cuore tanto desiderio di seguire e servire il Signore: «Vogliamo vedere Gesù».
   Mi piace un sacco questa scena perché vuol dire che i discepoli sono stati così entusiasti nell’annuncio che hanno seminato il contagio. Passione e convinzione, una bomba mix per raccontare la loro incredibile avventura col Maestro , oggi, chi ci può aiutare a diventare portatori sani di buone notizie è Filippo e suo fratello Andrea che hanno saputo testimoniare al mondo intero, anche a degli stranieri, che seguire il Signore non solo è possibile ma è bello.

L’abbiamo detto, stare davanti al Crocifisso è duro, soprattutto quando ti mette di fronte alla verità di te stesso, verità che te tieni ben nascosta per non turbarti e non turbare ma Gesù ti incoraggia a ri-cominciare con Lui e con molta libertà: «Se uno mi vuol servire mi segua».
    È la sua dichiarazione d’amore, un Dio che si innamora di te e chiede il contraccambio, non bacini bacini, carezze e coccole, anche se sono permesse, ma costruire una vita insieme anche discutendo, educarsi a camminare allo stesso passo, condividendo scelte e interessi, adattando il proprio gusto a quello dell’altro, correggendo e limando il proprio carattere per essere più gentili e provando a chiedere scusa una volta di troppo se di troppo si tratta.
    Innamorarsi di Gesù è sapere che tutto quello che tu vivi, notte e giorno, è per lui. È tutto suo, un vuoto a perdere, è essere come quel chicco che non è solo una bella frase del Vangelo ma è perdere la vita per una vita più bella, più piena e più vera, una vita beata: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto». 

Ma avete in mente come sono le spighe d’estate? Avete presente i campi dorati che si perdono a vista d’occhio e non ne vedi la fine? avete presente il vento sulle spighe che canta? Avete presente il colore del grano al tramonto? Bello vero? Ma sapete come era all’inizio così tanta bellezza? Un chicco di grano marcio nascosto sotto la terra che a vederlo non avresti scommesso nulla!
Gesù sceglie questo chicco di grano per rivelarsi, questo chicco di grano è quello che i greci vogliono vedere! Un chicco di grano caduto in terra che muore e porta un frutto che mai avremmo sperato, noi… che grandi speranze nutriamo.

    Gesù fa questa proposta ed è un po’ ‘fuori’, fa marcire i nostri sogni di successo per far brillare le perle di sudore della nostra fatica. Poi quando inizi a comprendere un pochino la sua logica e ti allinei sulla traiettoria di un volere troppo alto Lui ti chiama ad un altro oltre, non per sfibrarti in una sorta di mobbing evangelico ma per farti credere che non sei solo, che le tue braccia hanno bisogno delle sue, che il tuo cuore ha bisogno del suo, che la tua voce ha bisogno della sua, che da soli non ce la potremmo fare, soprattutto quando la vita di coppia sta vivendo una fase di crisi profonda, quando il dolore di aver perso un figlio ti attanaglia il cuore, quando è mesi che cerchi un lavoro ma nessuno ti vuole e sei troppo disperato per cercare ancora, lui ti chiama ad un oltre, ti invita ad alzare lo sguardo da terra e, come uno sposo, ti sussurra: prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.

È solo un chicco ma se guardi oltre vedi le spighe, senti il canto del grano, vedi il colore al tramonto, lo sguardo si perde nell’infinito di un campo che sembra non finire mai e riprendi coraggio, cammini e accetti le sue proposte.

    Coraggio se stiamo con Lui, Lui è sempre con noi e dove tutti vedono il chicco di grano marcio noi con Lui vediamo un campo di grano. Ciao belli

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14 MARZO- IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE – RITO ROMANO – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».


   Buongiorno sono il sole, è la IV domenica di quaresima, detta “Laetare”, la domenica della gioia, la domenica che ci dice che stiamo oltrepassando la metà del periodo concessoci per la penitenza, che la Pasqua è sempre più vicina e che bisogna rallegrarsi, sorridere, mostrare la luce di chi vive nella verità. Laetare è una parola che sa di letizia, di gioia, di sorriso, di felicità e merita di essere gustata con calma. 

   L’anno B è particolarmente bello ma complicato e Giovanni ci regala una perla da scrivere sul cuore: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Dio ha tanto amato: sembra quasi un’azione fatta, passata, compiuta ma il passato con Dio non c’è, Dio ama sempre, continuamente, ha amato, ama e amerà, in un tempo che non è un passato, non è un presente e non è un futuro, è un tempo alla Dio, continuo, un tutt’uno d’amore«Non c’è altro amore che questo: dare la vita per i propri amici». 

   Se amo la vita aumenta, ho più forza, più energia e sono felice. Ditemi due innamorati che si amano alla follia e sono tristi, non esiste! Se io amo sono felice, ogni cosa che faccio la faccio bene, ho cura delle cose che amo fare, metto il massimo impegno; se amo tratto gli altri con tenerezza, ogni mio gesto saprà di Dio, avrà il suo sapore e il suo colore, il suo calore. Io porto Dio nel mondo quando amo, l’amore mi fa credere che esisto e la mia vita ha senso se dono.

   C’è un personaggio oggi che ce lo conferma, si chiama Nicodemo, è un uomo notturno, che amava la notte più del giorno perché si vergognava di fare il bene alla luce. Nicodemo va da Gesù di notte e nel Vangelo di oggi Giovanni ci confida quello che Gesù gli dice per far sì che il suo volto sia illuminato dalla luce vera: è un nuovo battesimo, una rinascita, dal buio alla luce vera. Il volto è nella luce, a queste parole Nicodemo non ha più né paura né vergogna al punto che sarà lui a chiedere coraggiosamente a Pilato il corpo di Gesù morto con Giuseppe d’Arimatea.

   A Dio non interessano i tuoi sbagli, a Dio interessa che ti lasci amare, vuole che ti salvi, che tu esca dalla tua notte per lasciarti illuminare e trovare forza e coraggio per fare il grande salto nella fede.
Il mondo lo salva Lui a te chiede di amarlo. Le persone le converte Lui a te chiede di amarle. Almeno provaci, un passo alla volta, ma fidati.
   La verità con cui incontrarsi e scontrarsi è il Crocifisso, ci vuole coraggio, sì, lasciarsi guardare da un Crocifisso ci vuole coraggio, ma anche lasciare alla luce di illuminare il cuore, ci vuole coraggio, soprattutto se dentro sai che non è tutto in ordine.

    Chi fa la verità viene verso la luce, questa è la bellezza, una bellezza che ci chiede di essere amata, cercata, gustata. La luce ci rendi belli, dentro e fuori.
In questa domenica della gioia, ci accompagni alla Pasqua come persone che si fanno belle, siano belli i nostri sguardi, siano belli i nostri gesti, siano belle le nostre parole. Cerchiamo la bellezza nella poesia, nell’arte, nelle relazioni, negli incontri, nei libri.

   Dio ha tanto amato il mondo da dare a noi suo Figlio e non ha perso tempo ma io per Dio e per le cose belle di Dio, ci perdo tempo o perdo tempo? ciao belli

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7 marzo 2021 – III domenica di Quaresima – Rito romano – Anno B
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 2,13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.


   Buongiorno sono il sole, ve lo dico con molta sincerità, quando arrivo alla III domenica di quaresima nell’anno B tremo, il Vangelo non è mai semplice ma in questa domenica cercare di farlo penetrare nel mio cuore lasciandogli dire quello che deve dire è più complicato del solito.
   Mi fa sempre un po’ impressione questo Gesù che si arrabbia davvero, che compie un gesto che, per come lo conosco, mi sembra quasi impossibile; ho imparato a gustarlo nella sua tenerezza, nelle sue carezze e nei suoi tocchi delicati, mentre ascolta le persone, le guarda negli occhi, aspetta che ognuno si converta e lo cerchi; ho imparato ad ascoltare i suoi inviti ad aver fede e a stupirmi dei miracoli che nascono per la nostra fede.
   Ho constatato con mano come la preghiera possa riportare in vita quando non si spera più, eppure oggi, quella frusta in mano e quel tono di voce che non è morbido come percepisco solitamente, mi sa di strano.
   Quell’impeto che travolge chi ha intorno, quel colpo di mano che fa saltare tavoli, sedie e tutto quello che non c’entra con la Casa del Padre, tutto quello che da Casa di Preghiera l’ha fatta diventare mercato di cose e di parole, mercato di soldi ma anche di mormorazioni e critiche, pettegolezzi e giudizi.

   Il tempio è ridotto a mercato, così come il nostro rapporto con Dio è di mercato: noi gli diamo delle cose perché lui ce ne dia delle altre, facciamo dei sacrifici perché ci faccia dei favori, facciamo opere buone perché ci dia il premio!
E questo è male perché se è vero come è vero che Dio è amore, comprare l’amore significa prostituzione. In questa domenica siamo arrivati allo snodo: come tratto Dio, io?
   Dio è amore e ci libera dalla fatica di doverlo ringraziare, non ha bisogno di essere corrotto dalle nostre preghiere che sono fatte solo per ricevere qualcosa. Lo snodo è proprio entrare in questa Casa di Preghiera dove non abita un Dio plagiato dalle nostre devozioni.
   Non sono contro la pietà e le devozioni, anzi, ma dobbiamo stare attenti a non correre il rischio che Dio diventi il nostro talismano da tenere in tasca e tirarlo fuori all’occorrenza. Dio è altro.
La quaresima è il tempo in cui bisogna avere un cuore deciso al bene, essere determinati come Gesù, trovare forza e coraggio per abbandonare la strada di prima e inerpicarsi su sentieri nuovi, non curanti di chi ancora sta comodo al banchino a vendere buoi, pecore e colombe.

    Come per i giudei la nostra Pasqua, la Pasqua di Gesù si fa sempre più vicina e anche questa domenica risuona un grido: Non fate della casa del Padre mio un mercato! non fare mercato della tua fede.
   Non fare della legge di compravendita uno stile di vita, dove tu dai qualcosa a Dio, paghi una Messa, fai un’offerta, accendi una candela, perché lui dia qualcosa a te, perché Gesù rovescia il tavolo: Dio non si vende, noi riceviamo la salvezza gratis perché siamo figli e figli amati.

   La Casa di Dio è l’uomo, non scadiamo in subdole leggi di denaro e desideri di onnipotenza, non svendiamo la nostra dignità corrompendoci e adeguandoci ai piacioni di turno, non sacrifichiamo la famiglia, non accontentiamoci di scelte politiche che fanno bene solo al proprio io ma impariamo ad allargare il cuore verso il bene comune, non facciamo del nostro cuore un mercato.

    I Giudei presero la parola: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Gesù risponde con un piano differente: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò».

Il tempio è Lui, Tempio vivo del suo corpo, Lui crocifisso e risorto, Lui, in quel Segno fragile del Pane spezzato che diventa il suo Corpo, Lui che è in te e in chi ti vive accanto e questa domenica ci dà la bella opportunità di entrare in punta di piedi nel suo Tempio, fragile ma immensamente bello.   
   Dio è dono, la vita è dono, l’uomo che si realizza è dono, l’uomo che vive relazioni belle, che vive la solidarietà e la carità, l’uomo che non fa del dominio la sua legge di vita, l’uomo che non opprime gli altri, l’uomo giusto che ama la giustizia è dono.
   Noi possiamo anche distruggere il dono ma lui in tre giorni lo farà risorgere, regalandoci la possibilità di vivere da figli nella Casa del Padre, vivere da fratelli, in comunione con la vita, in una Casa di Preghiera dove Dio è amore e non si vende, semplicemente si dona.
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
28 FEBBRAIO 2021 – II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B
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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


   Buongiorno sono il sole, eccoci alla seconda domenica di quaresima, bellissima e luccicante chiamata ad uscire dal deserto per salire su un monte.
Partire per qualcosa di nuovo fidandosi e lasciare a Gesù la possibilità di liberare tutta la bellezza che Dio ha sepolto in noi come è successo a Pietro, Giacomo e Giovanni e, anche oggi, proprio Pietro ha qualcosa da insegnarci.
Come accade spesso e siccome non sa cosa e come dirlo, di fronte ad un troppo di bellezza, esordisce con una frase da impeto di entusiasmo, alla Pietro: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
   È il desiderio di tutti quello di arrestare l’attimo, di fermare la bellezza, di restare a godere di tutto quello che ci fa stare bene.
Pietro ci assomiglia, come noi fa una fatica immensa a scalare montagne di incomprensibile sapore delle cose del cielo, ma sul Monte oggi anche la nostra fatica può essere trasfigurata ed è ciò che avviene.
    Il Tabor per Pietro e per tutti noi è un pezzetto di Paradiso. Quel ah che bello! è l’occasione per fare un passone oltre, siamo fatti per incantarci, siamo fatti per sentirci felici soprattutto quando nella vita ci sono le tribolazioni, le preoccupazioni, gli attacchi di panico, soprattutto quando ci prende la tentazione di restare lì a gingillarci nel bello… ma sono attimi, sono solo assaggi, campioni gratuiti di una bellezza che gusteremo quando a Dio piacerà, perché dal Monte bisogna scendere, ritornare a valle per un’esigenza d’amore.
    È vero, oggi Gesù in questo Vangelo ci ha portato in alto, fuori dalle nostre beghe assurde per farci starci stare con Lui soli, ma non per toglierci dai problemi, no, per mostrarci la nostra vera meta senza piantare pali e picchetti di tende inutili in uno spazio che ancora nostro non è: nostro è il quotidiano delle cose da vivere, la famiglia, il lavoro, gli amici e la comunità, dove è tutto precario, ma dove te accetti di vivere ripartendo ogni giorno, sapendo che la meta è quell’assaggio di paradiso vissuto oggi, sapendo che nel quotidiano Gesù fa fare esperienza dell’assurdo come a Pietro, Giacomo e Giovanni e come ad Abramo che ci crede, come a te, come a me, come a tutti quelli che accettano ogni giorno di partire e mettersi in gioco, camminare e mettere i piedi nei suoi, fino a salire quel monte con addosso la certezza della sua Parola e Lui come unico appoggio.

   Oggi hai due possibilità: o stringi la sua mano o stringi la sua mano. Sul monte si sale per fede e se accetti questa proposta scopri un Dio che non ti fa stare seduto mai, un Dio che libera, che ti fa creativo, che ti fa vedere oltre i tuoi orizzonti, un Dio che appena lo vedi è già oltre.
È bello per noi stare qui ma Lui ti chiama ad un’altra partenza dopo averci presentato suo Figlio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
Alziamoci, ascoltiamolo e andiamo, il mondo ci aspetta!

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21 febbraio 2021 – I domenica di Quaresima – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,12-15

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».


Buongiorno sono il sole. Prima domenica di quaresima: siamo in un calda e torrida giornata nel deserto dove lo Spirito sospinse Gesù per quaranta giorni tentato da satana.
Gesù ci sta, non si tira indietro, sta con le bestie selvatiche e si fa mettere alla prova mentre i suoi angeli si prendono cura di lui.

Perché lo Spirito porta Gesù nel deserto? per farci capire una cosa importante: nel deserto si entra per re-imparare a cercare Dio e non i suoi benefici, nel deserto si entra per sentire Dio accanto, un Dio che ti lascia libero di scegliere anche di stare con Lui o no, continuando a stare con le bestie selvatiche e cedendo alle lusinghe dello spirito cattivo.

Ad un certo punto l’evangelista Marco cambia scena, sblocca la situazione e ci descrive un’altra cosa. Gesù non è più nel deserto ma cammina per la Galilea annunciando che il Regno di Dio è vicino. 
Nel deserto si entra per avere uno sguardo puntato all’essenziale e sapendo che siamo ad un passo dal cielo, basta guardare in alto e non in lungo lasciandosi prendere dall’angoscia di un vuoto che ti toglie il fiato. 
Nel deserto si entra per scegliere un bene più grande di quello che noi pensiamo sia il meglio per noi. 
Nel deserto Gesù entra e ci sta, sta dalla parte di Dio, sta sapendo che il Padre non lo lascia solo. 
Nel deserto si entra ma poi si deve uscire per annunciare la buona notizia, come fa Gesù che non denuncia le cose che non vanno, non punta il dito sul male che gli altri fanno, ma indica il bene che fa Dio, annuncia il buono, il bello e il vero del grande elemosiniere.

Cosa ci chiede in concreto questa prima domenica di quaresima?

Chiede di conoscere la bellezza di ciò che sta succedendo nella nostra vita, la grandezza di un dono che è solo da ricevere, un dono che si chiama Regno di Dio, dono che è vicino a noi più di quanto pensiamo noi: è dentro di noi come un bambino nel grembo della mamma.
Gesù vede la tua sofferenza, vede la mamma che perde suo figlio, vede il dolore di chi non ha più un compagno accanto perché una valanga lo ha travolto e portato via, vede la malattia che è entrata nella tua famiglia, vede la tua preoccupazione quando non sai come pagare le bollette perché hai perso il lavoro, vede l’angoscia che porta al suicidio, vede tutto il male che c’è e quest’anno ancora di più c’è ma non sta lì impassibile, no, lui viene, si mette accanto se lo vuoi, lotta con te, viene e porta bellezza, Lui viene per te e dà senso al tuo vuoto, il suo sorriso è benedizione, la sua vita è la tua vita.

Come iniziare questa quaresima?
Con il capo lavato e il viso profumato, il volto sorridente di chi non teme nulla ma annuncia che Gesù è l’unica cosa per cui valga la pena vivere. Il sorriso di chi vuole vivere l’amore, di chi forse non ci crede del tutto ma sa che bisogna solo fidarsi e ricominciare a vivere. La speranza di chi si vuole convertire ad un’altra logica e credere al vangelo.
Allora il Regno di Dio sarà qui in mezzo a noi e la prospettiva cambia.

Entriamo con Gesù in questo deserto, Lui è il sorriso di Dio che vuol farci diventare il meglio di ciò che possiamo diventare. Ciao belli e buona quaresima anche agli amici ambrosiani.

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17 febbraio 2021 – Mercoledì delle Ceneri – Rito romano

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.

Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».


Buongiorno sono il sole, iniziamo la quaresima, iniziamo a percorrere la strada che porta alla Resurrezione con un pochino di cenere sulla testa a ricordarci che siamo polvere e fare memoria ogni giorno che sarà l’acqua del Giovedì Santo a portare a termine la nostra missione. 40 giorni per vivere con meno cose e più cuore, 40 giorni per imparare il senso della parola “conversione” dove l’amore ci spinge a mettere via tutte le maschere che ci siamo messi finora per fingere di essere migliori, 40 giorni per capire che tra la cenere e l’acqua c’è solo spazio per la misericordia dove il deserto la fa da padrone, con quella paura e ansia che ci portiamo addosso e che invece potrebbe regalarci l’occasione per lasciare a Dio di condurre la nostra vita. Sì, che bello, un Dio che accompagna la sua creatura nel deserto per parlarle sul cuore, per stare con lei senza distrazioni.
Mettiamoci in marcia, passi lenti e cuore grande, semplicità ed essenzialità a farci da stampelle per camminare in questo deserto per 40 giorni, solo con la forza di quel pizzico di cenere in testa e procedere sporcandoci le mani e i piedi, sapendo che siamo al mondo solo per dare qualcosa di noi e tutto il cuore per gli altri.
Dovremo camminare, ma adagio adagio, dissetandoci alla Sorgente e accorgendoci di chi ci cammina accanto, per accoglierne i bisogni e condividere la gioia, per sentire che non siamo soli perché Dio è con noi e abita in loro.
Chissà mai che, accettando la sfida di abitare questa zona, non ne scopriremmo pure dentro di noi la nostalgia del Cielo: quella che ti fa venire voglia d’essere puliti, d’essere noi stessi, quella di voler abbandonare mille illusioni e immagini che ci siamo fatte per sentirci a posto, diversi da ciò che siamo e tornare ad essere veri, originali, capaci di stupire il mondo solo della bellezza del cielo che abita in noi.
Buona quaresima amici belli, con un pizzico di cenere in testa e l’acqua sui piedi di un Dio in ginocchio che si china a lavarli. Ciao belli

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14 febbraio 2021-6.a Domenica Tempo Ordinario – Anno B

+ Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.


Buongiorno sono il sole.
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso…
Gesù si immerge costantemente in bagni di folle che lo cercano e pretendono di toccare anche un lembo del mantello. Tra questa gente ecco anche i lebbrosi, persone umane come noi che camminano come noi e come noi chiedono tenerezza, come noi hanno desiderio di guarire per essere avvicinati da altri e non essere più soli; nel loro fetore e obbrobrio, nella loro puzza e nel loro schifo, sono lasciati al margine e ora tendono le mani gridando aiuto.

Gesù passa per queste strade assolate dove tutti lo cercano ma dove nessuno si avvicina ai lebbrosi per paura o per il timore del contagio o forse perché non sono perfetti come noi.
La svolta che cambia la nostra vita è Gesù che sceglie di non stare con la folla per stare solo con il lebbroso, non scappa, non lo tiene alla larga confinandolo all’angolo del disprezzo, ma è disposto ad entrare nel dolore di questo uomo, in questa solitudine.

Il lebbroso non aspetta altro, forse non ci crede neppure, ma si avvicina a Gesù naturalmente solo, non lo accompagna nessuno, lui non è come gli altri del vangelo, lui non è cieco da essere portato a braccetto da Gesù, lui non è paralitico da essere portato da 4 amici su una barella e calato giù dal tetto, lui non è un malato per cui c’è chi intercede per lui, no lui puzza ed è contagioso e va da solo, lui fa schifo e da Gesù ci va con la paura di chi teme che gli sbatta la porta in faccia, oppure di chi sa che deve compilare tremila moduli prima di avere la certificazione per avere una qualche agevolazione o perlomeno essere preso in considerazione; cammina a passi lenti, con cautela, senza quella furbizia di chi vuole strappare il miracolo anche se il miracolo è la sua ultima possibilità per ritornare a vivere in questa vita ‘social’ che fa tanto bene al cuore.

Il nostro lebbroso arriva da Gesù con tanta umiltà: “Se tu vuoi, puoi purificarmi”un futuro appeso a un se vuoi….ma è qui, in questo se che anche a noi può capitare di cambiare prima ancora di quanto noi si creda davvero. Già pronunciando queste parole, la pelle lebbrosa, secca e malata si stacca, le parole del Maestro lo avvolgono e lo riportano nel giardino della creazione, come un bambino che esce dalla pancia della mamma, la pelle morbida e tenera che ti fa sentire il bisogno di accarezzarla. 

Torna ad essere l’uomo di prima perché qualcuno ha usato misericordia con lui, ha usato compassione, torna ad essere un uomo amato: “lo voglio, guarisci!”.  Tra il “se vuoi” e “lo voglio” c’è la mano di Gesù che lo tocca e il lebbroso neppure si ricorda il tempo in cui qualcuno l’ha toccato l’ultima volta, un abbraccio che scioglie paure di secoli e diventa compassione amica.

In cambio Gesù chiede solo il silenzio perché la gente non capisce, Dio passa sempre per quello che con la bacchetta magica sistema ogni cosa, ma Dio non è così, vuole figli guariti perché li ama e, non solo ha usato misericordia con il lebbroso ma lo fa uscire da se stesso per poter scoprire un volto nuovo, un nuovo modo di vedere le cose e gli altri, un nuovo modo di desiderare il bene. 

Oggi il lebbroso ci insegna la compassione, basta poco per diventare portatori di bene se siamo stati guariti: Dio ci ama, perché non esprimere questa guarigione tendendo la mano, toccando, trasformando la repulsione in dolcezza e tenerezza? 
Ciao belli

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4 febbraio 2021 – V Domenica Tempo Ordinario – Anno B – Rito romano

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+ Dal Vangelo secondo Marco 1, 29-39 
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni


Buongiorno sono il sole.  Facciamo conto che Gesù a fine giornata scriva un diario con tutto quello che ha fatto e detto durante il giorno, una specie di resoconto ordinato per farci capire cosa gli interessa veramente che ci resti impresso in cuore, facciamo che il nostro evangelista l’abbia fatto lui quel giorno, non so, forse era il 4 febbraio dell’anno 32 e, rileggendo ora questa pagina a me vengono fuori tre cose che Gesù ama particolarmente fare: stare con la gente e guarirla nei suoi bisogni spirituali e materiali, pregare in un a tu per tu con il Padre che riempie e dà forza, annunciare la Buona Notizia.
Queste tre azioni che partono dal bisogno dell’uomo, passano per il bisogno di Dio e si trasformano in annuncio che la vita può sempre cambiare in meglio, che può essere bella, buona e gioiosa sono per noi la Buona notizia della V domenica del tempo ordinario.
Oggi Gesù si prende a cuore in modo particolare della famiglia del suo amico Pietro, sua suocera sta male e lui concede a lei di guarire, non si spendono troppe parole per descrivere ciò che accade anche perché Gesù sta in silenzio, semplicemente la sua mano, la tocca, lei si alza e continua a fare le cose di prima.
Noi a volte ci piace metterci in mostra, osannare le nostre azioni pastorali, mostrare che quello che facciamo noi è sempre la meglio cosa per tutti, invece qui Gesù entra in casa di Pietro, forse per riposarsi un po’, si accorge del dolore di questa donna perché qualcuno gliene parla, perchè qualcuno mette al centro il dolore dell’altro, lui la tocca e la scena termina con la guarigione e, Marco, non racconta altro se non che la donna si alza e si mette a servizio.
Eccola la nostra azione pastorale: uomini e donne continuamente perdonati, guariti, che si mettono a servizio degli altri, che fanno fatica a volte ma hanno talmente a cuore il bisogno dell’altro al punto tale da rimanere in ombra.
Oggi guardiamo a questa mano di Gesù che tocca, che dà ristoro alla stanchezza, che rialza chi è caduto, che dà fiducia e voglia di andare avanti, di ricominciare.
Mano che si prende cura, che si prende a cuore, che prende su di  il dolore dell’uomo.
Tre cose ama Dio, la gente, la preghiera e l’annuncio di una Parola che salva. Tre cose che devono diventare anche per noi le cose essenziali: la gente, la preghiera e il Vangelo.
Il diario finisce con una frase bellissima che vorrei stampare e appendere in camera: «Tutti ti cercano!». Ma forse in camera mia starebbe meglio la frase di Gesù: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 
Tutti lo cercano ma Lui cerca tutti, vuole stanare chi soffre, cerca altre vite da guarire, altre bocche da sfamare, altre donne da rialzare, lui è venuto perchè tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, la sua mano per altre mani. Lui cammina e noi seguiamolo… andiamocene altrove per imparare ad amare come ama Dio! Ciao belli

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31 gennaio 2021 – IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – Rito romano
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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.


Buongiorno sono il sole. In questa IV domenica ritorniamo all’inizio del Vangelo di Marco con lo stupore tipico del suo stile narrativo.
Prima di tutto, Gesù entra in Sinagoga e troviamo che erano stupiti del suo insegnamento. Non vi nascondo che anche io, quando ho la fortuna di trovare qualcuno che mi spiega bene la Parola di Dio alla Messa o che, parlando, mi fa incontrare il Signore, provo un sano senso di stupore ed è bello poter incontrare nella vita uomini e donne che aiutano a leggere sapientemente la tua vita e riportando tutto alle origini della creazione, a quello che è dentro il cuore del Padre e che è il vero bene per te.
Gesù è così: insegna come uno che ha autorità, dice e fa, come il Padre all’inizio della Creazione.
Dopo lo stupore della gente Marco ci dice che, all’interno della Sinagoga, vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro ma stiamo tranquilli perché c’è anche un Dio che liberache ci libera dai nostri “possessi”, dalla nostra non libertà.
C’è nel nostro cuore uno spirito buono che dà emozioni belle e c’è uno spirito cattivo che non ti fa mai sentire a posto, non ti fa mai sentire nel posto giusto. Questi due spiriti sono sempre in contrasto e in lotta tra loro. Ecco il discernimento che ci aiuta a fare verità in noi stessi. Ecco il Vangelo, la Buona Notizia di un Dio che ti fa vivere meglio.
Questo uomo che gli urla tutta la sua rabbia possiamo anche essere noi: «Che c’è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci?».
Si amici belli, Gesù è venuto a rovinarci, a demolire i nostri castelli di carta dove ci siamo rifugiati, a distruggere tutto ciò che non è amore, a demolire la nostra casetta di paglia o di legno per costruire il Cielo dentro di noi, per aiutarci a capire che non dobbiamo metterci in ginocchio ad adorare i nostri successi o i nostri possessi, le nostre paure, le nostre ansie da prestazione, il nostro ego splendente, i nostri desideri sbagliati e tutto ciò che è diventato il padrone del cuore.
Gesù è la nostra dolce rovina, con due parole riporta ordine, dice e fa, con autorità: «taci, esci da lui». Questa è la Buona Notizia: noi abbiamo un Dio che insegna con autorità, che quello che dice lo fa, che con due parole rovina tutto per farci tornare belli, ad immagine e somiglianza sua, il più bello fra i figli dell’Uomo.
Ciao belli

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24 GENNAIO 2021 – III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.


Buongiorno sono il sole. Giovanni è stato arrestato, fermato, bloccato ma Gesù continua ciò che ha iniziato camminando per le strade della Galilea. Arriva al mare e lì trova il piccolo drappello di pescatori che vengono sedotti da uno sguardo, due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, rapiti in un nano secondo, il tempo di guardarli e subito sono con Lui. Lasciano tutto, i primi le reti, i secondi il padre e tutti e quattro, molto decisi, cambiano strada, cambiano vita, girano il cuore alla luce. Da pescatori a pescati.
Mi immagino lì, in quella riva un mattino, di ritorno da una pesca notturna che forse è andata bene, forse male, forse così e così, lì con quelle ditone da pescatori bruciate dal sole e dal sale, a cercare di disincagliare le reti annodate tra loro, con frammenti di alghe che rendono il lavoro più difficile del solito, lavare e asciugare quelle reti che ancora stanotte o domani faranno il loro lavoro, eccoli lì con tutta la stanchezza addosso, la voglia di andare a dormire e una voce che li fa girare, lo sguardo rapito da qualcuno di nuovo con un invito un po’ strano: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini».
Gesù li conosce e li vuole per sé, basta un invito e in un attimo buttano all’aria reti e sogni, in quel subito c’è il senso del vangelo, la buona notizia di questa terza domenica del tempo ordinario, perché subito è istantemente, subito è adesso, subito è come dire ‘non ci penso un attimo’, subito senza se, senza ma, senza troppi ripensamenti, subito, senza esitazione, lasciano tutto e tutti, padre, madre, moglie, figli, casa, barca e reti per andare con Lui, uscire per altri mari, uscire dalla propria casa, pensare ad altre reti, senza sicurezze e punti di riferimenti per attraccare le barche verso porti mai visti.
Questa notizia è per noi, Gesù passa nella nostra vita, ci vede, ci guarda, ci ama e ci chiama per fare come Lui, che camminando guarisce, perdona, abbraccia, accarezza.
Inizia così il mattino della nostra vita, con un convertitevi, giratevi verso la luce, un Dio che oggi è più vicino, nel mio cuore. Inizia con un seguitemi, venite dietro di me, non sprecate tempo a chiedervi perché, come e quando, venite con me e troverete il senso della vostra vita, testimoniate la buona notizia di un Regno che è luce per chi ancora è nel buio, in un mare di buio voi sarete la testimonianza che tutto è possibile per chi crede.
Ci vuole un attimo per essere felici, per sentirsi guardati e non giudicati, per sentirsi amati e chiamati per nome. Ci vuole solo un attimo per mollare tutto, seguirlo e stare con Lui per sempre, perché con Dio non si torna indietro si può solo andare avanti e stare meglio, stare con lui, credere nel vangelo, entrare dentro la bella notizia e sentire il Cielo che ti fa l’occhiolino.
Ecco perché la mattina mi giro verso la Luce perché la Luce è qui, è Dio che, passando, mi guarda e mi dice: ti voglio bene. Seguimi!

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17 gennaio 2021 – II Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – Rito romano
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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,35-42

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.


Buongiorno sono il sole, amici belli o siamo noi che vogliamo stare con Giovanni Battista oppure è lui che ci vuole così bene da non volerci lasciare più. Sta di fatto che, anche in questa seconda domenica, è ancora lui uno dei protagonisti della buona notizia.
Oltre a ricordarci di preparare la strada e raddrizzare i sentieri, a farci venire continuamente la voglia di convertirci e credere, lui, che è stato costretto a battezzare suo cugino e amico più grande, oggi, sapete cosa ci regala? Ci insegna che anche se ci prendesse la tentazione di essere un gradino più su degli altri, dobbiamo essere capaci di aiutarli indicando chi è veramente degno di essere guardato e imitato, proprio come ha fatto lui: «Ecco l’agnello di Dio!».
È facile farsi dei fans, avere dei discepoli che seguono le tue orme, ma Giovanni lo sa che non è lui il salvatore del mondo ma il Cristo e indica ai suoi discepoli, da vera guida spirituale, chi devono seguire. Così è stato e così sarà.
Da sempre i discepoli seguirono Cristo e questa è la buona notizia, seguirono Cristo, non delle persone, e furono felici.
Giovanni è l’Amico dello Sposo, che sceglie sempre di rimanere in ombra, di stare su quel pezzo di strada che mostra i passi da compiere, che vive umile per poi farsi da parte e lasciare a Gesù di fare il resto vivendo nel nome del Padre.
Oggi ci regala la password di una vita bella, vera e giusta: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».
Quante volte sentiamo questa frase nella Messa e le nostre orecchie non ci fanno più caso… figurati il cuore.
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo, che rende la mia vita vera e degna di essere vissuta nel modo più bello che esista: in mitezza e umiltà, senza far paura, senza urlare, senza spaventare la gente, come sa fare un agnello.
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo, buona notizia di un Dio che, in suo Figlio, non chiede più sacrifici ma sacrifica se stesso, un Dio che, in suo Figlio, non pretende nulla da me ma offre tutto se stesso, un Dio che, in suo Figlio, non mi spezza le gambe ma spezza il suo corpo sull’altare, per nutrirmi, per amarmi, per consolarmi. Un Dio che, in suo Figlio, non prende niente ma dà tutto, tutto sé stesso.
Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Facciamoci caso, quando lo sentiamo oggi alla Messa, guardiamo quell’Ostia nelle mani del Sacerdote, facciamo attenzione a quel Pane che è diventato Corpo e che si lascia spezzare per noi ogni domenica, ogni giorno. Facciamoci caso e commuoviamoci mentre diciamo: O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato.
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo. Non si parla dei peccatucci che compiamo e che nascondiamo, ma del peccato, della nostra condizione di peccatori, la nostra assenza di amore, il nostro non essere più capaci di volere il bene e di volere bene, le nostre ferite, le nostre chiusure nelle relazioni, i nostri sguardi maligni che non ci fanno più amare l’altro.
Giovanni questa domenica ci indica questo, si mette da parte per indicarci la parte migliore: noi chi siamo? Noi siamo quelli che seguono l’Agnello, siamo la compagnia dell’Agnello che deve semplicemente fare una cosa: amare.
Amare come Lui ama, fare quello che Lui fa, desiderare quello che Lui desidera.
Ogni giorno il vangelo ci parla di gesti di tenerezza perché dobbiamo cercare altro?
Ciao belli

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10 gennaio 2021 – Battesimo del Signore – Anno B

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Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,7-11

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Buongiorno sono il sole, Giovanni Battista iniziava a mancarci un po’ se l’evangelista incaricato di raccontarci questo ANNO B ce lo ripropone.
Giovanni proclama: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Gesù puntuale arriva al Giordano per farsi battezzare da suo cugino, il cui compito era quello di preparare la strada all’atteso, di chiedere al mondo di raddrizzare i sentieri, di rendere dritto ciò che è storto, di urlare a tutti di convertire mente e cuore perché Gesù possa arrivare da desiderato.
L’aveva fatto talmente bene che il popolo l’aveva capito e si era impegnato ad accogliere il nuovo nato con un certo senso di stupore e di mistero, così come hanno fatto i pastori.
Ora Giovanni lascia la scena all’unico degno di coprirla, si mette da parte per lasciare avanzare il Maestro, lo battezza nel nome di Dio, nel nome del Padre che fa sentire la sua voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Gesù che si mette in fila con i peccatori e si fa battezzare, non è il Dio da immaginetta che cerchiamo, tutto bello, biondo e luminoso, che sprizza luci colorate dappertutto, è un Dio senza veste, pronto a farsi fare, si consegna all’uomo.
È un Dio che ci parla di tenerezza e di abbracci, di carezze e di tanta consolazione dopo la desolazione, di orecchi attenti e porte aperte.
È un Dio che nasce nudo, debole e fragile, che viene scaldato dal calore dell’affetto di una mamma e di un papà e dal fiato di due poveri animali, un Dio che ha gli occhi pieni di stupore dei pastori piantati addosso.
È un Dio che, quando entra nell’acqua, si mette in ginocchio pregando e viene battezzato, da quel momento cambia tutto, il cielo si apre come si apre un sipario, in quello squarcio di luce che parla di bellezza, Dio dichiara chi è veramente quell’uomo in ginocchio nell’acqua.
«Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Gesù ha un Nome nuovo nel quale possiamo rifletterci ogni volta che pensiamo che anche per noi c’è stato un nome nuovo il giorno del battesimo: Francesca, Tu sei mia figlia, l’amata.
Metteteci il vostro e sorridete, lui si è messo in fila per starci accanto, con lui siamo una schiera di amati che vivono una vita nuova.
La vita cambia se, come Giovanni, lo lasci fare.
La vita cambia ed è vita nuova, figli nel Figlio, pezzetti di Dio nel mondo.
La vita cambia ed è vita nuova, amati prima ancora che si formi in noi il pensiero di esserlo.
La vita cambia ed è vita nuova, vita di chi si sente dire: Tu sei Figlia Amata, sei il mio compiacimento, mi garbi un monte, quando ti vedo sono felice.
Ciao belli

 

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6 gennaio 2021- Epifania del Signore

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.


Buongiorno sono il sole, eccoli i famosi Re Magi venuti apposta dall’oriente con la loro inquietudine di cercatori guidati semplicemente da una stella dentro un ignoto ancora incerto.
C’è l’inquietudine a muovere i passi e il cuore, c’è l’ansia di andare a cercare quel Bambino e dire per conferma al loro cuore: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
C’è il bisogno di cercare la verità, di interrogarsi con onestà, c’è la bellezza di seguire la stella di un mistero che più avanzi più ti viene incontro.
È la storia di tre persone che noi chiamiamo da sempre Magi e che trovano posto nei nostri presepi da oggi, tre uomini con nomi strani, che qualche volta dimentichiamo, bravi a studiare le stelle e le costellazioni, a fare magie e calcolare affascinanti itinerari celesti ma che, allo studio degli astri, preferiscono la rotta del Padre del Cielo, meno scienza e sapienza per un di più di slancio e una partenza di cuore in direzione Betlemme, meno sicurezza per un di più di precarietà e di ingenuità.
Vanno a Betlemme seguendo la stella portando oro, incenso e mirra così come noi alla Messa alla processione offertoriale portiamo il Pane e il Vino che, sull’altare, diventano il Corpo e il Sangue di un Dio vicino all’uomo. Arrivano alla grotta e sostano sulla porta così come noi sostiamo sulla porta di una Chiesa con un segno di Croce sincero e una genuflessione devota. Entrano nella Grotta e davanti a Maria, Giuseppe e il Bambino, si prostrano adoranti così come noi facciamo davanti al Mistero dell’Eucarestia in una celebrazione solenne con la gratitudine di chi, incontrando lo sguardo del Bambino, riceve misericordia e gratitudinepersone grate perché amate, che si buttano in ginocchio a dire grazie a tanto amore, offrendo i doni dei loro scrigni con semplicità, in punta di piedi e tanto rispetto.
Una veglia di preghiera semplice e intensa, per poi tornare a casa per un’altra strada.
Erano partiti con la voglia di donare e tornano col cuore più ricco di quando erano arrivati, con le mani più piene dei doni che hanno lasciato, con un di più di quell’oro, incenso e mirra che avevano offerto, con un pezzetto di sguardo del Figlio di Dio riflesso nei loro occhi.
Tornano nelle loro case con il ricordo di quella fragilità di Bambino a riscaldare il cuore e non la potenza di un Erode cattivo che li aveva mandati a controllare.
Tornano a casa per un’altra strada, con quella gioia grandissima provata nel seguire la stella che li ha accompagnati fino a riempirsi di stupire per un Esserino che giaceva indifeso in una povera mangiatoia.
Tornano da dove erano venuti dopo aver adorato quella fragile carne di uomo avvolta in fasce dal sapore di Dio.
Erano partiti per incontrarlo ma, dopo averlo incontrato, sono cambiati e la strada per tornare doveva per forza essere un’altra.
Erano partiti come quando si parte per un pellegrinaggio: non si può più tornare indietro per la stessa strada ed essere gli stessi di prima.
Erano partiti per cercarlo consapevoli di sapere dove si trovavano loro prima di incontrarlo e hanno scoperto che il ritorno dipende sempre dall’intensità del dono ricevuto.
Dio è luce,
lo troverai, lo incontrerai e sarà gioia,
perché i Magi al vedere la stella provarono una gioia grandissima.
Che accada te come a loro: la stella ti muova, il bambino ti cambi
e tu possa tornare a casa per un’altra strada, diversa o diverso,
con il cuore e lo sguardo che sa di Dio.
Ciao belli

 

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3 gennaio 2021 – II domenica dopo Natale – ANNO B – Rito romano
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Dal vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18

[In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.]
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
[Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.]
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.  
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.


Buongiorno sono il sole, il Prologo, nel Vangelo di Giovanni, toglie un po’ di quella bambagia che ricorda le pecore, i pastori, gli sguardi teneri di chi con timore e tremore si avvicina al presepe, toglie un po’ di carezze a quel Bambino che arriva e ti spiazza e ti fa entrare nella verità delle tue storie che, se lo vuoi, anche quest’anno Dio a Natale illumina rendendole diverse. 
Giovanni, il teologo fino, afferma il principio sano della storia assicurando che ‘in principio era il Verbo’, ‘in principio era la Parola’, ‘in principio era Dio’.
E’ l’incipit più bello della storia: tutto parte da lì e tutto torna lì, il Prologo, se lo vogliamo, è una perla, ci dice che prima viene Giovanni il Battista a preparare il terreno, a preparare lo spazio per la luce vera, quella che illumina ogni uomo ma che non tutti vogliono accogliere. 
Oso pensare che Dio forse sceglie la forma di un infante indifeso per farsi accettare, si fa carne, si fa uno di noi, ciccia, perché la carne ci rappresenta, ci racconta, ci dice chi siamo nella nostra fragilità, proprio come il bambino che dice un bisogno di cura, accoglienza, affetto, carezze.
Dio sceglie la carne perché la carne dice fatica, dice storie, dice rughe, dice morte, dice attesa.
Il Verbo si fece carne nelle nostre vite, nelle nostre rughe, nelle nostre attese, nella nostra carne segnata dal tempo, dalle lotte, dalle malattie, dalla stanchezza, dalla paura perché sappiamo che ogni Natale è un’opportunità per qualcosa di nuovo per noi.
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Questo celebriamo ogni Natale, ogni Santo Natale da non so quanti anni. Il Verbo è Dio si fa carne, nella nostra carne stanca e spaventata. Il Verbo che è la Parola, una bella Parola, una buona Parola, il Verbo che è l’Amore e la forza di Dio, si fa carne, lo sceglie, decide di farlo, viene ad abitare nella nostra carne, dentro di noi, ognuno di noi.
Il Verbo  non arriva su un UFO dal cielo entrando in un palazzo, sceglie la fragile carne, il grembo di una donna, si adagia sulla paglia e ti guarda con tenerezza, cammina sulle nostre strade, percorre i nostri sentieri, vive le nostre storie, arriva e consola, arriva e sostiene.
Il Verbo si fece carne e abitando la nostra storia chiede di mettere da parte la stanchezza, chiede di non avere paura, implora di non agitarti e non affannarti, di non avere fretta, di non lasciarti superare dai bisogni, di non cadere nella disperazione.
Il Verbo si fece carne per entrare nella tua di carne, perché tu possa ritrovarlo, tu possa scoprirlo, tu possa amarlo in quello che ti costa di più, stanchezza e paura, tu possa fermarti a contemplarlo in quella piccolezza inerme e indifesa… fermati e riprendi fiato e a senti che questa bellezza esagerata è anche per te.
Il Verbo si fece carne per abitare questo mondo e dare speranza, per togliere un po’ di ansia per i tuoi figli, per darti un po’ più di tranquillità quando pensi al lavoro, per darti un pochino in più di fiducia in quei giorni un po’ no col tuo marito, per darti costanza nella prova e forza che dona la vita.
Sì, ogni anno, sembra una ripetizione di qualcosa che però ripetitivo non è per nulla, perché in questa scelta di Dio di farsi carne purtroppo c’è il no dell’uomo che non accetta, che non accoglie, che lo disarma e lascia al male di fare il male.
Lasciamo al Verbo di farsi Dio e riconsegnare se stesso nella nostra carne, nella nostra umanità stanca e paurosa ma in una luce diversa, nuova, bella, una luce abitata da una presenza, una carne abitata da Dio. 
Il Verbo si fece carne, ora e sempre. 
Ciao belli

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27 dicembre 2020 – S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, Festa – ANNO B – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret.
Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.


Buongiorno sono il sole la bella notizia di oggi, inizia con Maria e Giuseppe che portano il bambino a Gerusalemme, per offrirlo al Signore. Hanno ricevuto un dono e subito lo offrono a Colui che l’ha offerto loro perché il Sogno di Dio si realizzi in pienezza.

Questa è la Festa della Sacra Famiglia dove i figli non sono nostri ma appartengono alla loro vocazione. Devono realizzare non i nostri desideri, ma il desiderio di Dio. Questa è la santità che ci insegna oggi la buona notizia, la santità della famiglia, quando nella mia casa mi sento amato e sono capace di  amare, sapendo di esistere in un amore più grande della mia casa, il cuore di Dio.

Maria e Giuseppe offrono il loro Figlio, il Dio Bambino, passa dalle braccia della Madre a quelle di Simeone, ed è fiducia.
Buona notizia è prendere fra le braccia con fiducia Dio che si incarna nello sguardo di ognuno dei miei cari.
Buona notizia è Dio nelle mie braccia, la Madre offre il Figlio alle mie braccia come ha fatto con Simeone, perché io lo abbracci, lo accarezzi, lo ascolti, come se fosse un mio familiare e possa cantare come Simeone: «i miei occhi hanno visto la tua salvezza».
Buona notizia è dire ad ognuno dei miei affetti di casa: i miei occhi in te hanno visto la salvezza.
Simeone parla ai genitori di rovina e resurrezione, sì, Gesù è per noi rovina e resurrezione per non farci cadere nell’apatia è nell’indifferenza; lasciamo che rovini le nostre illusorie balle che ci diciamo per apparire perfetti facendolo credere anche a noi stessi.
Abbracciamo questo Figlio offerto a noi per renderci più veri e meno mediocri.
Il Dio Bambino è già resurrezione quando calpestiamo al buio una vita senza senso, quando tocchiamo il vuoto, quando il fallimento ci blocca, lui è resurrezione e ci chiede di farsi abbracciare e toccaresi fa
prendere in braccio anche se la fede non ci rende esenti dal dolore ma non ci fa neppure affondare.
Dio oggi, in questa festa familiare, si fa abbracciarenon mettiamo impedimento a questo tocco di tenerezza che scalda il cuore e ci rende offerta amorosa a Colui che ha offerto al mondo suo figlio.
Ciao belli

 

 

#LABUONANOTIZIA – 25 dicembre 2020 – NATALE DEL SIGNORE – ANNO B

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».


Buongiorno sono il sole, un Dio si fa Bambino per farsi toccare e avvicinare da tutti, oggi mi metto in mezzo ai pastori per una sosta rigenerante.
Sì, mi piace stare ferma qui, in un campo di pastori, gli ultimi della terra, quelli che nessuno avvicina perché puzzano di pecora, capre e formaggio, gli ultimi della terra che sono stati i primi a vedere Gesù su
quella paglia mentre babbo e mamma contemplavano silenziosamente il più Bello tra i Figli dell’Uomo e un asino e un bue soffiavano calore dai loro nasi in un freddo gelido di una notte di dicembre in Palestina.
In un attimo, quando non c’è casa che voglia accogliere Maria gravida e un marito disperato che non trova un albergo per far riposare la moglie in procinto di far nascere suo Figlio, Gesù Bambino fa di Betlemme la nuova Capitale del mondo. Tutti da quel giorno guardano Betlemme come il centro della vita nuova; lì, in un’umile grotta di pastori, Maria dà alla luce suo Figlio, il Figlio di Dio, Maria dà alla luce la Luce, lo avvolge tra le fasce come facevano le mamme di una volta e lo mette nella sua nuova culla fatta di paglia, fieno e tanto amore, sguardi amorosi e tanto silenzio.
I primi a vedere Gesù Bambino sono gli ultimi della terra, i pastori, che piano piano si avvicinano a quella reggia fatta secondo la logica di Dio: non un Castello per il Re dei re, non un letto a baldacchino, non
lenzuola di raso con ricamate le iniziali a fili d’oro, non servitori e balie che aiutano la mamma a partorire con acqua calda e i migliori comfort del mondo, ma una scena dove tutti possiamo sentirci a nostro agio se
lo vogliamo.
Dio sceglie di venire non dall’alto ma dal basso perché tutti possano sentire questo abbraccio che scalda, questo sorriso che intenerisce e questa giovane mamma inesperta che ha tanto da imparare ancora ma che, nella sua umiltà, tanto insegna.
Dio ha scelto una mangiatoia per culla, una stalla per casa e una ragazza per Madre, non bisogna avere una grande fede per crederci?
Ma Dio sceglie lei perché è infinitamente generosa, perché sa che lei si prenderà cura di quel Bambino da oggi fino alla Croce, senza abbandonarlo un secondo e lei lo fa, semplicemente perché da quel giorno in cui ha detto: «Eccomi, sono la serva del Signore, sia fatto di me quello che hai detto», ha scelto di mantenere un impegno.
Sono qui, in questo campo di pastori, gustando lo sguardo di poveri uomini che, come me, si stupiscono perdendosi nei gesti semplici di una mamma che nutre suo figlio di latte, carezze e coccole.
Una mamma che si prende cura di tutti gli uomini della terra mettendo nel cuore anche i loro sogni per portarli a suo Figlio.
Mi perdo in questi sguardi, dei pastori e di una mamma che fa vivere con il suo abbraccio. Di un padre che silenziosamente accoglie il suo non figlio come suo.
Mi perdo in questi primi visitatori che arrivano a vedere la neomamma senza fiori e cioccolatini, ma con uova, pane e formaggio, vestiti di pelo di pecora e con le mani che ancora sanno del latte che hanno munto da poco.
Sono loro i prescelti per la prima visita, i poveri, gli anonimi, quelli che nessuno ricorda, sono loro che l’evangelista mette nel Vangelo, li mette in prima fila,  perché Dio ha deciso che vuole ripartire da loro che
hanno obbedito, hanno risposto ad un invito e sono andati senza indugio, senza troppi programmi, hanno smesso di fare le loro cosine, hanno interrotto il loro lavoro e sono andati e la gioia ha conquistato il
loro cuore, tutti si stupirono dei loro racconti e ancora oggi godiamo della loro gioia e dei loro occhi che hanno visto delle manine tendersi verso di loro e verso di noicuore, mani, occhi, calore, abbracci,
semplici gesti che hanno cambiato la nostra storia rendendola sacra.
Qui nasce Dio, qui comincia una nuova storia: il Creatore che abbraccia la sua creatura e, se lo vogliamo, è per sempre. Dipende da noi.
Buon Natale di Gesù.

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20 dicembre 2020 – IV DOMENICA DI AVVENTO ANNO B – Rito romano
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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.


Buongiorno sono il sole, IV domenica e il «Non temere» di Maria che fa tanto bene ai nostri cuori traballanti. Oggi è un altro giorno di attesa, come quando una volta si andava dal dottore, salivi le scale di corsa, “tanto ho solo da chiedere due ricette”, entravi con fretta nella sala d’attesa e ti si parava davanti un muro di gente che non riuscivi neppure a contarle e osavi un timido: “chi è l’ultimo?” sapendo che le prossime due ore le avresti passate lì dentro, sfogliando nervosa tutte le riviste appoggiate sul tavolino…bei tempi gli assembramenti dal dottore.
Oggi, in questa attesa, non va in scena la nostra fretta da ultimi giorni prima del Natale e “non ho ancora comprato tutti i regali” visto che in questa confusione di giallo, arancione, rosso l’attesa diventa difficile, complicata, quasi impossibile. Non c’è più la gente nevrotica che fa su e giù per le vasche in centro per fare tutto quello che ha messo in scaletta senza rimandare a domani, superare il guinness dei primati e migliorare il record personale degli acquisti nell’ultima settimana di avvento.
Abbiamo scoperto un’attesa diversa, una chiamata a ridare posto alla calma per restare fermi a contemplare il Bambino di Betlemme appoggiato sulla paglia, un essere indifeso che dice a tutti che Lui è Dio…anche in tempo di Covid. 
Tutto nasce da un annuncio, l’annuncio di Gabriele, l’Angelo di Dio, che arriva in Palestina per incontrare Notre Dame de Nazareth in un giorno dei tanti, in un paesello tra i tanti, una ragazza normale, una povera casa nascosta in qualche vicolo del paese.
Dio non ha scelto una Cattedrale, non ha scelto la casa dei ricchi per incarnarsi, non pregiudica il suo annuncio scegliendo belle liturgie, riti studiati a tavolino, con i ministranti che fanno le prove per non
sbagliare l’accensione della candela o mettere troppo poco carbone nel turibolo dell’incenso, andando in fila per due partendo con lo stesso piede e arrivare sincronizzati all’altare neanche fossero soldatini.
Dio sceglie una Casa per abitare la storia, sceglie anche le chiese ma abita nelle case degli uomini.
L’angelo arriva e parte bene, la prima parola è già bellezza:
«Chaîre». Gioisci Maria, rallegrati Maria!
In questi giorni la buona notizia ha avuto lo spessore della gioia, in quei non temere abbiamo sentito un Dio che ti mette a tuo agio e oggi a Maria dice il perché di questa gioia: sei piena di grazia, ti ho riempito
della mia stessa vita.
In quell’Angelo è Dio in persona che parla alla sua creatura rendendola più bella di quello che già è.
È gioia e turbamento, in questo tremore l’Angelo sussurra il suo eterno non temere perché Dio non vuole la potenza, il saper fare tutto, non sbagliare mai, la paura che non fa prendere decisioni e ti lascia lì, sdraiata, ad attendere cose che non avverranno mai senza che tu ti prenda le tue responsabilità.
Dio è il non temere umile, un Dio Bambino che farà dei poveri i principi del suo regno.
La IV domenica di Avvento, dopo il vigilareraddrizzarepreparare è non temere l’amore.
«Rallegrati, sei piena di grazia, concepirai e darai alla luce il Figlio di Dio».
Dopo il turbamento anche a Maria succede di uscire con un’espressione tipica delle nostre: posso fare una domanda?
«Come è possibile?».
Sì, le domande si possono fare, non è mancanza di fede ma essere maturi e consapevoli che se anche ci fosse un mistero troppo grande davanti a noi, abbiamo tutta l’intelligenza necessaria per accettarlo e rispondere con dignità alla nostra vocazione:
«Eccomi sono la serva del Signore».
Solo allora l’Angelo potrà ripartire, l’ultima parola l’ha detta Maria, la password per aprire il Regno e ricevere quel Bambino che nella Notte Santa cambierà la storia. Il Bambino di Betlemme
Ciao belli

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13 dicembre 2020 – III DOMENICA DI AVVENTO ANNO B – GAUDETE – Rito romano

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Buongiorno sono il sole. Domenica scorsa avevamo lasciato Giovanni nel deserto, la Parola di Dio era scesa su di lui e lui aveva chiesto al popolo di preparare la strada al Signore, ha chiesto di raddrizzare i sentieri, ha semplicemente detto alle persone lì intorno ad ascoltare, affascinate sia dal tono della voce che da quello che dice, di fare qualcosa per accogliere l’Atteso.
Quelle persone sono tutte lì a cercare la felicità, quella musica del cuore di cui vorremmo tutti conoscerne lo spartito, sono tutti lì a domandare e a domandarsi chi è veramente questo uomo ponendogli strani interrogatori.
«Tu, chi sei?».
E lui dice quello che non è suggerendo dettagli per fare chiarezza:
«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia».
LA VOCE.
Oggi la voce che peso può avere in una società che fa molto rumore e dove la distanza impedisce di avere rapporti e relazioni come un tempo? che peso può avere in un mondo molto social ma di poche relazioni vere? che peso può avere una voce in mezzo a gente che cammina con gli auricolari nelle orecchie, che quando gli parli guarda lo schermo del telefonino, quasi fosse una protesi attaccata da nuovi e geniali chirurghi?
Una voce, una semplice voce di uomo che si fa largo nelle interferenze e nel fracasso di questo mondo.
UNA VOCE.
Penso alla voce di una persona, la voce che ti fa riconoscere qualcuno anche da lontano, la voce che è la stessa di Al Pacino, Sylvester Stallone e Robert De Niro solo perché il doppiatore italiano è il medesimo e lo riconosci anche senza vederne il volto.
LA VOCE.
Quanto è importante la voce, la voce della mamma che non vedi da mesi ma la senti solo al telefono e ne percepisci l’ansia, la tristezza, il dolore e la preoccupazione solo per come calca certe corde del cuore, la voce di qualcuno che ti chiama e ti volti riconoscendone il timbro prima ancora del volto.
LA VOCE.
Quanto è importante la voce di una persona nella nostra vita? Quanto ci scalda il cuore la voce di una persona amica?
Quanto ci fa ansia la voce di un professore che dice il tuo nome il giorno dell’interrogazione?
Eppure per loro che aspettavano il Messia, tutto avrebbero pensato fuorché un uomo vestito di pelo di cammello, che mangia locuste e miele e fa penitenza.
Per loro, e credo anche per noi, forse la voce di Giovanni non è abbastanza. Forse aspettavano qualcuno di importante come Elia o un profeta e non una voce sola nel deserto che grida cose senza senso, loro aspettavano uno potente che chiede cose folli, lanci da acrobati, salti nel vuoto, gesti e colpi di scena ad effetti speciali e invece, trovano lui, questo semplice e un po’ rude uomo di poco conto, che con la sua voce
chiede semplicemente di rendere diritta la via del Signore.
La buona notizia oggi passa per una voce, ed è la voce di Giovanni, passa nei suoi occhi che riflettono la speranza di un arrivo, passa per il suo volto raggiante di luce che dice con onestà: «Io non sono il Cristo».
Lo dice perché è sincero oltre che umile e vuole dare ragione alla verità di un Dio che sta in mezzo alla gente, in ginocchio, a lavare i piedi, a dare consolazione e carezze, a curare ferite e abbracci di pace.
La III domenica di Avvento ci parla di una voce che non può tacere proprio perché è una voce.
«Tu, chi sei?».
Quante volte ancora ce lo chiediamo con quella curiosità che vorrebbe un Dio a nostra misura. Ma noi abbiamo un Dio che non chiede altro che fare tutto con semplicità e con gioia, perché stare con Gesù è vivere la gioia. Un Dio che si fa bambino per farsi raggiungere da tutti e che chiede di essere misericordiosi facendo cose normali ma con un di più di gioia!
Oggi è la Domenica Gaudete che chiede a tutti di rallegrarsi perché il Signore è vicino, come dice bene l’antifona di ingresso:
Rallegratevi sempre nel Signore:
ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino. (Fil 4,4.5)

#LABUONANOTIZIA
Domenica 01 novembre 2020
TUTTI I SANTI – Solennità

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Buongiorno sono il sole, oggi tutti i Santi ballano e sono pieni di gioia perché il Vangelo è così: se lo accogli e lo accetti, se lo vivi giorno per giorno, passo passo, ti porta dritto in Paradiso e, anche a noi oggi è dato di partecipare alla più bella festa mai vista!

santi sono belli perché non si nascondono più, sono semplicemente se stessi, nella loro più fragile umanità, sono uomini e donne come noi che, nonostante quei limiti che non ci fanno mai sentire perfetti, sempre un po’ inadeguati nelle situazioni che viviamo, osano i passi dell’amore, fidandosi di un Dio che, attraverso di loro, può fare cose belle e grandi.

santi sono belli perché sono creature amate come noi, né più né meno, come noi.

santi sono belli perché ci somigliano, perché tutti siamo stati fatti a immagine e somiglianza del Figlio, scelti da Dio per farci entrare in Paradiso gratis.

 santi sono belli perché non si sono limitati a un modello all’ultima moda autunno/inverno o primavera/estate come noi che siamo e ci vediamo decisamente bruttini e complessati, ma hanno lasciato fare al Padre, si sono lasciati ispirare al Sogno di Dio per un modello unico, divino, quello di un Padre che, come un bravo stilista, prepara per loro e per noi abiti strabelli, disegnati col suo Dito in Cielo, secondo il modello iniziale, il Figlio Gesù.

santi sono belli e questo appuntamento con la bellezza è anche per noi.
È possibilità regalata a noi con i nostri limiti e consapevolezze di fallimento che, in realtà non esistono, anche noi possiamo sfilare tra i belli del cielo, leggere le loro storie, pregare con la loro intercessione perché loro sanno mettere sempre una buona parola di raccomandazione in Cielo se glielo chiediamo.

santi sono belli, ma non sono lontani da noi, possiamo confrontarci con le loro vite in terra e migliorare la nostra, è possibile superare vette inaccessibili e raggiungere il Paradiso con la nostra vita normale, le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre fatiche e le nostre speranze.

Oggi in Cielo si balla con i belli, la sala accoglie tutti, mettiamo nel cuore una certezza: santi sono santi perché, nonostante non ci credessero molto, come noi, non hanno chiuso la porta alla possibilità di diventarlo. 
La sala da ballo non chiude stasera, rimane aperta ogni giorno, non stiamo a collezionare santini e immaginette da baciare, non stiamo a guardare le statue delle chiese accendendo qualche candela perché la grazia arrivi prima, immergiamoci nelle loro storie di uomini e donne come noi, ragazzi e bambini a volte e le loro vite ci faranno scoprire che sono la più bella letteratura da conoscere, ci faranno rendere conto che, qui sulla terra, non sono stati meglio di noi, talvolta, le loro vite non erano eccezionali, però loro hanno saputo spalancare la porta al possibile di Dio tanto da lasciarlo entrare nelle loro vite e trasformarle in meglio.

santi sono belli perché ci dicono che è possibile anche per noi guardare al cielo e diventare belli come loro, come Gesù, che è possibile anche per noi farci chiamare beati!

I Santi sono quelli che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri! 

#LABUONANOTIZIA
25 ottobre 2020 – XXX domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Buongiorno sono il sole, siamo reduci dalla una domenica in cui Gesù ha messo a tacere i capetti facendoci capire di chi siamo: noi siamo dono di Dio da restituire a Dio nell’amore, eppure un dottore della Legge recalcitrante, giusto per rimarcare un inciso ci riprova: «Maestro, qual è il più grande di tutti i comandamenti?».

Una domanda tipo interrogazione che, se rispondi esatto, passi l’esame o una domanda per un di più di fede? Sarà quel che sarà ma Gesù non usa mezze misure: «Amerai». 
Non c’è altro da dire, amerai, stop!

Non dice: senti affetto per gli altri, usa un po’ di carità con il povero, sii attento a chi ti sta accanto, seduci con garbo, fai il gentile, vivi volendo bene… No! Amerai, voce del verbo amare al futuro, per tutta la vita che hai davanti, lo stesso amare che usa Dio tutti i giorni. Amare come dare la vita, amare come consumarsi per l’altro, amare come perdersi per ritrovare veramente chi sei, amare come morire sfinito con quello sguardo che dice: ho dato tutto.
E, se ancora non abbiamo capito, lui continua: oltre che amare il Signore con tutto quello che sei, mente, anima e corpo, tutto per il Tutto: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». 

Come te stesso?

Ma se te non ti ami, se te ti disprezzi, se te non ti piaci mai reputando gli altri sempre un gradino più su di te?

Sì, come te stesso, te che sei creato da un Dio che vede tutto Bello, Buono e Vero e in questa bellezza ha creato anche te.

Amerai Dio e il prossimo, perché questi due amori volano sempre in coppia. Amerai Dio se amerai te stesso e amerai il prossimo come te stesso, un circolo virtuoso che ti fa credere di più nella tua possibilità di bene, con la tua ciccia che esce dai pantaloni stretti, le tue gambe storte, quel brufolo che proprio oggi non doveva venir fuori, quei tre capelli bianchi che spuntano dicendoti la vecchiezza che avanza, amerai perché sei amato da Dio così come sei, amato per amare è la più bella notizia mai ricevuta e ora va ridonata.

C’è altro che l’amore? C’è altro che amare e essere amati?

C’è un come, tra amare ed essere amati, c’è solo un come, ed è il riflesso di Dio qui su questa terra!

A volte basta anche solo un sorriso, avere occhi per dire grazie a un Dio che sa fare cose meravigliose anche con noi che ci stimiamo zero. 

#LABUONANOTIZIA
18 ottobre 2020 – XXIX domenica T.O. – Rito romano – Anno A
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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,15-21

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


Buongiorno sono il sole. Ci siamo lasciati domenica scorsa con Gesù che ci invitava gratis al suo pranzo di nozze e oggi si ripresenta per acconsentire a rispondere senza sbuffare alle domande astute del nemico che gira sempre intorno per far cadere nel suo tranello e allontanare anche noi dal volto di Dio: unico specchio in cui rifletterci, guardarci e vederci bellissimi.

Come risponde Gesù? Cambiando prospettiva e verbo, dal pagare passa al restituire.

Noi non dobbiamo nulla al Padre se non la nostra vita splendida di figli amati, se ci accorgiamo della bellezza che ci abita e rispondessimo alla nostra vocazione raccogliendo i pezzi di bene seminati nella nostra esistenza, restituendoli al Signore con riconoscenza, come il sacerdote alla messa quando alza la patena con il Pane e il calice con il Vino come offerta, i nostri occhi vedrebbero con stupore una trasfigurazione: come il Pane e il Vino diventano Corpo e Sangue di Gesù, così la nostra vita sarebbe il segno visibile dell’amore che ci abita.

Gesù oggi non sfugge allo Stato ma ne approfitta per un po’ di catechismo: è giusto pagare le tasse in cambio di un servizio che ci viene garantito, anche se, ai giorni nostri, si fa fatica a comprendere tra manovre, tasse ed evasioni fiscali, DPCM, mascherine sì e mascherine no ma ci propone un oltre, un passo in più nella verità: restituire perché io, nella vita, sono in debito, in debito verso i genitori, gli amici, la scuola, il dottore, lo Stato, il mio padre spirituale e tutti quelli da cui ho appreso l’arte di amare e credere, da chi mi dà affetto, da tutti coloro che hanno scritto qualcosa di bello che ha nutrito il mio cuore o mi hanno detto e dato qualcosa per cui sentirmi migliore; restituire a chi ha dato la vita nel martirio o in guerra per salvare il Paese.

Tanto ho ricevuto, tanto ricevo e tanto posso restituire. Soprattutto da Dio. Io che ricevo in continuazione benefici e doni gratis e perché non dovrei restituire? Da lui viene il respiro, la gioia, la simpatia, il bisogno di tenerezza, di essere amata, i talenti che scopro nel cammino, la nostalgia dell’eterno e io non devo pretendere ma rinnovare la gratitudine.

Tra le mani quella moneta: Cesare non è Dio. A Cesare diamo le cose, a Dio quello che siamo restando liberi e senza prostituirci o mercanteggiare a basso costo perché noi siamo preziosi agli occhi di Dio e non apparteniamo ad altri che a lui.

Gesù questo ricorda allo stato di potere umano: non rubare l’uomo perché è cosa nostra. Mia e di mio Padre.  

Oggi ci sia dato di accorgercene e restituire tutti i pezzi di bene sparsi nel mondo. 

#LABUONANOTIZIA
11 ottobre 2020 – XXVIII domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14

In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Buongiorno sono il sole, dopo tre settimane in vigna ora Dio ci prepara una festa, sì, una festa tutta per noi! Perché la festa? Perché a Dio piace la gioia dello stare insieme e le migliori le organizza solo lui.

Gesù per mostrarci il paradiso, dice che è un bel banchetto preparato dal Padre per lui. Immaginate un buffet di quelli in una villa pazzesca, dove arrivi e ti accoglie una sventagliata di tartine, prosciutti, panini, salmone, fritti e spuntini d’ogni tipo e gusto e, come aperitivo, champagne per brindare agli sposi. Gesù non vuole dirci di essere festaioli e gaudenti ma essere felici, ci dice che il Regno dei cieli è vicino e che è simile a un re che ha fatto un banchetto di nozze per suo figlio e non dobbiamo puntare al banchetto ma al re che ha fatto il banchetto, che organizza un party da urlo ma che a nessuno interessa perché hanno tutti un impegno improrogabile e annullano l’invito.

  Oggi il padre dello sposo vuole invitare te e te che fai? 

Se decidi di andarci sappi che nel Vangelo conta se ci vai con tutto te stesso non perché non avevi nient’altro da fare, conta se ci sei, sei vivi l’allegria delle danze e bevi il vino nuovo della vita con il tuo abito più bello.

Nel mondo c’è chi non ama le feste e non ci va permettendosi pure il lusso di puntare il dito su chi e come organizza le feste.

Come siamo strani a volte: la festa è simbolo della gioia e io non faccio altro che lamentarmi dalla mattina alla sera su tutto e su tutti, mi arriva un invito valido per due col mio nome, scritto a mano e con una certa eleganza, segno che a quella festa sono voluto proprio ed io e lo rifiuto perché ho migliori alternative per far divertire il mio cuore svendendomi a inutili compromessi.

Ma lo desidero veramente il Regno di Dio? Voglio che questo Regno venga in me dandomi una scossa di luce e di gioia?

Lasciamoci provocare da una pagina di Vangelo molto attuale:
come ci poniamo nei confronti di quelli che vengono descritti incapaci di far festa?
abbiamo capito cosa intende Dio per festa?
O abbiamo un’idea sbagliata del far festa di Dio?
Forse crediamo che Dio ci prepari una festa sottotono, noiosa, da perditempo se preferiamo altro. Ma il Vangelo ci dà tutte quelle sane istruzioni per passare da quelli che si scandalizzano di certe location usate per feste dal sapore di Dio a persone che godono delle offerte gratuite che ci fanno appiccicare il cuore al cielo: niente inviti personali validi per due ma tutti sono invitati.

Questo è il Dio che conosciamo noi, che quando l’uomo rifiuta con inutili giustificazioni non sposta l’evento su Facebook per raccogliere più invitati ma allarga i paletti del suo entusiasmo, non si fa prendere dal panico dei piccoli numeri calcolando scrupolosamente i posti a sedere, ma esalta le aspettative: dai molti passa a tutti senza curarsi dei giudizi. Esagera, fino quasi a dare fastidio: alle sue feste partecipano tutti, anche le prostitute e i peccatori, tutti anche i cattivi che saranno i primi a vedersi coinvolti nelle sue tenere attenzioni per mostrarsi come è veramente è, a volte imbarazzante. L’importante è non presentarsi da straccioni ma andarci col vestito bello e farci un’unica domanda: sappiamo distinguere tra baldoria e festa?

Una possibilità, se la vogliamo, mai un obbligo, ma la festa è per noi, non guardiamo a chi ha declinato l’invito chiudendosi in false apparenze, guardiamo al cuore di chi ci ha invitato, magari provando la sensazione di tristezza che ti prende quando ti metti ad organizzare un banchetto di grasse vivande e costosissimi vini e nessuno accetta di venire alla nostra mensa. Non guardiamo alla sala vuota perché oggi è un dono e Dio vuole noi, ha desiderio di noi, del nostro cuore, della nostra sete di Verità.
Sta lì, accovacciato alla porta del nostro cuore: quel banchetto è per noi e se ci fidiamo è davvero la festa più bella del mondo, preparata col Cuore da Dio. È lì che si impara ad amare.

Comunque sia, alla festa ci va chi vuole andare.
ciao belli

#LABUONANOTIZIA
4 ottobre 2020 – XXVII domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per mio figlio!.
Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!.
Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».


Buongiorno sono il sole, eccoci di nuovo in vigna con il nostro Dio contadino che sa dedicare alla sua terra tutto il tempo e il cuore che ha.
Se è vero che quella vigna sono io è bello sapere che Dio dedica tutto sé stesso con tanta passione e che, anche se i frutti non maturano, non demorde, se arriva la tempesta o non piove, lui instancabilmente controlla, cammina avanti e indietro tra i filari, accarezza le foglie e tocca delicatamente gli acini, con tutta la sana preoccupazione di chi vuole il vino buono anche quest’anno, con quella meraviglia e stupore di chi dice gioioso: non me lo sarei mai aspettato! 
Un Dio contadino che, anche se il mio io rifiuta la cura perché pensa di saper badare bene a sé stesso, sa rispondere con infinita pazienza, ricominciando sempre da capo.

Cosa vuole da me Dio? 
Vuole il frutto della vigna, vuole che la vite porti frutto, tutta la vigna e non solo il mio bel tralcetto. Se io mi preoccupassi di coltivare la mia terra, curando che le barbatelle siano il segno di un bel raccolto avrò sì un buon vino ma sarà solo per me e la mia famiglia, gioiremmo in pochi ma, se invece io potessi, come Dio, avere uno sguardo su tutta la vigna che è il mondo, che bello sarebbe gustare e contemplare un’abbondanza senza fine.

Ma la storia che Gesù ci racconta oggi purtroppo non si rivela in tutta la sua tenerezza dove lo sguardo riposa sul bello, no! qui si arriva ad ammazzare pur di far vincere il proprio tornaconto personale. Dove Dio sogna la solidarietà, la generosità, la vicinanza complice di un collega che ti dà una mano affinché il tuo raccolto quest’anno possa essere migliore, dove, al posto della concorrenza, vige la legge della complice amicizia, il mondo alza la mano contro il fratello, vive di duri compromessi, fa il male per avere i propri vantaggi, si ostina su vie non buone e arriva anche alla perfida stoccata finale, dove la forza bruta ti trasforma in animale: 
«Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità!». 
Qui vince chi è più violento.

E allora Dio cosa vuole da me?
Cosa farà Dio a queste persone? 
Beh! dove il mondo direbbe vendetta Gesù oppone un altro sogno:
«La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi. Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Il nostro Dio contadino sa che i suoi figli amati porteranno frutti buoni, grappoli illuminati di sole e splendidi di luce. Gesù è venuto a portarci il sogno di Dio: non il possesso, la violenza e il potere, ma frutti di generosità, pace, giustizia e onestà. Bontà, bellezza e provvidenza è il sogno che Gesù viene a portarci, è Dio in mezzo a noi.

Un Dio che ricomincia sempre da capo, un Dio contadino che non demorde mai ma che ha solo deciso di cambiare gestione e di iniziare una nuova stagione. Buona vendemmia a tutti e che sia vino buono oltre che nuovo!
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
27 settembre 2020 – XXVI domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Buongiorno sono il sole, quante volte abbiamo ascoltato questa storia che inizia così: «Un uomo aveva due figli…». Proviamo allora ad immedesimarci in uno dei due, leggiamo la storia e capiamo chi.

Questo vangelo mi fa venire in mente la bellissima massima di San Paolo ai Romani: faccio il male che non voglio e non compio il bene che voglio e, mentre lo penso, guardo questi due figli di papà: uno dice «no» a mo di ribelle, il secondo con il suo «sì» è il tipico devoto. Anche se il nostro cuore è spaccato in due, con Gesù non si può fingere di essere diversi da quello che siamo veramente perché ci ha creati suo Padre e sa di che pasta siamo fatti ma questi due cosa hanno in comune con noi? cosa c’entrano con noi con il ribelle e il devoto?
Nessuno dei due si sente figlio… per loro il padre è un estraneo che dà semplicemente ordini da eseguire dove la vigna non è cosa nostra, è un lavoro come un altro da fare e basta.

Ma qualcosa cambia la storia di questa vignetta ed è il pentimento. 

Il ribelle si pente, capisce di avere sbagliato strada e torna indietro sui suoi passi, cambia modo di vedere le cose e le persone, il suo datore di lavoro diventa il padre e lui si sente figlio, quell’uomo non è più il padrone della vigna ma il punto cardinale della famiglia e «tutto quello che è suo è mio», la vigna è anche mia e dalla vendemmia ci sarà il vino nuovo, il vino della festa.

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Il ribelle.
Sì, è vero, perché Dio non vuole persone che i suoi figli obbediscano capo chino e senza sorriso, vuole figli che partecipino alla sua festa collaborando con gioia.

E il figlio devoto che fine ha fatto?  Non torna alla mente la parabola del figlio prodigo? Il devoto disse sì ma poi non ci andò, come il figlio maggiore che ha sempre sacrificato la propria vita per il padre, per paura, per comodità, per restare nella certezza, ma alla fine crolla. Il figlio ribelle è come il figlio minore che parte per poi tornare indietro ed esplode di vita, la sua vita la vuole vivere davvero, ma poi capisce che c’è un padre che lo cerca e quest’esperienza dura è servita a renderlo uomo, è morto ragazzo ed è rinato adulto ed ora torna in vigna, torna alla famiglia, torna tralcio unito alla vite, alla vite vera.

Questa è la nostra vigna, possiamo scegliere la sterilità di una stagione senz’ acqua e senza vita, acini belli ma piccoli e quindi con poco vino anche se buono, oppure la gioia di aver trasformato la terra arida in vigna coi grappoli che brillano al sole dove tutta la famiglia scende in campo a vendemmiare, cantando di gioia la bellezza dello stare insieme e brindare col vino nuovo, riportando sorrisi e gesti di tenerezza nel normale tran tran di ogni giorno, dove anche a tavola si vive con stile cortese usando parole come permesso, scusa e grazie, invece di urla e grida per imporre il proprio pensiero; vino nuovo, gesti gentili, sguardi sereni e abbracci.

Gesù ci regala un’altra perla: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».
Ribelli o devoti che siamo, in Dio non c’è condanna ma la promessa di vita nuova, è Buona Notizia perché Dio ha fiducia di me, di te e di tutti, prostitute comprese, persone che si vendono per niente, corrotti e peccatori. Dio gli errori non li conta, non guarda il ritardo nella risposta, ma ci corre incontro se vede il minimo accenno a tornare a casa. A lui non interessa altro che il cuore, il mio cuore diviso.
Come ci vo a messa oggi?
Tutto vestito a puntino, bello bello nel mio completo nuovo, facendo di tutto per apparire e fare il piacione?
No, non facciamo fatiche inutili, a Dio interessa il cuore, come insegna bene Santa Teresina, a Dio piace il vestito ordinario, quella faccia che metto tutti i giorni, con i miei amici, i miei cari, i miei colleghi, a Dio piaccio così come sono, non la maschera che metto per garbare a tutti, a Dio piace il mio vestito rotto come quello delle prostitute che vengono in chiesa mezze ‘gnude ma sono sincere.

A Dio interessa il mio cuore, a Dio interessa se amo! 
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
20 Settembre 2020 – XXV domenica del Tempo Ordinario – Rito Romano – Anno A

 

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perchè ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perchè io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Buongiorno sono il sole, è tempo di vendemmia anche a casa del Dio vignaiolo. Come mi piace il Vangelo che usa tempo e spazi nostri per parlarci del suo sogno di bellezza, misericordia e bontà.

Oggi leggo questo Vangelo affacciata alla finestra e vedo una vigna immensa, nei vangeli spesso se ne parla perché al contadino piace lavorare la vigna, prendersene cura e se il contadino in questione è Dio, ancora di più. La vigna di Dio è il mondo dove ci sono anche io e lui ci mette tutta la passione possibile per farmi diventare più bella.
Esce all’alba, a metà mattina, a mezzogiorno, nel primo pomeriggio e al tramonto per cercare operai del Bello e del Buono e del Vero per la sua vigna.
Esce e cerca e alla fine, come tutti, paga: li mette in fila e, partendo dagli ultimi assunti, come il Vangelo chiede, inizia a ricompensare del lavoro svolto come pattuito da contratto, naturalmente, i primi borbottano perché il padrone paga tutti allo stesso modo, 50 aveva pattuito e 50 dà. Forse è esperto in agricoltura ma ministro dell’economia e della finanza non lo faremmo mai, di contabilità non se ne intende ma, se vogliamo fare un passo in più verso il Regno, la svolta si gioca qui: un Dio contabile e ragioniere non convince né converte, un Dio buono sì, anche se tutta questa bontà di Dio, a qualcuno fa male.

È bello questo Dio che è buono senza un perché, che preferisce la misericordia al merito, che non segue i sentieri della giustizia umana con i suoi cartelli che mostrano l’itinerario da percorrere per salire in vetta stile CAI, ma preferisce perdersi su stradine dove si trova un di più di vita e un di più di amore, strade che portano dritte dritte al Regno dei cieli.

Questo Dio premia tutti allo stesso modo non perché ce lo meritiamo ma perché ne abbiamo bisogno. I primi protestano e piangono come Calimero che cammina al ritmo del non è giusto, sono tristi perché fanno fatica a capire e comprendere che la bontà non sta sullo stesso piano della loro giustizia, la supera.

L’amore non è giusto, è di più!

Il Dio contadino ti dice che, se vuoi essere felice, devi avere uno sguardo diverso con chi ti cammina accanto, con chi arriva ultimo e si becca il posto migliore, che devi preoccuparti di quello che lui ti dà visto che potrebbe anche non dartelo, che non devi misurarti sui tuoi meriti, sacrifici, preghiere, sforzi e la tua fedeltà, ma devi mettere da parte i tuoi per accorgerti che lui è buono e fedele, per capire che nella sua generosità ti dà molto più di quello che chiedi.

Stiamo attenti, non sia mai che arrivi a chiederci: «sei forse geloso perché io sono buono?».
Facciamo in modo che incontri la gioia del nostro stupore: Dio, che bello! Sei troppo buono!! 

Ciao Belli

#LABUONANOTIZIA
13 settembre 2020 – XXIV domenica T.O. – Rito romano – Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.
Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


Buongiorno sono il sole, si parte dal perdono, non da un punto di vista quantitativo ma qualitativo, non si preoccupa il Signore di dirci quante volte perdonare, dato che riuscire a perdonare anche una volta sola basterebbe, se fatto col cuore e veramente convinti, piuttosto dall’assumere uno stile di vita sul ritmo del battito del cuore di Dio. Alla domanda dei discepoli lui risponde con un settantavoltesette che praticamente è sempre. Se non sappiamo quante volte perdonare perdoniamo senza misura, come il suo amore che è smisurato.

Perché perdonare l’altro che mi ha fatto del male? perché così fa Dio amici belli. Il cuore di Dio non ha memoria, Dio si dimentica. Come disse papa Francesco in quel meraviglioso Angelus sul perdono: “Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti”.

La Buona Notizia è questa possibilità di imparare a perdonare come fa Dio e vivere le relazioni basandole sulla misericordia.

Per spiegarcelo meglio Gesù ci racconta una parabola: c’era un poveretto che doveva un debito mega al suo padrone, non sapeva fare altro che implorare il re di cancellarglielo buttandosi in ginocchio. La cosa bella è che il re aveva tutto il diritto di avere quei soldi, anche a rate senza interessi, eppure mette da parte il diritto per condonare, dove con-dono fa rima con per-dono. Il re non solo cancella il debito ma insegna la compassione, sente suo il dolore del servo, il dolore dell’uomo conta di più della giustizia, fa cambiare i programmi anche quando tutto è organizzato a pennello, fa uscire dagli schemi e regala relazioni inaspettate. Eppure, come sempre, il vangelo qualche difficoltà ce la rende, così accade che il poveretto di cui sopra ricevuto il perdono, «appena uscito», non l’indomani, non un mese dopo, appena uscito, subito, all’istanteimmediatamente dopo, trova uno che gli doveva pochi soldi, cento denari dice il Vangelo, 100€ al massimo, che fa? Lui con la gioia ancora nel cuore per aver ricevuto un condono pazzesco, appena restituito alla libertà, cosa fa dopo aver fatto l’esperienza di come sia grande un cuore di re? «Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”».

Stessa scena di cui sopra, stessa mossa da parte del debitore che si butta in ginocchio implorando pietà a lui perdonato di miliardi! Il risultato però è diverso, per l’uomo quel che è giusto è giusto, ma a volte la giustizia non serve per fare un uomo nuovo, noi si vive per convenienza ma Dio pensa per eccedenza, alla nostra giustizia risponde con la compassione, la pietà e la misericordia, col perdono.

Perché devo perdonare? Perché imparo a fare ciò che Dio fa, perché imparo ad avere il cuore di Dio, perché imparo ad essere eccedente di amore nelle mie relazioni marcate a convenienza e bisogno di gratitudine. Perché devo perdonare e perdonare sempre? Per imparare a lasciare andare, liberare.

Quando il sacerdote nella confessione mi assolve, mi dà la libertà anche di sbagliare ancora. Così fa Dio. La Buona Notizia è questo perdono che alla fine scombina i miei piani e le mie cose logiche; perché è logico secondo voi piantare un muso a chi ci fa del male? È logico meditare una vendetta perché l’altro ci stia male? È logico rivendicare diritti e rivangare sempre il passato marchiando a fuoco ogni sbaglio? O è meglio essere illogici e pensare di avere il cuore di Dio che mai si stanca di perdonarci?

Il Padre amoroso che sempre perdona ci insegna ad amare e ad agire come fa lui, un amore esagerato che ama tutti per sempre!

 

#LABUONANOTIZIA
06 settembre 2020 – XXIII domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


Buongiorno sono il sole, in questa domenica si parla di perdono e di piccoli numeri, quei piccoli numeri che tanto piacciono a Gesù.
Sì, questa domenica la Buona Notizia è tra il quotidiano della vita fraterna, le nostre amicizie, le relazioni, i gruppetti, la Buona Notizia passa anche in mezzo ai conflitti, quelle cose un po’ storte della nostra vita come storte sono certe incomprensioni messe nel cassetto male e che restano i classici del nostro orgoglio ferito che non passano mai. La Buona Notizia oggi passa anche tra le gelosie, i fraintendimenti e tanti altri atteggiamenti normali, quotidiani, che non hanno il sapore del raggio di sole.
Se crediamo, e lo so che lo crediamo, che «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» allora ricongiungere i muri con un bel ponte, superare la strada del conflitto, riappianare il sentiero dell’amicizia non è cosa da uomini, non ce la potremmo mai fare, ma è cosa di Dio e a noi è dato solo, ma mettendoci il massimo impegno, di salvare l’impronta di Dio in noi. A noi è dato, ed è una cosa grandissimamente bella, di recuperare il marchio impresso nel nostro cuore.A noi è chiesto di recuperare al più presto quell’immagine che c’è in noi e tra di noi attraverso il perdono, i piccoli numeri e la preghiera, solo allora la fraternità, l’amicizia, le relazioni, saranno tutte sul piano della comunione, della Trinità e, quanto più sarà difficile, tanto più sarà semplice!
«Dove 2 o 3» sono piccoli numeri, sono verbi che sanno di intimo, che hanno il sapore di quelle cose vissute tra amiche, che sanno di divino, di parole condivise, di sguardi incontrati.
Sorridi oggi la Buona Notizia ha verbi bellissimi come «ammonire, ascoltare, risolvere, sciogliere, accordare, guadagnare», niente di più bello perchè tra le righe, c’è il verbo salvare, proteggere, custodire. Amare.
Come solo una padre e una madre sanno fare.
Dio con noi è così, a noi è chiesto questo perchè «dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Dio è all’opera a noi l’arte di contemplare e di imparare.
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
30 agosto 2020 – XXII domenica T.O. – Rito romano – Anno A 

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,21-27

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Buongiorno sono il sole, Pietro, dopo che domenica scorsa ha fatto la sua bella professione di fede, ora cerca di dissuadere Gesù in quello che per Gesù è vitale e lui non usa mezze misure, va giù duro, gira lo sguardo e li becca tutti, uno in fila all’altro, per ognuno a parole concrete, folli, forti come forte è la logica del cammino pasquale.

Tra quei tutti ci siamo anche noi e l’invito è prendere la nostra croce e a seguirlo, perché camminare verso la pasqua, non è solamente contemplare e accompagnare Gesù nel mistero della sua passione, morte e resurrezione, nel mistero dell’offerta della sua vita, nella sua accettazione della volontà del Padre come Figlio ma è comprendere, con la nostra vita, fino a che punto l’amore di Dio osa spingersi e, di controcanto, fino a quanto siamo disposti a spingerci noi.

L’invito è assumere un impegno personale nel cammino di croce che non è fallire, non è gettare la spugna, non è crollare perché non ce la facciamo più, non è rifiutare, disprezzare o accantonare l’idea di morte, che tanta paura ci fa, ma è diventare veri discepoli, abbandonando una logica che intrappola e affidarsi a un nuovo che ci rinnova nella mente e nel cuore.

Se vogliamo essere veri prendiamola quella Croce, rinneghiamo noi stessi e seguiamo Gesù anche se ci costa, restiamo lì, anche in quelle situazioni dal sapor di sofferenza e paura, stiamo lì con il timore e il tremore, stiamo lì con lui, con i nostri dubbi, le nostre faticose perplessità, il nostro perseverante non sentirci degni, stiamo lì perché solo lì con lui potremo, finalmente, fare l’esperienza che Cristo risorto viene a cercarci in tutta la sua Luce.

Lui ti ha scelto, ti vuole con sé, ti ha chiamato e accompagnato nella Chiesa, tu l’hai riconosciuto come il Figlio del Dio vivente ora lasciati amare sino alla fine; abbandona la tua volontà e obbedisci nelle piccole cose, allora sperimenterai la gioia che nessuno potrà mai toglierti, la libertà che solo donandoti per amore sulla Croce si sperimenta. Buona strada!
ciao belli


#LABUONANOTIZIA
23 agosto 2020 – XXI domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-20

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.


Buongiorno sono il sole, la Buona Notizia è una domanda che tanto ordinaria non è, una domanda che, ogni tanto, Gesù ci butta lì come per sondare il terreno della nostra piccola e fragile fede, per capire se stiamo svegli con le nostre lampade accese e per vedere se lo stiamo seguendo su quel terreno dove vincono gli apparentemente perdenti: «Voi chi dite che io sia?».

La paura o il timore di sbagliare non ci blocchi mai nella vita perché il passo oltre si vive soltanto facendolo e, oggi, Gesù lo chiede a noi. Lui non ne vuole sapere delle chiacchiere della gente, di quello che la gente racconta gli interessa il giusto e quel ma ce lo conferma!

«Ma voi, chi dite che io sia?».  Ma te, Francesca, ma te, Paolo, Sara, Nicoletta, ma te cara e caro figlio di Dio, chi dici che io sia? C’è sempre qualcuno che risponde al posto nostro, che ci salva con la risposta esatta o interviene a galletto per mostrare che ne sa sempre una più degli altri, qui è Pietro che dà la risposta che tutti s’aspettano, ed è su questa risposta da genio che dobbiamo capire cosa c’entri Gesù, il Figlio del Dio vivente, con noi, piccole donne e piccoli uomini del nostro tempo.

Gesù c’entra nella misura in cui vogliamo conformarci a Lui che, come Figlio, non ha fatto altro che compiere le opere del Padre, non ha fatto altro che fare ciò che il Padre fa’, Lui che, come figlio del Dio vivente, riflette il Volto del Padre sulla terra e sa di vita eterna, perché una sola cosa con il Padre e dona vita.

Gesù c’entra con la nostra vita e Pietro l’ha capito al volo, qui sta la sua e la nostra beatitudine perché appena urla il nome del Cristo si sente chiamare per nome, la sua vocazione. Pietro potrebbe passare per quello che le sa tutte e le spara in fila anche se ogni tanto inciampa ma Pietro ha incontrato Gesù e questo incontro gli ha cambiato la vita, Gesù gli ha chiesto tutto, barca, casa e famiglia, ma Pietro non l’ha etichettato come quello che passa nella vita per toglierti quello che hai, Gesù passa nella sua vita donando senso.

Ma tu, chi dici che io sia? chi io sono per te? Passo nella tua vita come qualcuno che ti toglie qualcosa o come qualcuno che ti dona tutto?

La Bella Notizia è una domanda, la nostra domanda: Gesù chi sei per me? Se rispondo come una canzone famosa che Tu sei la mia vita, allora la vita è felicità, gioia, libertà, dono, gratuità e bellezza. Se come Pietro rispondo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», la vita non sarà un gioco di formule imparate a catechismo da tenere a memoria ma qualcosa che veramente tocca il cuore, qualcosa che ci fa fare un passo in avanti nel nostro cammino di fede.

Pietro era un pescatore rozzo, con le mani gonfie che ancora puzzavano di pesce e Dio se lo è scelto per guidare la Chiesa, noi forse siamo un po’ diversi, ma siamo tutti figli dello stesso Padre, non un Dio che controlla ma che gusta l’amore che riusciamo a dare. Pietro era un pescatore e ha vinto il premio più bello, sul suo cuore Dio decide di edificare la Chiesa e a noi chiede di non dire a nessuno che egli è il Cristo, non perché la fede sia un segreto e zitti e buoni che siete dei privilegiati ma perché i suggerimenti non valgono, ognuno deve incontrare il Signore, lasciarsi scardinare le certezze e in questo incontro rispondere a quel ma.

Noi però possiamo accompagnare all’incontro con la bellezza con la nostra testimonianza che la vita è cambiata stando con Lui perché, nella vita, si procede per incontri, non per sentito dire. 

Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
16 agosto 2020 – XX domenica T.O. – Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». “È vero, Signore”, disse la donna, “eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Buongiorno sono il sole, il Vangelo che narra così bene l’incontro di Gesù con la Cananea, la mamma che per l’amore della figlia fa di tutto ed è disposta ad accettare tutto pur di trovare un po’ di consolazione, anche le briciole se servisse, è lo stesso di qualche giorno fa. 
L’ho letto e l’ho riletto ma non mi piace ritrovare nel Vangelo le stesse cose, perchè se il Signore ripete un concetto è perché vuole dire qualcosa di diverso alla mia vita ed è su questo desiderio che mi lascio dire anche qualcosa di scomodo se serve a migliorare.
In un tempo in cui, come allora e come adesso, la parola separare e dividere era il morivo dominante per mettere da un lato i buoni e dall’altro gli stranieri Dio dice che Gesù è venuto per le pecore sperdute di Israele.

Il Messia sarebbe stato solo per gli israeliti, per riportare a Dio queste pecorelle perse per strada e i pagani, detti i cani, sarebbero rimasti esclusi. 

Ed è qui che ritorna la nostra donna cananea, la pagana, la nemica, è qui che entra in gioco piangendo nel tentativo di strappare da Gesù un aiuto per sua figlia.

I discepoli, che ho sempre pensato stessero dalla parte dei guastatori, di coloro che vogliono porre un ostacolo al bene perché il Maestro possa percorrere la sua strada senza imprevisti, oggi li rivaluto nel loro tentativo di convincere Gesù ad esaudire il desiderio della donna e Lui reagisce dicendo quello che sin da piccolo ha sentito: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». E questa donna non è un’israelita, ma una pagana, una nemica e per lei non c’è nulla.

Ma egli non le rivolse neppure una parola. Un gesto che fa presagire poco di buono e un tentativo di andarsene, di continuare il suo percorso, ma è la supplica insistente e le lacrime della donna a modificare il copione. I discepoli sono davvero commossi da questa scena e fanno squadra alla donna: ma non senti come piange il mondo? ma non vedi come l’umanità sta soffrendo? ma perché non ascolti il grido di questa donna che rappresenta tutti? ma perché guardi al passaporto se ciò che ci rende uguali sono le lacrime?

Ed è qui il vero miracolo, perché Gesù non vedeva l’ora di essere se stesso, il Gesù che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi, quello che ascolta, accoglie e ama, che accarezza, coccola e sorride, che cambia la storia a partire dalla tua fede e lo fa con tenerezza: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».

Ci piacciono i confini nel religioso, ci piace mettere paletti ai nostri territori del sacro, ci piace separare la nostra religiosità dove ormai non hai più gusto né olfatto, né sapore, come sono i sintomi del Covid, facciamo quello che ha fatto Gesù che ha spostato i confini del Tempio a misura dei confini del mondo, spostiamo i muri che la Chiesa continua a mettere sulle membra stanche e sofferenti dell’umanità, meglio poche messe ascoltando chi realmente ha bisogno e includendo anche chi si è perso per strada.

Questo tempo ci sta insegnando che se la gente non viene più in Chiesa non è perché ha paura del Virus ma perché gli manca qualcosa che in Chiesa non c’è più e che quello che la Chiesa dà oggi può trovarlo benissimo anche da un’altra parte. Crediamo che essere testimoni della salvezza sia trovare il modo di moltiplicare le messe con un numero di preti che diminuisce ma invece constatiamo tristemente che per la pretesa umana di accontentare tutti ci ritroviamo poi con un’infinità di messe slavate dove tutti siamo distratti pensando ad altro fuorché al Mistero di Dio che non siamo più capaci di donare.

Non siamo fatti per le briciole ma per la bellezza, la pienezza, se imparassimo a scrutare, come i veri cercatori di Dio sanno fare, che quello che Gesù realmente vuole compiere nella nostra vita non è dividere, separare, controllare, adeguare ma incontrare tutti, arrivare a tutti, stare con tutti, esaudire tutti per la fede che è nel nostro cuore, se capissimo che la sua potenza non può essere tenuta ingabbiata in una Chiesa, in nessuna Chiesa del mondo allora finalmente capiremmo che sono le persone del mondo ad esser contenute nel Cuore buono di Dio. Ed è Lui che le salva non i nostri programmi perfetti. 
Davvero grande è la tua fede se ti fai piccolo e ascolti ciò che Dio veramente ti vuole dire per guarire non solo tua figlia ma te prima di tutto.
Ciao belli


 
#LABUONANOTIZIA
15 AGOSTO 2020 – ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

(MESSA DEL GIORNO)
SOLENNITÀ

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.

Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Buongiorno sono il sole ed è l’Assunzione di maria Vergine al cielo, la semplicità di Maria è portata alle stelle e si merita di essere accolta da suo Figlio, lei che lo ha accolto nel grembo senza riserve.
Suo Figlio stesso la incorona Regina del Cielo e della terra, ed è ancora lei la protagonista in questo gioco di stelle.
A me piace l’Assunzione perché mi fa rileggere l’incontro di Maria e di Elisabetta gustandone la delicatezza.
Maria è andata da sua cugina per darle una mano, ha corso in fretta quando ha saputo che l’anziana parente aspettava finalmente un bambino, tanti chilometri senza sapere che anche a lei, Dio, aveva fatto un gran bel dono.
Va’ di corsa Maria, con gioia percorre quel tragitto che da Nazareth porta ad Ain-Karim e non sono due metri! Va’, con l’entusiasmo di chi nel cuore ha momenti di festa e canta: «L’anima mia magnifica il Signore (…) perché ha guardato l’umiltà della sua serva».
Sono queste le parole che dice ad Elisabetta come a dire: Dio mi ha guardata, si è accorto di me. Lui, la Bellezza, ha perso la testa per la mia semplicità.
Tutto quello che abbiamo letto in questi mesi, tutto quello che per noi è la Bella Notizia del giorno, tutto quello che Gesù ha fatto prima di ascendere in cielo, lui – che adesso è lì, dentro di lei – l’ha imparato da Maria di Nazareth: le beatitudini a memoria come noi impareremmo le tabelline, la moltiplicazione dei pani e dei pesci dividendo anziché moltiplicando, le carezze, gli sguardi teneri, l’ascolto, la commozione e la compassione, l’accoglienza di tutti. Ha imparato tutto da sua Madre e, un giorno, sua Mamma la chiameranno beata e attorno a lei nasceranno le più belle preghiere del mondo: Magnificat, Ave Maria, Rosario, Salve Regina…
Mi piace l’Assunzione perché oggi mi pare di vederla Maria da Elisabetta a raccontarle la predilezione che Dio ha per lei: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».
Un anticipo di simpatia a disposizione nostra amici belli: «La sua misericordia si stende su quelli che lo temono».
Mi sembra di sentirla: Elisabetta, ti anticipo che ci saranno giorni di misericordia. Li sento già in arrivo!
Poi l’entusiasmo prende le pieghe della delicatezza e continua nel ritmo della gratitudine: non è merito mio, però, cugina, è lui che è generoso.
Dieci volte glielo ripete:
è lui che mi ha guardata, è lui che ha fatto,
è lui che ha spiegato il braccio, è lui che ha disperso,
è lui che ha rovesciato, è lui che ha innalzato,
è lui che ha ricolmato, è lui che ha rimandato,
è lui che ha soccorso, è lui che si è ricordato.
Grande Maria: hai creato la suspense con il tuo gaudio meravigliato di donna guardata e poi ti sei tirata in disparte per fare posto all’Eterno:
non io, Elisabetta, ma Dio.
Capisci, Elisabetta? qui dentro c’è Dio che sta nascendo.
L’Assunzione è la bellezza, è la semplicità di Maria, un grembo che Dio ha scelto per nascere nella storia dell’uomo! me l’ha promesso, come aveva detto ai nostri padri.
In questo giorno rimango sempre a contemplare il Trittico della Cattedrale di Montepulciano, un’opera magnifica dedicata totalmente a Maria Assunta, scritta magistralmente da Taddeo di Bartolo nel 1401. Mi fermo e rimango lì: in quelle mani giunte in preghiera, trovo la soluzione a tutte le cose: una
Madre, una Donna, la Madonna, che raccoglie tutte le preoccupazioni del mondo e le trattiene sul cuore per portare tutto in cielo dove c’è un Cuore immenso che non perde nulla di quello che Maria consegna, perché di lei il Padre si fida.
Ed è a Lei che oggi faccio questa preghiera:
Maria, assunta in cielo,
fa’ scendere su di noi una benedizione,
dacci la speranza, dà a noi consolazione,
chiedi a tuo Figlio di benedire tutto ciò che è male,
chiedi per noi la sua carezza sulle nostre desolazioni,
le nostre depressioni, le nostre paure.
Maria, assunta in cielo,
facci sognare in grande,
metti nel nostro cuore l’ansia di partire in fretta
per portare frutti di bene ad altri,
metti sulle nostre labbra canti di gioia,
accarezza le nostre solitudini, le sofferenze dei nostri cari,
dona bellezza e facci amanti del rischio che rende audaci.

Buona festa dell’Assunzione amici belli


#LABUONANOTIZIA
9 agosto 2020 – XIX Domenica del Tempo ordinario  
Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo

Mt 14,22-33

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Buongiorno sono il sole, Gesù si mostra nel suo desiderio di preghiera, vorrebbe concedersi un altro momento lungo di solitudine per stare davanti al Padre in un atupertu che lo ricarichi come domenica scorsa. Vorrebbe, ma non riesce a distogliere lo sguardo dalle nostre preoccupazioni e, ancora una volta, sceglie di scendere nel nostro mare in tempesta come certe tempeste sono la nostra vita.
Non c’è bisogno che vi spieghi tante cose, quando il cuore è agitato è proprio come il mare in burrasca dove la nostra mente vaga per mari sconosciuti in preda alla paura. In queste situazioni sembra che nessuno abbia tempo per stare con noi ad ascoltarci, che nessuno possa riportare
la calma e farci sentire un pochino meglio, anche il Signore sembra sordo ad ogni nostra richiesta di aiuto, siamo capaci di urlare fino a perdere la voce ma lui non c’è e se c’è non risponde.
Quante volte abbiamo implorato sperando:
Signore ascoltami,
Signore ti prego aiutami,
Signore ho paura di non farcela…
Ma dietro a tutto questo c’è anche un’altra certezza e non fingiamo di essere perfettini quando chiediamo aiuto al Signore per poi fare quello che sta meglio a noi perché non ci mettiamo in reale ascolto di quello che vuole dirci.
Sì, noi sappiamo tutto, sappiamo troppe cose ma non vogliamo capire che dobbiamo semplicemente fidarci di lui.
In questa domenica ci è data una nuova possibilità: nella nostra vita vi è il finire della notte, è il momento in cui Dio si prende a cuore le nostre stanchezze e decide che deve dare un taglio alle nostre paure. È  il momento in cui viene verso di noi camminando sulle acque ed entra in gioco il coraggio.
Se ci lasciamo prendere dal terrore che ancora possa capitarci qualcosa scambiandolo per un fantasma va sicuramente a finire male.
Ma, amici belli, Gesù è qui, sul mare agitato della vita e ci chiede di non avere paura, ci invita al coraggio. E allora fidiamoci perché per lui
è davvero tutto possibile.
Mi colpisce la semplicità con cui Gesù chieda a Pietro di scendere dalla sua barca, da quella che è la sua sicurezza, per camminare sul mare dell’imprevedibile.
Se lo chiedesse a me come reagirei?
Per Dio tutto è possibile nella misura in cui crediamo che tutto è possibile certamente, altrimenti, come Pietro, affonderemmo.
La paura blocca e paralizza, se continuiamo ad arrestarci e non fidarci, il nostro cuore sarà solo un nido di mostri e fantasmi del passato che saltano fuori quando meno ce lo aspettiamo per tormentarci e taaaaaac giù in acqua!
Viviamo da cuori liberi, con il coraggio, Dio è con noi, ci tiene per mano e non ci abbandona!
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
2 AGOSTO 2020 – XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 
Per i francescani: DEDICAZIONE della BASILICA PAPALE di S. MARIA DEGLI ANGELI in PORZIUNCOLA – Festa del Perdono di Assisi
Liturgia: Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,24-35)
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: Rabbì, quando sei venuto qua?.
Gesù rispose loro: In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo. Gli dissero allora: Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?. Gesù rispose loro: Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato.
Allora gli dissero: Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo. Rispose loro Gesù: In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Allora gli dissero: Signore, dacci sempre questo pane. Gesù rispose loro: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!.

Buongiorno sono il sole, il Vangelo di oggi per la scrittura di Matteo è uno dei più raccontati, tanto che, oltre i tre Sinottici anche Giovanni dà la sua versione. 
Siamo in un luogo deserto dove Gesù si ritira e dove
celebra la sua Eucarestia, Eucarestia come ringraziamento, una
Messa a cielo aperto, come ultimamente si fa anche da noi.
Una Messa che è sovrabbondanza e moltiplicazione di pane,  Gesù lo fa dopo aver pregato stando in disparte, dopo aver saputo che suo cugino Giovanni Battista era morto.
Lo fa dopo un po’ di solitudine, a tu per tu con il Padre per essere ancora una volta vita data come pane in segno di compassione: come la testa di Giovanni Battista è offerta su un vassoio così la vita di Gesù è offerta come
nuova manna per i deserti del nostro cuore, colmare i nostri vuoti e la nostra fame di senso, per riempire di speranza i nostri giorni, per essere compassione estrema imparando da lui cosa significhi generosità.
La bellezza passa proprio da qui, non per la strada della mormorazione, ma per la strada dei modi e dei gesti di Gesù, che ci chiede di lasciarci conquistare dalla sua passione e dal suo amore che nutre, consola, abbraccia e sorride!
Gesù si ritira ma la gente ha bisogno, la gente soffre, la gente vuole incontrare il suo sguardo e poggiare il proprio cuore sul suo per stare meglio. La gente sa che Lui è il Dio della compassione e tutto questo richiama la sua attenzione.
Il deserto di Gesù diventa il luogo in cui chiede a noi, come ha fatto con i suoi apostoli, di lasciarci coinvolgere, vivere la compassione, fare di noi stessi un dono per gli altri, dare noi stessi da mangiare, non fare i camerieri alla mensa della Caritas con il cuore da un’altra parte ma lasciarci spezzare dai bisogni degli altri.
Gesù, non vuole allontanare da sé nessuno, è come una mamma che nutre e dona vita.
Il Vangelo ci parla di una moltiplicazione ma, nella matematica di Gesù, sfamare tutti passa dalla divisione, dalla condivisione di poco pane e poco pesce a una folla che nel buio decide di stare con Lui.
Poco pane e poco pesce che qualcuno sceglie di dare invece che trattenere per sé gelosamente, poco pane e poco pesce che bastano per tutti perché ConDivisi, come appunto la matematica del cielo insegna: quello che dividi con gli altri si moltiplica, se il mio diventa nostro, anziché diminuire si moltiplica.
La Buona Notizia è il miracolo di questo poco pane e poco pesce che diventa molto se noi usiamo mani e cuore per donare.
«Raccolsero gli avanzi in dodici ceste». 
Tutti mangiano e ne rimane per tutti e per sempre perché il poco che hai e il poco che sei per Dio ha un valore immenso, niente va perduto, neppure una briciola. Niente è troppo piccolo di ciò che fai se lo fai con tutto il cuore.
Dio ama dare la vita, verrà a dare pane a chi ha fame, accendere fame di cose grandi in chi pensa di essere sazio e a noi chiederà di dare noi stessi da mangiare. Ciao belli

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26 luglio 2020 – XVII Domenica del Tempo ordinario  
Rito romano – Anno A

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foto di Eleonora Randellini – La Verna 2020

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,44-52

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Buongiorno sono il sole, nella caccia al tesoro, bigliettino dopo bigliettino, enigma dopo enigma si arriva al gran finale: il Tesoro e la gioia di averlo trovato è la protagonista del momento!
Tesoro, è una parolina piccola ma di grande valore e, per spiegare quanto importante sia un tesoro, mi viene sempre in mente un bel film.
Ne “Il Signore degli anelli”, Gollum, trasformato dall’anello da hobbit (smeagle) nell’ombra di sé stesso, è bramoso di possedere l’anello ed è famosa la sua espressione: «Il mio tessssoro».
Tesoro è una parola rara che viene anche usata dagli innamorati per dire quanto l’altro sia importante, con una carica altissima, si dichiarano a vicenda:tesoro mio!
Tutto questo è il Vangelo.
C’è un tesoro nascosto in un campo che viene trovato da un uomo che, capendo l’importanza del suo valore, pensa bene di nasconderlo.
Il campo non è suo ma gliene importa poco, sa bene che se lo tiene diventa ricco e fa di tutto perché nessun altro lo trovi.
Così è la nostra vita con Dio: se capissimo che solo Dio è il Tesoro più importante ne diventeremmo appassionati cercatori, abbagliati e sedotti da colui che, cercato e amato, può cambiarci la vita e può succedere anche a noi ciò che è successo a quell’uomo che non s’è fregato il tesoro, incurante della proprietà altrui, ma con il cuore pieno di gioia ha venduto tutto quello che aveva per comprare il campo che, se tutto va bene, gli è costato più del valore del tesoro.
Amici belli, è la gioia il nostro tesoro, la gioia di aver incontrato Gesù, la gioia di essere oggetto del suo sguardo e del suo amore, la gioia che ci fa mettere le ali ai piedi e il cuore appiccicato al cielo per muoverci in fretta e stare con lui per sempre, la gioia che fa prendere decisioni importanti, la gioia che ti fa sentire tranquillo di essere sulla strada giusta perché nella vita non si va avanti per colpi di testa o ossessioni che ti fanno perdere il senso ma per una passione, per un innamoramento, per la scoperta di un tesoro perché, «dov’è il tuo tesoro, là è il tuo cuore».
A me è successa la stessa cosa: ho trovato il mio Tesoro, mi ha guardato e mi sono persa in lui, ho lasciato tutto e ho avuto il Tutto, credevo di aver perso qualcosa ma non ho perso nulla, anzi, ho ricevuto e ricevo molto di più, più speranza, più luce, più cuore.
Ho tutto perché Dio è il mio Tesoro e averlo seguito è stato l’affare migliore della mia vita. Da quel giorno, pur con qualche difficoltà, non smetto di dire grazie per questa vita Bella, Buona e Beata, vita appassionata e gioiosa, vita faticosa ma piena di speranza e soddisfazioni.
Dio è il mio tesoro?
Dio è il mio tesoro.
È dono o obbligo?
Dio è il mio tesoro, l’ho cercato e l’ho trovato, ma forse è più vero che l’ho trovato senza averlo cercato oppure che ho trovato più di quello che cercavoho ricevuto più di quello che ho lasciato.
Ho trovato un tesoro ed era l’Amore del sogno, il Sogno di un Padre per cui vale la pena vivere. Ciao belli

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19 luglio 2020 – XVI Domenica del Tempo ordinario  
Rito romano – Anno A

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,24-43

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?. Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo!. E i servi gli dissero: Vuoi che andiamo a raccoglierla?. No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».


Buongiorno sono il sole, buona domenica in un campo di grano, nel terreno buono del nostro cuore che abbiamo imparato a preparare per accogliere il buon seme, quel terreno così buono che le erbacce hanno deciso di farci casa.
Cosa fareste voi se nel vostro giardino con i bei fiorellini ci fossero delle erbacce bruttine a rovinarne i colori? è la stessa domanda che si fanno i servi del vangelo di oggi.
Gesù, che si fa? si strappano? «No, perché rischiate di strappare il buon grano!».
Se guardo al giardino che è il mio cuore, sapendo che zizzania è tutto ciò che in me rende difficile l’incontro e il cammino con il Signore, strapperei ciò che è sbagliato, ciò che non va ma lui mi invita alla pazienza, nella notte più scura mi dice di vegliare, di aspettare il mattino, nel buio del dolore e della fatica rischierei di fare danni irreparabili solo perché non vedo bene le cose che ho davanti.
Lui ha il suo stile ed è la piccolezza, crede nell’insperato, con la certezza che, dalle piccole cose, può venire fuori un grande risultato, come la gran focaccia con un pizzico di lievito.
Guardiamo questo Dio contadino che non si mette a fissare le cose che non vanno ma accende di infinito il nostro sguardo per vedere oltre, che, alla sera, quando si fa l’esame di coscienza, non si mette a guardare le cose che non sono andate per il verso che avremmo voluto, ma fa il conto del bene dato e ricevuto.
Impariamo da questo Dio contadino che ci chiede di scoprire la vita e la speranza che ha seminato in noi stimolandoci ogni giorno affinché porti frutto. Se siamo portati a vedere erbacce, il negativo e il pessimismo lui invece guarda al grano, il Bello, il Buono e il Vero che c’è
in noi.
Io cosa sono?
Chiediamocelo: io cosa non sono? io non sono zizzania, io non sono i miei limiti, io non sono le mie fragilità, io non sono le mie debolezze, io sono figlia amata, io sono quello che posso diventare amando, io sono solo una spiga in un campo ma, per Dio, anche una sola spiga di buon grano conta più di tutta la zizzania del campo.
Per Dio il bene è più importante del male, il bene vale di più e, se a volte ci gasiamo delle cose belle che facciamo, sentiamo la chiamata alla venerazione della bontà che è in noi e negli altri, della nostra è dell’altrui generosità che Dio consegna.
Siamo chiamati a proteggere i doni che Dio ha messo in noi, a proteggere la nostra vita esaltando il positivo, perché sia il bene a soffocare la zizzania e allora non ci sarà più bisogno di strapparla.
Ciao belli


Dal Vangelo secondo Matteo Mt 13,1-23 Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».


Buongiorno sono il sole, seguiamo Gesù che ci regala immagini della natura con 4 differenti terreni, un bel sacco da un quintale di semente e un seminatore grazioso, oltre che bello, che butta grazia a tutto spiano.

Non stiamo troppo sui terreni oggi perdiamoci via e stiamo sul seminatore che ci regala il suo primo biglietto da visita di quest’anno presentandosi in tutta la sua generosità, abbondanza e spreco con cui lancia la semente a tutto spiano. Il seme è abbondante perché abbondante è la Parola di Dio, gettata come seme che germoglia e cresce senza che noi ne sappiamo il come e il perché. Sappiamo solo che il seme è la Parola di Dio che cresce e porta frutto nella misura in cui uno si fa ascoltatore attento e lascia che nel cuore attacchi, cresca e germogli portando i risultati che il seminatore sogna, i sogni belli di un Dio che ha una fiducia grandissima in noi e sa che ognuno può dare tanto se s’appiccica con tenacia al suo cuore, ascolta le sue parole e le mette in pratica.

Lui butta semi a destra e a manca con generosità, spreca nel senso che è sprecato buttare via senza aver certezza del risultato o è uno spreco perché il suo amore è grande e il suo cuore generoso e vede oltre quello che i nostri occhi vedono? Dio non spreca semplicemente ama e sa che dove lui butta porterà frutto.

Siamo noi che sprechiamo quando lasciamo che la Parola ci scivoli addosso senza comprenderla pensando sia rivolta ad altri. Siamo noi che sprechiamo quando ci facciamo prendere da facili entusiasmi del momento, bacini bacini e va tutto bene ma, quando la durezza della vita si fa sentire, lui o lei non mi capisce, è un tonfo solenne nella depressione che soffoca il seme. Siamo noi che sprechiamo quando i rovi della tentazione ci annientano e inciampiamo e siamo più inclini a mollare che perseverare dando fiducia ai piccoli germogli delle foglioline verdi.

La Buona Notizia è sapere che, anche dalla strada, possono nascere bellissimi fiori che rendono lieto il cammino, dai sassi si può produrre anche del vino, che dai rovi possono spuntare bacche e cespugli che fanno ombra e more gustosissime ma che, ogni buona riuscita, dipende da noi, se abbiamo la costanza di ascoltare Lui e la Sua Parola e se osiamo cantare la gioia di appartenere a un Dio che preferisce i piccoli ai potenti e ci affida le cose a lui più care.

«A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli».   

In questa domenica il seminatore esce a seminare, il Seme è la Parola e il Seminatore è il Cristo a noi non resta che ascoltare attentamente, mettere in pratica, aver fiducia e seguirlo. C’è una Buona Notizia per noi. Ciao belli

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DOMENICA 14 GIUGNO 2020 – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO ANNO A – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


Buongiorno sono il sole, siamo molto fortunati perché in questi ultimi tempi il Signore ci vizia con feste bellissime e oggi in particolar modo nella festa del Corpus Domini, la festa del Corpo e Sangue di Gesù che, nell’ultima cena, inventa un gesto che rimane per sempre e si chiama memoriale.

Il memoriale non è il prete che ripete un gesto che Gesù ha compiuto come se fosse un attore, ma è rivivere un fatto come se accadesse la prima volta e questo succede incredibilmente a ogni Messa, quando decidiamo di non assistere impotenti a un qualcosa che è semplicemente un rito, ma accettiamo di essere partecipi in modo attivo al Mistero che avviene nello stesso modo in cui Gesù l’ha pensato in quell’ultima cena.

Gesù ci ha regalato il memoriale, un’azione divina che ogni giorno ci rende partecipi dell’Eucarestia: anche io lì, nel cenacolo, davanti a un Dio che prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà, così come ha fatto moltiplicando i pani; ogni volta è un prendere, benedire, spezzare e dare, così come ha fatto con il suo Corpo: preso, benedetto, spezzato e dato.

Questo è il Dio che ogni giorno sceglie di stare con me, mi sceglie così come sono, peccatore, ribelle, distratto, egoista, arrabbiato, gioioso, desideroso, generoso; sceglie quello che sono e che scelgo di essere per entrare in me. Che gran Mistero!

Ogni tanto, durante la consacrazione, guardo le mani del sacerdote, del prete giovane come dell’anziano, guardo quelle mani e so che proprio Dio le ha scelte e le ha unte dell’olio del ministero per consacrare il pane e il vino, le guardo mentre tengono tra le mani quella patena col Corpo e quel Calice col Sangue, in quelle mani il Corpus Domini!

Ogni tanto guardo anche le persone che fanno la comunione, vedo l’abitudine come vedo il desiderio, vedo la noia, vedo l’emozione, vedo l’attesa, vedo la distrazione. È vero, forse ci siamo anche un pochino abituati a questo gesto, però tanti ci credono davvero e, qualche volta, c’è anche una lacrima. Per me questa è l’Eucarestia, un Dio che entra dentro di te sconvolgendoti.

«O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa…», chi ci crede in questa Eucarestia, come se fosse la prima volta, vede strade nuove su cui camminare perché, in quel poco Pane e in quel poco Vino, in quel pane preso, benedetto, spezzato e dato c’è tutta la forza per provarci, perdere tutto e giocare la vita per Dio e con Dio.

Il Corpus Domini.

Inizi a sognare una realtà diversa che ti rende difficile il dormire, mette ansia, mette in piedi per fare quello che Gesù chiede: «fate questo in memoria di me», «date voi stessi da mangiare», diventate pazzi per Dio!

La vita non è un copione da imparare a memoria, zitti e buoni, ma è accettare di diventare uomini e donne eucaristici che ricevono in dono ogni giorno una pagina bianca da scrivere, uno spazio vuoto con i margini da riempire, il Signore ci chiede di mettere su carta pezzi di vita originale, non ci chiede di essere dei geni e dei perfetti, ma di annotare doti e talenti da donare, farci mangiare e consumare da un mondo che ha fame.

Oggi è questo giorno in cui fare della vita un memoriale«fate questo in memoria di me», è il Corpus Domini che ce lo chiede, essere il profumo del Pane che mette appetito per una vita dal sapor del rischio, il sapore del Pane, del Corpo del Signore, che ogni giorno non smette di amare e ci chiede di fare altrettanto.

Buona festa del Corpus Domini

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7 giugno 2020 – Domenica della SS. Trinità – Anno A – Rito Romano

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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».


Buongiorno sono il sole, oggi festa straordinaria in Cielo e sulla terra, è la festa della Santissima Trinità ed io mi appoggio al Padre che manda il Figlio per salvarci con lo Spirito Santo che ci guida alla verità, il tutto, in un abbraccio.
La Trinità è così, è Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che si fa in tre per noi e non può esistere senza uno dei tre. È come uno sgabello a tre gambe, se ne seghi una… Cade.
Lo Spirito Santo c’è per farti diventare come il Figlio, quel Figlio che il Padre ha sognato da sempre.
La Trinità ci insegna un nuovo modo di essere che si chiama comunione, ci insegna l’abbraccio che non fa sentire le persone sole, che non tiene distanti, che ci fa sentire uniti, che ci mostra un cammino dove c’è bisogno di stare in ginocchio davanti a Gesù per imparare ad ascoltare prima di chiedere, dove c’è bisogno di essere guidati dallo Spirito per andare sulla strada giusta, dove c’è bisogno della preghiera al Padre per contemplare il Mistero ed essere sempre più simili a quello che Lui ha pensato e voluto. Ecco la Trinità, mistero d’amore di cui mai essere sazi.
Io penso alla Trinità come ad un abbraccio, proprio in questi giorni in cui è proprio impossibile farlo, proprio in questi giorni in cui vorresti scambiare gesti di tenerezza e ti viene impedito il farlo per motivi di sicurezza, proprio ora penso quanto sia bello abbracciare una persona per farle sentire il mio affetto, il mio sostegno, il mio conforto, per farla sentire sicura.
In un abbraccio non avviene altro che questo, prendo dal mio cuore per dare e quando io accolgo un abbraccio mi sciolgo, non me ne staccherei mai, così la Trinità, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo in un unico abbraccio e in quell’abbraccio c’è tutto.
Lo Spirito Santo prende dal Figlio l’abbraccio che ha ricevuto dal Padre e lo regala a noi. Niente di più niente di meno. Un abbraccio, un semplice abbraccio, le braccia di Dio che si allargano per prenderti, per accoglierti, per stringerti non per soffocarti ma per farti sciogliere di commozione.
Dio che si fa in tre per te ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio e chiede di vivere ogni giorno la preghiera in questo modo: gratitudine e offerta.
La preghiera allora è arrendersi allo Spirito Santo, ridere di gioia, lasciar venir fuori tutto quello che ci portiamo dentro ed essere felici di essere ascoltati prima ancora di poter chiedere.
Se siamo rigidi non sentiremo mai la bellezza di quell’abbraccio, se preghiamo meccanicamente non riusciremo a scioglierci, se impariamo a memoria le preghiere dei santi senza provare il gusto di farle uscire dal nostro cuore non sentiremo tutta la tenerezza che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno preparato.
Oggi è la nostra occasione per cambiare, per fare come loro, loro, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che continuamente escono ed entrano da un abbraccio. Oggi è la nostra occasione per vedere le cose con occhi diversi, per ascoltare in modo diverso, per amare con un cuore tenero.
Se siamo arrabbiati, sentiamo: perdona.
Se abbiamo paura, sentiamo: coraggio.
Se dubitiamo, sentiamo: non ti preoccupare e fidati.
Se non sappiamo dove andare o se ci garba stare tranquilli, sentiamo: seguimi!
C’è un abbraccio che ci aspetta, buttiamoci in ginocchio e prendiamocelo tutto!
Ciao belli e buona festa della Santissima Trinità

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1 GIUGNO 2020 – BEATA VERGINE MARIA, MADRE DELLA CHIESA – MEMORIA

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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-34
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.


Buongiorno sono il sole, per una felice intuizione, papa Francesco da tre anni a questa parte, nel lunedì dopo la Pentecoste, ha pensato bene di farci contemplare e festeggiare la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa.
Potremmo festeggiarla in un momento di gloria come conviene alle feste e invece il suo posto è lì, sul Golgota mentre suo Figlio sta morendo, lì ferma, con Giovanni e ci insegna l’accoglienza.
«E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa».
Questa la frase che voglio vivere nel mio oggi che mi porta dal tempo di pasqua al tempo ordinario, che mi rimette in quello che stavo vivendo prima della quaresima, prima di entrare nel deserto della quarantena che poi è diventata pandemia e siamo diventati tutti un popolo che soffre e, in questo soffrire, abbiamo pregato, abbiamo aiutato, abbiamo curato, abbiamo sperato, proprio come lei, la Madre della Chiesa che, peregrinante nella fede si prende noi nel cuore, ancora oggi che il tempo malato non è ancora finito, accoglie i figli che suo Figlio lel affida.
Con Giovanni siamo noi che prendiamo la Madre nella Casa.
La casa.
Maria come Madre della Chiesa, la Chiesa come Casa di comunione e di accoglienza, Giovanni come il discepolo che accoglie.
Noi come chi ha bisogno di questa Madre per andare avanti meglio di prima visto che noi da soli abbiamo imparato poco.
La casa è sempre stata per antonomasia il luogo dove si sta bene, dove ci si sente a proprio agio, dove si accolgono gli amici e si offre loro l’attenzione del cuore, la casa è nata per essere quel luogo caro dove ai tuoi figli non cerchi tanto di fare del bene, ma di volergli bene ascoltandoli, stando loro accanto.
La casa, prima del corona virus, era quel luogo che parla di stabilità, relazioni, sorrisi, affetti.
Poi ci è stato chiesto di restare lì in tutti i momenti del giorno, tranne che per alcuni che, per il loro tipo di lavoro, dovevano uscire.
Gli altri incollati al divano vivevano in streaming, in didattica a distanza e in smart working, tutte parole nuove che facevano entrare il mondo in casa attraverso un monitor, azzerando le relazioni, i sorrisi, gli affetti. Circolava il nervoso e la tensione oltre al virus, ultimamente. Già. L’uomo senza aria muore, l’uomo è fatto per lavorare, muoversi, andare a fare delle passeggiate, l’uomo è fatto per uscire, incontrare persone, fare acquisti provando un abito e sentirsi bello e non pigiando tasti a caso per fare shopping on line comprando cose inutili.
L’uomo è fatto per fare della sua casa il luogo del cuore dove ci si arrabbia anche ma poi a tavola si sta bene insieme. Questo, tutto questo, ci è stato tolto e si viveva solo di decreti e permessi che allungavano il brodo.
Maria oggi entra nella nostra casa modello Covid – 19 e ci insegna un nuovo modo di vivere!
Maria, Madre della Chiesa è Madre della nostra Casa ed è questa l’istantanea da mettere nel cuore, non la gloria di Maria, ma quel sotto la croce dove Maria è consegnata al discepolo e il discepolo è consegnato a Maria.
Il Figlio ci insegna l’affidamento, la reciprocità, l’accoglienza e, alla Chiesa nascente, chiede questo atteggiamento come ultimo mandato.
Maria dicendo il suo Sì all’annuncio dell’Angelo ha accolto Gesù, ha accolto il Figlio di Dio nel suo grembo, ha accolto tutti gli eventi e le parole nel suo cuore trasformandoli in continua preghiera e oggi accoglie Giovanni come figlio e, in Giovanni, accoglie noi.
Giovanni – dice nella traduzione esatta – «la prese fra le sue cose care», la prese tra i suoi beni, tra le cose che lo fanno sentire sé stesso.
Questo per me non vuol dire che Maria debba ricevere protezione e ospitalità in casa del discepolo, ma che è lei che viene come ricchezza nelle nostre case, come punto di riferimento, che è lei il nostro punto prezioso e sicuro nella ricerca.
Oggi mi sento un po’ come Giovanni: Gesù mi chiede di prendere la sua Madre tra le mie cose.
Maria, la nostra Madre, ci insegna ad essere credenti,
Maria, la nostra Madre continuamente ci rivela il volto di suo Figlio.
Maria, la nostra Madre, come una mamma, tira fuori il meglio di noi e, continuamente, permette a Dio di ricrearci.
Cosa chiede Gesù sulla croce?
«Lasciati formare da lei,
dalla sua carità, dalla sua umiltà, dalla sua fede, dalla sua passione, dalle sue parole e dai suoi silenzi.
Ripeti il suo ascolto,
il suo conservare nel cuore,
la sua lode, la sua preghiera,
la sua fortezza, il suo prendersi cura, il suo stupore.
Impara da lei come si serve Dio
e come si curano i fratelli con tenerezza
e la tua casa si renderà il luogo del cuore».
Oggi è la festa di Maria, Madre della Chiesa, contempliamola lì sotto la croce.
Impariamo da lei ad essere uomini e donne nuove, uomini e donne di Pentecoste, uomini e donne che hanno creduto alla Resurrezione, proprio come Maria, che non ha mai smesso di sperare contro ogni speranza e in questo affidarsi sono entrati nel tempo nuovo con più forza sapendo di avere Lei al fianco, Lei che è “cosa nostra”.
Ciao belli

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31 maggio 2020 – Domenica di Pentecoste – Anno A

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Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


Buongiorno sono il sole, signori e signore, oggi ufficialmente è nata la Chiesa.
Sono passati 50 giorni da Pasqua e in un soffio è cambiata ogni cosa come Gesù aveva promesso.
Ve lo ricordate?
«Manderò a voi un consolatore», il famoso Paraclito e, in un giorno normale, uno dei nostri, fatto di paure e preoccupazioni che agitano perché non sappiamo che decisione prendere, con persone normali, i soliti apostoli sgangherati, che una ne pensano e cento ne sbagliano, uomini e donne come noi, chiusi nelle certezze che non sanno fare un passo oltre sé stessi per sbarcare nella fiducia, qualcosa cambia.
Qualcuno cambia il registro di un organo che stona con un semplice, armonico ed intonato «pace a voi».

La Chiesa nasce lì, con questa gente sconfitta, con questa gente senza speranza, gente che non ha più la forza e la voglia di guardare al cielo.
Con questa gente che viene investita da una carezza e un mandato: «come il Padre ha mandato me io mando voi, ricevete lo Spirito Santo». Dio ci ha creati con un soffio e ancora con un soffio ci rende missionari per annunciare la Buona Notizia, per farci scoprire che oltre il nostro io c’è un noi, ci sono gli altri, che il dono più bello della Pentecoste è la comunità, il sorriso di chi hai accanto, i mille volti e i mille doni che insieme fanno un cuor solo e un’anima sola in un abbraccio che non chiede distanziamento ma unione, chiede il volersi bene! Chiede unione e forza per non abbattersi perché, se è vero come è vero che tutto sarà come prima almeno avremo imparato a sostenerci a vicenda, connessi in rete per fare fatica insieme.

L’ultima notizia che avevamo degli apostoli era 12 nasinsu a fissare il cielo e le nuvole, perché oltre quelle, non erano capaci di guardare. Gerusalemme era tornata la città di prima che arrivasse Gesù, quello che scardina ogni nostro paletto. Dopo che però Gesù torna al Padre loro ripiombano nella paura barricati nel solito Cenacolo ma, siccome il Vangelo è Buona Notizia, a noi piace vivere in quel di più di amore che invade la vita e che ci spinge ad andare oltre.

Pentecoste è un fuori programma da Dio che neppure il clan dei 12 osa immaginare, la Chiesa è un colpo da Maestro. L’aveva promesso e loro, come al solito: sì sì, lo aspettiamo, tranquillo! Te vai pure, noi aspettiamo…
Ma Dio interviene all’improvviso, quando meno te l’aspetti, quando le tue forze sono al limite, quando non ce la fai più e stai per crollare, dice cose immense e fa cose che non sei più abituato a vedere.
La Buona Notizia è lo stupore e la fantasia perché nessuno di noi può calcolare una cosa nella vita: la fantasia dello Spirito Santo, la capacità di creare, il brivido della scoperta, il coraggio di buttarsi su strade nuove.
Dalla fantasia di Dio è nata la Chiesa, una Chiesa bella, che si mette in gioco e osa, si stupisce delle cose di Dio e cerca di amare così, come piace a Dio andando ad annunciare la Buona Notizia senza paura.
Buona Pentecoste amici belli

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24 maggio 2020 – Ascensione del Signore – Anno A

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Dagli Atti degli Apostoli At 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 28,16-20

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


Buongiorno sono il sole,
l’Ascensione io la immagino così: i 12, con lo sguardo attonito fisso in cielo, a scrutare una perdita. 12 nasinsu che non riescono a rimettere gli occhi sulla strada che hanno percorso insieme al loro Maestro in tutti questi anni, da quel giorno benedetto in cui ha chiamato ognuno di loro per nome, uno ad uno, per girare tutta la Palestina facendo del bene. Sguardo fisso in cielo, come i bambini che, infilato il bigliettino col nome sul palloncino, ne seguono la rotta finché si perde nelle nuvole.

Immagino la loro commozione, il loro cuore che batte con il tempo mesto di dolore che porta all’infarto, come quando muore una persona cara e non reggi il dolore perché la morte ti strazia l’anima.
Ma oggi per noi è festaoggi per noi non è tempo di piangere, non dobbiamo fare come quelli che urlano: ti prego non ci lasciare perché non possiamo fare nulla senza di te! perché, a differenza di Marco e Luca, Matteo nel suo Vangelo ci regala un passaggio dell’Ascensione di Gesù che è una promessa: lui va in cielo ma ci promettecome ha fatto in tutti questi giorni pasquali, di stare con noi per sempre, fino alla fine del mondo.

In cambio chiede un compito e una responsabilità: trasmettere al mondo la bellezza dello stare con lui, il gusto del nostro Battesimo, dare a tutti quello che abbiamo ricevuto, l’Amore più grande, il più grande comandamento, l’amore.

Lui è con noi ma oggi ci insegna l’Ascensione come un ritornare a casa, proprio come ha fatto il figliol prodigo quel giorno.
Lui torna a casa e porta con sé tutta l’umanità.
Lui torna a casa e si ritrova con il Padre e con lo Spirito Santo a fare festa nella Trinità.
Il Padre è la casa e Gesù ci mostra il cammino che dobbiamo percorrere per ritornare alle nostre radici che sono nel cuore del Padre.

Sì, oggi non si può piangere, si deve solo fare festa, una bella festa.
Il Padre sta attendendo il Figlio sulla terrazza, pronto a corrergli incontro appena lo vede.
Sentiamo la forza dello sguardo del Padre che è la nostra casa.
Nasinsu per vedere la strada che porta a casa.

Mettiamoci in cammino senza i nostri progetti e le nostre convinzioni che fanno solo da schermo alla grazia.

Mettiamoci in cammino, nasinsu, per ricevere l’abbraccio del Padre, vivere nel Figlio, accarezzati dallo Spirito Santo e cominciamo a far festa!

ciao belli e buona festa dell’Ascensione del Signore

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17 MAGGIO 2020 – V Domenica di Pasqua – Anno A – Rito Romano

V dom paq a

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».


Buongiorno sono il sole, iniziamo a leggere la Buona Notizia di questa sesta domenica di Pasqua partendo da un se.

La prima parola che salta ai nostri occhi oggi è un semplice “se”, non quei se che diciamo noi per fare un patto, neppure quei se che usa la mamma con suo figlio dicendogli: se fai il bravo ti porto una sorpresa o forse quei se che lasciano sempre aperta la porta ad una possibilità? questo se non è un’imposizione del tipo: se mi ami devi osservare i miei comandamenti, ma è una specie di constatazione che ribalta la nostra grammaticase osservi i miei comandamenti mi ami.

Gesù ha una logica tutta sua e pone l’accento su miei, sulla sua vita, sul suo essere, su tutto quello che lui ha fatto osservando i desideri del Padre e, oggi, in questa Buona Notizia, ci dice con tenerezza l’amore: se mi ami farai come me, diventerai come me, perché l’amore vero trasforma, se mi ami rileggerai il Vangelo, rivivrai i miei incontri, ripasserai le mie carezze, riascolterai le parole belle che ho regalato, se mi ami vivrai la bellezza del vivere.

L’amore non è fare quel che mi pare e piace, ma è amare l’altro, volere il bene dell’altro non il mio, dove l’amore è farsi servi, dove l’amore è l’esatto contrario dell’accentrare, perché l’amore è dono ed è per questo che noi possiamo amare, solo se osserviamo come ama Gesù, che non è solamente imparare a memoria i 10 comandamenti ma è viverli tutti e, soprattutto, vivere il grande comandamento dell’amore.

La seconda parola che mi colpisce maggiormente è che Gesù ci dice che manderà un altro Paraclito, in greco paraclitos, una specie di avvocato difensore. Paraclito vuol dire chiamato presso per difenderci. Gesù ci regala, se lo amiamo, questo difensore per sempre, questo Spirito che non ci lascerà mai soli perché chi ama, non è mai solo, è con l’altro che lo ama e reciprocità non è mai solitudine. 

Ma perché un altro? Perché il primo è stato Gesù, Gesù stesso ce ne regala un altro, ci regala lo Spirito che sta assieme, che cammina accanto, siede vicino, ti fa compagna nella tua solitudine. Non solo ti toglie quella sensazione di vuoto ma dà quella gioia che senti quanto qualcuno ti consola, gioia che solo Dio ti può dare quando nessuno e niente dà senso alla tua vita.

Tutto questo, Gesù lo chiede al Padre e sarà per sempre.

La terza parola, dopo il se Paraclito è orfani. Gesù sta per lasciare questo mondo e cala il velo della tristezza sul gruppo degli apostoli, d’un colpo si sentono orfani, da discepoli a niente perché se Gesù manca ne senti già la nostalgia, soffri il distacco, come quando si vive un lutto, ma Gesù ha un ultimo tocco di tenerezza tutto per loro e per noi, un tocco che si trasforma in promessa: «non vi lascio orfani, verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vede più voi invece mi vedrete».

Gesù morendo sa dare la vita, la sua morte è dare vitaè dare amore e come faremo a vederlo? Con quel se che ha dato avvio al Vangelo. Io posso conoscere il Signore che ama se lo amo, perché chi ama vive, ha la vita di Dio e allora vede Dio in tutte le cose.

Se ami vedi,
se vedi credi,
se credi ami.

Ciao belli

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3 MAGGIO 
2020 – V Domenica di Pasqua – Anno A – Rito Romano

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-12)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».


Buongiorno sono il sole, in questa V domenica di Pasqua Gesù ci ripete una raccomandazione che ci ha già regalato ieri e l’altro ieri nel nostro dittico e che oggi ci regala nella contemplazione dell’opera completa per assicurarsi che noi possiamo stare bene e tranquilli nonostante lui debba tornare al Padre: «Non sia turbato il vostro cuore». 

È un discorso di addio come quei discorsi che uno fa quando viene trasferito dai superiori o quando deve lasciare un posto o delle persone può far venire un po’ di tristezza.
E’ un discorso di addio come quello che uno fa quando muore lasciando il suo testamento o l’eredità e ti fa piangere.

In questa quinta domenica di Pasqua, Gesù offre la sua eredità e il suo testamento: non dobbiamo turbarci. Chi non si è mai turbato? Il turbamento è un momento di vita anche se di prova, i dubbi fanno crescere nella fede e, come abbiamo detto e ridetto in questi due giorni, l’unico sbloccante è la fiducia, come è successo a Gesù con la fiducia nel Padre e come può accadere a noi oggi: se ci fidiamo di Gesù,  possiamo crescere nella fiducia e nel coraggio.

Dopo che, domenica scorsa, si era presentato a noi dicendo: «Io sono il buon pastore», oggi ci dice: «Io sono la via».

La via. Uno percorre la via quando va o torna da un certo posto, quando va a casa e torna da casa. Gesù è la via perché è la strada, è partito dal Padre per venire a noi e ora torna al Padre e in questa uscita ci indica dove stiamo di casa davvero: il cammino di ritorno al Padre, la via di Dio. Gesù non è la via da seguire ma è la via che ci conduce, che ci porta al Padre.

Poi aggiunge: «Io sono la Verità».

La verità. La verità fondamentale dell’uomo è che Dio è Padre e noi siamo figli, chi non accetta il Padre non accetta neppure di essere figlio perché pensa che il Padre sia una specie di concorrente, ma Gesù sfata questo mito e ci dice che, invece, il Padre è amore e libertà e ci ama infinitamente fino a dare suo Figlio per noi lasciandoci liberi di adeguarci a questa verità o andandocene altrove…infelici.

Infine ci dice: «Io sono la Vita».

La vitaL’amore tra Padre e Figlio, un’unica Persona che sa solo amare e che nel suo amare dona la vita e, su quella Croce, Gesù ci ha donato Dio come nostra vita.

Perché turbarci allora? il fatto che lui se ne vada non deve crearci turbamento perché è proprio andandosene che lui diventa la via, la verità e la vita e dà significato a tutto il nostro cammino
Quel cammino che in questi 60 giorni ci ha fatto scoprire un altro modo di vivere, ci ha reso possibilità nuova di riscoprire cose che già avevamo e che dovevamo solo ricordare, come re-cor-dare, riportare al cuore, ridare valore alle cose del cuore, ritrovare la via del cuorela verità del cuore, la vita nel cuore sì è stato il tempo gratis per ritrovare il sentiero del cuore e dire con Filippo: «Mostraci il Padre e ci basta!».

Ma ancora non può bastare se Gesù dice con la sua toccante tenerezza: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?».
Se conoscete me, conoscerete il Padre, conoscerete che Dio vi è Padre. Già da ora lo conoscete e l’avete visto. Ecco, appunto, dove?
L’abbiamo visto mentre accudiva silenziosamente senza riposo i malati che hanno riempito infiniti reparti rinominati “Covid” proprio come Gesù ginocchioni lavava i piedi agli apostoli increduli, l’abbiamo visto mentre silenziosi operai di carità portavano pacchi e generi alimentari a famiglie distrutte dalla crisi, ai nuovi poveri che questo tempo malato ci regala come Gesù seduto nel cenacolo spezzava il pane l’ultima volta chiedendo: «Fate questo in memoria di me». l’abbiamo visto nella preghiera costante che ci ha tenuto uniti per tenere in vita tante persone credendo nel miracolo fino all’ultimo, urlando al cielo il nostro grido come Gesù abbandonato in Croce urlava al Padre: «Mio Dio perché mi hai abbandonato», che si trasformava in un «Padre non la mia ma la tua volontà si compia» e nel fianco trafitto dalla lancia, regalava la Chiesa come un misto di sangue ed acqua.
L’abbiamo visto nei sorrisi degli operatori sanitari quando riconsegnavano un uomo guarito al mondo sapendo di aver fatto tutto quello che dovevano fare con un incredibile amore anche se con la triste consapevolezza che non tutti umanamente si potevano salvare pur nella certezza di aver  fatto tutto il possibile così come Gesù in un incredibile amore consegnava lo spirito in un «tutto è compiuto».

Questa è la sua eredità, questo il testamento, questo è ciò che ci lascia andandosene. Che la gente guardando noi che guardiamo Gesù ritrovi il riflesso del Padre, un unico abbraccio col Figlio, un unico sguardo verso l’orizzonte.
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
3 MAGGIO 2020
IV Domenica di Pasqua – Anno A
57a Giornata Mondiale di Preghiera per le vocazioni

pastore

+ Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 10,1-10 
In quel tempo, Gesù disse : «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Buongiorno sono il sole, benvenuti nella quarta domenica di Pasqua, la domenica del Pastore bello e buono. È la domenica in cui la Chiesa, da tanti anni, non smette di pregare per le vocazioni e in cui io personalmente sento questa voce di Gesù che continua a chiamare per seguirlo. Sento Gesù che chiama le sue pecore, ciascuna per nome e le conduce fuori.

Oggi è questa voce di Gesù a rendere bello il vangelo, il timbro di voce che dona colore e calore alla nostra vita, voce di un uomo che apre la bocca per dire: «Beati…», che dice: «alzati…», che ripete ad ogni guarito: «va’, la tua fede ti ha salvato…» che, come in un sussurro, ripete a tutti quelli che si sentono giudicati: «va’, neanche io ti condanno…». Lui sa la differenza tra parola e chiacchiera, sa come incantare chi incontra, ogni volta che passa accanto all’uomo, solo lo sfiorare del mantello dà emozione, emana forza, ridona sicurezza.

La sua voce è potente come la sua mano che è sempre stretta alla mano del Padre. Due mani e una voce perché nessuno vada perduto. Voce e mani che sfamano, vestono, alloggiano, difendono, curano, assicurano, che fanno tutto quello che le opere di misericordia chiedono all’uomo ma che all’uomo non bastano, l’uomo ha bisogno di una voce che lo accolga, lo difenda, lo guidi, lo conforti, lo incoraggi perché l’uomo è un essere che ha bisogno di parole e il Pastore bello del Vangelo sa parlare.

E le pecore? Che immagine abbiamo delle pecore noi se non che sono remissive, con un cervellino piccolo, che si muovono in gruppo e agiscono come la massa chiede ad occhi chiusi e testa bassa?

Il gregge nel Vangelo però ascolta segue. Sono pecore dagli occhi aperti, la testa desta e il cervello acceso, guardano avanti verso il Pastore con molta intelligenza, cercandolo perché il suo volto risplende di Bellezza e ha un nome: Gesù di Nazareth.

La differenza oggi è l’ascolto, lui ti offre mani sicure e una voce che sa di Vangelo, tu ascolta la sua Parola quando le cose non vanno come vorresti e vedrai che tutto andrà meglio, non bene, ma meglio!

Amici belli stiamo con Gesù perché lui sa che il Pastore non è chi manda al pascolo ma chi esce davanti ad esso e lo fa venire dove lui va.

Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
26 aprile 2020
III Domenica di Pasqua – Anno A 

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+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno il primo della settimana due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.


Buongiorno sono il sole, il Vangelo di oggi è lo stesso che ci ha accompagnato martedì di questa seconda settimana di Pasqua appena terminata. Per non fare uno dei copia e incolla facile a farsi ma brutto da vivere cerchiamo di trovare qualcosa che ci scaldi il cuore e lo faccia ardere come quello di Cleopa e del suo amico, scappati da Gerusalemme sgomenti, tristi e affranti perché il loro Maestro aveva fallito.
L’abbiamo visto, l’abbiamo letto, li abbiamo accompagnati in questo percorso di strada che va dalla tristezza alla gioia quando un viandante si è messo in mezzo riportando alla memoria del cuore tutto quello che aveva fatto mentre era ancora in vita.
Gesù risorto li ha accompagnati senza che loro avessero il ben che minimo dubbio che fosse lui, per loro era un pellegrino qualunque, uno che passava sulla stessa strada come uno fra i tanti camminatori, uno di quelli che si affianca lungo il tragitto e parla del più e del meno con l’unica differenza che il suo parlare è per consolare il cuore.
Gesù risorto li ha incontrati, li ha risollevati, li ha aiutati a fare memoria e si è fatto riconoscere nello spezzare il pane, quell’ultimo gesto che gli si era piantato negli occhi e nel cuore il giovedì santo quando, per l’ultima volta lo avevano visto dal vivo prima di morire.
Questo è stato Emmaus per loro: imparare a mettere da parte ogni dubbio e diventare di nuovo apostoli, discepoli entusiasti che seguono Gesù ovunque vada, così entusiasti da tornare a Gerusalemme pieni di gioia e contagiare altri con l’annuncio pasquale: Gesù è risorto, noi ne abbiamo fatto esperienza, lo abbiamo riconosciuto…

Però, se dovessi attualizzare il vangelo oggi, oserei pensare a un finale diverso dove la realtà è che forse noi non è che siamo sempre sul pezzo, non è che noi siamo abbastanza convincenti, in un momento in cui fisicamente non possiamo andare a Messa per spezzare il pane insieme, cantando cantici e inni spirituali, lasciando allo Spirito Santo di scendere per consacrare pane e vino e rendere il Cristo vivente, ci rendiamo conto a come fossero certe nostre Messe? a volte tristi, a volte un insieme di cuori stanchi e delusi nel credere, a volte molto “copia e incolla” con il solo intento di rianimare un cadavere e farlo sembrare vivo, cambiando solamente il canto iniziale.

Ma Gesù è risorto veramente, siamo noi che fatichiamo a riconoscerlo, siamo noi che ci alziamo la mattina con quel viso grigio e triste, che pantofoliamo per casa cercando il vestito adatto da mettere senza pettinarci. Siamo noi che sappiamo di tutto tranne che di felicità, siamo noi che non riusciamo ad essere persone felici di esistere, confondendoci tra una folla anonima che non sente più il sapore della resurrezione.
Siamo noi che veniamo avvicinati dal Signore in persona ma siamo così occupati a leccarci le nostre ferite che non ci rendiamo conto che Lui le sta attraversando con la sua luce.
Siamo noi che non permettiamo più al Vangelo di essere trasparente creando ostacoli e facendogli dire ciò che non dice.
In questa III domenica di pasqua ritroviamo la strada che porta al Risorto, ci è dato di poter narrare la gioia di una vita abitata dal Risorto, il che bello di Dio nella nostra storia: discepoli che annunciano il Risorto e il Risorto risponde all’appello dicendo presente! Che bello è? Noi annunciamo Gesù e Gesù si fa presente.
Anche se Luca oggi ci evidenza la mormorazione, il discutere, l’essere stolti e tardi nel credere, anche se Luca non sottolinea la gioia ma i dubbi, anche se parla di speranze disilluse, ci dice che Gesù vede il loro essere turbati, vede il loro essere dubbiosi, vede il loro non credere… vede tutto questo ma pian piano li accompagna alla gioia.
I dubbi sono un buon segno per noi perché una fede che non attraversa momenti di dubbio, un’adesione al vangelo che non sia faticosa, è pericolosa.
Ci sarà capitato forse di fare esperienza di Gesù durante un pellegrinaggio, una gita ad Assisi, o attraverso una particolare testimonianza un po’ forte… il rischio è sempre quello di lasciarci prendere dalle emozioni, dall’entusiasmo del momento, dalla bellezza del luogo e dal sorriso del testimone mentre parlava o da quel non so che di bene e di bello che albergava nel nostro cuore in quel momento magico proprio come è successo agli apostoli…
Sicuramente lo abbiamo incontrato davvero sulle nostre strade quel Gesù vivo che si parla nel vangelo ma poi?…
La vita di tutti i giorni, la malattia, il tempo della prova,  i problemi sul lavoro, i figli che litigano in casa,  quella voglia di prenderci un’ora per staccare dalla famiglia e fare un po’ di cosinemie, il nervoso se tua moglie ti fa arrabbiare, la suocera che già rompeva prima e che ora in casa con noi da 50 giorni è troppo, la novità che ora si è fatta routine… il calvario, insomma, che non è la luce ma la fatica del dubbio che quel Gesù sia vivo davvero, ti fanno crollare.
Ma amici e amiche belle coraggio! vi svelo una cosa bella: Dio ha un progetto di salvezza su di noi e ci chiede di collaborare. Per quella poca fede che abbiamo noi sappiamo che Gesù è risorto e che ogni vita è preziosa agli occhi di Dio.
Troppo bello per essere vero, soprattutto se ce lo dicono in quei giorni un po’ giù di tono e di dolore.
E la Chiesa, come può essere credibile? Noi come possiamo essere credibili?

Gesù fa così: alla paura risponde coi segni. Ai discepoli dubbiosi Cristo mostra un pane che si spezza. Un Corpo che si spezza. E loro non solo lo riconoscono ma lo annunciano a tutti-

Gesù risorto non offre la soluzione ai problemi, neppure le certezze che cerchiamo, Lui chiede di crescere, di crescere nella fiducia e nella fede.
Beati noi se crediamo senza avere visto. Se abbiamo ancora paura, Dio ci dà la luce per essere testimoni della resurrezione, per narrare ciò che ci è accaduto lungo la nostra via, ci dona lo Spirito che ci insegna a leggere e a vivere il Vangelo e ci fa capire come far risuonare la Parola nella vita e illuminare le nostre scelte.

Eccoci, Gesù Risorto, siamo fragili discepoli,
ma riempiti di fede che fa andare oltre ogni dubbio.
Troppo bello per essere vero… forse.
Ma bello e vero. Bello perchè vero!
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA

19 aprile 2020
Rito romano: II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia – Anno A Rito ambrosiano: Domenica in albis depositis

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Buongiorno sono il sole, è passata una settimana, sono trascorsi solo sette giorni da quel grandissimo colpo di scena del nostro Maestro. Sette giorni da quella domenica di Pasqua che quasi quasi ci aveva illuso e credere che tutto era finito, anche la nostra quarantena sembrava finita e ci faceva pensare al passato, a quel “che bella la vita di prima”,  sì come era bella la vita con le sue gioie e le sue speranze, i suoi dolori e le sue belle occasioni da non perdere.
Che bella era la vita prima fatta di famiglia, amici, avventure belle o brutte, fatta di scuola, di lavoro, di relazioni, aperitivi, feste, innamoramenti e voglia di stare insieme e non lasciarci mai, fatta di momenti in cui ti sentivi qualcuno quando qualcuno aveva stima di te e ti amava.
Che bella era la vita quando non eri sola come succede invece adesso che sei sola, quando ci si dava una mano l’un l’altro se serviva e le mani le potevi toccare in una stretta che sapeva di amicizia.
Ma come può essere la vita ora in cui sei costretto a rimanere solo con te stesso e pensi e rifletti e fai i conti con la tua coscienza in questo momento della storia che resterà per sempre?
Questa è la vita di Tommaso, l’apostolo, uno dei 12, scelti personalmente da Gesù per stare insieme, che a un certo punto si perde per strada, lui ad un certo punto resta solo, succede quando si rende conto che Gesù gli ha teso un’imboscata, lui non si aspettava che Gesù rimettesse piede in mezzo alla bella combriccola degli apostoli da risorto e così lascia la casa per farsi gli affari suoi perché non ce la fa più a starci in quella casa, fatta di paura e di tensione, di angoscia e dolore, lui ha bisogno di uscire, di evadere.
Tommaso resta solo.
Uscito con la scusa di farsi una giratina 200 metri intorno all’isolato si perde l’arrivo del Risorto a porte chiuse nel cenacolo dove stanno gli altri, i 200 metri li fa con calma senza nessuna voglia di rientrare, si attarda e non fa in tempo a tornare.
C’è un tempo in cui si torna a casa dopo esserci persi nelle nostre cosette e anche per Tommaso è questo il tempo, rientrare in se stesso e, nel cenacolo, venire travolti dall’incredibile, un coro di apostoli entusiasti che dicono: Abbiamo visto il Signore.
Lo dicono quasi per tormentarlo: lui non c’era.
Povero Tommaso, gli piacerebbe crederci all’istante, cancellare il tempo e essere lì come prima ma non ce la fa,
il Calvario ha lasciato un segno troppo doloroso. La cattiveria di questo virus ha fracassato la sua vita, nella sua depressione non può credere che Gesù, il suo Gesù sia tornato. Non può essere vero, per crederci deve vedere, toccare con mano, non vuole essere convinto da altri, ha ancora negli orecchi i colpi dei chiodi sulle mani e sui piedi, ha ancora negli occhi la lancia sul costato. No, gli apostoli, anche se grandi amici, gli stanno tendendo un tranello sicuramente.
Tommaso, è ancora solo, solo con la sua coscienza, vuole restare solo.
Ma Gesù, promessa di un Padre che le promesse le ha sempre mantenute tutte, otto giorni dopo ritorna, viene ad abitare la solitudine di Tommaso che questa volta è lì, insieme agli apostoli, fragili uomini pieni di paure.
Torna e dice al
plurale: Pace a voi!
Ma è guardando Tommaso con tenerezza che lo invita al singolare: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!
Non sei più solo, non devi più fare i conti con la tua coscienza, fidati, ora, semplicemente, fidati.
E Tommaso ritorna alla vita, torna con la sua fede:
Mio Signore e mio Dio!
Questa domenica si chiama MISERICORDIA, miseria e cuore in un unico dono, un dono che il Maestro ci vuole lasciare, un dono grande fatto di miseria e di cuore uniti in un unico dono per tutti.
Cuore e miseria, che ha il sapore della fatica e della consolazione e il sapore della consolazione e della fatica.
Una domenica in cui Tommaso si è fatto piccino e, da allora, lo prendiamo tutti in giro ma il povero Tommaso lasciamolo stare perché è troppo come noi, si chiama Didimo, che vuol dire gemello, il nostro gemello che ci invita a guardare alla nostra vita, al caos della nostra vita, al buio che ci portiamo dentro, alle fatiche che viviamo, alla sofferenza che portiamo come un peso grande, a questa strettoia della storia che è l’unica strada da cui si riparte per tornare a Dio, per ritrovare il Risorto che è con noi e che vuole stare con noi per benedire la nostra storia e il nostro essere sempre un po’ Tommaso che non crede e vorrebbe mettere il dito dritto nel costato, vorrebbe guardare per fidarsi di più, vorrebbe toccare per credere.
Il Risorto è qui per regalarci la misericordia, quella sana e santa abitudine di un Dio che ha un unico vizio che è una virtù: perdona anche e soprattutto chi dice di non averci creduto e, come a Tommaso, dice a noi: «Non essere incredulo…metti…guarda…tocca…».
Quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore!
Ciao belli

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12 aprile 2020 – Domenica di Pasqua – Anno A – Rito romano
Messa del giorno

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Buongiorno sono il sole, amici belli è Pasqua!!! Il Signore è risorto!
Si, è veramente risorto!
È risorto per tutti, anche per chi si sente brutto, per chi non crede che la bellezza è anche per lui o per lei e fa fatica a scoprirla dentro di sé; è risorto per tutti quelli che hanno l’amarezza nel cuore, per tutti quelli che in questi giorni sono stati colpiti da un lutto, dalla sofferenza, dalla solitudine, per tutti quelli che sono rigidi e non lasciano possibilità agli altri, per tutti quelli che non si sentono felici e non permettono a nessun’altro di esserlo condividendo un po’ di gioia che in questi giorni sarebbe più che necessaria, per tutti quelli che ostacolano il passaggio della luce escludendo gli altri, creando difficoltà e mettendo paletti al passaggio del bene impedendo di contagiare di bontà e di vita; è risorto perché i nostri sguardi possano far trasparire il bello con un largo sorriso; è risorto per noi che, come Pietro rinneghiamo e come Giuda tradiamo; è risorto per tutti noi, per risanare e condonare gli sbagli, per risanare e condonare tutte quelle volte che abbiamo preso la nostra croce e l’abbiamo buttata sugli altri, quella Croce che Gesù porta con noi.
Amici belli, il Signore è risorto, il Cero acceso in questa notte è la conferma che la Luce, nonostante tutto, anche quest’anno squarcia le tenebre, fende il buio delle nostre ferite, irrompe nella nostra amarezza, distrugge la contemplazione della bruttezza, della rigidità e della non accoglienza riportando ordine.
Stanotte si è compiuta la promessa e abbiamo vissuto il passaggio alla vita nuova: con la sua Resurrezione Gesù, ci regala la bellezza di essere dei risorti. Ci dice la possibilità di camminare su sentieri nuovi, ci apre la porta del possibile sui nuovi germogli, sulle cose non viste, sulle cose che già avevamo sottomano ma che i nostri occhi non erano pronti ad accorgersi.
La Luce nuova ci fa mettere in piedi nella gioia, ci fa guardare allo specchio perchè possiamo pettinarci, truccarci, ci fa vestire bene, ci fa ritrovare il sorriso sul volto, mettendo da parte la sciattezza dello stare in casa come dei prigionieri agli arresti domiciliari con le pantofole ai piedi e la coperta sulle spalle presi dalla noia, ma dandoci quella spinta per affacciarci alla finestra e finalmente, dopo anni di pioggia, ritrovare il sole nel cielo azzurro e dire: Grazie Dio che sono vivo! Che mi vuoi nel mondo per portare sorrisi, parole belle, abbracci col cuore, carezze…
Grazie a Dio sì, perchè noi siamo il canto bello di Dio, il suo perfetto capolavoro.
E allora nascono abbracci di gioia, quella gioia del bimbo che apre il suo uovo di pasqua e non vede l’ora di arrivare alla sorpresa nascosta nel buio del vuoto apparente, che spacca il guscio di cioccolato e urla un fragoroso: che bello!
Che bello quando si scopre che nel vuoto c’è il dono, che bello quando, nel nostro vuoto Dio regala meraviglia.
Maria di Magdala va al sepolcro cantando mesti lamenti di lutto, ci va nel buio della sua vita senza senso, brutta e amara, dove non c’è più il suo Signore a regalarle bellezza. Stamattina si è alzata presto e con il passo lento da funerale è arrivata al
sepolcro, così come arriviamo noi al mattino del Giorno di Pasqua, con passi marcati a lutto senza la gioia del cuore, ma come Maria Maddalena per noi c’è una sorpresa: la pietra è stata spostata. La scena cambia, cambia per lei e noi che con la Maddalena ci mettiamo a correre. Dal passo del lutto rinasce la corsa della speranza.
Corri Maddalena, corri dai tuoi  amici Pietro e Giovanni per raccontare la buona notizia! Corri e insegnaci a correre per portare buone notizie…
La mia Pasqua è il che bello! Quell’ansia che porta a cercare il Maestro, il cuore innamorato che fa passare dal lutto dei canti quaresimali, dai lutti della quarantena,  al grido dell’Alleluja pasquale che contagia anche Pietro e Giovanni che, nel vuoto del sepolcro, vedono e credono.
C’è solo un sudario ripiegato e dei teli, ma quei teli parlano di resurrezione ed è la chiamata a partire anche per noi per andare e gridare a tutti che il Signore è risorto, è veramente risorto.
Accogliamo l’invito e andiamo al sepolcro, c’è una pietra spostata su tutto quello che crediamo non vada nella nostra vita, nella vita del mondo ora, andiamo con quella fede che ci fa vedere e credere.
Pasqua è vedere e credere che dietro quella pietra c’è un Dio eternamente capace di stupire. Ha i suoi tempi, tempi lenti, ma stupisce, oh sì che stupisce!
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
5 aprile 2020 – Domenica delle Palme – ANNO A – Rito romano

VANGELO Mt 21,1-11
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».


Buongiorno sono il sole, anche quest’anno, nonostante tutto, è la domenica delle palme.

Come ogni domenica si apre la porta del possibile: posso leggere il Passio in forma breve, come abbiamo fatto noi ieri sera, o nella versione integrale ma non è questa la scelta di cui parla il Signore. La porta si apre sulla possibilità di lasciarsi fare, di fare come quell’asina del Vangelo di cui Gesù ha bisogno. Ci può creare stupore che Gesù, il Re dei re, entri a Gerusalemme seduto su un’asina e un puledro, figlio di una bestia da soma eppure in questa osannante festa della domenica delle palme, Gesù, in groppa ad un’asina si fa breccia tra la folla. Ci fa strano tutta questa gente ammassata ad osannare Dio su un’asina, che crea assembramento perché non c’è contagio che tenga quando Gesù passa in mezzo alla tua vita e ti dà la possibilità di entrare in questa settimana e di cambiare seriamente vita.

La domenica delle palme non deve passare sopra le nostre teste lasciandoci indifferenti, deve entrare nei nostri cuori e lasciare quel segno che solo la Passione di Cristo può e sa lasciare.

No, nNon ci può lasciare nell’indifferenza un Dio che, dopo essere entrato a Gerusalemme, osannato da tutti, arriva ad avere paura, perché è un Dio che trema, che soffre, che piange, è un Dio che rimane solo, abbandonato anche dai suoi tre fidati discepoli di nome Pietro, Giacomo e Giovanni, gli stessi che si è trascinato sul Monte Tabor per mostrarsi nella sua Bellezza.

Non ci può lasciare nell’indifferenza il fatto che Gesù non calcherà più le strade della Terra Santa a consolare cuore, prendersi cura del dolore dell’uomo, fasciare ferite, curare piaghe profonde, asciugare lacrime. Non calcherà più quelle strade ma se glielo permettiamo Dio in suo Figlio entrerà nelle nostre città, nelle nostre case, nei nostri ospedali, nelle nostre sale di rianimazione, nei nostri luoghi di volontariato e ci insegnerà a fare le cose con amore, così come stiamo facendo, si inginocchierà ai piedi di chi soffre e asciugherà le lacrime… ma se restiamo nell’indifferenza le lacrime non escono, il cuore non si commuove, la pietà non prende il posto che gli spetta amici belli.

Non c’è solo un’asina oggi, c’è anche un altro animale in questa domenica a risvegliarci dal sonno tiepido in cui cadiamo quando l’abitudine prende troppo la mano ed è il gallo che canta. Cosa può insegnarci un gallo? Lo dice bene un canto della Comunità di Bose in questo tempo sacro della Quaresima:

Risuona il canto ormai del gallo
presagio lieto della luce
e Pietro roccia della chiesa
ritorna in pianto al suo Signore.
È tempo ormai di risvegliarci
il gallo eccita i dormienti
Signore volgi il tuo sguardo
a noi incerti e vacillanti.

Noi siamo questi, dei dormienti che hanno bisogno di risvegliarsi dall’indifferenza, noi siamo quelli che, prima di salire il Calvario, dormiamo, scappiamo, rinneghiamo di conoscere il Maestro, arrivando addirittura a tradirlo con un bacio. Siamo uomini e donne uguali agli apostoli che sono stati con lui tre lunghi anni, a volte proviamo anche la vergogna di mostrarci cristiani in piccole e grandi occasioni, ci facciamo un segno di croce un po’ stitico sul petto come portafortuna prima di un esame o una partita importante, ci dimentichiamo di pregare prima del pranzo e non facciamo il primo passo nell’offrire un gesto di pace; siamo così, uomini e donne normali che portiamo un rosario al collo o il braccialetto col Tau ma poi sparliamo e mormoriamo di continuo.

Oggi si apre la porta del possibile e ci invita ad entrare nella Settimana Santa, sta a noi decidere se immergerci in un Mistero a volte troppo immenso e doloroso da comprendere, oppure arrivare alla Pasqua sapendo che si deve arrivare solo attraversando il Mar Rosso, solo per la strada che porta al Calvario e lì non ci sono scorciatoie. Gesù l’ha salito tutto il Calvario e con la Croce in spalla.

Voi fate come volete. Io non lo abbandono, posso anche essere un’asina, ma il Signore ne ha bisogno.

Buona domenica delle palme! 

#LABUONANOTIZIA
29 marzo 2020 – V domenica di Quaresima
ANNO A – Rito romano

Liturgia: Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava.
Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà».
Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno.
Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?».
Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto:
«Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?».
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.


Buongiorno sono il sole, per la quinta domenica di quaresima ci trasferiamo a Betania, dopo Sicar, passando per Siloe e prima ancora nel deserto e il Monte Tabor ora siamo nella casa degli amici di Gesù, dove abbiamo già fatto tappa altre volte. Lì abitano tre fratelli, i suoi migliori amici di nome Lazzaro, Marta e Maria. Giovanni ci ha lasciato scritto che «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro».

Nelle prime righe, il Vangelo sottolinea che Lazzaro è malato e le sue sorelle, che non hanno mai chiesto un favore a Gesù, lo mandano a chiamare perché faccia qualcosa.

Gesù, sta camminando di città in città, riceve questo telegramma urgente: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Quel colui che tu ami è il suo amico Lazzaro, non una persona sconosciuta qualunque incontrata per caso al pozzo o un uomo cieco che non conosce, è Lazzaro, il suo compare. Se io fossi stato Gesù, avrei detto ai discepoli di interrompere ogni faccenda, prendere il primo volo per Betania e catapultarsi a fare il miracolo prima che succeda l’irreparabile ma, Gesù no, non è così e Giovanni sottolinea che: «Quando sentì che era malato rimase due giorni nel luogo dove si trovava». Accipicchia che amore, due giorni per chi sta per morire sono tantissimi, non si fa neppure in tempo a dare l’unzione degli infermi per farlo morire in grazia di Dio. Come sta capitando ormai in questi giorni.

Gesù quando decide di partire? Quando Lazzaro è già morto.

A leggerla così, questa storia, sembra che Gesù non gliene importi nulla di Lazzaro e delle beghe sulla terra in preda al Corona Virus, che non gliene importi nulla dei nostri problemi, del lavoro che tutti stanno perdendo costretti a un restare a casa che si sta allungando all’infinito, che non gliene importi nulla della polmonite da covid-19 di milioni di persone in un letto d’ospedale che forse non ha un domani, che non gliene importi nulla dei nostri problemi che mettono ansia… In tutto questo lui fa ritardo di due giorni.

E Marta, questa volta si arrabbia: «Caspita! ora mi sente, io mi fidavo di lui».
Gli corre incontro e non lo lascia neppure entrare: «Signore, se Tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».
Lui però è un Dio che non si giustifica, non si offende neppure se l’amica del cuore gli urla addosso tutta la sua rabbia, non se la prende se il mondo lo incolpa di tutto il male che c’è sulla terra, non si mette a questionare se la gente ancora pensa che la Chiesa dovrebbe dare i soldi dell’IMU invece che stare a pregare come ha fatto papa Francesco, non si lascia turbare da quelli che questo è il castigo di Dio senza accorgersi del bene che riceve ogni giorno, anzi, fa una carezza a Marta con le Parole più vere che in questa quaresima ci stanno accompagnando e ritornano come un messaggio quotidiano per imparare a fidarsi: «Se credi, vedrai la gloria di Dio».

La Buona Notizia sono questi due tempi dei verbi che non tornano.
Credi al presente e vedrai al futuro.
In mezzo c’è la fede, c’è la speranza che ciò avvenga certamente, c’è la fatica che ci fa tentennare, c’è la promessa di un Dio che sa mantenere gli impegni.
Credi e vedrai a noi suona strano perché noi siamo quelli del se vedo credo e che corrono da Gesù arrabbiati con quel «se tu fossi stato qui», mio padre non avrebbe perso il lavoro, la mia amica sarebbe guarita, io non avrei avuto problemi e continuiamo a mettere Gesù sul banco degli imputati accusandolo di tutte le ingiustizie che noi facciamo agli altri o del bene che non facciamo.

Questa quinta domenica di quaresima apre un’altra porta del possibile«Se credi, vedrai la gloria di Dio».
A noi il rischio di provare a dire con Marta: «Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
A noi il rischio di poterci fidare perché il risultato è che Marta crede e Lazzaro risuscita e non il contrario alla se vedo credo, dove noi avremmo fatto resuscitare Lazzaro all’istante per vivere il nostro momento di conferma nella fede.

Da oggi è un altro modo di vivere: «se credi, vedrai».
Aboliamo quel terribile se vedo credo o quel tommasiano assurdo del «se non vedo non credo».

Gesù lascia quella casa dopo aver regalato il suo biglietto da visita: «Io sono la risurrezione e la vita».
Quel giorno Gesù ha pianto per l’amico Lazzaro
, non è stato rigido come un Dio che non ci sta male, ha versato lacrime vere e ha detto: «Lazzaro, vieni fuori!», come lo dice a noi tutti i giorni: «vieni fuori!», smettila di piangerti addosso, di startene a cullarti sulle tue illusioni che non portano a nulla di bello, di guardare il tuo ombelico che ti fa sentire al centro senza accorgerti mai di chi ti sta accanto e che forse ha problemi più gravi dei tuoi, smettila di startene nelle tue morti,

Vieni fuori, «se credi, vedrai». 

Vedrai che una luce entrerà da quel masso che hai messo davanti alla tua porta, un raggio di sole illuminerà la tua vita rendendola bella.
«Vieni fuori!», lascia quelle bende che ti trattengono al passato,
«vieni fuori!», lasciati amare, l’amore è più forte della morte.

Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
22 marzo 2020 – IV domenica di Quaresima –  Laetare
ANNO A – Rito romano

+ Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 9,1-41
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».


Buongiorno sono il sole, amici belli preparatevi perché la storia è un po’ lunghina oggi:
è la quarta domenica di quaresima, famosa come la domenica in laetare, una parola che sa di letizia, di gioia, di sorriso, di felicità e merita di essere gustata e, il protagonista di oggi, ci insegna che si può sempre tornare a vedere la luce.

Eravamo rimasti al Pozzo di Sicar con una donnina che torna a vivere, oggi siamo alla piscina di Siloe con un non vedente che torna a vedere. La Buona Notizia è un Dio che sceglie i personaggi difettosi, i giocattoli rotti che si possono riaggiustare, i frutti guastati che hanno un gusto saporito, perché hanno il buono dentro anche se non si vede.

Lasciamo Sicar per Siloe, posti diversi ma dove l’acqua è sempre al centro, dove le parole sono balsamo per il cuore, l’anima e gli occhi, dove la salvezza c’è ed è per sempre.

C’è tanta gente a Siloe quel giorno, non come la settimana scorsa in quel mezzogiorno di fuoco dove Gesù si ritrova solo con una donna, c’è un mare di gente che si è accorta che Gesù, il fenomeno del momento, sta attraversando il paese progettando chissà quale evento per raggranellare fans.

Tutti lo guardano mentre il suo sguardo si posa delicatamente sul cieco, fissa gli occhi di un uomo che non può fissare i suoi e inizia un rituale fatto di gesti e silenzio, che riporta alla bellezza un uomo che non esisteva più per nessuno.

Tutto parte da uno sputo per terra, con la saliva modella il fango, come se fosse la migliore crema trovata sul mercato, gliela spalma sugli occhi e poi lo spedisce a lavarsi nella piscina di Siloe.

La scena la potete immaginare?
In un brusio di gente che mormora, che è sempre perennemente gelosa del bene che fai, che sta lì a fissare ogni tuo movimento per vedere se sbagli, lui, semplicemente, manda un uomo a lavarsi in quella piscina al centro del paese, tutti gli sguardi si spostano da Gesù al cieco che obbedisce con naturalezza ad un comando: lui va, poi torna e ci vede, in sottofondo il mormorio misto a rabbia, gente che non crede e insinua il dubbio che quello non era cieco oppure è uno che gli somiglia. Tutte ipotesi per smontare la credibilità di chi vuole solo fare verità.

La cosa più bella è che il cieco a Gesù non ha chiesto nulla e di lui non sa nulla, sa solo che prima non ci vedeva e adesso ci vede: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
A lui non interessa altro ma a loro sì e insistono.
Perché a te che sei un sudicio barbone? Perché ha scelto te?

Insistono anche coi genitori perché se la mela è marcia dipende dall’albero, ma in questo caso la paura vince anche sui genitori che non lo difendono buttando lì una risposta a caso: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Ed è a lui che tutti ritornano sempre più presi dalla rabbia di non trovare una giustificazione ovvia a tutto questo fenomenale evento. Ma forse i ciechi sono loro, questa banda di increduli che si tormenta per una cosa che è talmente chiara da non aver bisogno di essere spiegata e si continua con un infinito interrogatorio: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

Ora sì che si arrabbiano per davvero e lo cacciano come una zanzara che dà fastidio. Ma a lui non interessa un granché, non interessa neppure a me quando mi capita qualcosa di così bello da perderci la faccia, da non dover giustificare la mia gioia a nessuno, non mi interessa quando per la bellezza di vedere nel modo giusto le cose posso accorgermi con stupore dei doni che ho e che non merito, perché la salvezza, non è solo di chi la chiede, ma anche di chi, immeritatamente, la riceve gratis.

Non mi interessa se gli altri distinguono, facciano confronti, puntino il dito sui tuoi sbagli, disprezzino, a me interessa vedere quel volto, un volto che mi ri-guarda, le sue mani che mi accarezzano, i sorrisi che mi fanno bene e contagiano, i suoi piedi che camminano nella storia dell’uomo e mai si fermano, i colori, la mia famiglia, uno per uno, i miei cari accanto che prima non vedevo, i poveri, i soli, tutto mi ri-guarda, a me interessa accorgermi di un Dio che alla samaritana ha detto tutto quello che ha fatto e a al cieco ridona la vita, ri-dona, torna a fare un dono, perché Dio non è ripetitivo è solo generoso e vuole semplicemente rimettere ordine.

A loro non rimane che cacciarlo via perché, se una cosa non ti garba, non rimane che cacciarla. L’Amore, a volte, non si regge e non c’è cieco peggiore di chi non vuol vedere. Loro lo cacciano, ma Dio lo accoglie e lui incontra la salvezza, basta un Credo e un prostrarsi dinanzi a Dio che vuole semplicemente vedere i suoi figli felici.

In questa quarta domenica di quaresima un cieco torna a vedere, un mendicante si rialza, un uomo ritorna ad essere felice.

Quaresima come tempo per accorgersi che c’è un volto che mi ri-guarda e mi vuole felice. Domenica in Laetare sia!
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
15 marzo 2020 – III domenica di Quaresima – ANNO A – Rito romano

+ Dal Vangelo secondo Giovanni  (Gv 4,5-42)
[In quel tempo, Gesù giunse ad una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».«Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua»]. Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, [vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te»].
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
]Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo»].


Buongiorno sono il sole, in questa terza domenica di quaresima c’è una donna speciale, si dice che abbia già avuto 5 mariti e quello che ha attualmente non è suo marito.

La scena da immaginetta. Gesù seduto al pozzo, è mezzogiorno, è un caldo torrido e ha sete, ha sete della nostra sete e, al Pozzo di Sicar, sta per aprire un’altra porta sul possibile: è possibile imparare a desiderare come lui, non come chi si sente tanto superiore da sapere di avere tutto ma come chi è così umile che può ricevere da ogni persona.

Oggi, in questa sete, Gesù fa nascere una donna nuova con il suo linguaggio delicato che non violenta ne usa i corpi come merce, con parole che vanno al cuore, il sentimento e l’amore.

Gesù è lì, in attesa, ad un pozzo, luogo biblicamente significativo per incontri importanti, non attende l’acqua ma attende lei, la donna dei 5 mariti.

Cammina sola la donna, la gente quando parla di lei lo fa mormorando, nessuno le rivolge mai una parola gentile, il suo passato non è dei migliori ma, nel caldo afoso di un Mezzogiorno dei soliti, improvvisamente, una voce diversa si rivolge a lei con delicatezza: «Dammi da bere». 

Di solito gli uomini abbordano le donne anche così, un bicchiere di qualcosa di forte al bar e una serata svuotata di senso, forse anche lei è abituata a certe richieste, forse finora ogni suo passaggio al Pozzo di Sicar è stato occasione per essere bevanda dissetante per troppi ma, questa volta no, questo uomo è diverso, questo uomo è un Giudeo, acerrimo nemico dei samaritani, come mai osa tanto? Invita al Pozzo addirittura quello che dovrebbe essere il marito, perché è lei a correggere il tiro: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 

Gesù non la vuole giudicare, né umiliare e non si capisce bene se qui giochi da ironico o benevolo giudice misericordioso, sta di fatto che approfitta della situazione per fare una delle sue più belle catechesi sull’acqua e sulla vita eterna. 

Vita eterna… poteva essere un argomento interessante per questa donnina? Non serviva più una pubblicità alla Just o alle creme antirughe, elisir per l’eterna giovinezza e prodotti che non fanno invecchiare mai? Gesù offre un di più a quello che per noi è il già abbastanza, un di più di bellezza, di bontà e di verità: «un’ac­qua che diventa sorgente che zampilla».

La Buona Notizia passa da qui, da questo Pozzo di Sicar dove c’era la sete e dove Gesù ti cambia la vita con uno sguardo che non giudica e una parola gentile, un amore dato con tenerezza.

Gesù continua a parlare con il linguaggio dell’evangelista Giovanni fatto di domande su altre domande, discorsi ambigui e frasi a doppio senso che solo qualche afferrato teologo può comprendere ma che una donnina del tempo capisce poco, lui parla di metafore dal sapore di Cielo e ogni tanto fa scivolare qualche indizio per farsi riconoscere: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice “dammi da bere”».

Lei era famosa perché nel paesello era esperta di uomini, li riconosceva a distanza, li conosceva tutti, taluni anche per nome, ma ne mancava Uno all’appello: quell’uomo che l’ha fatta ricredere sull’amore vero. «Credimi, donna, sono io che ti parlo».

È lui che riempie la gola e la vita di senso e la vita cambia davvero.

La samaritana lascia la brocca al pozzo e corre come corrono tutti quelli che nel Vangelo hanno scoperto la verità della vita, corre in città e testimonia la Bellezza di un Dio che l’ha resa speciale e che per tutti ha questo tocco che cambia.

Chiamata per tutti ad essere apostoli, non a bere per placare la sete ma aiutare altri a trovare la vera sorgente, apostoli che, illuminati illuminano, apostoli che ricevono e danno senza tenere nulla per sé, apostoli che, come un pozzo, sanno regalare speranza, ascolto, amore, tenerezza, parole belle, che sanno vivere le relazioni a partire da un Dio che cambia la storia amando e servendo.

Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
8 marzo 2020 – II domenica di Quaresima – ANNO A – Rito romano

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».


Buongiorno sono il sole eccoci alla seconda domenica di quaresima. Il Signore, nel cammino di digiuno, preghiera ed elemosina ci regala un momento di bellezza stratosferica, una chiamata ad uscire dal deserto e salire sul monte con Gesù e con Pietro, Giacomo e Giovanni.

Cosa è successo quel giorno? Pietro, come suo solito, prende la parola e sbaglia, osa sempre troppo e affonda il piede in qualcosa che vorrebbe trattenere mentre Gesù invita sempre ad un oltre, usa il wow del cuore perché davvero sta vivendo un momento alla grande, ma Gesù lo frena. Deve ricominciare ogni giorno a scalare montagne di cose misteriose, cose del cielo che non si capiscono all’istante.

Ma oggi, anche per noi, su quel Monte, c’è una chiamata a trasformarci, la nostra esistenza può essere trasfigurata, come?

Il Tabor è un pezzetto di Paradiso, un assaggio, come in quelle giornate in cui prendi un momento per te per uno di quei momenti bellissimi che vorresti non finissero mai, attimi che vorresti fermare come uno scatto fotografico che immortala il bello per sempre, sono quegli spazi di tempo dove anche tu usi il superwow del cuore modello trasfigurazione: «Signore, è bello per noi essere qui!», con quella segreta speranza di non morire mai.

Ci sono nella vita queste scene da contemplare perché siamo stati creati per incantarci, per essere felici, soprattutto quando vediamo solo cose che non vanno, lavori che falliscono, amori che finiscono, amicizie che deludono, situazioni che fanno tremare di paura, come succede in questi giorni ma noi siamo stati creati per amare anche dove non vediamo un guadagno, amare in perdita perché a trastullarci sul bello non serve, sono attimi che finiscono, assaggini di un buffet che poi ti lascia a pancia vuota, c’è una vita che dura per sempre e noi siamo stati creati per la bellezza, per essere strumenti di bellezza che gusteremo quando a Dio piacerà.

Dal Tabor bisogna scendere, è l’amore che ce lo chiede. Gesù ci ha portato in alto, fuori dai nostri problemini per mostrarci come è lui realmente, per toccarci e svegliarci, allontanandoci dalle nostre ansie e paure, per darci forza e indicarci la meta senza costruire capannucce inutili in uno spazio che ancora nostro non è, nostro è il quotidiano delle cose da vivere, la famiglia, il lavoro, gli amici e la comunità dove vivi.

Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno creduto e accettano di scendere e noi?
Non lo so, ma io ci provo, perché sul Monte si sale per fede e se accetti, scopri un Dio che non ti fa stare seduto mai, un Dio che libera, ti fa creativo, ti fa vedere oltre i tuoi orizzonti, un Dio che, appena lo vedi, è già oltre.

«Signore, è bello per noi essere qui!»ma lui ti chiama ad un’altra partenza… Alziamoci e andiamo con Gesù sul monte, il suo scopo è liberare tutta la bellezza di Dio sepolta in te. Ciao belli


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1 marzo 2020 – I domenica di Quaresima – ANNO A – Rito romano

+ Dal Vangelo secondo Matteo(Mt 4,1-11)
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai».
Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.


Buongiorno sono il sole, prima domenica di quaresima in una calda e torrida giornata nel desertoGesù si trova qui, solo, dopo 40 giorni e 40 notti in cui ha fatto digiuno, in un atupertu col diavolo c’è dell’incredibile, è un diavolo di quelli rompiscatole che se li trovi in giro e sei un po’ debole, diventi pane per i suoi denti, uno di quello ganzini che però ha fatto male i suoi conti e ha scelto il tipo sbagliato per farlo cadere, non ha capito che, se Gesù decide di mettersi al suo livello e perder tempo con lui non è perché cede alle tentazioni, ma è per insegnare qualcosa a noi. Dio potrebbe risolvere la situazione antipatica in due balletti e quattro miracoli, invece affronta la fatica del caldo, della fame, del rompiscatole che gli sta alle costole con tre tentazioni mica male, per regalarci una lezione di vita da incorniciare.

«Gesù viene condotto dallo Spirito», non in un bagno di folla, come è più probabile trovarlo solitamente, ma «nel deserto per essere tentato dal diavolo», non per un giorno di digiuno e astinenza, come noi bravi cristiani da fioretti e propositi tranquilli faremmo, ma 40 giorni e 40 notti di digiuno assoluto dove, alla fine, anche Gesù ha fame. È a questo punto che entra in scena l’avversario, quando Gesù è provato e gioca subito i tre Jolly per essere sicuro di vincere. Tre carte e tre modi di vivere il nostro rapporto con le cose, con Dio e con gli altri, osa il tutto per tutto e, se gli va bene fa il botto.

Cala la prima: Gesù, vedi se riesci a trasformare ‘ste pietre in pane. Qui abbiamo un Dio che gioca al rialzo: eh no! Il pane è buono ma più buona è la Parola.

Gesù ha fame, ha fame della Parola di Dio, del gusto di Dio. 

Cala la seconda: Gesù vieni quassù, qui vicino al tuo bel Cielo e buttati giù, vediamo un po’ se gli angioletti vengono a prenderti. Lo dici a tutti no? Gettati con fiducia…

Gesù cala la sua: eh no! Io ho fiducia in Dio che è mio Padre, ma come vuole lui non come voglio io, ho fiducia in lui che non mi dà quello che io penso mi serva ma quello di cui ho bisogno e non c’è bisogno di prove per crederci.

Gesù ha fame, ha fame del Padre, della fiducia del Padre. 

Cala la terza: Gesù, se tu stai con me, in cambio ti darò tutto il potere che vuoi, a questa proposta non puoi dirmi di no, col potere puoi fare tutto, volere è potere, l’amore non serve.

Gesù non ne può più, è ora di dire basta: «Vattene, Satana!»

Gesù ha fame, non fame di potere, ha fame di amore perché è l’amore che scaccia il timore, è l’amore che scaccia il diavolo, è l’amore che permette agli angeli di avvicinarsi e servire.

Ecco la Buona Notizia di questa prima domenica di quaresimaavvicinarsi e servire, due verbi da mettere nel vocabolario del cuore, avvicinarsi e servire, mettersi accanto alle persone e avere cura di loro, entrare nella solitudine della gente e fare compagnia.

Il peccato ci rende soli, l’amore ci rende angeli che si fanno vicini e servono.
Ciao Belli


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26 febbraio 2020 – Mercoledì delle ceneri

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.

Buongiorno sono il sole, iniziamo la strada che porta alla Resurrezione con un pizzico di cenere in testa per finire con l’acqua sui piedi il Giovedì santo… tutto quello che passa in mezzo si chiama conversione dove l’amore ci spinge a mettere via tutte le maschere che ci siamo messi finora per fingere di essere migliori, tutto quello che passa in mezzo si chiama misericordia dove il deserto la fa da padrone, luogo di paura e di ansia, ma luogo in cui Dio conduce la sua creatura per parlarle sul cuore, per stare con lei senza distrazioni.

Dovremo camminare nel deserto per 40 giorni, solo con la forza di un pizzico di cenere in testa a ricordarci che dobbiamo procedere sporcandoci i piedi, accorgerci di chi ci cammina accanto aprendo il nostro cuore al povero e sentire che non siamo soli perché Dio è con noi e quei piedi alla  fine del cammino ce li  laverà, ce li asciugherà e ce li bacerà segno di un amore senza fine!

Chissà mai che accettando la sfida di abitare questa zona, non scopriremo dentro di noi la nostalgia del Cielo: quella che ti fa venire voglia d’essere pulito, d’essere te stesso, d’abbandonare mille immagini costruite, d’essere semplice per stupire il mondo.

«E il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Buona quaresima in cammino adagio adagio per dissetarci alla vera Sorgente.
Ciao belli

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – RITO ROMANO

+ Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,38-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:”Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente.
Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?
E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.


Buongiorno sono il sole, la parola che è Buona Notizia oggi è un ordine, un comando, un consiglio deciso da parte di Gesù, un verbo dato con fermezza: «Amate!».

Facile no? per niente.

Allora perché Gesù ci chiede una cosa così difficile? perché ci vuole perfetti, non perfettini, ci vuole perfetti come è perfetto il Padre.

Oggi è come aprire un nuovo elettrodomestico, prima di avviarlo e sperare che pulisca la casa in un battibaleno, cerchi il fatidico foglietto delle istruzioni e lo leggi con attenzione perché tutto sia perfetto, così prendi il Vangelo e segui passo passo cosa ti chiede di fare Gesù per essere tale e quale al Padre.

Iniziamo per gradi: «se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra».

Il primo passo è far vedere all’altro che non hai niente da difendere, se non hai fatto nulla di male nei suoi confronti, puoi tranquillamente lasciare che pian piano capisca che non deve esserti nemico. Porgere l’altra guancia è essere disposti a fare il primo passo nel ritrovare rapporti che si fondino sul perdono, porgere l’altra guancia e sapere che la vita continua a fiorire lasciando che quel «ladro che vuole rubarti la tunica si prenda anche il mantello», l’unica cosa che sa di protezione, l’ultima cosa che ti rimane e che ti rende da inoffensivo a vulnerabile, come è l’amore.

La vita continua a fiorire vincendo in generosità: due miglia sono meglio di uno in compagnia, una manciata di tempo anche quando ne hai poco è meglio che un rifiuto, un sorriso e una stretta di mano a chi ti chiede qualcosa è meglio che dare qualcosa voltando le spalle. La vita continua a fiorire amando il nemico: se amo, la vita fiorisce, se non amo, la vita finisce. Gesù chiede l’amore per il nemico, la preghiera per il nemico, il porgere la guancia al nemico.

La porta del possibile si apre anche oggi. Dio, in suo Figlio, ci dà la capacità di chiedere al Padre di avere un cuore capace di amare, di avere i suoi stessi sentimenti di Figlio e di sentire il calore dello Spirito Santo che ci rende amanti come lui in un circolo di amore all’infinito.

La Buona Notizia è sapere che domani o dopodomani avremo un cuore nuovo, un cuore che ha fatto fatica nell’imparare l’arte dell’amore, un cuore bello quanto il cuore del Padre capace di amare in eterno, capace di amare tutti, capace di far sorgere lo stesso sole sui buoni e sui cattivi. La Buona Notizia è il mio cuore che ama per primo, che ama perdendo, che ama senza aspettarsi più niente in cambio.

Ciao belli

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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – RITO ROMANO

VI t.o. anno A

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 5,17-37.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento.
In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. »
Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio.
Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione.
In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! »
Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.
E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti;  ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio;
né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re.
Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello.
Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».


Buongiorno sono il sole, oggi c’è un ma a far da scuola, un ma che, detto da noi, è sempre un mettersi contro e sentirsi un metro sopra la testa degli altri, un ma, che detto da Dio, è un impulso a diventare più belli.

Leggiamo questo lungo Vangelo sapendo che qui non è un Dio che si mette contro per farci un dispetto ma un Padre che ci corregge perché ci ama; se nella vita hai sempre fatto a quel modo, andando sulla scia di un Vecchio Testamento che profuma di tradizione e di un ostinato ‘si è sempre fatto così’, scegliendo la via del Vangelo, tutto potrà sembrarti impossibile ma sarà veramente bello e la tua vita profumerà di pienezza e beatitudine, la felicitudine del seguire Gesù.

Nella via del Vangelo non c’è né google map né la cartina topografica per capire dove sei e dove andare ma ci sono due costanti: la via del cuore e Gesù da seguire. C’è la scelta di amare e dare vita o non amare che è togliere vita.

Oggi, la Buona Notizia è un ma, non il nostro che ci mette al centro e ci fa sempre sentire perennemente migliori degli altri, come quando l’altro fa un disegno e noi fieramente diciamo: “bellino” e aggiungendo “ma se lo facevo io avrei messo più rosso” pensando in cuor nostro che sicuramente l’avremmo fatto meglio, qui c’è il «ma io vi dico» di Gesù che non umilia l’altro ma porta a compimento il disegno di perfezione del Padre, il «ma io vi dico» di Gesù che non rimprovera ma stimola a diventare migliori, il «ma io vi dico» di Gesù che non mette da parte il tuo impegno additando il suo ma usa il tuo impegno per farti vedere quanto poco manca al Regno dei cieli, il «ma io vi dico» di Gesù che ci chiede di cambiare non per disprezzare il già fatto e il già vissuto ma per amarlo e scoprirsi più belli, per far risplendere il bello. Ecco perché, oggi, la Buona Notizia è questo Dio che crea dicendo come ha fatto il primo giorno in Paradiso: «avete inteso che fu detto ma io vi dico…».

Coraggio! il Vangelo è l’unica strada che ci rende più belli di quello che crediamo di essere anche quando ci sembra impossibile, come in questo versetto: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono».

Fare il primo passo costa una fatica immensa, soprattutto quando pensi di avere ragione, ma se ami la fatica, poi sentirai una felicità nuova, si tratta di fare il primo passo che è il passo del perdono, dove chi perde vince perché perde sé stesso e guadagna l’abbraccio del Cielo dove il ma di Dio fa fiorire la vita.

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – RITO ROMANO

xx

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».


Buongiorno sono il sole e vi do una notizia bellissima. Gesù oggi mi dice che io, tu, noi siamo luce del mondo. Non dice: impegnati perché devi essere una luce, dice: tu sei luce perché quello che tu fai si rinfrange e si vedono colori belli, perché sei stata con me e ci stai, perché ti fidi di me e vivi quello che ti chiedo anche con tutta la tua fatica.
È bella notizia dentro un’altra bella notizia, mi dice che io, tu, noi siamo sale della terra, non per farmi gasare e farmi sentire migliore degli altri ma per rassicurarmi sulle mie responsabilità, sui doni che mi fa per gli altri. Non lo dice a me soltanto ma lo dice a noi, comunità, a noi, famiglia, a noi, amici, lo dice al plurale, lo dice a un marito e una moglie che insieme fanno un noi, lo dice a dei compagni di squadra che insieme fanno un noi, lo dice a una comunità di fratelli e sorelle che insieme fanno un noi, lo dice a un gruppo che insieme fanno un noiperché l’io da solo vale poco ma nella relazione è una forza, è luce all’infinito e dà sapore, un buon sapore.
Noi siamo la luce perché accogliamo Gesù che è la vera luce e questa luce la portiamo in giro come dei candelabri viventi. Come fare? dedicandoci agli altri come farebbe lui, prendendoci cura dell’altro, accogliendo chi è povero e solo, vivendo ‘facendoci caso’, che non è un bel modo di dire per distrarci un attimo sulle storie degli altri, ma è un vivere fuori di sé. Solo così diventeremo luminosi e saporosi, luce del mondo e sale come quello nel piatto che dà sapore al cibo, che si scioglie dentro il cibo confondendosi. Questa la nostra presenza nel mondo: esseri che sanno di qualcosa, che sanno di qualcuno, che hanno ricevuto un dono nel Battesimo e questo dono diventa un gesto di cuore per tutti.
Ecco la buona notizia: noi siamo persone belle che ad un certo punto si accorgono che Dio irrompe nella loro vita e cambiano, diventano persone belle con Dio nel cuore e lo condividono in modo meraviglioso, in modo luminoso, dando sapore, né tanto né poco, q.b., quanto basta per far sentire e far venire il gusto di Dio. Ciao belli

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2 FEBBRAIO 2020 – PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – CANDELORA 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,22-40)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore-  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. Parola del Signore.


Buongiorno sono il sole, quanto è prezioso il Dio bambino? Due tortore e qualche siclo d’argento.
Maria e Giuseppe, nella festa di oggi, che ruba il posto alla IV domenica del Tempo Ordinario dell’Anno A nel Rito Romano, vanno dritti dritti al Tempio per il sacro rito della purificazione del loro bambino con quel famoso asinello abituato a portarli ovunque, da Nazareth a Betlemme, da Betlemme a Nazareth, da Nazareth in Egitto e al Tempio, perché Gesù è come tutti e non usa né Ferrari né Lamborghini per muoversi, è così Nazareno che il sacerdote non lo riconosce perché lui attendeva il grande Messia non un bambino che vale due tortore e qualche siclo come i bambini qualunque, nelle sue grandi aspettative non si rende conto che tra le sue mani passa il Re della Gloria, così distratto da non accorgersi che nelle sue mani passa il Messia. Lo aveva atteso, lo aveva desiderato, lo aveva invocato ed ora che è lì, nelle sue mani, lo perde.

Se non sei pronto, la Salvezza ti sfugge dalle mani, se non sei attento passa e va oltre. Se non sei presente la Presenza non si ferma.
L’incredibile avviene con il pio e devoto sacrestano di turno e la profetessa Anna molto più vecchia di quell’omino vegliardo che aspettava fedele da più di ottant’anni. I due vecchietti aspettavano, vecchietti ma svegli, attenti e non distratti, in attesa continua, sempre alla ricerca di Dio dappertutto, nelle piccole cose e nei piccoli incontri e, finalmente, quel Dio bambino si lascia stringere come promesso.

Simeone s’accorge che è lui ed è festa.
Il buon vecchio Simeone che ha passato la vita ad attenderlo, attento a ogni più lieve passaggio, l’ha cercato, l’ha invocato, l’ha trovato. Simeone oggi ha trovato il Dio che cercava, quel Dio che gli aveva dato appuntamento e gli aveva promesso di farsi vedere, in quell’abbraccio Simeone, benedice Dio, lo stringe stretto tra le sue braccia di vecchio, braccia piene di rughe come la sua faccia d’ottantenne, lo tiene come qualcosa di prezioso e canta la sua canzone più bella, la nostra canzone di Compieta: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”.
Anche Anna si accorge e canta di gioia.
Anna, una donna innamorata di Dio che accoglie tra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio.
Anna che aspetta con la sua rughità di anziana, che arriva prima in Chiesa e aspetta le altre per attaccare il rosario. Anna fedelissima alla Messa della sera che, da sempre, cambia la tovaglia dell’altare e tiene in ordine la Chiesa mettendo anche l’acqua nei fiori e le piante, rendendo tutto più bello come conviene a una Casa, soprattutto se è la Casa del Signore, che sta attenta ai lumi e le candele. Anna, proprio lei, che è una delle preziose vecchine e signora semplice.
Anna con Simeone al Tempio hanno un regalo da Dio: vedere finalmente con i loro occhi la salvezza fatta carne, il Dio Bambino. Si sente ancora Simeone che canta e ora Anna, nella sua anzianità, canta con lui e danza di gioia, nella sua vecchiaia è ancora agile e splendida!
E’ la benedizione che è contagiosa e questa fecondità di bene è per noi, chiamati ad essere fecondi di benedizioni e di gesti di bene.

E io? quale Dio sto attendendo? Come lo sto attendendo? Che cosa sto facendo?
La buona notizia è questa: occhi innamorati che sanno vedere oltre e ci fanno ripartire quando abbiamo il vuoto dentro.
Buona festa dell’hypapante la festa dell’incontro tra Gesù sposo e la sua sposa, la Chiesa. Facciamoci belli e cantiamo di gioia.
Ciao belli

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DOMENICA 26 GENNAIO 2020-III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,12-23)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire:
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.


Buongiorno sono il sole, Giovanni Battista è stato arrestato, è stato stoppato, è stato fermato e Gesù, amico e cugino, lascia Nazareth per andare a Cafarnao, là, sulla riva del mare, perché è là si compie la promessa: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». 
Lo dice a tutti: giratevi verso la luce perché, ecco, viene la luce.
Così inizia la Buona Notizia di oggi, con alcuni pescatori che sono abituati a vivere la notte illuminati solo dal chiaro di luna, abituati all’attesa, anche lunga, abituati anche alle reti vuote che porti a casa spesso piene, abituati al mare mosso della tempesta che muove barca e cuore e ti rende il respiro affannato e agitato. Inizia con questi uomini che Gesù sceglie mentre continua a fare quello che il cugino e amico faceva con tanta passione.

Inizia con il verbo vedere che, anche se non fa rima con venire, ci sta molto bene.  Vede Simone e Andrea, poi Giacomo e Giovanni e li invita a venire dietro di lui.

Inizia con un subito, con un lasciare tutto quello che hanno e che fanno senza tentennamenti e senza neppure sapere cosa faranno di preciso, sanno solo che rimarranno pescatori come se, tra pesci e uomini, la differenza fosse minima. Lasceranno ogni cosa e casa per seguire il sogno di chi riesce a guardarli spostando lo sguardo dalla terra al Cielo, trasformando il dolore in gioia, cambiando una situazione di buio in un fascio di luce senza tempo né spazio. Ascolteranno le parole di chi dice beati a tutti quelli che fanno della loro vita un dono per gli altri proprio come lui. Guarderanno i gesti di quell’uomo di Nazareth per imparare a toccare, accarezzare, amare come lui che dona la vista ai ciechi, la parola ai muti, il sorriso a chi piange. Vedranno gli occhi di chi sente la delicatezza di una carezza toccargli il cuore. Sentiranno la speranza dei disperati che ritrovano la forza di rialzarsi.
Inizia così la bella storia di chi si lascia incantare, con questi 4 nomi che si fanno coinvolgere e si innamorano. E da quel giorno niente fu più lo stesso ma è sempre Buona Notizia.

A noi basta un sì, un lasciare e un subito, il resto è solo la Buona Notizia di un Dio che cammina, vede e chiama per andare con lui, devi solo voltarti verso la luce, convertirti e crederci, basta guardarlo negli occhi, fidarti sulla Parola. Questa è la gioia del Vangelo. Ciao belli

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DOMENICA 19 GENNAIO 2020 – II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – Rito romano

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Buongiorno sono il sole, Giovanni detto il Battista, in questa seconda domenica, è uno dei protagonisti della Buona Notizia.

Oltre a ricordarci di preparare la strada e raddrizzare i sentieri,  facendoci venire continuamente la voglia di convertirci e credere, si è trovato costetto a battezzare il suo cugino e amico più grande, in questo Vangelo ci insegna come non soccombere alla tentazione che potrebbe prenderci di sentirci migliori degli altri ed essere capaci di puntare il dito per indicare chi è veramente degno di essere guardato e imitato, proprio come ha fatto lui: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».

È facile farsi dei fans, avere dei discepoli che seguono le tue orme come Taddeo di Bartolo per Duccio di Boninsegna, ma Giovanni lo sa, Giovanni sa che non è lui il salvatore del mondo ma il Cristo e indica, da vera guida spirituale, chi i suoi discepoli devono seguire. Da sempre i discepoli seguirono Cristo e questa è la Buona Notizia, seguirono Cristo, non delle persone e furono felici.

Giovanni è l’Amico dello Sposo che sceglie sempre di rimanere in ombra, di stare su quel pezzo di strada che mostra i passi da compiere, che vive umile per poi farsi da parte e lasciare a Gesù di fare il resto vivendo nel nome del Padre.

Quante volte sentiamo questa frase nella Messa e le nostre orecchie non ci fanno più caso, figurati il cuore:

«Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo», che rende la mia vita vera e degna di essere vissuta nel modo più bello che esista, in mitezza e umiltà, senza far paura, senza urlare, senza spaventare la gente, come sa fare un agnello.

Buona Notizia di un Dio che, in suo Figlio, non chiede più sacrifici ma sacrifica se stesso, che non pretende nulla da me ma offre tutto se stesso, che non mi spezza le gambe ma spezza il suo corpo sull’ altare, per nutrirmi, per amarmi, per consolarmi, che, non prende niente ma dà tutto, tutto sé stesso.

 «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Facciamoci caso, quando lo sentiamo alla Messa, guardiamo quell’Ostia nelle mani del Sacerdote, facciamo attenzione a quel Pane che è diventato Corpo e che si lascia spezzare per noi ogni domenica, ogni giorno. Facciamoci caso e commuoviamoci mentre diciamo: O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato.

Non si parla di peccatucci che compiamo e che nascondiamo, ma del peccato, della nostra condizione di peccatori, la nostra assenza di amore, il nostro non essere più capaci di volere il bene e di volere bene, le nostre ferite, le nostre chiusure nelle relazioni, i nostri sguardi maligni che non ci fanno più amare l’altro.

Giovanni si mette da parte per indicarci la parte migliore: noi chi siamo? Noi siamo quelli che seguono l’Agnello, siamo la compagnia dell’Agnello che deve semplicemente fare una cosa: amare come lui ama, fare quello che lui fa, desiderare quello che lui desidera.

Ogni giorno il Vangelo ci parla di gesti di tenerezza perché dobbiamo cercare altro? Noi siamo la compagnia dell’Agnello che Gesù manda nel mondo così: «ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi…».

Noi siamo, come lui, braccia aperte al mondo, tocco di tenerezza per le persone ferite, sorriso di Dio per tutte le persone che si sentono sole.

Ciao belli

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12 GENNAIO 2020 – BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO A – RITO ROMANO

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Chiesa di San Fermo (Verona)  Battesimo di Gesù

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».


Buongiorno sono il sole, eccoci ancora con il nostro amico Giovanni Battista, l’Amico dello Sposo. Sta finendo il tempo del Natale e, siccome avevamo iniziato l’Avvento con il Battezzatore, è bene finirlo come si è iniziato lasciando un’altra volta che la scena sia lui a calcarla da protagonista perché ci insegni bene come si deve fare con Gesù.

Arriva qui Gesù, arriva al Giordano e si mette in fila con tutti i peccatori chiedendo a Giovanni di farsi battezzare. Grande silenzio stupito del cugino che lo guarda attonito. Il cugino perfetto, l’Eterno che si è fatto carne, il Figlio di Dio in persona si umilia a tal punto da mettersi tra le file dei sudici più sudici?

Oltre a scegliere di nascere in una grotta spoglia e fredda perché, per lui, nel mondo non vi era posto, ora pretende pure di abbassarsi per farsi battezzare come se ne avesse bisogno? «Gesù. Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?».
Chi osa dargli torto? Il suo compito era quello di preparare la strada all’amico e cugino, di chiedere al mondo di raddrizzare i sentieri, di urlare a tutti di convertire mente e cuore perché Gesù potesse arrivare da desiderato. L’aveva fatto talmente bene che il popolo l’aveva capito e si era impegnato ad accogliere il nuovo nato con un certo senso di stupore e di mistero.

Ora Giovanni non ha altra pretesa che fare un passo indietro e lasciare la scena all’unico degno di coprirla in lungo e in largo, vuole mettersi da parte per lasciare avanzare il Maestro, l’Amico che però ha ancora qualcosa da fare con lui e glielo dice: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Lascia fare Giovanni, lascia fare Francesca, lascia fare Marco, lascia fare Giulia, lascia fare al Padre che da oggi vuole iniziare alla grande per stare accanto all’uomo, lascia fare a Dio che vuole stare accanto e non sopra l’uomo.

La vita cambia se, come Giovanni, lo lasci fare. Cambia la scena del Vangelo come ti cambia la vita, non è il Dio da immaginetta che cerchiamo, tutto bello, biondo e luminoso, che sprizza luci colorate dappertutto, è un Dio che si mette in fila coi peccatori, senza veste, pronto a farsi battezzare. 

È un Dio che ci parla di tenerezza e di abbracci, di carezze e di tanta consolazione, di orecchi attenti e porte aperte.  È un Dio che nasce nudo, debole e fragile, che viene scaldato dal calore dell’affetto di una mamma e di un papà e dal fiato di due poveri animali e ha gli occhi pieni di stupore dei pastori piantati addosso. È un Dio che, quando entra nell’acqua, si mette in ginocchio pregando e viene battezzato e, da quel momento, cambia tutto, il cielo si apre come si apre un sipario, in quello squarcio di luce che parla di bellezza, Dio dichiara chi è veramente quell’uomo in ginocchio nell’acqua: «Il Figlio mio, l’Amato». 

Gesù ha un Nome nuovo nel quale possiamo rifletterci ogni volta che pensiamo che anche per noi c’è stato un nome nuovo il giorno del battesimo: Francesca. Figlia mia, l’amata. Metteteci il vostro e sorridete, lui si è messo in fila per starci accanto, con lui siamo una schiera di amati che vivono una vita nuova.
La vita cambia se, come Giovanni, lo lasci fare. La vita cambia ed è vita nuova, figli nel Figlio, pezzetti di Dio nel mondo, amati prima ancora che si formi in noi il pensiero di esserlo. La vita cambia ed è vita nuova, vita di chi si sente dire: Tu sei Figlia Amata, sei il mio compiacimento, mi garbi un monte, quando ti vedo sono felice.

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LUNEDÌ 06 GENNAIO 2020 EPIFANIA DEL SIGNORE

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Dal Vangelo secondo Matteo Mt 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Bassorilievo “Re Magi” – Piccole sorelle di Charles de Foucauld



Buongiorno sono il sole, eccoli i famosi Re Magi venuti apposta dall’oriente con la loro inquietudine di cercatori guidati semplicemente da una stella dentro un ignoto ancora incerto.
C’è l’inquietudine a muovere i passi e il cuore, c’è l’ansia di andare a cercare quel Bambino: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», c’è il bisogno di cercare la verità, di interrogarsi con onestà, c’è la bellezza di seguire la stella di un mistero che, più avanzi, più ti viene incontro.
È la storia di tre persone che noi chiamiamo da sempre Magi e che trovano posto nei nostri presepi da oggi, tre uomini con nomi strani, bravi a studiare le stelle e le costellazioni, a fare magie e calcolare affascinanti itinerari celesti, ma che, allo studio degli astri, preferiscono la rotta del Padre del Cielo, meno scienza e sapienza ma più slancio per una partenza di cuore in direzione Betlemme, meno sicurezza per un di più di precarietà e di ingenuità.
Vanno a Betlemme seguendo la stella, portando oro, incenso e mirra così come noi alla Messa porteremmo Pane e Vino che, sull’altare, diventano il Corpo e il Sangue di un Dio vicino all’uomo, sostano sulla porta di quella Grotta così come noi sosteremmo sulla porta di una Chiesa, entrano nella Grotta, vedono Maria e il Bambino e si prostrano ad adorare così come noi faremmo in una celebrazione solenne con la gratitudine di chi, incontrando lo sguardo del Bambino, riceve misericordia e gratitudine, persone grate perché amate, che si buttano in ginocchio per dire grazie a tanto amore, che offrono i doni dei loro scrigni con semplicità, in punta di piedi.
Una veglia di preghiera semplice e intensa, per poi tornare a casa per un’altra strada.
Erano partiti con la voglia di donare e tornano col cuore più ricco di quando erano arrivati, con le mani più piene dei doni che hanno portato, con un di più di quell’oro, incenso e mirra, con un pezzetto di sguardo del Figlio di Dio riflesso nei loro sguardi, tornano nelle loro case con il ricordo di quella fragilità di bambino a riscaldare il cuore e non la potenza di un Erode cattivo che li aveva mandati a controllare, tornano nelle loro case per un’altra strada, con quella gioia grandissima provata nel seguire la stella che li ha accompagnati a vedere un esserino che giaceva in una povera mangiatoia, tornano a casa dopo aver adorato quella fragile carne di uomo avvolta in fasce dal sapore di Dio.
Erano partiti per incontrarlo ma, dopo averlo incontrato, sono cambiati e la strada per tornare doveva per forza essere un’altra.
Erano partiti come quando si parte per un pellegrinaggio: non si può più tornare indietro per la stessa strada ed essere gli stessi di prima.
Erano partiti per cercarlo ben sapendo dove si trovavano loro prima di incontrarlo ma hanno scoperto che, il ritorno, dipende sempre dall’intensità del dono ricevuto.
Dio è luce, lo troverai, lo incontrerai e sarà gioia, perché i Magi al vedere la stella provarono una gioia grandissima. Che accada a te come a loro, la stella ti muova, il bambino ti cambi e tu possa tornare a casa per un’altra strada diversa o diverso da come eri partito, con il cuore e lo sguardo che sa di Dio.
Ciao belli

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5 GENNAIO 2020-Domenica-2.a Natale – II

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VANGELO (Gv 1,1-18)
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli da testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.


Buongiorno sono il sole, ogni anno, implacabile, torna il Prologo per aiutarci a comprendere e capire il segreto della storia.
Un Vangelo che parla del Logos, del Verbo, del Figlio sempre rivolto verso il Padre e che trascina ogni uomo in questo circuito d’amore.
«Il Verbo si fece carne per venire ad abitare in mezzo a noi».
Cosa combina nel mio cuore questa Parola?
Mi inquieta o mi mette sonno?
Mi sveglia o mi lascia lì dove sono?
C’è un Dio che vuole abitare la mia vita e ogni anno me lo ripete, vuole rendersi presente e io che faccio?
Lui si fa carne, si fa uno di noi, sceglie la nostra fragilità, proprio come un bambino che dice un bisogno di cura, accoglienza, affetto, carezze.
Dio sceglie la carne perché la carne dice fatica, dice storie, dice rughe, dice morte, dice attesa.
Il Verbo si fece carne per dirci che Natale è un’opportunità per qualcosa di nuovo per noi. Parola che Dio dice agli uomini per farsi capire. Ciao belli

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MERCOLEDÌ 01 GENNAIO 2020 – MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

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Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

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Buongiorno sono il sole, iniziamo l’anno là, dove ci siamo dati appuntamento la notte del 24 dicembre, in un campo di pastori, una stalla e una mangiatoia, dove Maria e Giuseppe depongono il Figlio di Dio, come su un altare fa il sacerdote alla Messa stendendo il corporale e sulla patena c’è il Corpo di Cristo sotto forma di semplice e fragile Pane da offrire al mondo.
Maria, Madre di Dio, offre al mondo il Figlio che Dio le ha affidato per consegnarlo a noi.
Iniziamo l’anno così, con quello sguardo dei pastori che già a Natale abbiamo gustato nel loro partire senza indugio dopo l’invito dell’Angelo, senza se e senza ma, con lo sguardo che ora si incrocia con quello del Dio Bambino, poggiato su un pochino di paglia e, intorno, un asino e un bue, lo sguardo che incontra lo sguardo sorridente del Dio Bambino e quello della Madre, Maria di Nazareth, sconosciuta ragazza che non ama apparire, Maria, giovane ragazza che, con Giuseppe, ha realizzato il più bel presepe mai visto sulla terra, silenziosamente hanno portato a compimento una chiamata: dare alla luce la Luce.
Il Tutto in una mangiatoia che ancora sa di pecore, mucche e capre. Eccolo lì il Figlio di Dio in questo principio d’anno, ecco da cosa partire: la semplicità di un bambino e un coro d’angeli che, ancora una volta, invita a non temere.
E loro, poveri pastori incolti, che non hanno fatto neppure la prima elementare, che sanno solo scrutare il cielo per prevedere il tempo che farà, che sanno condurre le pecore per valli e colline senza perderne una, loro, gli ultimi della terra che forse neppure lo attendevano il Messia, cosa troppo alta per loro, si mettono a correre, giù per quelle valli, su per quelle colline, salite e discese a rotta di collo, per essere lì e non mancare l’appuntamento con la gioia.
Inizia un nuovo anno nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, inizia un nuovo anno con la Madre di Dio, inizia un nuovo anno nel nome della Pace e con i pastori che ora sono lì, in ginocchio, a vedere che volto ha quella grande gioia, che volto ha il Salvatore che è il Cristo Signore con gli occhi furbetti di un bambino e suoni incomprensibili come quelli di qualcuno che, nato da poche ore, non sa parlare ma ha manine aperte per dare e per ricevere carezze.
È questa la Buona Notizia di oggi: un Dio che, nella tua gioia, nella tua stanchezza, nel tuo rifiuto, nella tua ribellione, nella tua simpatia, dà inizio a qualcosa di nuovo perché «un Bambino è nato per voi!». Lasciamo che sia Maria a spiegare le cose, «lei che custodiva e meditava tutte queste cose nel suo cuore». Come lei, come i pastori, anche noi non fermiamo lo stupore di un neonato che, in questo inizio d’anno, è solo un neonato.
Natale è così: il Verbo è un neonato che non sa parlare, l’Onnipotente è un bambino che piange e sorride. Dio inizia l’anno e la vita così: piccole cose, sguardi stupiti e Maria che custodisce e medita nel suo cuore le grandi cose di Dio: «un Bambino è nato per voi!».
Ciao belli e buon anno di cose vere.

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29 dicembre 2019 – Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

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Scultura di Carlotta Parisi


Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-15.19-23)
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».


Buongiorno sono il sole, la strage dei bambini innocenti ci ha mostrato la paura di Erode, i suoi inutili tentativi e raggiri per far fuori Gesù inutilmente.
Oggi, la Festa della Santa Famiglia ci mostra la tattica del Cielo che, con Giuseppe ha già funzionato, perché non riprovarci con un altro sogno?
«Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto».
A volte sembra che le prove arrivino per punirci e invece no, Dio si rivela proprio nella prova per incoraggiarci e dirci che Lui è lì, c’è per darci una mano, non risolve il problema ma sta al nostro fianco per superare insieme il momento difficile, non manda la prova ma aiuta a superarla.
Questo spiega non solo la nascita del Figlio di Dio all’aperto in una grotta qualunque, anfratto povero di poveri pastori ma anche la fuga da ladro che deve fare. E questo spiega anche il sogno di Giuseppe, splendido nella su disponibilità. Dio gli dice: “Alzati…”, e lui parte, prende con sé il Bambino e sua Madre e insieme partono, fuggono in Egitto .
Anche a noi, oggi, in questa Festa della Santa Famiglia, viene chiesto questo ALZATI perché anche oggi Erode ha il suo bambino da far fuori per paura, ma con un tocco di carità e disponibilità possiamo fare molto: Gesù va salvato, va accolto, va portato. Questo è lo stile di Dio che, lasciandosi salvare ci salva, ci fa camminare, ci rende più attenti all’altro, ai bisogni dell’altro, più accoglienti verso l’altro e più vigilanti nell’accudire e nel difendere l’altro…alziamoci e andiamo è festa!

Sì, oggi si fa festa, la festa della Santa Famiglia di Nazareth: babbo, mamma e figliolo a bordo di un asino, il povero asino che li ha portati a Betlemme, ha scaldato il figlio di Dio in compagnia di un bue, il povero asino che è il protagonista di un nuovo inizio, che porterà il Cristo in groppa anche la domenica delle palme.
Scappa la Santa Famiglia di Nazareth, scappa dalla grotta dove Gesù è nato, la piccola grotta dei nostri presepi, scappa esule «e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Forse Maria e Giuseppe, dopo pochi giorni dal parto, avrebbero voluto evitare di partire così di nascosto e con la paura che li fa tremare, ma accettano la proposta del Cielo perché sanno che Dio ha progetti di libertà che allargano le ali del cuore fino a farti volare oltre tutto quello che gli occhi vedono e serve un passo solo, uno soltanto, quello del partire e così, come Famiglia, iniziano un pellegrinaggio senza fine perché, già infante, il loro Bambino è costretto a scappare.
Il Dono che Dio ha fatto loro fugge per essere solidale con tutti quelli che devono lasciare la propria terra, il proprio cuore, il proprio sogno.

Inizia così la vita della Santa Famiglia di Nazareth e del Dio Bambino, un Dio che è sempre in cammino per non lasciare solo l’uomo che fugge.
Un Dio che si lascia trovare da chi lo cerca con l’intuizione del cuore.
Ciao belli

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25 DICEMBRE 2019 – Natale del Signore

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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,1-14)
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».


Buongiorno sono il sole, vi scrivo direttamente dalla grotta dove sono rimasta a lungo, stanotte. Mi è rimasto impresso quel bellissimo incrocio di sguardi attorno al piccolo Gesù: tutti lo guardano rimanendo senza fiato e senza dire una parola.
Il Piccolo emana calore nonostante il freddo di un rifugio all’aperto, ragguagliato all’ultimo momento, dopo che, per tutti, non c’era posto; tutti lo guardano, dai pastori sorpresi ed emozionati, agli abitanti del luogo spiazzati da tanta semplicità; tutti lo guardano, anche Maria e Giuseppe; tutti lo guardano, mentre lui guarda loro con quegli occhi che sanno di cielo, che vedono oltre e che ti portano in alto, lassù dove il Padre sorride soddisfatto nel fare dono di così tanta bellezza tutta insieme.
Lo guarda Maria, conservando nel cuore le parole più belle che si fanno preghiera e silenzio, lo guarda Giuseppe fissando incredulo ogni più piccolo particolare, come ogni bambino agita i piedi e sorride con teneri rumori che sanno di tanto.
È un Dio che da stanotte si fa toccare, così come da grande, prima di morire, si farà mangiare, si farà gustare.
È un Dio quello che prende in braccio Giuseppe stanotte, stringendolo al cuore e sussurrandogli un grazie.
È un Dio quello che Maria coccola teneramente mentre gli mette le fasce per non fargli prendere il freddo di questo mondo, quelle fasce che lo avvolgono come fa il Mistero quando avvolge se ti lasci stringere e ci credi.
Da questa notte in poi Dio si lascia toccare, accarezzare, baciare, coccolare, da questa notte, se vuoi, Dio ti tocca, ti accarezza, ti bacia e ti coccola; da questa notte quel Dio che tanto abbiamo atteso, quel Dio che, giorno dopo giorno, siamo andati a cercare a Betlemme, quel Dio che ci ha fatto aumentare il desiderio c’è, è lì, pronto a donarti tutto quello che tu vuoi ricevere perché, prima del dono, c’è un accogliere e lui è lì, per questo, per darsi tutto a tutti, ma prima di tutto a te che lo cerchi e lo vuoi.
Questa notte «Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».
Si è fatto uomo e si chiama Emmanuele, Dio è con noi.
Da questa notte non ci sono solo Maria e Giuseppe chini ad accarezzare quel Bambino, ci sono i pastori, ci sono tutti quelli che hanno voluto stargli accanto per essere i primi testimoni della luce, ci siamo noi, ci sono io, ci sei tu ad accarezzare la tenerezza fatta carne.
Da questa notte è cambiata la storia e un Dio bambino ci insegna l’amore: rendersi vulnerabili, farsi toccare! Buon natale

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DOMENICA 22 DICEMBRE 2019 – IV DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-24)
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Buongiorno sono il sole, abbiamo da riprendere il vangelo che la Novena ci ha preparato mercoledì.
Eh sì, l caro Giuseppe, il giovane falegname di Nazareth che si è innamorato di Maria, oggi ci aiuta a vivere questa ultima domenica di Avvento.
Quando Dio decide di posare occhio e cuore su una persona stravolge la storia e se lui o lei accetta la storia cambia e diventa sicuramente migliore da come si era pensata. Solo che qui Dio per stravolgere la storia di Giuseppe e quindi la nostra gli ruba anche la fidanzata.
Il giusto Giuseppe si turba un attimo ma lui è considerato giusto perché si mette a servizio di Dio pur con tutti i suoi dubbi e perplessità dentro il cuore.
Giuseppe è giusto perché, anche se Maria era il suo sogno accetta, forse ancora non sa che Dio la deve usare per un altro sogno ma accetta perché Maria, la sua Maria, tante volte, gli aveva parlato del suo Dio con occhi di innamorata così come gli racconterà di un Angelo del Signore e di quel Mistero che sarà sempre il riflesso di sogno nascosto nel cuore del Padre.

L’amore ha sempre un prezzo, Giuseppe lo intuisce quando Maria, la sua piccola e dolce Maria gli chiede di uscire dalla sua vita, di dirle addio, di cancellarla dai suoi sogni. Lei, nel suo grembo porta il più bello tra i figli dell’uomo ma Giuseppe non lo sa, l’unica cosa di cui è certo è di non essere lui il padre.

Cosa succede nel cuore del giusto Giuseppe ora? si siede, mani sulle ginocchia, cuore triste, lacrime agli occhi e tutti i dubbi che si scaricano addosso per trovare l’unico modo di licenziarla in segreto senza creare scandalo; le dirà addio con mestizia, con tenerezza ma è lì, mentre è seduto ad architettare un futuro da single che crolla distrutto in un sonno che parla. Dio dall’alto dei cieli gli dedica un canto, in quella paura mette una melodia nuova, nel dramma manda il suo Angelo che, in ginocchio, con rispetto, come era successo a Maria, poche case più in là, gli fa il suo annuncio: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere». È un attimo, ma Giuseppe torna a sorridere, a gioire come solo un innamorato sa fare; tra lui e lei si mette Dio ed è vita nuova.

Maria gli aveva raccontato del suo Dio ed ora, improvvisa, è giunta la sua voce, in quel «non temere».

Il giusto Giuseppe ci insegna a rileggere la nostra vita in sintonia con una delle antifone maggiori: Dio sa cambiare ciò che è storto nella vita per rimetterlo a posto attraverso la sua misericordia.   Forse anche nella vita di Giuseppe c’era qualcosa di storto ma tutto è cambiato in un sogno e lui si è fidato.

   «Non temere» è la parola di oggi per noi.
Ciao belli


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DOMENICA 15 DICEMBRE 2019 – III DOMENICA DI AVVENTO “GAUDETE”
ANNO A – RITO ROMANO
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
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Buongiorno sono il sole, oggi Gesù ci fa lo spot di suo cugino che neppure la migliore agenzia pubblicitaria saprebbe fare.
Cosa conosciamo noi di Giovanni?
E’ nato tardi, da genitori anziani per avere figli e, prima che venisse sulla terra, il suo amato cugino, conosciuto quando erano entrambe nelle pance delle loro Mamme, era il Messia atteso; era un vero conquistatore di cuori, intascava grandi applausi sapendo che poteva benissimo rubare la scena a Gesù quando voleva ma, lui, il grande Profeta, che aveva più discepoli che soldi, invece che tenerli per se come figli che tutto devono al padre, li sgancia e li appiccica al cuore del Cristo con quella dichiarazione che ha fatto la storia ed è diventato un annuncio di salvezza: «Ecco l’Agnello di Dio».
In questo momento i discepoli di Giovanni passano a Gesù e, durante il parto, in questo mettere al mondo uomini veri, invece che esserne geloso, è nella gioia, la gioia di questa domenica in Gaudete, dove la Liturgia è tutta un invito alla gioia come è il cuore di Giovanni, perché il suo compito si è finalmente realizzato.
Giovanni non doveva fare altro che preparare l’incontro, è giunto il momento di dare il cambio al Cugino, allo Sposo, al Messia, al Cristo. È qui, in questo momento che Gesù fa la pubblicità più bella del mondo: «Cosa siete andati a vedere? Un profeta? Si, vi dico, anche più di un profeta».

Questa è la Buona Notizia di oggi: Gesù raccoglie ciò che Giovanni gli consegna e lo esalta, lo porta in alto, fino ad appiccicare il suo cuore al cielo come lui ha saputo appiccicare il cuore dei suoi discepoli a quello di Gesù, lo fa diventare grande perché lui si è sempre reso umile, lo fa diventare potente perché si è sempre contraddistinto come il semplice, ha messo da parte l’incenso per sporcarsi le mani e perdere la testa.

  Giovanni è nato per preparare le strade e invitarci a raddrizzare i sentieri, Gesù è nato per percorrerle queste strade che fanno toccare la terra al Cielo e portarci con lui. Due storie che hanno cambiato la Storia e che ci danno l’occasione di fare della nostra vita un’occasione di gioiavivere la vita in Gaudete: non è Giovanni, non è Francesca, non è Barbara, non è Luca, non è Alessandro, non è Marisa, non è Luciana che vive per Dio ma, in Gesù, è Dio che vive per l’uomo. Questa è la gioia!
Noi dobbiamo cercare la gioia di un Dio che si prende cura di me, di te, di tutti.

   Gioia è sapere che abbiamo un Dio dalla nostra parte che è tenerezza e che non chiede altro che vivere questa tenerezza.
   Il Verbo si fa carne e scende, si svuota, si fa violenza, da Dio si fa uomo, si mette a servizio dell’uomo perché noi possiamo fare lo stesso: piegare le ginocchia per pregare, servire e amare.
Ciao belli

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8 DICEMBRE 2019
– IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA –
SOLENNITÀ

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Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.


Buongiorno sono il sole, la seconda domenica di Avvento quest’anno viene soppiantata dalla Donna più bella del mondo, la Tutta Bella, Maria Immacolata che ha dato al mondo lui, il più bello tra i figli dell’uomo e che non si offende se, liturgicamente, siamo arrivati a questa scelta interrompendo il ciclo naturale della preparazione.
Se vero che Avvento è preparare e accogliere allora Maria è la Donna giusta per imparare a farlo.

Questa piccola-grande Donna che aveva piccole paure come noi ma che sono terminate con l’entrata in scena di un Angelo, in ginocchio, che l’ha convinta a diventare la Madre del Creatore: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 

Un Angelo, dall’immensità del cielo, sceglie uno dei più piccoli paeselli della terra solo perché obbedisce a un desiderio: Dio sceglie una ragazza fra tante ed è proprio lei, Maria, scelta per essere la Madre di suo Figlio, una povera ragazza di Nazareth che tutti ora chiameranno Beata.

L’Angelo continua le sue presentazioni, non tanto per dire chi è lui ma chi sarà lei, la piena di grazia con un particolare, lei non lo sa ancora, nella Bibbia non l’aveva ancora letto e si turba un attimo, piena di grazia, piena di Dio, graziata in un secondo, in un’entrata al volo di un Angelo le è cambiata la vita, Dio si è innamorato di lei, l’ha scelta, amata e riempita di grazia.

Da quel giorno per noi è Immacolata, la Donna vestita di sole, la Piena di Grazia, così piena che possiamo osare chiederne qualcuna anche noi attraverso di lei, non a Maria ma per Maria.

Lei è Immacolata non perché ha detto sì a Dio ma perché Dio l’ha scelta prima ancora che Maria rispondesse sì e Maria, questo Dio un po’ folle, lo fa attendere poiché una domanda le sale dal cuore: «come è possibile?». Un attimo solo di apparente turbamento ma per dirci che è donna normale, donna feriale, una come noi.
«Come è possibile?». 
Ha bisogno di capire, ma è un attimo, solo un attimo, medita nel suo cuore e da quel cuore impregnato di preghiera esce il , un sì nella piena libertà, piena intelligenza, piena maturità, pieno amore.

   «Sì, eccomi, sono la serva del Signore» e, da quel momento, lei, Maria di Nazareth, la Donna con un Nome nuovo, l’Immacolata Concezione, ogni giorno sussurra ad ogni uomo e ad ogni donna della terra, presi dal panico di mille preoccupazioni: Non temere!

Lo dice con la sua semplicità di giovane ragazza di Nazareth, lo dice con la certezza nel cuore che, a fidarsi e ad affidarsi a Dio, ci si guadagna sempre, lo dice perché lei lo sa che, in questo mondo, sta in piedi solo chi si mette in ginocchio a pregare e a servire l’altro, in questo mondo cammina a testa alta chi sa guardare il cielo e rispondere il sì ad un volere che sconcerta, che fa traballare il cuore e che ci chiede cose folli, quelle cose folli che piacciono a Dio.

Grazie Madonna, piena di grazia, 
Grazie Stella del mattino, 
il tuo sì ha dato al mondo il Figlio di Dio, 
rendici capaci di seguirlo
e accompagnaci in questo cammino 

con la stessa fede che ha mosso i tuoi passi rendendoti Bella, 
la Tutta Bella!

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01 DICEMBRE 2019 – I DOMENICA DI AVVENTO – ANNO A – Rito romano

avvento
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 24,37-44)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».


Buongiorno sono il sole, vi annuncio una Buona Notizia: oggi è Avvento!
Tempo dell’attesa, tempo di chi aspetta qualcuno di importante e conta i giorni che separano l’arrivo con il cuore gonfio di commozione, tempo che i bambini usano per aprire il calendario e prendere il cioccolatino fino all’arrivo di Gesù Bambino, tempo di chi sa che, anche quest’anno, il Signore viene a mettere la sua tenda in mezzo a
questa umanità un po’ balorda, scegliendo di farsi carne, di farsi uomo perché, noi uomini, impariamo a desiderare di essere un po’ come è Dio, un Dio Bambino, un Dio semplice e umile che preferisce una grotta all’albergo per farsi notare in questo mondo, dove vince solo chi appare.
Tempo di chi sa o deve imparare a guardare in alto e guardare oltre le proprie zone depresse, oltre le lacrime e i tempi bui, tempo di chi deve vegliare e stare attento perché il Signore certo verrà, l’ha promesso ed è fedele e noi ci crediamo, ci crediamo sulla Parola, tempo di mettere da parte la nostra distrazione che non ci fa più stupire né commuovere, non ci fa gustare le cose come realmente sono: dono di Dio.
Tempo per essere felici perché, questo Dio, la parola distrazione la cancella e noi possiamo tornare a vivere, non come Noè e i suoi amici che non fanno niente di male, ma sono troppo impegnati a vivere, perdendosi il gusto del mistero, del nuovo e del non ancora, troppo impegnati a vivere senza sapere perché sono al mondo, senza uno scopo se non il 27 del mese per portare a casa lo stipendio o una A nel compito in classe, troppo impegnati per accorgersi che il vicino ha perso il lavoro o la collega è stata lasciata dal marito, troppo impegnati per accorgersi che un paese è sott’acqua e una città è ancora sotto le macerie ma, se il tuo lampadario non balla, in casa tua il terremoto non c’è.
Amici belli la porta del possibile si apre e incomincia l’Avvento che ci chiede di svegliarci e accorgerci che al mondo non ci siamo solo noi ma che ci sono altri seduti sulla panca della vita, che nel prato ci sono le pratoline, che il tuo bambino vuole giocare con te e tu sei sempre al cellulare, che ogni momento che viviamo è troppo importante per perderlo, fosse solo un sorriso.
La prima domenica chiede l’attenzione di chi sa essere pronto all’incontro perché, di due uomini nel campo, solo uno verrà preso, l’altro verrà lasciato, uno solo è pronto all’incontro con il Signore, uno solo, ed è quello attento.
Il Signore viene senza prendere appuntamenti sulle nostre agende già piene zeppe di impegni, viene nelle nostre notti dove non vediamo più niente, viene come un ladro, non per portarti via la vita, ma per regalarti il suo incontro, apre la porta del possibile e dona tutto quello che ha.
Se deve rubare qualcosa è tutto quello che, nel tuo cuore, crea ingombro perché, se non fai il vuoto, lui non ti può dare niente. Se te gli fai spazio lui ti regala tutto, persone, occasioni di vita e gioia.
Compito della prima domenica di avvento è: fissare lo sguardo sul Dio che viene, per vivere con profondità il momento presente, senza dover dire un giorno: non me ne sono accorto.
Maranatha!
Vieni Signore Gesù,
vieni, prendi tutto quello che c’è dentro di me,
sgombrami il cuore
e metti tutto quello che sei te.
Vieni, Signore Gesù, vieni!

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24 novembre 2019
Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo – Anno C
cristo re anno c

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23, 35-43)
In quel tempo, dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».


Buongiorno sono il sole…vi annuncio ufficialmente che anche per noi del rito romano oggi si conclude l’anno liturgico C e l’Evangelista Luca lascia il posto a Matteo e Luca ci fa finire l’anno presentandoci il suo Cristo Re dell’Universo, occasione per uno dei gran festoni del Paradiso.
Com’è questo Cristo Re di Luca?
È un Dio che vuole fare le cose subito, l’abbiamo visto con Zaccheo quando gli ha detto di scendere in fretta dall’albero perché doveva entrare nella sua casa.
È un Dio che, quando si tratta di regalare la salvezza, non perde tempo e fa veloce. È successo a una certa ragazza di Nazareth di nome Maria che conosciamo bene e che, con molta fretta, si mise in viaggio per raggiungere la casa della cugina Elisabetta.
È un Dio che, quando vuole collaboratori per la salvezza, li cerca tra i peggio che potremmo trovare sul mercato scegliendoli tra i pescatori che subito lasciano le reti e lo seguono come è successo a Simon Pietro e compagnia bella.
La buona notizia di oggi passa in questa ferialità che ci fa incontrare un Dio che nella sua pazienza ha fretta, ha fretta di salvarci e di portarci tutti in Paradiso prima che noi si possa cambiar idea.
La buona notizia di questa domenica è proprio Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo che sul Trono della Croce, con un sorriso che tranquillizza, uno di quelli che sa fare bene lui, dice al più disgraziato che si ritrova accanto: “Oggi con me sarai nel Paradiso”.
Se fosse successo all’inizio del vangelo saremmo rimasti a bocca aperta ma in quest’anno di belle notizie abbiamo visto e conosciuto un Gesù che ha incontrato tante persone che non erano proprio la perfezione e per tutte ha aperto la porta del possibile, così come ha fatto con noi; è successo a Zaccheo, a Maria Maddalena, a Matteo, alla peccatrice, all’adultera, a tanti samaritani, tra cui ben 10 lebbrosi che ha preso come esempio via via, è successo al pubblicano fermo in Chiesa a confrontarsi con un fariseo e questa porta oggi si apre per questo ladro appeso in croce di fianco a lui.
Se fosse successo all’inizio del vangelo ci saremmo scandalizzati: come può aprire la porta del Paradiso a un ladro, disgraziato e delinquente senza neppure confessarlo?
Ma dopo tutti questi infiniti incroci di sguardi che trasmettono un dono che è per-dono possiamo anche permetterci di fare il tifo per questo colpo di testa alla Gesù.
A me, questo Cristo Re, piace molto perché mi fa vivere in modo diverso le mie adorazioni a volte distratte, mi fa vivere in modo diverso la mia preghiera talvolta annoia, mi fa sentire molto vicina a questo peccatore che, sulle labbra, ha parole bellissime che escono dal cuore senza deviazioni: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.
Parole che sanno di tenerezza, quasi una dichiarazione d’amore di una pecorella che si è persa ed è stata ritrovata. Mentre il pastore se la mette sulle spalle per tornare a casa lei gli sussurra alle orecchie:
“Tu che sei il mio Re, quando sarai in Paradiso, lì con il Padre, parlagli bene di me, ricordati di me, Tu che sei il mio Re”.
Questa è adorazione.
A queste parole, il pastore risponde con una carezza e uno sguardo pieno di amore che parla: “oggi con me sarai nel Paradiso”.
È un Dio che ha fretta, è l’Amore che ha fretta, è il Figlio che ha fretta di strappare la grazia al Padre che è amore e che perdona all’infinito cosicché tutti possiamo attingere alla Misericordia per sempre.
C’è un Dio che ha fretta di far entrare il malfattore a Casa, ha fretta di salvarlo, non domani, né dopodomani, ma oggi, qualunque sia stato il suo passato e i suoi errori perché il Suo Amore è così: Lui ti guarda, ti sceglie e ti ama e se te glielo permetti Lui ti riporta a Casa senza chiederti il conto, ha solo un bisogno: risponderti con il suo DONO-PER-DONO. Fermati davanti a quel Crocifisso e lasciati sconvolgere dal suo Sguardo. Ciao belli e buona festa
Ciao belli e buona festa!

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17 NOVEMBRE 2019 – XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

IHS

+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


Buongiorno sono il sole, la Buona notizia ci porta a guardare con occhi toccati dal cielo questo fine che non è la fine o questa fine che non è il fine che intende Gesù. Buona notizia che ci dice che il fine della fine è che nella prova abbiamo l’occasione di dare testimonianza e che la perseveranza porterà alla salvezza.
Testimonianza come l’ha vissuta Gesù, costantemente rivolto al Padre nella certezza che Lui lo avrebbe difeso ovunque, dovunque e per sempre. Ieri come oggi, ci saranno momenti in cui saremo così in lite tra noi da massacrarci a mani, armi e, soprattutto, a parole; momenti in cui saremo odiati, persino in famiglia, i figli si metteranno contro i genitori e i fratelli saranno divisi tra loro ma, notiamo bene, a causa del Nome di Gesù e non per nostri interessi personali e sarà proprio in questo Nome che Lui, con molta tranquillità, penserà a difenderci, dicendoci di non assumere nessun avvocato, di non preparare difesa alcuna perché ci penserà Lui a mettere nel cuore il coraggio e sulle labbra le parole giuste, come a dirci: “Se fai il bene non hai nulla da temere!”.

Ci sono delle persone che in Nome di Gesù anche oggi vengono uccise e se ne parla sempre quando ormai sono morte come è il caso di Pino Puglisi, Andrea Santoro, Annalena Tonelli, Massimiliano Kolbe, solo per citarne alcuni, se ne parla sempre e, forse, prima che fossero uccisi, non tutti li conoscevano. La Buona Notizia è sapere che se daremo la vita per il Nome di Gesù nulla si perderà di noi e daremo una bella testimonianza.
Non è semplice da pensare, ma se ci capiterà di venire massacrati o derisi perché ci siamo innamorati del Nome di Gesù fino a dare la vita alziamo il capo e risolleviamo l’animo perché questo è il Sogno di Dio e quel Sogno è il Segno per tutti. Gesù non fa sconti, dà tutto e vuole tutto, non illude, non gioca al risparmio, non ha cartelli con scritto “Saldi” da esporre in tempo di crisi, Gesù indica i passi da fare, i sentieri da percorrere, mettendo in luce anche le difficoltà del caso e lo fa per la Bellezza di un Padre che ci dice che la salvezza passa per la pazienza, passa per la scelta di non rinunciare ad impegnarsi, a non rimanere fermi nelle proprie sicurezze ostinate, aspettando che forse qualcun’altro ci dica cosa dobbiamo fare nella vita senza accorgerci del bene e dei doni che abbiamo nel cuore per impiegarli in quel Sogno che lascia il Segno.

La pazienza è la mossa vincente: non arrenderti, non scappare, impegnati. È questa pazienza, traduzione esatta di perseveranza, che ci salverà non come vorremmo noi ma come vuole Lui, perché la vita c’è solo per essere donata, non per essere tenuta nel cassetto a prender polvere, non dentro una scatola tra le cose preziose da far vedere solo a chi garba a noi, la vita va data e più né dai più dai testimonianza, se la tieni per te muori, ti atrofizzi. Te prova a smettere di respirare… La vita è vita se ne fai un dono per tutti nel Nome di Gesù e se fai del bene non la perdi mai.

Arriveremo a sera distrutti dalla fatica, lo sapremo noi se quello che abbiamo dato o fatto era per farci vedere o se era per il Nome di Gesù, ma se saranno occasioni per dare la vita per il Vangelo, allora questo è il fine che intende Gesù: per tutti è chiamata a dare la vita non solo con il sangue, è imparare a non fare le vittime per delle piccolezze, è pensare a una vita donata per davvero.
Non ci viene chiesto di morire per delle sciocchezze, per il troppo cibo che ci fa mettere su la pancia, per l’ansia da lavoro che ci regala qualche colpetto ingestibile, ci viene chiesto di vivere una vita piena e donarla fino in fondo.
E’ l’ultima occasione che abbiamo prima che incominci l’avvento, che gli amici ambrosiani iniziano proprio oggi, parte proprio da qui, un nuovo inizio che è la fine che porta ad un nuovo inizio.
Io sono chiamata a testimoniare qualcosa per cui valga la pena di aver vissuto e solo io lo so! No, non è la fine ma il fine: tutto nel Nome di Gesù! Ciao belli

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DOMENICA 10 NOVEMBRE 2019 – XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

Risultati immagini per saremo come angeli che vedono in faccia dio

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-38)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».

Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».


Buongiorno sono il sole e buona domenica. Oggi vi è una storia che Gesù racconta a tutti quei sadducei che non credono nella resurrezione e come sempre lo mettono alla prova con domande tendenziose. Io ci ho capito poco nei loro ragionamenti ottusi ma Gesù anche oggi m’è garbato un sacco. La storia  è così: c’è una donna che si sposa sette volte e, ogni volta, il coniuge muore…forse nessuno lo sapeva che questa donnina era una specie di ammazzamariti ma se io fossi stato il prossimo pretendente forse ci avrei pensato un attimino a sposarla e, tra l’altro, come se non bastasse, non facevano neppure in tempo a concepire un figlio e quindi ogni volta che il marito decedeva non aveva discendenza. La domanda che sorge spontanea a questi illustri sadducei è di questo tenore: “Se veramente la resurrezione esiste di chi sarà moglie, nell’aldilà, questa signora che qui in terra si è sposata con sette uomini diversi?”.
Gesù caro, qui ti voglio e tanti auguri! ti lascio agli aristocratici che sono i più bravi a tendere tranelli perché per loro la resurrezione dai morti è solo una splendida barzelletta. Già chi fa una domanda del genere è chiaro che non crede a nessun tipo di risposta perché ognuno di noi vorrebbe che la vita qui in terra fosse senza la parola fine, domenica scorsa però Gesù è riuscito a penetrare nello sguardo, nel cuore e nella casa di Zaccheo e da quel momento tutto cambia nelle storie degli uomini, per tutti si apre la porta del possibile, si apre per Maria Maddalena, per Pietro, per Giacomo e Giovanni, per la samaritana, per la peccatrice e l’adultera, per l’indemoniato, per tutti i santi da Agostino, Francesco e Domenico, a Chiara, Caterina e Teresa, Giovanni Paolo II, Padre Pio e Madre Teresa… per me e per te, per tutti, si apre la porta del possibile, per tutti c’è uno Sguardo che ti cambia la vita, che ti fa credere che, se la vita è bella, in paradiso sarà bellissima, che se la vita quaggiù sembra essere il massimo che si possa desiderare, la resurrezione però ci assicura al 100% che invece è solo un assaggio di quel banchetto di nozze che il Padre ha preparato per ognuno, che se la vita è bella ma tu sei troppo preso dall’abitudine del 
tutto prevedibile, la fede nella resurrezione ci dice che il Vangelo e Gesù sono bellissimi e propongono l’imprevedibile per sempre.

La fede ci dice che quelli che risorgono non prendono né moglie né marito non perché non ci si può più affezionare o avere quell’intimità che ci fa stare tanto bene, ma perché si impara ad amare davvero e per sempre, senza gelosie o rimpianti.

La bella notizia oggi è quel “saranno come angeli” che è la nostra chiamata per l’eterno.
Saremo come angeli, angeli bellissimi che guardano in faccia Dio, che lo guardano negli occhi per sempre, che si perdono in quello Sguardo senza la preoccupazione che tutto finisca.
Saremo come angeli non perché Dio ci toglierà il corpo e tutto quello che ne fa parte ma perché ci trasforma e ci fa diventare come Lui, a sua immagine e somiglianza, come aveva promesso nella creazione.
Saremo come angeli che sanno che Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi.
Saremo come angeli che sanno che con lui c’è reciprocità, c’è quella bellezza che si respira nel Cantico dei cantici dove si canta: “Il mio amato è per me e io per lui”.
La domanda del sadduceo non lo so se avesse o meno un secondo fine ma noi sappiamo che è solo la resurrezione che farà sì che Dio sia il Padre per sempre… il resto lo vedremo solo vivendo in Lui.
Se ci crediamo.

Ciao belli

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3 NOVEMBRE 2019 – XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C –
RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca(Lc 19,1-10)
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

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Buongiorno sono il sole. Cosa può dire di nuovo di Zaccheo, quel piccolo uomo che conosciamo tutti benissimo e di cui sappiamo la storia a memoria?
Proviamo a scoprirlo proprio insieme a Zaccheo, proviamo a farlo proprio con lo stesso desiderio di Zaccheo nel cercare di vedere Gesù.
Zaccheo, quel piccolo nano più attaccato ai soldi che alla famiglia, più attaccato al lavoro che a un possibile tempo libero per rilassarsi. Zaccheo ometto piccolo e noto come un ladro che ruba ai poveri per dare ai ricchi viene a sapere che nel suo paese, dove nessuno poteva parlare bene di lui, proprio in quei giorni passa Gesù.
Zaccheo quando camminava per strada non guardava in faccia nessuno se non per puntare lo sguardo e dire: “devi pagare le tasse”, rendendosi antipatico a tutti, viene però a sapere che nel suo paesello è in arrivo questo vip del momento, molto famoso in zona perché, pare, faccia cose grandi con pocosappia ascoltare in modo speciale e pare anche che a chi hai il dono di poterlo incontrare lasci il segno e cambi davvero.
Tutto questo gli muove qualcosa dentro e anche lui, stavolta, vuole vedere Gesù.
Si prende un giorno di ferie e non si lascia intimorire da nessun ostacolo che possa in qualche modo impedire di raggiungere il suo intento e,anche a costo di corrompere qualcuno o di cadere nel ridicolo, è disposto veramente a tutto pur di vederlo.
Gesù passa in mezzo a un fitto di gente, tutti appiccicati tra loro che a spintoni lo vogliono toccare ad ogni costo, tutti ad altezza uomo mentre il piccoletto rimane nascosto tra le fonde di un sicomoro, tutti ad altezza uomo perché Gesù possa incrociare i loro sguardi, ma è lassù, su quell’albero, che Gesù arriva a puntare i suoi occhi stanando il nanetto nascosto. Non solo lo guarda ma lo obbliga a scendere e a farlo in fretta: Zaccheo, – lo chiama per nome – oggi devo fermarmi in casa tua.

Zaccheo, io devo entrare nella tua casa, devo entrare nel tuo cuore e devo farlo subito.
Non lo faccio per me, lo faccio per te, aprimi la porta del tuo cuore, lasciati amare, devo entrare nella tua casa che cade a pezzi perché tu non te ne prendi cura da troppo tempo, voglio entrare e stare con te, scendi subito perché io ho fretta
.

Amici belli è vero che Dio è paziente, il suo orologio non scorre veloce come il nostro eppure quando capisce che siamo pronti a stare con lui e ci manca il coraggio lui mette l’acceleratore e non perde tempo, ha fretta di consegnare un altro cuore al Padre perché possa curarlo con calma.
E Zaccheo, il cui nome vuol dire “Dio si ricorda” scende, si butta giù dall’albero e cade nell’abbraccio di un Dio che attende sorridendo, da questo istante cammina a fianco di Gesù con un misto di paura e di stupore, ancora non sa se sta sognando o è preso da un improvviso innamoramento, la gente intorno intanto vive il misto tra lo scandalo e lo sbalordimento, arrabbiata quasi, che Dio ancora scardini le nostre aspettative e scelga i peccatori, le prostitute, i ladri e i truffatori come il l’esattore delle tasse ladro e truffaldino… mormorazioni e gelosie “perché se fosse venuto a casa mia, quella sì che sarebbe stata la casa di una persona giusta, degna di ospitarlo”.
La salvezza oggi è caduta nella casa di Zaccheo, Dio abita la casa di un ladro, peccatore e truffatore, la casa di Zaccheo che si è trasformata in una Cattedrale mentre chi resta fuori invece che ringraziare, mormora. 

Dio ci chiede di entrare e di inginocchiarci davanti a questo miracolo, perché miracolo è un cuore che si fida e cambia strada.
Ci chiede di entrare e inginocchiarci davanti al peccatore redento come ci inginocchieremmo davanti a quel tabernacolo che è pieno di Dio.

Dio è in quella casa e non dice nulla, non dice nulla a Zaccheo, non lo sgrida, non gli urla contro i suoi sbagli del passato, non gli domanda: “perché Zaccheo ti sei comportato così maluccio?”. Non dice proprio nulla, a interrompere il silenzio è Zaccheo: “Ecco, la metà dei miei beni, Signore, la do ai poveri, se ho rubato restituisco quattro volte tanto…” e prima che possa continuare a trascrivere il suo testamento in diretta Gesù lo ferma e ridice la stessa cosa di quando l’ha tirato giù dall’albero… la salvezza doveva entrare in questa casa ed è entrata oggi.
La fretta di Dio aveva un senso, Zaccheo voleva farsi grande e si è arrampicato su un albero ma Dio l’ha rimesso in piedi e all’altezza giusta, l’altezza della sua dignità di uomo salvato, era caduto troppo in alto Zaccheo, ma ora è all’altezza degli occhi di Dio e in uno sguardo è amato.
Vedete cosa succede a chi cerca Gesù e si lascia trovare? Ciao belli

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DOMENICA 27 OTTOBRE 2019 – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO
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Dal Vangelo secondo Luca 18, 9-14
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Buongiorno sono il sole, oggi, ho scoperto un tipo ganzo, l’ho scovato proprio in chiesa, davanti, sotto un faretto che gli illuminava il viso e lo faceva bello, tronfio e sicuramente ottimista mentre ad alta voce diceva: “O Dio, ti ringrazio che non mi hai fatto come gli altri: ladri, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano”.
Non trovate che sia splendido? Quanto è facile gasarsi, toccare il cielo con un dito facendo confronti inutili con chi crediamo sia peggio di noi, però, diciamocelo, lui è bravo bravo: “Digiuno due volte la settimana (ma chi te lo ha chiesto se basta il venerdì Santo?) e pago bollette e tasse si tutto quello che possiedo”.
Non è eroico è semplicemente obbediente e corretto però è arrogante e presume troppo di sé a scapito di altri. Lui si sente bello, troppo bello ma si sente anche giusto, troppo giusto nei confronti di Dio e non riesce a pensare che la salvezza sia un dono per lui, convinto com’è che la salvezza sia solo una conseguenza del suo bel darsi da fare camminando sulle teste degli altri pensando così che può mettersi in prima fila per dire a tutti: applauditemi!
La salvezza pensa di conquistarla stando ritto in piedi e mercanteggiandola al prezzo più basso come si fa coi marocchini che ti vendono accendini e fazzoletti di carta. “O Dio, ti ringrazio che non mi ha fatto come quegli inetti dei pubblicani”.
Poi, quando riesco a capire che quel fariseo mi sta urtando, mi capita di girare lo sguardo e di vedere quell’altro, un ometto solo solo, in una cappella al buio, a battersi il petto in silenzio, scusandosi di non essere così bravo come il fariseo dalle splendide vesti in prima fila: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
È lì che non ha neppure il coraggio di alzare gli occhi per guardare e cercare il volto di Dio perché purtroppo è vero che fa parte della squadra dei truffatori e dei ladri e non osa dire nulla perché la sua storia parla da sola. Non osa cercare, non osa guardare, non osa chiedere niente e non pretende niente da Dio però, se c’è un punto grande come il cielo a suo favore è che una cosa la sa e la sa bene: sa che la salvezza non è merito suo ma dipende dall’eterna misericordia di Dio e dalla bocca del cuore, escono solo poche parole ma belle: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Quei “Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà” che diciamo così tanto facilmente alla Messa, lui li dice con una tale sincerità che rimbombano tra le colonne della chiesa con sonori tonfi e rintonfi che si alternano, come un salmo a due cori con le litanie del fariseo: “Io sono bravo e non sono come gli altri” – “Tu Dio sei grande e misericordioso” – “Grazie Dio che non mi hai fatto come gli altri” -“O Dio, abbi pietà di me peccatore!”.
Li ho trovati tutti e due nella stessa chiesa ma a me garba essere come il secondo perché quello che sta vivendo è un caos immenso dentro di sé ma ciò che lo salva è sapere che è lì, in quel caos che Dio lo trova e nella sua immensa misericordia lo salva.
Scelgo lui perché so che se anche non osa alzare lo sguardo per cercare Dio, Dio abbassa il suo, lo cerca, lo sceglie, lo ama e lo salva e può ricominciare a vivere. Ciao belli

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20 OTTOBRE 2019 – XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO
Giornata missionaria mondiale

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Dal Vangelo secondo Luca 18,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:

«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.

Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».

E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».


Buongiorno sono il sole, faccio appello alla mia memoria per tirar fuori dal cassetto una delle cose belle che facevo da giovane quando frequentavo la parrocchia ed ero una brava ragazza in ricerca. Con i giovani del decanato si frequentava una scuola di preghiera chiamata “Luca 18,1” e, oggi, Gesù mi riporta a quel tempo per insegnarmi la preghiera. La necessità della preghiera come in quell’anno in cui volevo capire cosa il Signore volesse da me e la mia necessità di capire si incontrava con la sua necessità di volermi tutta per sè e nasceva lì la preghiera. Il refrain è uno solo e può dare un tono nuovo alla nostra vita: pregare sempre senza stancarsi mai.
E’ vero, talvolta la preghiera è stancante, soprattutto se pensi ad altro e hai fretta di finire perchè hai un impegno impellente, altre volte sembra inutile come un grido disperato che però non trova risposta immediata, o perlomeno non lo sentiamo nel cuore. Questo accade soprattutto quando si prega da troppo tempo e la situazione rimane la stessa, bloccata, senza sbocco né sorta di speranza.
Luca 18,1 per me oggi è questa vecchina che non cede, non si stanca e non si lascia smuovere da nessun rifiuto, incede incalzando con premura e perseveranza fino allo sfinimento e, come lei anche noi possiamo diventare i prediletti di Dio perché se lo è una donna sola, senza difesa, vedova, lo possiamo benissimo essere noi se rimaniamo umili, deboli e fragili, questi Dio prende in braccio indicando la sua strada per il Regno dei cieli dove tutte le nostre richieste trovano posto. Questa prediletta, debole e indifesa affronta un giudice corrotto e nella sua perseveranza vince.
Pensiamo a noi: quante volte si prega con la sensazione che la preghiera non cambi le cose… quante volte il rammarico vince 1 a 0 sulla nostra voglia di pregare, soffocato dalla rabbia… Se dobbiamo insistere non è per Dio ma per noi, il giudice è l’opposto di Dio ma ascolta e Dio che è l’opposto del giudice non ascolterà il grido? Risponderà prontamente, che non vuol dire ‘immediatamente’ non vuol dire ‘subito’, vuol dire ‘sicuramente’. La necessità di pregare senza stancarci mai è per noi perché il primo miracolo è rinsaldare la fede in un Dio che non interviene come vorremmo noi ma come vuole lui. Noi siamo quelli che pregano perché avvenga ciò che noi chiediamo e magari all’istante, come si fa con una macchinetta delle bibite dove si sceglie il prodotto, si mette il soldo, si pigia un bottone e taaac esce la bottiglietta ma se non avviene ciò che chiediamo non è perché Dio ci fa un dispetto e gli garbi un monte lasciarci in tensione coi nervi tesi, l’ansia a palla e l’angoscia nel cuore ma perché il Padre sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo.
Si tratta soltanto di fare un passaggio: dalle preghiere al pregare che, se fino ad ora, per noi, era chiedere cose a mo’ di lista della spesa, magari facendo i generosi che non chiedono solo per sé stessi ma anche per le persone che a noi si affidano, ora si tratta di imparare a dare del Tu a Dio chiamandolo con il suo Nome, come è successo a San Francesco, la sua vita è cambiata, da uomo che pregava è diventato uomo fatto preghiera e, nella Lettera ai 3 compagni”, è scritto: “Insisteva nella preghiera, affinché il Signore gl’indicasse la sua vocazione“. [FF 406]
La preghiera ci deve cambiare, se non succede vuol dire che è rimasta lì da noi e non è salita al cielo. La preghiera oggi è Luca 18,1, la necessità di pregare senza stancarsi mai. Allora potremmo trovarci davanti oggi una prediletta di Dio che come una vecchina ci dice: e tu, amico, cosa sei disposto a donare oggi al Maestro? Del tempo? un sorriso? un perdono?
Facciamocela questa domanda per imparare la preghiera… C’è una necessità che è quella di restituire a Dio una vita cambiata, frutto della preghiera, di vivere in Dio, di avere il mio respiro nel suo respiro. Il mio bisogno che si incontra nel suo bisogno, il bisogno di un Dio che ricorda una cosa essenziale: “senza di me non potete far nulla”(Gv 15,5). ciao belli

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13 OTTOBRE 2019 – XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 17.11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Buongiorno sono il sole, domenica scorsa ci eravamo lasciati con quell’assioma edificante che deve rimanerci impresso ogni volta che ci scappa la tentazione di essere poco umili e molto indispensabili: servi inutili e una fede piccola come un granello di senape per cose immense che sanno solo di Dio.
Oggi Gesù sta attraversando la Samaria, la nostra Samaria. Lui a cuore ha la nostra storia piena di lotte e di fughe e vuole trasformare i nostri fastidi e tutto ciò che, in qualche modo, crea ripulsa in qualcosa che sia meno amaro, come è successo a San Francesco. Cosa c’è di più ripugnante di un lebbroso puzzolente, pieno di piaghe e spalmato di pus? Ce ne sono ben 10 che ti vengono incontro e, anche se si fermano a distanza, comunque non sono nè belli da vedere nè profumati da sentire.
Cosa significa oggi questa squadra di lebbrosi che va incontro a Gesù nella nostra storia? Essere lebbrosi significava stare ai margini, essere esclusi, inavvicinabili e, anche oggi, se te sei un lebbroso sta certo che con i tuoi cenci, non disinfettati con l’amuchina, non ti vuole toccare nessuno e neppure nessuno ti vuole avvicinare tanto è il fetore che emani ma se il prossimo si chiama Gesù la storia cambia e, elemosina, diventa il bisogno di considerazione e guarigione: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!».
Quante volte glielo urliamo anche noi nelle nostre disperazioni: Gesù, maestro, abbi pietà di noi, senza di te siamo perduti, salvaci.
Noi ci saremmo aspettati un’altra reazione dove il Maestro, che in questo tempo abbiamo imparato a conoscere ed amare, li guarisse all’istante….taaac…guariti! E invece no, appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti».
Non abbiamone a male, non è disinteresse da parte sua e neppure un errore di stampa, Gesù sta rispettando le regole ebraiche li manda dai sacerdoti perché solo un sacerdote poteva attestare la guarigione.
Io non so voi ma se fossi stato uno di quei 10 sul mio cuore ci sarebbe stata desolazione ma è vero anche che, se Gesù agisce così, è perché la fede è un cammino, è obbedire, accettare, ripartire, è fidarsi che, in quel tratto di strada, la vita cambia, è fidarsi che qualcosa stia già cambiando, che appena Gesù mi guarda la lebbra inizia a sparire senza neppure che io me ne accorga perché sono presa dal fatto che Gesù mi abbia respinto nella mia richiesta ed è proprio il sacerdote a rivelarmelo, infatti i 10 si fidano e vanno e mentre essi andavano, furono purificati.
È una questione di fede, una fede minuscola come un granello di senape.
Ma in quanti poi tornano a ringraziare? noi si va da Gesù nella nostra disperazione, urliamo il nostro bisogno di essere guariti, vogliamo il miracolo, ma dopo? Il Vangelo non mente: uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Uno solo, dopo essere stato guarito, torna a ringraziare ed è un Samaritano e io voglio essere quello.
«E gli altri nove dove sono?». Ce lo chiediamo tutti, anche Gesù se lo chiede ma mica per il grazie in sè, solo perché non vuole che nessuno torni alla sua vita di prima quando la lebbra ci aveva in qualche modo bloccato in quelle pastoie umane che non ci fanno crescere e ci lasciano soli a crogiolarci sul nostro ombelico, vuole che torniamo sanati per una vita bella, fresca, nuova, per testimoniare il riflesso del cielo.
No, Gesù, non si aspetta il grazie lui vuole solo la gratitudine per una vita redenta…
Io voglio essere uno dei dieci, quello che torna a restituire il dono di Dio in me, torno e lo seguo ovunque Lui mi voglia portare, continuo il cammino con Lui perché se è vero che 10 hanno ricevuto un dono e uno solo uno ha risposto, è con Gesù che si riparte, non come prima, ma con una vita nuova, dove l’amaro si è trasformato in amore, dove amarezza ora è amorevolezza.
Forse va bene anche così ma la fede è risposta a un Dio che ti corteggia in eterno per salvarti oltre che guarirti e dobbiamo avere il coraggio di tornare da Lui perchè ne varrà la pena, il lavoro sporco lo fa Lui, noi siamo solo dei graziati che guariti ringraziano. Ciao belli

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06 OTTOBRE 2019 – XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».


Buongiorno sono il sole, la nostra meravigliosa domenica inizia così: un se, un seme e un supplemento di fede.
Di errori i nostri apostolini ultimamente ne stanno facendo una caterba ma, finalmente, oggi hanno imbroccato la strada giusta ed è un coro: «Accresci in noi la fede!».
Cos’è la fede? Facile domanda da catechismo di cui non voglio sapere la classica risposta da manuale, io me lo chiedo ogni giorno e, oggi, ancora di più, perché se Gesù parte da un “se” forse c’è da verificare qualcosa. «Se aveste fede», vuol dire che, forse, tutta questa fede che dico di avere in realtà neppure l’ho. Ma, in ogni caso, so che però Dio ha tanto amore e ne ha così tanto che per me è molto e fede allora è semplicemente credere a questo amore immenso che mi permette non solo di amare a mia volta con la stessa intensità, ma anche di perdonare.
La mia fede è ancora piccolina ma se ogni giorno chiedo al Padre di farla crescere allora posso anche smettere di sentirmi al centro del mondo.
La mia fede è piccolina ma Gesù oggi, anche se dubita della mia fede, mi rassicura dicendomi che ne basta proprio pochina, come un chicco di senape, ne basta così poca da sradicare un gelso.
Se avessimo questa fede piccolina allora ci sarebbe tanto da fare e tutto sarebbe possibile.
Se avessimo questa fede piccolina la smetteremmo di piangerci addosso e di parlare sempre male degli altri e inizieremmo a rimboccarci le maniche per spostare quel gelso che non deve stare lì.
Se avessimo questa fede piccolina ci accorgeremmo che, nel vangelo, gli unici miracoli che fa Gesù sono solo quelli di cui vede la fede non come noi che attendiamo il miracolo perché così la fede aumenti.
Se avessimo questa fede piccolina sapremmo, senza che nessuno ce lo debba sempre ricordare, che come è successo a Maria, tutto è possibile per chi crede.
La parabola che ci racconta oggi Gesù mi fa tornare in mente l’ultima cena dove Gesù fa sedere a tavola gli apostoli, si mette il grembiule, li serve e dà la sua vita, si dà lui stesso in cibo: «questo è il mio corpo dato per voi».
Amici belli sia la parabola che l’evento dell’ultima cena ci dicono che la parola chiave di oggi è il servizio, non chi è il primo della classe, discussione iniziata al capitolo 9 e conclusasi indegnamente al capitolo 22, è il servizio, perché amare vuole dire servire l’altro non servirsi dell’altro. Lui parla solo in questa lingua: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve». Gesù stesso oggi ce lo indica come un compito: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Inutile a me, personalmente, non è mai garbata perché un servo inutile è proprio inutile, quindi, è uno che non serve a nulla ma inutile con Gesù accanto è qualcosa che lascia a Dio la possibilità di essere utile alla mia vita per rendermi immagine e somiglianza sua nell’amore. Il vangelo, se è bella e buona notizia e lo è, deve dirci qualcosa di immenso ed è questo che ho ricevuto oggi e che regalo.
La mia chiamata, dopo aver pregato il Signore di accrescere la mia fede, è mettere la mia vita a servizio degli altri. Se io avrò fatto tutto quello che mi ha comandato il Signore, cioè: “Amatevi come io vi ho amato”, se io avrò fatto questo col sorriso, possibilmente gratis e senza aspettative di ricompensa, se avrò fatto quello che dovevo fare con la mia fede piccolina e una gioia grande, allora mi scoprirò semplicemente serva, così come Gesù mi vuole, dove quello che dovevo fare l’ho fatto e con amore e allora sarà vita davvero!
Lo dico oggi nel primo anniversario della mia consacrazione a Dio in questa Chiesa di Montepulciano-Chiusi-Pienza.
“Fa’ che impariamo Signore da te, che il più grande e chi più sa servire, chi si abbassa e chi si sa piegare, perché grande è soltanto l’amore”.
(Servire è regnare, Gen Verde, Il mistero pasquale)
Ciao belli

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29 SETTEMBRE 2019 – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO
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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Buongiorno sono il sole, in questa domenica vi regalo una favola: c’era una volta un re, seduto sul sofà che disse alla sua serva, raccontami una storia, la storia incominciò: c’era una volta un re, seduto sul sofà… quante volte la nostra vita è come una favola che continuamente ricomincia da capo lasciandoci uguali. Eppure, la storia che oggi ci racconta Gesù, può aiutarci a fare la differenza, perché si può scegliere se ripetere gli stessi errori oppure vivere da protagonisti, proiettati in avanti e senza più guardare al passato.
C’è una frase nella parabola che mi ha colpito moltissimo ed è il “grande abisso” descritto da Abramo all’uomo ricco: per tanti di noi, è facile pensare che si arrivi in cielo e ci sia uno incaricato di mandarti all’inferno o farti accompagnare in paradiso, ma il grande abisso lo costruiamo noi già sulla terra, in base alle nostre scelte più o meno sensate, più o meno impregnate di amore.
Cosa fa di male il ricco? Nulla.
Non lo dobbiamo colpevolizzare se mangia fino ad essere talmente satollo da non riuscire più a rialzarsi da tavola, non è una colpa la scelta di vestiti belli ed eleganti o una casa domotica con i migliori comfort, non è una colpa tutto questo, il ricco non fa male a nessuno, non tratta male il povero, non lo umilia davanti a tutti, peccato che NON LO VEDE PROPRIO! Ecco come nasce il grande abisso: sulla terra ci sono due uomini che sono uno l’opposto dell’altro, chi ha troppo e chi ha troppo poco, una voragine in quanto a stile…ma è solo morendo che il ricco si accorge del povero, è In cielo che vede la ‘ricchezza’ del povero che non ha visto in terra.
A noi, nella bella notizia di questa domenica, è data una possibilità che è quella di accorgerci dell’altro, di sentire il suo profumo di bellezza anche quando puzza e ci dà fastidio, di sentire che l’altro ci riguarda. Quello che noi saremo domani è quello che noi stiamo scegliendo di essere oggi, in questo momento. Dio è eternamente alla ricerca dell’uomo, lo cerca e lo trova, sta a noi non perderlo perché ce lo perderemmo per sempre. Il tempo che passa non torna e se non lo vivi in pienezza perdi tutto quello che il tempo porta con sé: incontri, baci, abbracci, gioie, dolori, partenze, arrivi… Nel tempo che passa però c’è tutta la tenerezza di un Dio che ha cura della sua creatura, che si lascia coinvolgere e avvolge di sorrisi la sua storia e, questo, se lo scegli, non lo perderai più.
È un Dio che, in questa tenerezza, apre la porta del possibile con tutta la libertà di scelta: sono io a decidere chi voglio essere, ricco di beni o ricco di Dio, ma comunque figlio di un Dio rispettoso, che si toglie i sandali prima di entrare nella mia storia, perché la mia è storia sacra.
Io apro la porta del possibile di Dio e, come diceva san Vincenzo de’ Paoli, con tutta la consapevolezza di sapere che prima di me c’è un tu di cui accorgermi e prendermi cura: «Se stai pregando e un pove­ro ha bisogno di te, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che trovi è più sicuro del Dio che lasci». Ricordiamocelo, in modo particolare oggi che è la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato il cui titolo è molto paradigmatico: “Non si tratta solo di migranti”.
Ciao belli

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22 SETTEMBRE 2019 – XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Luca Lc 16,1-13
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Buongiorno sono il sole e buona domenica. Oggi la buona notizia, già vista qualche settimana fa nel rito ambrosiano destando qualche difficoltà nella giusta comprensione, si ripresenta ora nella XXV domenica del rito romano.
Possiamo dire che è l’elogio ai furbetti e vi spiego perché leggendo la cosa dal mio punto di vista che non ha nessuna pretesa di essere quello esatto.
Parto dal fatto che Gesù, lodando un amministratore disonesto, dica: “i figli di questo mondo, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”, letta questa frase mi verrebbe da pensare che, allora, nella vita, convenga essere scaltri invece che onesti, ebbene sì!
La parabola di oggi è un po’ stranina e non è neppure facile interpretarla evangelicamente, ma cerchiamo di trovare un filo logico rileggendola.
C’è un amministratore, un padrone e, in mezzo, una truffa…L’amministratore, per salvarsi in corner, per non dire altro, inventa una truffa a fin di bene per giustificare il suo operato in perdita al suo padrone, infatti, sapendo di essere nel torto, vuole assicurarsi un futuro all’altezza dello stile di vita che ha condotto finora.
Storie normali di tutti i giorni anche ai tempi nostri dove la disonestà l’è di casa ma il bello è che anche Gesù lo applaude ed è qui che scatta lo stupore!
L’amministratore furbetto cosa fa in concreto? siccome i suoi dipendenti hanno dei debiti nei confronti del padrone lui li dimezza e fa il simpatico. Tutto a suo pro, perché, siccome sa che domani lo licenzieranno di sicuro, alcuni amici possono sempre servire. Ma, facciamo bene attenzione: non è che Dio, raccontandoci questa parabola, dice che è bene ingannare ed essere disonesti, ma che la furbizia e la creatività di questo uomo intraprendente è geniale. Lui ha sperperato gli averi del padrone ma ora rinuncia alla sua percentuale di guadagno e, con quei soldi, alleggerisce il debito dei dipendenti.
Gesù vorrebbe dei discepoli così, che sappiano puntare alla vera libertà rischiando su quelle piccole schiavitù di ogni giorno. Il delinquente ha sbagliato ma diventa il metro di misura perché mette da parte la sete di denaro per guadagnare in amicizia e oso pensare che non voglia più essere schiavo del potere e del guadagno di cose che finiscono ma diventare ricco di affetti e di cose che durino per sempre.
Furbetto, scaltro e brigante, sì, ma è una storia talmente bella che a me dice un di più, un di più di amore, un di più di vita, un di più di cielo che vediamo sempre più vicino.
Bella perchè mi parla di un Dio che sorprende, stupisce e spiazza, tre esse come la s di salvezza che è per te, tre esse come la s di santità che è per te, tre esse come la s di straordinarietà che è per te se ti fidi di un Dio che vuole entrare nelle pieghe del tuo cuore passando per la strada dell’inimmaginabile e dell’impensabile, che passa anche attraverso la furbizia di un amministratore scaltro e spacca quello che per te è cosa sicura.
La bella notizia e il compito di questa domenica è mettere da parte le cose sicure, i facili guadagni, per investire sullo stupore di Dio che sceglie un peccatore per additarci la via del cielo. I discepoli hanno capito la lezione? Io non lo so ma io ci provo! Ciao belli

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15 SETTEMBRE 2019 – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca 15,1-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Buongiorno sono il sole, oggi è la domenica delle scelte, di una porta che si apre per lasciare andare e che rimane aperta per aspettare e far rientrare, di un figlio che decide di partire e di un padre che decide di aspettare, di un fratello che non vuol accettare e di un padre che si mette a pregare, tutte cose che si possono fare o non fare e che, nella tua scelta, nel tuo decidere che atteggiamento prendere, cambiano la storia. E’ una questione d’amore, quell’amore che è vangelo, quell’amore che non si impone, lascia liberi, attende e accoglie, quell’amore che è sempre pronto a ricominciare da capo.

Non vogliamo stare qui a cercare il motivo per cui il figlio se ne vada di casa lasciandosi la porta alle spalle, vogliamo stare a guardare la porta che rimane aperta ad attendere il ritorno sia del primo che del secondo, due figli come la storia di domenica scorsa ci ha raccontato, due fratelli, il ribelle e il devoto e il padre che, in questi due figli, scopre di essere ancora più padre.

In tutto il vangelo vediamo la gioia, la gioia del pastore che ritrova la pecora, la gioia della donna che ritrova la moneta e la gioia del padre che ritrova il figlio che torna a casa, manca solo la gioia di poter gustare il rientro in casa anche del maggiore ma è una porta aperta sul possibile che forse oggi non avviene.

Nel vangelo poi vediamo la misericordia di un Dio che si commuove come una madre nel momento del parto quando le si muovono le viscere materne, un padre che corre con la stessa compassione del samaritano quando vede il bastonato a terra per soccorrerlo e prendersene cura.
Chi corre è il padre, non il ragazzo, è il padre che è allenato al bene non il figlio, è il padre che va velocemente incontro al figlio con tutto l’amore possibile, con tutto l’amore che ha in seno e gli si getta sul collo, proprio come farebbe la sua mamma che, tra l’altro, nel Vangelo non è mai nominata. Chi corre è il padre che azzera i conti, che non guarda al passato, non guarda alla fuga del figlio, non guarda ai peccati che potrebbe aver commesso, non guarda agli errori, non lo fa sentire a disagio come fanno certi che giudicano e si scandalizzano, non rimprovera il figlio perché il figlio è già bravo a colpevolizzarsi da solo ripetendo nella testa la formula magica per farsi perdonare il male che potrebbe aver commesso studiandosi il copione perfetto per rimettere le cose a posto senza sapere ancora che, con un Dio così, i conti tornano sempre, lui ti corre incontro, ti abbraccia e ti bacia, che nella traduzione esatta del greco verrebbe “strabacia”, ti consuma di baci, preso dalla gioia senza fine e creando una scena bellissima: un padre che per dire tutto il suo amore, un padre che, contento che finalmente suo figlio sia libero, gli corre incontro e dopo aver consumato il figlio con tutto l’affetto che ha ora lo riveste della prima veste, quella di Adamo quando era nudo appena creato, nudo ma senza vergogna, nudo perché risaltasse in toto l’immagine e la somiglianza con Dio.
Questa è la veste che il padre mette al figlio, poi gli mette i sandali da figlio perché solo gli schiavi camminavano a piedi nudi, gli mette l’anello al dito, il sigillo di famiglia, la firma in banca, il potere di libero accesso alle sue sostanze, lui che era partito con la sua parte di eredità ora ha tutto quello che vuole, l’intero patrimonio, non una parte ma tutto.
Ecco la gioia che viene fuori in questa XXIV domenica: Dio non ci toglie qualcosa ma ci dà tutto fino a dare se stesso, anche il vitello per far festa, perché il figlio che era perduto è stato ritrovato.

La nota stonata è il figlio maggiore, il devoto, ed è ancora il padre che esce a cercarlo, perché non vuole prendere parte alla festa senza una parte della sua prole, esce a cercarlo perché la gioia senza la misericordia non esiste, la gioia senza perdono non è gioia e il padre vive della gioia del ritrovamento e la misericordia del perdono, ma il figlio maggiore non accetta anche se il padre è disposto a perdersi il banchetto pur di aspettare che il figlio grande si converta, è disposto ad aspettare all’infinito che il figlio maggiore accetti di farsi perdonare, quel perdono che passa dal suo vivere da vecchio, quel suo modo di esistere senza slancio, quel suo essere perfettino ma senza amore, quel suo non accettare il figlio di suo padre. Il padre aspetta, resta lì amando con una frase che dice tutto: “Figlio, tutto ciò che è mio è tuo”. Ma forse è proprio questo il problema, quello che lui non vuole, fare suo il grande amore generoso del Padre, quel suo essere così generoso e amante.

No, non ce la può fare e non entra, continua a borbottare contro chi ha scoperto che invece l’amore salva e fa vivere nella gioia e nella festa e ti cambia! Ciao belli

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08 SETTEMBRE 2019 – XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Buongiorno sono il sole. C’è una virtù importante che, nella vita,  va sempre presa in considerazione e si chiama PRUDENZA, soprattutto quando si devono fare scelte pesanti, quando c’è una forte componente economica da mettere in gioco, quando c’è un forte margine di rischio a uscire con un forte capitale ma, nella Via del Vangelo, sulla Strada della Buona Notizia, succede una cosa bellissima: la Prudenza si sposa con il Coraggio e nasce l’ Audacia, quella santa Audacia che ti fa puntare in alto e ti fa fare passi decisivi fidandoti con la sicurezza che anche se credi di cadere nel vuoto in realtà c’è il Signore a prenderti in braccio lanciandoti verso il nuovo che non conosci, ma proprio perché inaspettato è alto in aspettativa e fantasia.
Gesù oggi non chiede di non amare più il babbo o la mamma, di non guardare più alle cose che sentiamo vere ma di AMARE DI PIÙ LUI facendo sì un sano discernimento sulle proprie forze e capacità, ma non stando troppo a pigiare il pedale sulle proprie paure frenando e con la preoccupazione di non farcela.
Questa è la novità del Vangelo che ci impedisce di fare come quelli che sono prontissimi a seguire Gesù ma si limitano, dato che poi la mamma si preoccupa, oppure quelli che a 30 anni sono ancora lì, in casa, senza uscire mai e avere relazioni feconde, oppure ancora, quelli che amano a orario, sì, dalle 8 alle 16, poi devono uscire con gli amici e hanno bisogno di distinguere… 
Basta poco per seguire Gesù, in questa domenica il Vangelo ci dice di AMARE DI + L’AMORE + GRANDE dove il ‘di più’ è la Croce, non come una cosa pesante da portare ma il positivo che fa la differenza, affidare a Dio la nostra povertà e le nostre paure di non farcela: non serve calcolare ma bisogna rinunciare a ciò che consideriamo nostro per essere tutti suoi… Chi vuole andare avanti?
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 
Non c’è altro da dire…
Ciao belli

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01 SETTEMBRE 2019 – XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

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Buongiorno sono il sole, per il rito romano, in questa XXII domenica del Tempo Ordinario, Luca ci regala una splendida parabola di Gesù. Il tema è la festa di nozze e la chiave di volta è sedersi là dove non ti sederesti mai. Normalmente noi si sceglie i posti migliori, quelli vicino alla cucina così, appena i camerieri escono con i vassoi, taaac, sei il primo, invece no, Gesù consiglia un’altra via: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”…».
Nella vita della Chiesa, oggi, ci sono questi personaggi strani che cercano di infilarsi in qualsiasi aggregazione laicale, associazione cattolica o no, pia congregazione, gruppo o movimento, possibilmente diventandone anche consigliere se non presidente, perché, più tessere hai più strada farai, più incarichi hai più, caro amico mio, ti allontanerai dal paradiso dove Gesù stesso ha detto che i pubblicani e le prostitute passeranno avanti.
E allora questo pranzo di nozze di oggi di cui ci parla Gesù mi piace un sacco, questo pranzo di nozze divino, questo banchetto da Dio, dove divento suo amico [philos] se scelgo il posto nascosto, quel posto che nessuno sceglierebbe, lontano dalla cucina, in fondo alla sala, non per un castigo ma per aver diritto all’accesso gratis alla Bellezza, dove, Bellezza, è mettersi nelle mani di Dio rinunciando all’orgoglio e all’arrivismo, cercando di fare il bene bene, non mettendosi in mostra ma stando un passo indietro per essere in grado di accorgerci di chi è ultimo per farlo avanzare, di chi magari ha qualche dolore o preoccupazione e non ha il coraggio di dirlo, di chi ha grossi problemi e sa come tirarli fuori perché ormai siamo tutti perfetti e lui è la dissonanza.
La storia di oggi ci fa capire chi sono i preferiti di Gesù: sono i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi e tutti quelli che, nella nostra vita perfetta, stonano con le loro imperfezioni, tutte quelle persone che hanno bisogno, tutte quelle persone che, non avendo nulla, non ci possono dare nulla e devono solo ricevere, tutte quelle persone che ci danno occasione di poter amare gratuitamente e diventare come Dio, l’unico che sa dare e amare gratuitamente, senza nulla in cambio.
Che bello! noi saremo come Dio che non cerca ricompense, che sa amare solo gratis, che fa dell’amore ai nemici lo stile di vita. Ciao belli

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18 AGOSTO 2019 – XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C
RITO ROMANO 

Dal Vangelo secondo Luca Lc 12,49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».


Buongiorno sono il sole, oggi nel Vangelo abbiamo una parolina strana, sì perché la parola “divisione” in un contesto evangelico che deve sapere di comunione, non suona bene, però Gesù la dice e quindi cerchiamo di capire il perché.
La buona notizia però inizia dal fuoco.
Gesù viene dicendo: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!».
Bella figura, anche su questo l’abbiamo deluso in partenza, lui vorrebbe incendiare il mondo ma nel mondo ci sono i tiepidi che mantengono la temperatura bassa, lasciano che la legnaia si riempia di umidità e il braciere non arde come vorrebbe il Maestro. Ma lui il fuoco lo porta comunque, così come porterebbe il vino buono alla festa, così come darebbe qualsiasi cosa purché di vedere l’altro felice e non chiede altro, solo che qualcuno lo accenda il fuoco, ad alimentarlo poi ci pensa lui. 
Andrebbe tutto bene se non fosse per il tono della voce malinconico, deluso e amareggiato, il desiderio del suo cuore non infiamma più nessuno, lui il fuoco è venuto ad alimentarlo ma a che serve questo suo desiderio se nessuno sulla terra l’ha acceso? Guarda il sole nel cielo, splende ma se te non apri gli scuretti o tiri su la tapparella, il sole te non lo vedi.
Lui è il Fuoco che scalda, lui è la Luce vera che illumina i cuori, non confonderti con una semplice lampada da tavolo, o quella pinza con lampadina dell’Ikea che usi per leggere a letto, Dio con te vuole fare cose grandi e nella logica del Regno dei cieli non ci sono sconti, non ci sono i saldi di fine stagione, lui non illude, quello che ha da dire lo dice chiaramente e se te lo vuoi seguire devi essere pronta a tutto, devi essere pronta ad andare contro tutti se serve, anche contro quelli di casa, devi essere bella e originale come lui ti ha pensato, creato e amato.
È qui la parola più dura del Vangelo di questa domenica, è qui che entra in gioco la parola “divisione“, la buona notizia in questa ventesima domenica passa dalla divisione, dal mettersi contro, dall’essere disposti a tutto pur di andare dietro a Gesù.
Sapete come si purifica l’oro dalle scorie? si passa al fuoco, così come uno fa pulizie con le amicizie su Facebook, ne elimina un po’, sopratutto quelli che sono in contrasto con il suo pensiero, clicchi elimina e taaac! un amico è fatto fuori, pulizia e via e te non ci sei più!
Dio a volte spaventa, è vero, ma io mi fido, anche quando mi dice: «padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». Io mi fido, anche se questo mi sembra una strage familiare più che un vangelo, ma io mi fido, perché lui non conosce la parola compromesso, lui è onesto e sincero, lui mantiene quello che promette, lui una volta ha detto che chi lo segue dovrà passare per la persecuzione, ma ha detto anche che chi lo segue avrà la vita eterna.
Oggi la buona notizia è un Fuoco che arde solo nel cuore di chi decide di accenderlo, dentro di noi è stata aperta una porta sul possibile, sta a te decidere di passarla, sta a te decidere di appicciare il fuoco con la “Diavolina” o usando il cuore, sta a te scegliere la strada da percorrere però sappi che c’è un punto fuoco da trovare, ti devi fidare e lasciare a Dio di fare il suo mestiere.
La cosa bellissima è che, nella storia, ci sono sempre state donne e uomini dal cuore appassionato che hanno incendiato il mondo con una vita veramente fatta a misura di Vangelo, donne e uomini santi, come Chiara e Francesco, Teresa e Agostino, Ignazio e Filippo, Giovanni Bosco e il Cottolengo, Teresa di Calcutta, Frere Roger e Giovanni Paolo II, Chiara Corbella, Chiara Luce Badano e Piergiorgio Frassati e tanti altri come me e te che seguiamo un Dio che va controcorrente, che ai potenti preferisce i piccoli, che ai sani preferisce i malati, che ai ricchi preferisce i poveri, che a tutti dice con le parole di Santa Caterina da Siena ripetute da Giovanni Paolo II alla GMG di Roma: «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!». Buona domenica e ciao belli

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15 AGOSTO 2019 – ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – SOLENNITÀ

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Una vecchia fotografia del Trittico di Montepulciano

Dal Vangelo secondo Luca Lc 1,39-56
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Buongiorno sono il sole!
Anche quest’anno siamo arrivati alla Festa dell’Assunzione, uno di quei giorni in cui possiamo pregare il Magnificat al mattino senza aspettare i Vespri.
La semplicità di Maria è portata alle stelle e si merita di essere accolta da suo Figlio in cielo, lei che lo ha accolto nel grembo, accolta e incoronata Regina da suo Figlio per essere, ancora una volta, protagonista in questo gioco di stelle.
Come tante volta accade nelle feste mariane, oggi Luca ci regala l’incontro di Maria con Elisabetta e noi lo sappiamo che Maria è andata da sua cugina per darle una mano, ma ci è andata correndo, sapendo che l’anziana parente aspettava finalmente un bambino, tanti chilometri senza sapere che anche a lei, Dio, aveva fatto un gran bel dono.
Va’ di corsa Maria, con gioia percorre quel lungo tratto di strada che da Nazareth porta ad Ain-Karim. Va’, con l’entusiasmo di chi nel cuore ha momenti di festa e canta: «L’anima mia magnifica il Signore (…) perché ha guardato l’umiltà della sua serva». Sono queste le parole che dice ad Elisabetta: Dio mi ha guardata, si è accorto di me. Lui, la Bellezza, ha perso la testa per la mia semplicità.
Tutto quello che abbiamo letto in questi mesi, tutto quello che per noi è la Bella Notizia del giorno, tutto quello che Gesù ha fatto prima di ascendere in cielo, lui – che adesso è lì, dentro di lei – l’ha imparato da Maria di Nazareth: le beatitudini a memoria come noi impareremmo le tabelline, la moltiplicazione dei pani e dei pesci dividendo anziché moltiplicando, le carezze, gli sguardi teneri, l’ascolto, la commozione e la compassione, l’accoglienza di tutti. Ha imparato tutto da sua Madre e, un giorno, sua Mamma la chiameranno beata e attorno a lei nasceranno le più belle preghiere del mondo: Magnificat, Ave Maria, Rosario, Salve Regina…
Mi piace l’Assunzione perché oggi mi pare di vederla Maria da Elisabetta a raccontarle la predilezione che Dio ha per lei: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».
Un anticipo di simpatia a disposizione nostra amici belli: «La sua misericordia si stende su quelli che lo temono». Elisabetta, ti anticipo che ci saranno giorni di misericordia. Li sento già in arrivo!
Poi l’entusiasmo prende le pieghe della delicatezza e continua nel ritmo della gratitudine: non è merito mio, però, cugina, è lui che è generoso. Dieci volte glielo ripete: è lui che mi ha guardata, che ha fatto, che ha spiegato il braccio, che ha disperso, che ha rovesciato, che ha innalzato, che ha ricolmato, che ha rimandato, che ha soccorso, che si è ricordato.
Grande Maria: hai creato suspense con il tuo gaudio meravigliato di donna guardata e poi ti sei tirata in disparte per fare posto all’Eterno: non io, Elisabetta, ma Dio.
Capisci, Elisabetta? qui dentro c’è Dio che sta nascendo.
Mi piace l’Assunzione, perché la bellezza è la semplicità di Maria, un grembo che Dio ha scelto per nascere nella storia dell’uomo! Me l’ha promesso, come aveva detto ai nostri padri.
Oggi a Messa rimarrò a guardare le mani del Trittico, mani di una Madre, una Donna, la Madonna, che raccoglie tutte le preoccupazioni del mondo, le trattiene sul cuore per portare tutto in cielo dove c’è un altro Cuore, un Cuore immenso che non perde nulla di quello che Maria consegna, perché di lei il Padre si fida.
Vi regalo la mia preghiera all’Assunta e vi auguro di essere come Lei.
Maria, assunta in cielo, 
fa’ scendere su di noi una benedizione, 
dacci la speranza, dà a noi consolazione, 
chiedi a tuo Figlio di benedire tutto ciò che è male, 
chiedi per noi la sua carezza sulle nostre desolazioni, 
le nostre depressioni, le nostre paure.
Maria, assunta in cielo, 
facci sognare in grande, 
metti nel nostro cuore l’ansia di partire in fretta 
per portare frutti di bene ad altri, 
metti sulle nostre labbra canti di gioia, 
accarezza le nostre solitudini, le sofferenze dei nostri cari, 
dona bellezza e facci amanti del rischio che rende audaci.

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DOMENICA 11 AGOSTO 2019 – XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO 

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+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 12,32-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.


Buongiorno sono il sole, io sono stata scout, lo sono, non ho mai smesso di esserlo e il vangelo mi fa venire in mente uno dei fondamentali dello scoutismo: ESTOTE PARATI!
Gli scout sono così, almeno io ho imparato questo, ogni giorno si impegnano a vivere stando pronti ed io voglio essere ogni giorno pronta al servizio, ad essere per gli altri, ad accorgermi puntualmente e rapidamente di chi abbia bisogno di me, così come le barzellette raccontano quando ci mostrano il classico ragazzo in calzoncini e calzettoni che fa attraversare la strada all’anziana signora di turno, forse non è alla moda ma il suo atteggiamento riflette più il cuore generoso che l’attenzione all’eleganza e all’ultima moda e allora, visto che, ” dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”, ESTOTE PARATI! è la storia bella di oggi, la buona notizia di oggi: un Dio che osa con l’uomo e gli affida tanto, per chiedere molto al suo ritorno, un Dio che parte per un viaggio e decide di fidarsi di te, affidandoti un patrimonio che non hai mai visto in vita tua tanti sono gli zeri.
Si fida di te questo Dio perché di te è innamorato e vuole scommettere tutto su questo amore senza condizioni dove, nella logica del Regno, non ci sono ‘condizioni’ ma una gioia che batte al ritmo della libertà.
È un Dio che parte, ti lascia tutto quello che ha e ti raccomanda solo una cosa: stai pronta! ESTOTE PARATI!
State pronti! coi fianchi cinti, la lucerna accesa, i sandali ai piedi e il cuore desto nell’attesa del ritorno.
Qualcuno mi ha detto che l’attesa rafforza il desiderio, se Dio ritarda non è per farci un dispetto ma per aumentare il desiderio di lui, per riempire d’amore quell’attesa, per far battere il cuore a ritmo alterno con la nostalgia.
È il batticuore di chi aspetta il suo innamorato.
Dio si fa attendere perché impariamo ad amarlo, come quei fidanzati che abitano distanti e riempiono i tempi dell’attesa con un di più di amore. Attende solo chi osa farlo, l’attesa è solo per pochi, non tutti riescono ad essere fedeli, molti si lasciano andare alla pigrizia e la lucerna, piano piano, si spegne come si spegne il cuore. Un cuore che non è più capace di reggere il peso di una promessa senza data di scadenza sulla confezione, un’attesa che non porta scritto “consumare preferibilmente prima della data posta sul coperchio”. Dio non si sa quando torna ma se l’ha promesso arriva, di sicuro arriva.
State pronti! Se Dio ritarda è perché è imprevedibile e ama la venuta senza preavviso, ama la sorpresa, vuole che la tua fede non si abitui ai riti, alle messe senza tono, ai vari appuntamenti ecclesiali che ci hanno preso l’abitudine e non dicono più nulla.
State pronti! la bella notizia di oggi è un Dio che, come ladro quando viene, non avvisa, non si fa annunciare e ti ruba il cuore senza che tu gli dia il permesso. Un Dio che arriva e con uno sguardo si accorge di come lo stiamo aspettando e ci divide: i servi incapaci e inaffidabili da un lato e i capaci e fidabili dall’altro ed è per questi la più bella sorpresa: Dio che ti chiede di cingerti la veste ai fianchi e di stare pronta per farti vedere che è lui il primo che si cinge la veste, ti fa mettere a tavola e si mette a servirti.
Il Vangelo di oggi è così, è per te che hai deciso di aspettarlo con amore e ardore, è per te che hai bisogno delle sue braccia che stringono ma senza soffocare, è per te che hai bisogno dei suoi occhi che ti guardano ma non ti giudicano, è per te che stai pronta e hai bisogno di Lui che scommette su di te, che ti dà tanto per chiederti molto di più.
Il vangelo è per te che segui un Dio che non smette di farti la corte, lui che è il tuo tesoro e che ti chiede di mettere lì il tuo cuore come ci insegna Santa Chiara di Assisi che, essendo domenica, oggi rimane un po’ nascosta ma “…con corsa veloce e passo leggero…” (cfr. 2LAg 12) ha seguito il Signore mettendo da parte la raffinatezza di una vita da nobile vuota e senza senso e ricercando l’eleganza di un’animo che riflette il Vangelo e spendendo la sua vita nella lode e nel dono di sè.
Buona domenica, buona festa di Santa Chiara e ciao belli

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04 AGOSTO 2019
– XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C –
RITO ROMANO 


Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


Buongiorno sono il sole, il vangelo è fatto di storielline edificanti raccontate personalmente da Gesù per indicarci la traiettoria migliore, non solo diventare uomini e donne evangelici ma per arrivare meglio al Regno dei cieli.
La storia che sceglie di narrare oggi, nella domenica successiva a quella in cui ci ha regalato la preghiera del Padre nostro, dice che la campagna di un omino ricco aveva dato un raccolto abbondante, il fortunello aveva avuto un buon sole e la pioggia al punto giusto tanto che tutta quella raccolta non sapeva più dove metterla. Il punto però è che nel Vangelo non si dice né che fosse sposato o che avesse una compagna, tanto meno che avesse dei figlioli o amici con cui spartire tanta generosa abbondanza, questo uomo ricco è senza affetti e senza casa, questo omino è solo, tristemente solo.
Ci prova a far dipendere la sua felicità dal potere, dai soldi, dalla pazza gioia e dalla bella vita, dal fare come i neonati che vengono al mondo e non fanno nient’altro che mangiare, dormire, piangere per la fame, mangiare, dormire… lui pensa che la felicità è darsi all’accumulare soldi, sedersi, alzare le gambe e poi? se va bene si piglia una Ferrari e se va bene trova la donna che si innamora della sua Ferrari.
Io credo che la storia voglia dirci qualcosa di bello altrimenti Gesù non ce l’avrebbe neppure raccontata, la storia ci dice che la vera ricchezza sono le persone di cui sappiamo circondarci, compagni di viaggio in questo cammino che è la nostra vita, la vera ricchezza sono le relazioni edificanti, le testimonianze di chi, pur non avendo nulla, sa dare se stesso agli altri in gratuità e purezza, la felicità è dare sapore alla vita pur essendo poveri, andando a trovare un malato, facendo compagnia ad un anziano, dicendo parole belle sugli altri, non nutrendo pregiudizi, la felicità è che se il tuo raccolto è stato abbondante è bene donarne una parte a chi invece non è riuscito a raccogliere nulla, è aiutarsi, è vivere la reciprocità, è accorgersi di chi non ha più nulla.
Domenica scorsa abbiamo imparato a passare dal “mio” al tuo” dicendo Padre nostro, questo uomo i possessivi li sa tutti, tutti e in prima persona singolare: MIO lo mette ovunque. Miei raccolti, miei magazzini, miei beni, mia anima e Dio che gli dice TUA vita glielo conferma. Tutto ruota intorno al mio ma anche per lui la vita ha un termine, nessuno ne è esentato, ed è qui che per noi c’è la svolta per la bellezza.
Quest’uomo muore nel “mio”, non ha più relazioni, non ha più affetti, è rimasto solo con i suoi magazzini pieni e nessuno piangerà al suo funerale, ma Dio con una parolina gli offre l’ultima occasione per ricominciare a vivere in modo nuovo e la parola è stolto. Gesù non dice che è cattivo ma stolto, non è una parolaccia ma uno stimolo ad accorgersi della sua intelligenza, della sua capacità di essere migliore, di usare meglio la vita e il tempo che ha, un modo nuovo di gestire meglio anche il suo lavoro, senza puntare tutto sui soldi e sui magazzini pieni e sovrabbondanti ma sul cuore, sull’amore.
Gesù non disprezza il lavoro dell’uomo ma ci dà le indicazioni per una vita bella, buona e vera:
guarda cosa desideri, non desiderare cose ma persone,
osa il dono di te stesso nell’amore.
Sii generoso.
Condividi i tuoi beni e il tuo amore.
Desidera una vita spirituale nutrita di Dio,
desidera di nutrire di Dio le relazioni che vivi, desidera affetti che si ispirino a Dio
e allora vivrai e la tua anima vivrà a lungo perché si perderà in Lui.
La vita ha un termine, nessuno ne è esente ma se cammini verso l’Eterno sarai sempre in cammino e mai da solo,
perché altri, in cammino con te, ti faranno compagnia,
tu non li possederai ma li lascerai liberi di camminare sui sentieri di Dio e arriverete insieme là dove a Dio piace.
Ciao belli

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28 LUGLIO 2019
XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,1-13
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».


Buongiorno sono il sole, continuo il mio cammino della domenica in compagnia del vangelo che ha scritto Luca. Oggi facevo questo pensiero: il Vangelo è buona notizia ma è molto difficile, così difficile che ci sono voluti 4 evangelisti per raccontarcelo. Non è un libro “normale”, non arrivi alla fine e cerchi di convincerti che hai capito, che il finale ti ha spiazzato e che non vedi l’ora che esca il sequel…no, assolutamente no, il vangelo lo puoi leggere mille volte ma rimarrà sempre un libro aperto perché più lo leggi, più ti sforzi di capirlo, più cerchi di farlo entrare nella testa e nel cuore e più senti che sei lontano dal regno che Gesù tanto ama presentarci. 

Ma la buona notizia è proprio in questo passaggio.
Gesù non umilia e non bacchetta se te non capisci ma al Vangelo lui ci tiene e con quelle sue carezze ti fa venire la voglia di riaprirlo e provare a capirci qualcosa.
La preghiera del Padre nostro chi non la sa a memoria?
Ma tra memoria e vita c’è tanta differenza.
Per la memoria basta fare come un cd dove te pigi start parte il disco e quando arrivi a Amen è finito, pregare col cuore è diverso.
Pesare ogni parola prima di farla cadere sul cuore è davvero difficile soprattutto quando il protagonista della preghiera è un semplicissimo aggettivo possessivo TUO e TUA riferito al Padre.
Quando il nostro ragionamento non torna è l’altro che ha sbagliato ma qui tutto torna sono io che devo rivedere qualcosa del mio cammino, del mio stare a braccetto con Dio per fidarmi di più e lasciarmi ribaltare…è una specie di cardioversione dove le priorità cambiano e il cuore torna a battere al ritmo del Padre.
E se proprio non ce la facciamo basta fare come a scuola: si alza la mano e si dice “Prof! non ho capito, me lo rispiega un’altra volta?”. Gesù è un maestro speciale, oltre che Fratello e Figlio dello stesso Padre, tra tutte le cose a cui tiene, ha noi e il nostro cuore e vuole che noi diventiamo come lui e in questo non è geloso anzi, t’insegna che il trucco c’è ed è la preghiera. Si siede con te nel tuo banco, ti guarda negli occhi e ti fa capire che pregare è come avvicinarsi a Dio con le nostre pratiche da firmare, i nostri bei progetti per il nulla osta e tutte le richieste di permesso accumulate ma, più ti avvicini a Dio, più capisci che le sue pratiche sono diverse e che per giunta ha ragione lui, il suo progetto è di molto migliore e sei felice, cadi in ginocchio e il ‘mio’ diventa ‘tuo’ in un amen.
La buona notizia è imparare a pregare col cuore con Gesù che dice “non sprecate parole”, perché, la preghiera, è prima di tutto ascolto per non correre il rischio poi di chiedere a Dio cose inutili e dannose per la nostra vita.
La preghiera amici belli è un Amore da ascoltare per lasciarci sorprendere! Ciao belli

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21 LUGLIO 2019 – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO 

Dal Vangelo secondo Luca Lc 10,38-42

avere-una-sorella-antidepressivo
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


Buongiorno sono il sole. Ogni domenica ci è regalato non solo un personaggione per imparare ad amare come Gesù ma anche uno stile di vita da imitare. Oggi ce ne sono regalati due, due personaggi donna, due stili di vita belli come il sole ma solo se agganciati insieme.
Una si chiama Maria, non è la mamma di Gesù ma è comunque passata alla storia per quel sedere ai piedi di Gesù mentre la sua sorella Marta spadellava in cucina e faceva le pulizie cercando di mettere ordine a suo modo. Tutto questo a Betania, nella casa dei migliori amici di Gesù, quelli di sempre, quelli che, quando sono troppo stanco e ho voglia di staccare ci sono, senza preavviso, così all’ultimo momento. 
Marta, Maria e anche Lazzaro, la Casa dell’amicizia.
Gesù entra in quella casa come si entra nella propria camera, dove ti togli le scarpe e stai a piedi nudi, lui entra e, allo sfaccendare di Marta preferisce il sedere di Maria, che non è qualcosa di volgare ma è la disposizione giusta per stare con Gesù. Lui, che ogni volta che ci lamentiamo dell’altro, rassicura con quel: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. 
Lui, che ogni tanto, nel tuo divagare, ti fa l’occhiolino e ti ridice qual è la parte migliore: sedersi e ascoltare…così come tutte quelle volte che prendiamo il Vangelo e l’occhio cade su quel: “chiamò a sé quelli che volle perché stessero con lui”. 
Non è che la Marta non sia nelle grazie di Gesù, ma quella sera l’Amico aveva bisogno di altro, non voleva la casa pulita, non voleva i più buoni manicaretti del mondo, non voleva mettersi le pattine per camminare nella stanza, lui quella sera aveva bisogno di nutrire il cuore, aveva bisogno che lo si guardasse negli occhi, voleva che vedessero la sua Bellezza, quella di un Dio che si fa accogliere perché tu ti senta accolto dalla sua stessa vita, voleva che entrambe trovassero la loro parte migliore, Maria l’ha trovata perchè si è seduta ad ascoltare. 
Quella è la parte migliore per lei: sedersi e contemplare la Bellezza. Anche Marta avrebbe trovato la sua se si fosse fermata per stare con Gesù senza agitarsi e affannandosi perdendosi il pezzo mancante del puzzle.
Anche se le sue mani sono preziose per tanta premura, l’orecchio del cuore di Maria che sta accanto all’Amico è quello che Gesù chiede ma, l’accoglienza passa per entrambe, l’importante è non distrarsi per molte altre cose.
Loro hanno comunque aperto la porta all’Amico in cammino e, senza saperlo, Cristo è entrato nella loro casa.
Ciao belli
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14 LUGLIO 2019
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – RITO ROMANO
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Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Buongiorno sono il sole, che bello essere accompagnati da qualcuno che non è né perfetto né un campione d’incassi in termini di bravura come noi per capire cosa bisogna fare per imparare ad amare.
La storia che oggi Gesù ci racconta ha un titolo famoso, un’etichetta che abbiamo messo per ricordarcela, proprio come faremmo con un vasetto di marmellata: La parabola del buon samaritano. 
Calcolando che, i samaritani, non erano propriamente pensati come brava gente, oggi è una bella sfida. Già quel ‘buon’ davanti samaritano stona in partenza ma se ce ne parla Gesù possiamo ben capire che ha qualcosa di forte da dirci, visto che anche quella donnina al pozzo, la famosa samaritana del Vangelo di Giovanni, aveva da raccontare cose belle.
Là era Mezzogiorno qui sono le 5 del pomeriggio quando si smette di lavorare e si va a casa ma Gesù, uomo degli straordinari, passa e chiama, arriva e scompiglia i piani di tutti. 
Oggi c’è un omino che chiede a Gesù cosa deve fare per avere la vita eterna e domanda a lui chi è il suo prossimo. Due cosine da niente direi ma è qui, in queste due cosine, che Gesù si siede e inizia a raccontare questa storia del samaritano buono che arriva dopo il levita e il sacerdote e stravince la gara della misericordia. 
Che belle queste storie dal finale inaspettato che trasformano il the end in attimo vincente, così come è successo al ladrone di fianco a Gesù in Croce (anche lui ricordato come ‘buon’ ladrone).
Il sacerdote e il levita non dobbiamo colpevolizzarli troppo, sono assenti giustificati nella loro concezione pastorale. Costruiscono ragionamenti che non fanno una piega: il primo doveva andare a fare le benedizioni e non poteva fermarsi se no la scaletta subiva ritardi e si allungata il brodo nei giorni a disposizione, questo uomo è solo un ostacolo, ci penseranno altri. Eppure a Dio – diceva Agostino – si arriva passando attraverso l’uomo. 
Il levita, invece, pensa che ai feriti, agli inetti, ai malati ci debba pensare Dio se no non è Dio ed è qui che entra in scena il vincente che con molta calma e zero scrupoli, in un dettaglio di gesti lenti, da grande regista, ci fa vedere e toccare la carità in alcuni verbi di prossimità. Inizia così la via della misericordia, la via che porta alla vita eterna, la via che ci fa capire chi è il nostro prossimo, con un uomo che si accosta e cura. Eccoli i verbi: gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versando l’olio della consolazione e il vino della festa, lo caricò, lo portò, si prese cura. Il giorno dopo prese due denari, li consegnò all’albergatore dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
Lui era un samaritano: l’inaspettato, il cattivo, il diverso. Lui, il samaritano, è la nostra buona notizia, il Dio delle grandi sorprese che ci affida l’uomo e quando torna ci rende quanto abbiamo speso.
Amici belli, la bontà, come la verità e la bellezza, arrivano sempre da dove meno ce lo aspettiamo e da chi meno ce lo aspettiamo, vediamo di non distrarci perchè, verità, bontà e bellezza si riconoscono solo perché danno gioia al cuore.
Chi è stato prossimo? 
«Chi ha avuto compassione di lui».
«Va’ e anche tu fa’ così».
Buona domenica amici belli

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07 LUGLIO 2019 – XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12.17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».


Buongiorno sono il sole, c’è un mondo che soffre e ci sono troppe persone che sono malinconiche e piangono su questa terra rendendo tutto molto triste, troppi si lamentano dei giovani che si perdono e sulla crisi dei valori ma c’è un uomo meraviglioso che canta canzoni belle e piene di bontà che iniziano così: «La messe è abbondante!», aprendo un abisso tra i piagnucoloni, che fanno lamenti e puntano l’accento su ciò che non va e Gesù che, invece, fa della sua vita un dono perpetuo e trova il bene dove noi non lo troviamo più. Cammina e canta: guardate come è meraviglioso il mondo, guardate quanto bene c’è nel mondo, guardate come le spighe sono dorate e piene di speranza, guardate quanto è bello e quanto voi non siete capaci di accorgervene, guardate quanto pochi sono quelli che si fermano a raccogliere germi di bene per farli crescere, guardate quanto pochi sono i contemplatori del bene, coraggio, state con me e imparerete a contemplare la bellezza sepolta dentro di voi per regalarla al mondo. 
E’ così, che un bel giorno, il Gesù delle meraviglie si è accorto che i 12 non bastavano per tutta questa sovrabbondanza di grazia, di bontà e di generosità che Lui andava seminando, ne servivano sicuramente altri 72 per raccogliere tutto e spargerlo ovunque, così ha dato istruzioni per l’uso anche a loro:
non lamentarsi, non brontolare, non tenere il broncio, dire a tutti che il Regno del bene senza fine è vicino, così vicino, che si corre il rischio di non accorgersene, aiutare il mondo a preparare il cuore ed accogliere il passaggio dell’Amato, tutto questo senza armi, niente sandali e niente borsa perché il nemico non potrà nulla contro chi si alza il mattino e trova nel mondo un sacco di bene da mettere le ali al cuore e volare attaccato al cielo.
Sì, la messe è abbondante, a mancare siamo noi che non sappiamo più vedere, a mancare sono i matti che dove c’è disperazione vedono la luce.
Oggi è il benvenuto alla scuola della gioia, l’open day alla scuola della speranza, dove il segreto per essere promossi non è stare attenti, prendere A a tutti i compiti in classe, fare dei seminari favolosi, compiere miracoli e far scappare il nemico ma lasciarsi coinvolgere e puntare alla pienezza del Regno di Dio che si fa sempre più concreta ogni volta che accorciamo il passo dietro a Gesù, con la consapevolezza che, in questo cammino, non siamo soli, Dio stesso accompagna ognuno con amorevole cura. 
Quei poveri discepoli che tornano pieni di gioia dalla missione vengono bacchettati per l’ennesima volta perché a Gesù non interessano i successoni pastorali, o meglio, a Gesù non interessa se noi siamo bravi a scacciare i demoni o a fare miliardi di seguaci alla religione cattolica, a Lui interessa che non ci insuperbiamo, che non cadiamo nel tranello del successo perdendo di vista la bellezza dello stare con Lui, cuore a cuore, che non perdiamo il gusto del contatto con Lui, il gusto di una vita spirituale, che non ci perdiamo l’occasione buona per stare in quel rapporto che c’è tra il Padre e il Figlio.
Se ci bacchetta e ci sgrida, se corregge il tiro e, a volte, sembra anche essere duro nel dirci le cose è per realizzare insieme a Lui che i nostri nomi sono scritti in cielo.
Il segreto per vivere nella gioia non è proprio un segretone, lo possiamo dire a chiunque incontriamo, per non cadere con facilità in quella stranissima autoincensazione che siamo bravi a farci, per non cercare meritocrazie inutili, per non auto-compiacerci e accarezzarci per fingere di stare bene, il segreto del successo è alzare lo sguardo, puntare in alto e accorgersi che là, dove noi non oseremmo mai, là in cielo, il nostro nome è scritto a caratteri cubitali, il nostro nome è benedetto e possiamo sentire nel cuore che la buona notizia è questa: si cercano operai del bello per coltivare germogli di bene.
Ciao belli

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30 GIUGNO 2019 – XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO C – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Luca 9,51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

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Buongiorno sono il sole, dopo che la Pentecoste, la festa della Trinità e del Corpus Domini ci hanno tenuto ancora un po’ fuori dal Tempo Ordinario, oggi, insieme agli apostoli, ci mettiamo in cammino con Gesù verso Gerusalemme e la buona notizia parte proprio da questo cammino che Gesù compie a muso duro e deciso, quel Dio che deve aumentare la velocità perché i suoi giorni sulla terra si stanno compiendo e ha una missione da compiere.
In questa domenica penso proprio alla missione in cui entrano come co-protagonisti 12 uomini, scelti personalmente, uno ad uno, per stare prima di tutto con Gesù, imparare tutto da questo cuore e intraprendere strade nuove e orizzonti inesplorati. Senza paura di non sapere dove posare il capo, senza la paura del fallimento o la preoccupazione di sistemare vecchi armadi e senza l’ansia di dover salutare alcuno o di staccarsi dagli affetti cari con gradualità ma con la passione di annunciare il Regno di Dio su strade mai calpestate. 
E come sono questi 12 uomini? Sono come tutti noi, simpatici ma anche litigiosi e un po’ invidiosi, oggi, tra l’altro li troviamo in una fase delicata, hanno un’uscita mica male, un po’ da fuori di testa, tipica di chi non ha ben capito cosa significa stare con Gesù: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?», riferita ovviamente a dei samaritani osticosi che non li vogliono nella loro terra, un po’ come alcuni di noi oggi. L’avessero detta dei fondamentalisti islamici che amano farsi saltare in aria per amore di non so chi avrei potuto anche capirlo ma detta da loro, apostoli del vangelo, 12 uomini scelti personalmente da Gesù, forse ancora troppo acerbi in fatto di Sacre Scritture e in pastorale divina, mi fa temere un pochino. Loro non si rendono conto che la paura non fa parte dei requisiti della sequela modello vangelo e Gesù, nella sua consegna e accoglienza, ogni giorno non si risparmia, si dona tutto a tutti e chiede a noi di fare lo stesso, di governare non con la paura ma con la gioia.
Il problema oggi, se proprio vogliamo trovare un problema, è che Dio manda dei messaggeri davanti a sé per preparare la strada verso Gerusalemme ma questi non vengono accolti perché la meta fa veramente paura, andare a Gerusalemme significa rimanere soli, significa rischio, significa sapere che non sai dove poggiare il capo, ecco il perché di questa reazione focosa al limite dell’estremismo, ma se è un Dio che cammina a piedi che te lo chiede te ti devi fidare perché la salvezza è per tutti e non solo per quei 12 avanzi di galera. Gesù è il figlio di un Dio minore che sceglie di alloggiare in un villaggio di stranieri perché per lui lo straniero è importante, è un Dio che viaggia all’incontrario, contro la nostra logica di normali, viaggia in-senso-contrario per insegnare ad andare nella direzione giusta.
Gesù è uno straniero, che viene da Nazareth e nasce a Betlemme, per lui non c’era posto in un albergo mentre la Madre aveva le doglie del parto, è un Dio che diventa grande lasciando l’uomo libero, lascia libero chi non crede e chiede a noi di fare lo stesso. Niente fuochi dal cielo a bruciare chi non accoglie, anzi, se lo fai il suo rimprovero è forte: a quei 12 che reagiscono così, molto d’impeto, lui si propone come un Dio che delicatamente e con molta pazienza fa operazioni di cucitura, quei bei lavoretti di sarta che sono incredibilmente invisibili, ago e filo e tanto tanto amore.
Gesù è in cammino e a chi lo vuole seguire chiede di non voltarsi indietro, spinge ad andare avanti con Lui verso quella direzione che ci fa tanta paura ma, è questa paura che dobbiamo trasformare in gioia, la gioia di essere in dolce compagnia.
La buona notizia è un seguimi, tu fallo, il resto lo fa lui, benedicendo i tuoi passi, le tue mani e il tuo cuore.
ciao belli

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DOMENICA 23 GIUGNO 2019-SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
ANNO C – SOLENNITÀ

Dal Vangelo secondo Luca 9,11b-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

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Nella foto, celebrazione del Corpus Domini anno 2018 a Montepulciano

Buongiorno sono il sole, siamo molto fortunati perché in questi ultimi tempi il Signore ci vizia con feste bellissime e oggi in particolar modo nella festa del Corpus Domini, la festa del Corpo e Sangue di Gesù che, nell’ultima cena, inventa un gesto che rimane per sempre e si chiama memoriale.
Il memoriale non è il prete che ripete un gesto che Gesù ha fatto come se fosse un attore, ma è rivivere un fatto come se accadesse la prima volta e questo succede incredibilmente a ogni Messa, quando decidiamo di non assistere impotenti a un qualcosa che è semplicemente un rito, ma accettiamo di essere partecipi in modo attivo al Mistero che avviene nello stesso modo in cui Gesù l’ha pensato in quell’ultima cena.
Gesù ci ha regalato il memoriale, un’azione divina che ogni giorno ci rende partecipi dell’Eucarestia: anche io lì, nel cenacolo, davanti a un Dio che prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà, così come ha fatto moltiplicando i pani; ogni volta è un prendere, benedire, spezzare e dare, così come ha fatto con il suo Corpo: preso, benedetto, spezzato e dato.
Questo è il Dio che ogni giorno sceglie di stare con me, mi sceglie così come sono, peccatore, ribelle, distratto, egoista, arrabbiato, gioioso, desideroso, generoso; sceglie quello che sono e che scelgo di essere per entrare in me. Che gran Mistero!
Ogni tanto, durante la consacrazione, guardo le mani del sacerdote, del prete giovane come dell’anziano, guardo quelle mani e so che proprio Dio le ha scelte e le ha unte dell’olio del ministero per consacrare il pane e il vino, le guardo mentre tengono tra le mani quella patena col Corpo e quel Calice col Sangue, in quelle mani il Corpus Domini!
Ogni tanto guardo anche le persone che fanno la comunione, vedo l’abitudine come vedo il desiderio, vedo la noia, vedo l’emozione, vedo l’attesa, vedo la distrazione. È vero, forse ci siamo anche un pochino abituati a questo gesto, però tanti ci credono davvero e, qualche volta, c’è anche una lacrima. Per me questa è l’Eucarestia, un Dio che entra dentro di te sconvolgendoti.
«O Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa…», chi ci crede in questa Eucarestia, come se fosse la prima volta, vede strade nuove su cui camminare perché, in quel poco Pane e in quel poco Vino, in quel pane preso, benedetto, spezzato e dato c’è tutta la forza per provarci, perdere tutto e giocare la vita per Dio e con Dio.
Il Corpus Domini.
Inizi a sognare una realtà diversa che ti rende difficile il dormire, mette ansia, mette in piedi per fare quello che Gesù chiede: «fate questo in memoria di me», «date voi stessi da mangiare», diventate pazzi per Dio!
La vita non è un copione da imparare a memoria, zitti e buoni, ma è accettare di diventare uomini e donne eucaristici che ricevono in dono ogni giorno una pagina bianca da scrivere, uno spazio vuoto con i margini da riempire, il Signore ci chiede di mettere su carta pezzi di vita originale, non ci chiede di essere dei geni e dei perfetti, ma annotare doti e talenti da donare, farci mangiare e consumare da un mondo che ha fame.
Oggi è questo giorno in cui fare della vita un memoriale, «fate questo in memoria di me», è il Corpus Domini che ce lo chiede, essere il profumo del Pane che mette appetito per una vita dal sapor del rischio, il sapore del Pane, del Corpo del Signore, che ogni giorno non smette di amare e ci chiede di fare altrettanto.
Buona festa del Corpus Domini

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DOMENICA 16 GIUGNO 2019
SANTISSIMA TRINITÁ – ANNO C – SOLENNITÀ – RITO ROMANO 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

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La Trinità e Santi. Affresco distaccato del XV sec. proveniente dall’ex chiesa di san Mamiliano, attualmente nella Cattedrale dei santi Pietro e Paolo, Sovana

Buongiorno sono il sole e in questa festa stramagnifica della Santissima Trinità io mi appoggio con gioia su un verbo che dà sicurezza: “lo Spirito Santo vi guiderà a tutta la verità”.
“Guidare”, verbo usato dagli alpinisti per accompagnare una persona in montagna, usato da un cane per accompagnare un cieco su vie che non vede, usato da una guida per accompagnare i pellegrini all’interno di un santuario o di una cattedrale per aiutare nella lettura di fede delle opere in essa presenti, usato dai padri e dalle madri spirituali per accompagnare una persona a scoprire, passo dopo passo, il cammino che porta a Dio, il cammino che si riempie di stupore e di meraviglia, il cammino che ti fa desiderare l’oltre, il cammino che a volte costa fatica e ti fa sentire inadeguato, il cammino dove lo Spirito Santo è il protagonista assoluto per farti diventare quel figlio che il Padre ha sognato da sempre.
Un cammino che chiede un nuovo modo di essere, uno stare in ginocchio davanti a Gesù, uno specchiarsi nel volto del Padre.
Lo Spirito Santo nella Trinità ha questa funzione di guida che prende da quello che, Padre e Figlio hanno in comune, cioè l’amore, cioè la vita, cioè il dono di sè e ce lo annuncia, ci aiuta a portare quel peso che prima non eravamo in grado di sostenere.
E’ un cammino nello Spirito e con lo Spirito, è una preghiera con il Figlio, riflesso fedele del Padre, per essere come il Padre ci ha scelti. Ecco la Trinità.
Io penso alla Trinità come ad un abbraccio: quando si abbraccia una persona si fa sentire tutto l’affetto, il sostegno, il conforto, si dà coraggio; io abbraccio e prendo dal mio cuore per dare all’altro; che bello quando l’abbraccio si riceve, io mi sciolgo, mi rilasso in quell’abbraccio e non me ne staccherei mai. Così è la Trinità: il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo in un unico abbraccio e in quell’abbraccio il tutto di Dio.
Lo Spirito Santo prende da Gesù l’abbraccio che ha ricevuto dal Padre e lo regala a noi, niente di più niente di meno se non un abbraccio, le braccia di Dio che si allargano per prenderti, accoglierti, stringerti; braccia di Dio che ti avvolgono e ti fanno sciogliere di commozione.
La preghiera amici belli è arrendersi allo Spirito Santo, è ridere di gioia, lasciando venire fuori tutto quello che ci portiamo dentro, felici di essere ascoltati prima ancora di poter chiedere. Se siamo rigidi non sentiremo mai la bellezza di quell’abbraccio, se preghiamo meccanicamente non riusciremo a scioglierci, non potremo mai percepire quella tenerezza che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno preparato, se non ci crediamo con tutto il cuore la preghiera rimarrà a terra, non salirà in cielo e noi saremo quelli di prima.
Oggi è la nostra occasione: in questa festa possiamo sfruttare lo Spirito al massimo.
Se siamo arrabbiati, sentiamo: perdona. 
Se abbiamo paura, sentiamo: coraggio. 
Se dubitiamo sentiamo: non ti preoccupare e fidati. 
Se non sappiamo dove andare o se ci garba stare tranquilli, sentiamo: seguimi! 
C’è un abbraccio che ci aspetta, buttiamoci in ginocchio e prendiamocelo tutto! Ciao belli
p.s. Oggi davanti a me un pezzetto di creazione, tre piantine diverse, ma un solo Creatore che nella varietà dei doni regala bellezza.

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09 GIUGNO 2019
DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO – ANNO C – SOLENNITÀ – RITO ROMANO

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,15-16.23b-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

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Buongiorno sono il sole, oggi è nata la Chiesa.
È nata in un giorno normale, uno dei nostri, con preoccupazioni e affanni, paure e ansia del doman non v’è certezza, dei nostri continui ‘non so proprio come risolvere quella cosa lì’, è nata con persone normali, i soliti apostoli sgangherati, che una ne pensano e cento ne sbagliano, uomini e donne, chiusi nelle certezze che non sanno fare il passo oltre che sa di fiducia, uomini e donne che hanno paura del mondo, che preferiscono il rifugio alla libertà, che preferiscono starsene a porte chiuse e finestre sbarrate piuttosto che partire carichi per annunciare il nome di Gesù.
La Chiesa nasce lì, con questa gente, gente sconfitta, gente senza speranza, gente che non ha più forza e voglia di guardare al cielo mirando al suo ombelico per sentirsi in pace. La Chiesa nasce qui e, finalmente, questa gente, viene investita da un vento impetuoso. Dio ci ha creati con un soffio e manda ad annunciare la buona notizia con un soffio, un vento gagliardo che sblocca.
L’ultima notizia che abbiamo degli apostoli è che sono stati visti a Betania, nasinsu, a fissare il cielo, le nuvole, perché oltre quelle, non erano capaci di guardare.
Gerusalemme era tornata la città di prima, prima che arrivasse Gesù a scardinare ogni nostro paletto. “Non sarà più come prima…”, avranno pensato nel cuore. E certo che non sarà più come prima e meno male!!! perché al Padre piacciono i fuori programma destabilizzanti, quelli che però poi ci fanno sorridere per quel di più di amore che invade la vita e che ci spinge ad andare oltre.
Così è il giorno di Pentecoste, 50 giorni esatti dopo la Pasqua, un fuori programma da Dio, che neppure il clan dei 12 osa immaginare: la Chiesa è un colpo da Maestro.
Oggi il Vangelo torna al cap. 14 per ricordarci le parole che Gesù ci aveva instillato nel cuore e nelle orecchie: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». 
Il Paràclito che guida a fare verità, la verità tutta intera, che insegna come amare, è arrivato ed è tempo di ricordare.
L’aveva promesso e loro, come noi: “sì sì, lo aspettiamo, tranquillo! Te va’ pure, noi siamo pronti…”. 
Ma Dio interviene sempre all’improvviso, quando non lo aspetti più e le forze sono al minimo, quando stiamo mollando la presa, viene e dice cose immense, fa cose che non siamo abituati a vedere e crea stupore e fantasia. «Tutti erano stupiti e perplessi e si chiedevano l’un l’altro: Che significa questo?». (At 2,12).
La buona notizia è lo stupore e la fantasia dello Spirito Santo. Fantasia, che non è un film di Walt Disney, ma è capacità di creare, brivido della scoperta, coraggio di buttarsi su strade nuove.
Sarà stato un incidente di percorso, sarà stato un imprevisto ma dalla fantasia di Dio è nata la Chiesa, una Chiesa bella, che si mette in gioco, che osa, che si stupisce delle cose di Dio e che cerca di amare così, come piace a Lui. Ciao belli

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26 MAGGIO 2019 – VI DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – Rito romano 
Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 14,23-29

L'immagine può contenere: una o più persone, nuvola, cielo e spazio all'aperto
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Buongiorno sono il sole, siamo all’ultima domenica prima dell’ascensione, siamo alla giornata tanto attesa delle votazioni politiche, mai tanto attesa da chi ha ritrovato un bisogno di umanità vera e vuole far pesare la propria scelta per ritornare a far fiorire il Vangelo anche nella nostra città terrena che Gesù ci ha insegnato ad abitare. 
In questa domenica cosa abbiamo da gustare mentre Gesù prepara il suo congedo? Io leggo il bisogno di tornare al Padre, non vuole persone tristi a salutarlo, Gesù non ci lascia soli, può sembrare un paradosso ma se se ne va è proprio per non per lasciarci soli e in questo la promessa delle promesse: lo Spirito Santo. 
Come dice Papa Francesco: “quando lo Spirito è nel nostro cuore nessuno può toglierne la pace, nessuno” e Gesù promette che ci manderà lo Spirito ad insegnarci e a ricordarci tutto quanto ha detto e fatto camminando, stando, insegnando, curando, accarezzando, ascoltando, accogliendo tutti. Gesù parte ma ci manda il Consolatore, lo Spirito Santo che ci fa vedere l’amore, che ci ricorderà tutto questo non cose strane, non dirà cose che non ci sono nel Vangelo, come fanno alcuni che dicono: sai, me lo ha detto lo Spirito Santo…se qualcuno vi dicesse così lasciatelo perdere.
Lo Spirito dice solo ciò che Gesù ha detto e fatto nel Vangelo, non aggiunge nulla e non toglie nulla ma lo dice con quella forza che serve per capire e per agire.
Lo Spirito Santo dice l’amore che fa capire e fa fare quello che Gesù ha raccontato con la vita, una vita splendidamente evangelica, una vita a misura del Padre. Il Padre ha insegnato al Figlio a fare il Figlio, ora lo Spirito, in assenza di Gesù, ci mostra come essere figli e a capire tutto, farà ricordare tutte le cose.
Ecco la parola del giorno: RICORDARE come un riportare al cuore ed è l’amore che ce lo fa fare. Quando vuoi bene ad una persona vorresti che non se ne andasse mai, l’abbracci e quell’abbraccio è infinito, quell’abbraccio in qualche modo fa trattenere, staresti a chiacchierare ore, ti perdi negli occhi e nello sguardo di quella persona ma, come in ogni bella storia, c’è sempre il momento dei saluti e allora tu vivi di quel ricordo, delle parole che quella persona bella ti ha detto, metti ogni parola, ogni gesto, ogni carezza, metti quell’abbraccio, lungo una vita, nel cuore, metti tutto nel cuore perchè ogni tanto si possa fare un ripasso, per poter far ripassare tutto sul cuore e ricordare, vivere di ciò che si ha nel cuore.
Questa è la grande promessa di Gesù, non come quelle che facciamo noi, lui promette il Consolatore, il Paraclito, lo Spirito Santo che ci ricorderà ogni cosa che Gesù ci ha detto, il suo abbraccio e ce lo dice chiedendoci di non provare turbamento nel cuore, il cuore ha bisogno di essere abitato dalla pace: se lo amiamo, se tutto quello che ha detto e fatto ci interessa, se la sua Parola ci tocca profondamente, lo Spirito Santo ci aiuta a ricordarla, la porteremo nel cuore, la ameremo questa Parola e diventerà vita e si vivrà da figli. 
Sicuramente questo cuore ha il suo bisogno di sicurezza e nasce la domanda, quest’amore che è lo Spirito Santo da dove lo vedo? Questo dono fiorisce nella pace e nella gioia, se sono inquieto, se sono triste, se sono preoccupato, nella casa del mio cuore non abita l’Amore, non lo lascio entrare e non ho la gioia, ma se amo e vivrò nella gioia, questa gioia è lo Spirito Santo.
La pace che Gesù ci dona non è l’assenza di guerra ma è una pace che passa per le ferite della croce, Gesù non teme di mostrare le ferite di un amore più grande e dice: Pace a voi! Non è: Ciao ragazzi, va tutto bene, tranquilli! non è una forma di saluto come: è stato bello, ci si vede in Paradiso, ma una pace che viene dalle ferite delle mani e dei piedi, dal cuore spaccato, perché lì si è spenta la cattiveria, si è spento l’odio, si è spenta la divisione e l’ingiustizia.
La vita è dono d’amore e resta dono d’amore eterno, questo dono è per noi!
Lo Spirito Santo ci aiuti a fare verità.
“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”. Ciao belli

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19 MAGGIO 2019 – V DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – Rito romano
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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


Buongiorno sono il sole, passo passo, di domenica in domenica, stiamo gustando tutte le parole di Gesù in questo tempo pasquale e io appoggio l’orecchio del cuore su uno dei versetti centrali del vangelo di oggi, in questa quinta domenica, per poter imparare a fare come piace a Dio in questo ancora per poco che Gesù ci dice di essere con noi. 
«Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».
La parola chiave del giorno è una parola strausata e anche abusata ed è amore. Noi la mettiamo dappertutto, come il sale, il prezzemolo o la curcuma, che tanto va di moda ora, amore, che fa rima con dolore e un sacco di termini che piacciono a noi per far tornare bene le cose. Amore, confuso facilmente con atteggiamenti vuoti e che, invece, dovrebbe essere uno stile di vita, una continua uscita da noi stessi per far spazio all’altro.
Amore, parolina magica, che troviamo in tutte le canzoni, specialmente a Sanremo. Amore che confondiamo con emozione o con un gesto da bravi cristiani o come un atto di generosità a breve termine.
Ma l’amore che piace a Dio è diverso, quando vivi del suo amore ti si muove qualcosa dentro, l’amore che piace a Dio fa uscire il meglio di te, il bello di te, quello che sei veramente senza neppure che tu te ne renda conto.
L’amore che piace a Dio, fa vibrare il tuo cuore al ritmo del Suo e insieme a Lui si corre incontro agli altri per accogliere un bisogno e chi è portatore di quel bisogno, ti fa guardare l’altro negli occhi, ti fa mettere i tuoi occhi negli occhi di Dio per guardare insieme il mondo in un modo diverso.
L’amore che piace a Dio mi fa fare un passo indietro su quello che piacerebbe a me e fa avanzare l’altro, mi fa scegliere il passo dell’altro, mi fa mettere i passi nei passi di Dio per raggiungere sentieri mai visti.
L’amore che piace a Dio mi fa regalare pezzi di cuore con più generosità e disponibilità senza tempo, mi fa mettere da parte la stanchezza e mi fa sorridere sapendo che così l’altro, vedendomi sorridere, sorride, mi fa dire va tutto bene anche se ho i muscoli che tirano e i piedi gonfi, anche se ho dormito poco e non vedo l’ora di sedermi, l’amore che piace a Dio mi svuota e accolgo l’imprevisto come un’occasione per scoprire lati nascosti di una vita che è una continua sorpresa.
L’amore che piace a Dio mi spiazza e mi toglie la convinzione che non sono io a dare qualcosa agli altri ma, in quel dare, è l’altro che mi fa dono, si fa lui stesso dono.
L’amore che piace a Dio si trasforma in comandamento, non come una punizione pesante che cade dall’alto, come un imperativo o una sorta d’obbligo per diventare burattino sottomesso, ma un comandamento nuovo che aiuta me stessa ad essere migliore dando indicazioni gratuite per gestire al meglio la mia libertà senza alzare il rosario, invocare i patroni d’Europa e affidare l’Italia al Cuore Immacolato di Maria per vincere le elezioni.
Non più soltanto: amerai con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, ma un di più: come io ho amato voi così amatevi gli uni gli altri.
L’amore che piace a Dio è Gesù che, in quel come, fa la differenza, come le sue carezze, come il suo modo di ascoltare, come il suo modo di accompagnare il passo dell’altro, come il suo modo di parlare con tono gentile, come il suo modo di essere per tutti, come il suo modo di accogliere tutti senza calpestare nessuno.
L’amore che piace a Dio non è amare ma amare come Gesù che ha lavato i piedi a tutti, piccoli e grandi, poveri e ricchi e ha chiesto a noi, spezzando un Pane che era la sua vita, di fare questo in sua memoria.
Ecco l’amore che piace a Dio. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Ciao belli

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12 MAGGIO 2019-IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – Rito Romano

+ Dal Vangelo secondo Giovanni(Gv 10,1-10)
In quel tempo, Gesù disse : «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


Buongiorno sono il sole, la buona notizia di oggi è riuscire a capire che pastore stiamo seguendo sapendo che Gesù sa che siamo intelligenti e ci vuole liberi. Lui stesso usa una similitudine per renderci facile la strada. Il pastore è una figura che, nella bibbia, troviamo spesso, Abramo era un pastore come lo era Mosè; il pastore, lo sappiamo anche dal film di Heidi, vive per il gregge, perché il gregge gli procura la lana, il nutrimento, il proprio fabbisogno quotidiano come un certo guadagno, ma anche il gregge vive per il pastore perché lo conduce al pascolo dove può mangiare erba e bere acqua fresca, entrambe, quindi, dipendono l’uno dall’altro.
Il racconto di oggi non viene capito, lo si vede alla fine, perché Gesù dice a questi capi la verità di loro stessi, una verità che brucia e che fa male e che non vogliamo capire perché ci tocca sul vivo. Questi capi sono considerati ladri e briganti anche se, dobbiamo dirlo, non sono le peggio persone di questo mondo, anzi, loro conoscono la legge così bene che fanno di tutto per farla rispettare come loro non sgarrano ‘na virgola nel farlo. Gesù è venuto a tirarci fuori da questa gabbia che ci imprigiona in falsi legalismi e inutili steccati. Gesù è venuto a liberarci amici belli perché, il danno più grosso che un uomo possa fare è la pretesa di conoscere Dio, di saper già tutto di lui, ma Dio è Mistero come l’uomo è un mistero e nessuno può dire che Dio o l’uomo è come pensiamo noi. Il racconto quindi ci vuole portare a capire quale Dio l’uomo ci propone, Gesù butta giù tutte le maschere che l’uomo si è messo per fingersi diverso da quello che è e tutte le etichette che l’uomo mette all’altro per renderlo diverso da quello che è perché le pecore sono il popolo di suo Padre, il bel guardiano, il recinto non è l’ovile, anzi, la stessa parola è usata per il Tempio, il recinto è tutto ciò che ci tiene dentro e le pecore nel recinto che fanno? Di notte sono protette e va bene ma di giorno? Le tosano, le opprimono, le macellano, le pecore nel recinto muoiono. Gesù di giorno rende le pecore libere, si fa porta, si fa breccia nel muro, nello steccato dove le pecore possono entrare e uscire, è la porta dell’intelligenza e della libertà, la porta che porta a Dio. Chi ha bisogno di fare entrare e uscire con scandalosi raggiri e imbrogli è un brigante. La buona notizia è questa: Gesù è il bel pastore, è la Parola del Padre, l’Amore del Padre, l’Intelligenza del Padre che vuole che l’uomo capisca, che ascolti questa Parola e sia libero per amare. Dio non vuole sudditi sottomessi ma vuole figli che amano e che pascolino liberi su prati immensi e possano dissetarsi a fonti di acqua viva. Ciao belli

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05 MAGGIO 2019-III DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 21,1-19
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».


Buongiorno sono il sole, siamo alla terza domenica di Pasqua ma è ancora in memoria la scena della domenica della misericordia quando, Tommaso, ha recuperato l’infinito contemplando e dando nome alla Verità.
Il vangelo di oggi lo abbiamo letto venerdì della scorsa settimana, con quelle richieste a Pietro sul suo vero amore nei confronti di Gesù ma lo riprendiamo.
Come garba a noi italiani, quando si parla di cibo l’attenzione è più desta e si ragiona meglio anche con discorsi difficili. Oggi Gesù i suoi apostoli li aspetta all’aperto, sono fuori dal cenacolo, anzi, sono in mare, una notte di pesca infruttuosa la loro e, il loro Maestro, quello che li ha chiamati ed è stato con loro portandoli ovunque, guarendo le persone, in diretta, sotto i loro occhi, parlando del Padre, accarezzando, consolando, portandoli oltre il loro livello di uomini, oggi non lo riconoscono, anche oggi, come domenica scorsa, pensano sia un fantasma che gli dice qualcosa di lontano.
Povero Gesù! non bastava Tommaso, oggi è l’intera squadra a dubitare e lo scambia per un accattone che ha fame in un momento in cui, per la fatica e la stanchezza, sono anche più portati a rispondere male. I nostri pescatori che, fino a tre anni fa, quando ancora non conoscevano Gesù, erano i migliori pescatori della Galilea, oggi arrivano a riva a reti vuote, vuote come la loro pancia e trovano uno che chiede qualcosa da mangiare. Si guardano attoniti i 12, pensando a come essere gentili nel rispondere evitando di essere maleducati e si limitano a un no, quelli che sottinteso portano un vattene detto elegantemente e senza troppi giri di parole.
Ed è qui che inizia la follia di Gesù, nasce da uno di quei suoi imperativi che ci fanno tanto bene: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Non si sa se lo fanno per toglierselo dalle scatole o per obbedienza ma lo fanno e trovano, la rete è talmente pesante e piena di pesci che non si riesce a tirarla su in 12.
Come al solito è Giovanni che lo riconosce e gli basta lo sguardo per uscire con quel grido, come quello di Tommaso domenica quando ha urlato Mio Signore e Mio Dio. Giovanni urla: “E’ lui!”, lo dice a Pietro: è il Signore! E Pietro, l’impulsivo, si getta in acqua con la stessa forza con cui i 12 hanno gettato la rete, si butta, non tentenna come quando l’ha rinnegato tre volte, si butta da innamorato, vuole recuperare i suoi tre tradimenti, lui nuota per raggiungere la riva e, mentre il resto porta la barca a riva con i 153 pesci, a terra c’è quell’uomo che chiedeva da mangiare a distribuire pane e pesce arrostito. Ma non è un accattone, è Gesù, il Risorto.
La serata è una di quelle belle tutti intorno al fuoco a raccontare meraviglie, come i vecchi tempi quando si tornava dalle missioni e il Signore compiva il Regno in mezzo ad una umanità ferita. 
Poi Gesù osa un passo forte, uno di quelli che i discepoli temono, lo fa con Pietro davanti al fuoco, un altro fuoco: “Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Non gli basta il voler bene, a Pietro chiede di più. Vuole sapere se per Lui il cuore batte più di quello di Bartolomeo, di Giacomo, di Giovanni, di Tommaso, di Simone Taddeo, di Andrea, di Filippo…; se supera quello di Giovanni, il preferito da sempre. Pietro si blocca, l’ha già rinnegato tre volte non vuole cadere ancora, come quando sei interrogato e osi un ‘scusi prof. mi ripete la domanda?’. Ha ancora il boccone in bocca, non riesce a mandarlo giù poi prova: “Certo Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Ma Gesù continua, in tutto tre volte e, per tre volte, Pietro scarta una di quelle caramelle che dicono: Ritenta sarai più fortunato, anzi alla terza, quando Gesù scende al suo livello di bene, trova forze nascoste e osa l’impossibile: “Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene!”. Pietro non vuole bene, Pietro ama e Gesù, che lo sa, se lo vuole sentire dire, vuole far fare il controcanto a Pietro di una canzone che gli è uscita stonata quella sera al fuoco mentre il Maestro veniva giudicato e lui faceva finta di non conoscerlo. Vuole che Pietro glielo dica il suo amore, non una, ma tre volte. M’ami o non m’ami? Si che ti amo! Bravo Pietro, sei davvero come ti ho sognato: “Pasci le mie pecorelle (…) seguimi”. Questa è la nostra vita, amici belli, questa è buona notizia davvero!
Ciao Belli

 

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 II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA – ANNO C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Giovanni  Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Buongiorno sono il sole, è passata solo una settimana da quel grandissimo colpo di scena del nostro Maestro…
Dopo le donne, la più bella notizia mai sentita arriva fino a quei ragazzi chiusi in casa per paura di non so che cosa, le donne al mattino, i maschietti la sera, per loro una giornata per noi una settimana ma per tutti una promessa: “Pace a voi!”. 
Pace anche a Tommaso che, uscito a comprare le sigarette si è attardato per strada con qualche amico e si è perso l’arrivo del risorto, pace anche a lui.
La promessa in questa domenica si chiama anche misericordia, promessa e dono che Gesù, il Risorto, ci vuole lasciare, promessa e dono grande fatto di due regali: miseria e cuore, cuore e miseria, ma comunque la si voglia chiamare è sempre fatica e consolazione, consolazione e fatica. 
Una domenica, la seconda dopo Pasqua, in cui Tommaso, di fronte alla grandezza del Risorto che entra in casa a porte chiuse, si fa piccino e da allora lo prendiamo tutti in giro.
Oggi lasciamo stare Tommaso, guardiamo alla nostra vita, al caos della nostra vita, al buio che ci portiamo dentro, alla fatica che viviamo, alla sofferenza che dipinge d’angoscia la nostra stanza perché, è proprio da quella strettoia che si parte per ritornare a Dio, per ritrovare il Risorto sulla nostra strada, Lui che è dietro di noi per spingerci quando rallentiamo, che è davanti a noi per tirarci quando non ce la facciamo, che è accanto a noi per prenderci a braccetto e camminare insieme, che è sempre con noi per benedire la nostra storia, anche quel nostro essere un po’ Tommaso che ogni tanto ci prende e non ci fa credere facendoci mettere il dito in quel costato aperto a controllare, come si vede benissimo nel quadro del Caravaggio, quel Tommaso che siamo noi e che deve per forza affondare il dito nel segno.
Il Risorto è qui per regalarci la misericordia, sana e santa abitudine di un Dio che perdona anche e soprattutto chi dice di non averci creduto! Ciao belli


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21 APRILE 2019
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (MESSA DEL GIORNO)

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Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Buongiorno sono il sole, è Pasqua, amici belli, ed è la più bella notizia mai sentita.
È pasqua per tutti quelli che anche oggi si sentono feriti, con quello che di brutto portano in cuore, con tutta l’allergia alla bellezza che si portano dentro, è pasqua per tutti quelli che hanno l’amarezza nel cuore, che vivono sentimenti rigidi, è pasqua per tutti quelli che fanno fatica ad accogliere la novità, soprattutto quando è una persona e quella persona non ci piace, è pasqua per tutti quelli che come Giuda tradiscono, che come Pietro rinnegano e fanno una fatica enorme a lasciarsi lavare i piedi, è pasqua per tutti noi uomini e donne che tante volte avremmo voluto spostare quella Croce dalle nostre spalle, magari per buttarla sulle spalle di altri.
E’ Pasqua amici belli, il Signore è risorto, è veramente risorto! 
Quel cero che abbiamo acceso stanotte è la Luce nuova, la luce che squarcia le tenebre, la luce che apre la Porta dello Stupore a tutti quelli che vivono nel buio delle ferite, dell’amarezza, della bruttezza, della rigidità e della non accoglienza, nel buio del tradimento e del rinnegamento…
Viene la Luce nuova e ci fa vestire bene, ci fa tornare il sorriso sul volto, ci fa abbracciare tutti con la gioia nel cuore, come il bambino che rompe l’uovo di pasqua solo per vedere la sorpresa che c’è dentro.
E’ Pasqua, amici belli e la buona notizia è Maria di Magdala che va al sepolcro cantando mesti lamenti di lutto, ci va nel buio, nel buio della sua vita senza senso, brutta e amara, dove non c’è più il suo Signore a regalarle bellezza, si alza presto Maddalena e con il passo lento marcato a lutto arriva al sepolcro e trova che la pietra è stata spostata…e allora corre, cambia il passo del lutto con la corsa della speranza, corre Maddalena dai suoi amici Pietro e Giovanni…
La buona notizia è una corsa, la Pasqua fa correre, amici belli, non è l’ansia della paura di perdere qualcosa o qualcuno, ma è l’ansia che ti fa cercare il Maestro adesso più di prima.
E’ il cuore che ti fa correre, che ti fa passare dal passo del lutto alla corsa della ricerca di un corpo che non c’è più, dove, al suo posto, c’è solamente un sudario vuoto ripiegato e dei teli, del Signore nessuna traccia. Sono quei teli che parlano di resurrezione, una resurrezione che nessuno ha ancora compreso fino in fondo e, quei teli, parlano anche a noi ancora oggi. 
Andiamo anche noi al sepolcro, entriamo nel buio di quello che crediamo non vada nella nostra vita, entriamo e facciamo come Pietro che davanti al vuoto “vide e credette”.
Pasqua è correre con gioia, Pasqua è credere nell’inimmaginabile di un Dio eternamente capace di stupire e di regalarci larghi sorrisi.
Buona Pasqua amici belli

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14 APRILE 2019 – DOMENICA DELLE PALME – ANNO C – Rito romano

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Particolare della predella del Trittico dedicato a S. Maria Assunta presente nella Chiesa Cattedrale di Montepulciano, attualmente in fase di restauro

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19,28-40)
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».


Buongiorno sono il sole, eccoci arrivati alla famosa domenica delle Palme che rimane impressa nella memoria per quel ramoscello di ulivo che ti porti a casa come portafortuna o perché ‘porta bene’ e per il vangelo immensamente lungo.
Ma la buona notizia di oggi, invece, è qualcosa di più della possibilità di leggere il Passio in forma breve o integrale e la vediamo dai personaggi.
Il primo è un asino. Gesù entra a Gerusalemme a ‘cavallo’ di un asino, eppure, ad un VIP di quello spessore, quanti avrebbero potuto dargli un passaggio? Rimane solo un asinello figlio d’asina che con Gesù in groppa si fa breccia tra la folla osannante.
Questa domenica ci parla di un Dio che, dopo essere entrato a Gerusalemme, osannato da tutti, arriverà ad avere paura tremante e sofferente, arriverà anche a piangere, rimarrà solo, abbandonato anche dai suoi tre fidi discepoli di nome Pietro, Giacomo e Giovanni, gli stessi che si è trascinato sul monte Tabor per mostrarsi in tutta la sua Bellezza.
Questa domenica ci parla di tante persone che, quel Dio di nome Gesù che si è fatto uomo per loro, non lo avranno più sulle loro strade a consolare dolori, a fasciare piaghe, a curare ferite anche profonde, a sanare chi soffre, a ridare la vista a chi non vede o a far camminare chi è rimasto immobile per troppo tempo.
Un asinello lo porta verso Gerusalemme passando il testimone ad un altro personaggio singolare: un gallo nel cortile che canta tre volte.
Tra i due animali, gli applausi e le grida festanti di oggi e le fughe paurose che portano a nascondersi venerdì, nel mezzo la Bellezza, lasciata sola a morire fuori la città dove era entrato mentre noi cantavamo con cuore: osanna al Figlio di David, osanna al Redentor. 
Prima del Calvario c’è chi dorme, c’è chi scappa, c’è chi arriva a rinnegarlo e c’è chi lo bacia con quell’ultimo bacio diventato famoso come il bacio di Giuda.
Ma non dobbiamo dar troppo contro gli apostoli, uomini come noi, con l’unico privilegio di aver lì Gesù in carne ed ossa, uomini come noi che sappiamo tradire proprio come tradivano loro, uomini come noi che proviamo la vergogna di mostrarci cristiani in piccole e grandi occasioni, che ci facciamo un segno di croce mozzato sul petto come portafortuna, che ci dimentichiamo di benedire il pasto prima di consumarlo, che non facciamo il primo passo nell’offrire un gesto di riconciliazione e di pace, uomini come noi che portiamo un rosario al collo o il braccialetto con tutte le madonnine in fila, ma che poi sparliamo e mormoriamo di continuo. Uomini come noi…
Alla Pasqua si arriva solo per il Calvario e non ci sono scorciatoie. Lui l’ha salito tutto e con la Croce in spalla e noi icchesifà?
Buona domenica delle palme!
Ciao belli

 

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5.a di Quaresima – Domenica – Anno C – Rito romano
Liturgia: Is 43,16-21; Sal 125; Fl 3,8-14; Gv 8,1-11

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Buongiorno sono il sole ed eccoci all’ultima domenica di Quaresima dove il tasso d’odio contro Gesù è alle stelle, sta veramente rompendo le scatole e nessuno ne può più ma, nonostante tutto, Gesù si mette ad insegnare, una cosa che gli piace molto e che sa fare molto bene. Mentre insegna gli portano una donna, una di quelle che noi troveremmo sulle strade ad elemosinare amore, una donnina di quelle a pagamento, gliela portano come un pacchetto sporco che fa schifo anche a toccarlo ma con una presentazione degna di nota: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante delitto di adulterio” …e voi come fate a saperlo? Telecamere nascoste o la conoscete per altri motivi?
Con lo stesso odio con cui tendono tranelli a Gesù, così si comportano con lei per controllarla fino al punto di farla cadere, come si fa col mobbing nelle aziende e, se sbagli, non c’è verso, Mosè dice lapidare, anche se qui, in gioco, c’è una persona, una figlia di Dio.
Gli aguzzini sono pronti al tiro, la pietra è già nelle loro mani, il bersaglio è fin troppo facile, non vedono l’ora ma, prima del tiro, l’ultimo dubbio o l’ultima conferma: “Signore, che ne dici?”. Tranellosi e malvagi che siete! se la condanna non è un Dio misericordioso, se la perdona va contro la legge! Lui non parla, lui si china, lui scrive col dito per terra. Suo Padre ha fatto così i primi giorni della creazione, col dito ha scritto l’uomo dalla terra così come un iconografo scrive un’icona e come un innamorato scrive “ti amo” sulla sabbia. Scrive chino a terra per non guardare negli occhi quegli uomini che sono pieni di rabbia, che sanno solo condannare, che non hanno ancora trovato la strada dell’amore nel loro cuore. Resta lì nel suo silenzio e nel rimbombo delle grida d’accusa dell’uomo. È da quel silenzio che finalmente esce la parola: “chi di voi è senza peccato, getti la prima pietra”.
Effetto immediato: fuga! Ritirata! uno ad uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Gesù poteva urlare e rinfacciare tutti gli sbagli dell’uomo ma non lo fa, lui preferisce il silenzio e la scrittura di una parola che ricrea la donna che a questo punto è lì sola nel mezzo di una piazza vuota. Gesù si alza, nella sua lentezza di movimenti solenni, smette di scrivere il suo capolavoro, anzi lo finisce in piedi il suo capolavoro, ritto come ritta è la donna di fronte a lui, lo guarda il suo capolavoro, è lui che potrebbe colpirla con la pietra, è lui l’unico col diritto di condannarla, ma preferisce amarla, usare misericordia: “Donna, neanche io ti condanno! Va’ e non peccare più”. Era una donna abitata dalla miseria ed ora abita nella misericordia di Dio, si scopre donna che cammina nel sole, svestita dal peccato viene rivestita dell’abito della festa come il figlio della parabola di domenica scorsa!
Non c’è più bisogno di elemosinare amore peccando…va e non peccare più!
Ciao belli

#LABUONANOTIZIA
4.a domenica di Quaresima – IV – domenica in Laetare

Liturgia: Gs 5,9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

IV QUARESIMA
+ Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Buongiorno sono il sole, la Buona Notizia l’abbiamo letta settimana scorsa in un giorno feriale ma oggi è la domenica della letizia e questa storia la raccontiamo ancora per il gusto della festa che è tutta per noi. Abbiamo già visto, sabato scorso, come fossero diversi i due giovani che all’inizio non si sentivano neppure figli tantomeno fratelli, nessuno dei due considerava il padre come un padre perché nessuno dei due lo voleva come padre, il maggiore poi non sente neppure per il minore lo stesso legame di sangue che li unisce.
Ma c’è qualcosa in più nella storia di questa III domenica detta “in laetare” che ha un colore meno violaceo del solito, c’è la speranza.
Il figlio più piccolo è stufo di stare a casa, ha tutto ma gli manca qualcosa e neanche lui sa cosa, decide così, tra sè e sè, che sia meglio andarsene per raccontarci la storia di un uomo che ha bisogno di cercare, di cercarsi, di perdersi per ritrovarsi. 
Poi c’è il padre che lascia andare, regala la libertà, il grande patrimonio della libertà, un padre che, come Dio, ti lascia partire anche con il rischio di non rivederti più. Ti lascia partire, poi si mette sul terrazzo, ti guarda allontanarti senza osare la voglia di fermarti e attende, attende, attende finché ti vede tornare e rivede il tuo viso e tutto cambia in 6 verbi, la scena si trasforma.
Lo vide, prima ancora che il figlio potesse rivedere il padre, lui vede suo figlio che non lo vede perchè cammina a testa bassa provando e riprovando nel cuore tutte le parole che si è preparato per chiedere perdono.
Ebbe compassione, quel padre che ha sempre fatto anche da madre e ha viscere di misericordia, ha la compassione di chi accarezza, consola, ha tenerezza, sa aspettare, ti accoglie nel grembo come quando dal suo grembo sei partito.
Gli corse incontro per alzargli lo sguardo, per portare gli occhi dentro i suoi. E’ un padre che nella sua anzianità comunque corre, ha fretta, corre più veloce del figlio che è sfinito dalla fame, dal sonno, dalla paura, corre come Dio che ha bisogno di riportarti a casa appena vede un accenno del tuo ritorno.
Gli si gettò al collo e lo baciò, un gesto inaudito, gli si butta addosso, lo abbraccia forte, come dice la mia mamma, stretto stretto, cuore a cuore, lo coccola come quando era un bambino, gli dice: ti voglio bene, perché lo sa il padre che ci piace un sacco sentircelo dire e con quel bacio ferma tutto il copione imparato a memoria, non ti lascia chiedere perdono te lo dà lui in un bacio che cancella tutto, un abbraccio e un bacio per questa domenica in laetare, un bacio che ti cambia la vita se sai che, nel tuo tornare a casa, c’è un Dio che mette le sue labbra sulle tue e ti bacia alitando vita, come quando ha creato l’uomo alitando il suo respiro per farlo vivere.
E mentre il figliolo prova a iniziare il suo fantomatico discorso di scuse il padre lo blocca con un presto… “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Presto perché l’amore non ne può più di aspettare. 
Poi c’è quell’altro che dovrebbe anche lui imparare a cercare, a cercarsi e cercare il volto del padre invece di starsene lì a guardare quanto è perfetto lui e quanto sbagliano gli altri, anche per lui c’è un bisogno di un ritorno a casa pronto sul tavolo, un ritorno al cuore del padre che ti dice di smetterla con quel finto perbenismo e precisione nei dettagli, di quel lavoro senza gioia, senza letizia, sì c’è bisogno di ritrovare la letizia, mettere da parte la gelosia e ritrovare la voglia di fare festa, la festa del perdono, c’è bisogno di intravedere quel volto di un padre che ha saputo attendere il ritorno del piccolo e che ora va a cercare lui, il grande, per dirgli con tenerezza il suo nome che è figlio: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
E’ il padre a riportare ordine nelle cose, li chiama figli entrambe e al maggiore fa scoprire un fratello, da questo tuo figlio a questo tuo fratello, tutti non sentivano il padre come padre e lui li sente figli, sia il piccolo: questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato, che il grande: figlio questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
Non sapremo mai come sia finita la storia ma oso pensare che il maggiore abbia ceduto a questo grande amore e non sia rimasto lì, chiuso nelle sue certezze, fermo a borbottare contro chi ha scoperto che invece l’amore salva e fa vivere nella gioia e nella festa! Spero che, questa domenica in laetare, ci faccia scoprire il più bel ritorno alle cose del Padre per tutti, anche per il figlio maggiore, il ritorno al cuore del Padre. Ciao belli

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24 marzo 2019-3.a di Quaresima – III. 
Liturgia: Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

iii quar
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Buongiorno sono il sole, questa terza domenica di quaresima ci mostra un bell’albero di fico che non porta frutto, un vignaiolo che lo vorrebbe tagliare e una lezione da imparare.
Cosa c’è da imparare da un albero che non ha frutti?
C’è da imparare che bisogna andare oltre il nostro sguardo a volte, quel nostro sguardo che oggi vede solamente un uomo che va a cercare frutti dal suo fico mentre il Vangelo ci porta a guardare Dio che va a cercare la sua creatura preferita, l’uomo. E cosa fa di bello questo Dio contadino? Crea Adamo come la sua creatura più bella e lui si perde, inizia a dire bugie e pecca. Crea Adamo e lo copre di infinite cure sin dai primi secondi della sua esistenza, con lui Dio crea una relazione e per quei primi pochi secondi l’uomo Adamo gode del privilegio della felicità di essere figlio di un Padre che vuole stare con lui. 
Dio è fatto così, inventa situazioni per migliorare la vita dell’uomo, per farlo stare bene, gli mette accanto addirittura una donna perché possa stare ancora meglio, così ha fatto con tutti, l’ha fatto con il suo popolo, ha mandato i profeti per aiutarli a trovare la strada giusta e dare frutto, ma al povero Dio gli è sempre andata male: più si fa premuroso e tenero, più usa pazienza e meno riesce nel suo intento, l’uomo cerca altre vie, si perde e il Dio contadino non trova frutti nel suo fico. L’amarezza non porta altro che il desiderio di tagliare.
Ogni volta la stessa storia: ha mandato anche suo Figlio Gesù che in tre anni di vita pubblica ha fatto veramente di tutto, si è fatto Amore e si è perso a regalare abbracci, asciugare lacrime, accarezzare dolori calmandoli, per tre anni si è dato tutto a tutti e ora il Dio contadino, il padrone del fico, il creatore dell’uomo, chiede un taglio netto perché il suo fico non produce più e fa pure male alla terra in cui vive.
Ma il nostro Gesù chiede un anno, implora un anno ancora, chiede di lasciarlo ancora un anno con la stessa passione con la quale il padrone chiede di tagliarlo. Il Figlio chiede e usa misericordia. 
Questa è la nostra vita, la vita di questo mondo, la vita delle nostre famiglie, della nostra comunità, una vita di crisi, di precarietà per tutti, anche per il fico, siamo tutti sotto contratto a tempo determinato ma il vignaiolo più bello del mondo intercede presso il padrone per ognuno di noi, per te, per me, per tutti e la lezione da imparare è qui: il padrone dà fiducia al vignaiolo, perché Gesù vede in te una possibilità, anche quando tu o altri ti vedono finito, vede quei fichi che tu non sai più dove siano. Dio accetta la proposta di suo Figlio, ti lascia vivere per la sua pazienza, per la sua misericordia e l’anno prossimo saremo da capo, un altro anno, uno ancora, ma intanto tu vivi, un altro anno e un anno ancora per sempre… perché ai suoi occhi te sei prezioso!
Cosa dobbiamo fare in cambio? Non dobbiamo permettere all’abitudine di rapirci, essere creativi e trovare strade nuove per stare al suo passo, avere la capacità di sognare come lui, non abbandonare i progetti prima ancora di averli iniziati, non lamentarci, non aver paura di sbagliare ma osare, vivere questo anno come se fosse l’ultimo e viverlo bene, al massimo, mettendoci dentro tutta la nostra buona volontà, precari siamo e precari rimaniamo, ma siamo vivi per grazia! Ad un fico sterile è regalata una possibilità e si chiama cambiamento. Tu forse non produci ma lui scommette su di te ancora! In cambio devi avere l’umiltà di chiedere aiuto: “Abbi cura di me!”. Ciao belli

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17 marzo 2019-2.a di Quaresima – II – Rito Romano – Anno C
Liturgia: Gn 15,5-12.17-18; Sal 26; Fl 3,17 – 4,1; Lc 9,28b-36

ii quar

+ Dal Vangelo secondo Luca  9,28b-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Buongiorno sono il sole, eccoci alla seconda domenica di quaresima che è una chiamata ad uscire dal falso piano del deserto per salire su un monte, una partenza per qualcosa di nuovo, come è successo a Pietro, Giacomo e Giovanni.
Anche oggi è quel povero Pietro a prendere la parola nel modo sbagliato, da quando aveva messo la sua barca a disposizione di Gesù, ha sempre dovuto ricominciare ogni giorno a scalare montagne di fatica per comprendere le cose del cielo, quante volte accade a noi di non capire, di dover scalare montagne a prima vista insormontabili ma, oggi, sul Monte Tabor, anche la nostra fatica può essere trasfigurata ed è ciò che avviene.
Il Tabor per Pietro e per tutti noi è un pezzetto di Paradiso, come quando nelle nostre giornate un po’ buie si ritrovano all’improvviso, sprazzi bellissimi e immensi in cui diciamo con sorridente gioia: ah! che bello! E’ proprio bello per noi stare qui… lo diciamo con quella segreta speranza che la bellezza non finisca più, certi attimi li vorremmo bloccare, arrestare, come in una fotografia, pronti con lo smart phone o una macchina digitale, a fermare il momento bellissimo perché siamo come i bambini inebriati dallo stupore, siamo fatti per incantarci, siamo fatti per sentirci felici soprattutto quando nella vita ci sono le tribolazioni, le preoccupazioni, gli attacchi di panico, soprattutto quando ci prende la tentazione di restare lì a gingillarci nel bello, a fare della vacanza di due settimane caraibiche un soggiorno perenne. Ma sono attimi, solo attimi, assaggi di una bellezza che verrà, che gusteremo tutta quando a Dio piacerà, perché dal Monte bisogna scendere, dobbiamo scendere a valle per un’esigenza d’amore…
E’ vero, oggi Gesù in questo Vangelo ci ha portato in alto, fuori dalle nostre beghe assurde per farci vedere come Lui realmente è mentre prega, per toccarci e svegliarci dalle nostre ansie e paure, per guarirci e darci forza e mostrarci la nostra vera meta senza mettere tende inutili in uno spazio che ancora nostro non è; nostro è il quotidiano delle cose da vivere, la famiglia, il lavoro, gli amici e la comunità, dove tutto è precario ma dove te accetti di vivere di eterne ri-partenze sapendo che la meta è quell’assaggio di Paradiso vissuto oggi, sapendo che nel quotidiano Gesù irrompe per farci fare esperienza dell’assurdo come a Pietro, Giacomo e Giovanni, come a te, me e tutti gli altri che accettano ogni giorno di partire e mettersi in gioco e vivere la Buona Notizia che spinge a camminare, a mettere i tuoi piedi nei suoi, fino a salire quel monte con addosso solo la certezza della sua Parola e Lui come unico appoggio. 
Unico appoggio… anche per Abramo che crede sempre anche quando sembra che Dio si sia dimenticato della sua promessa, crede e non si lamenta perché Dio ha tutta una sua strategia da decifrare: interviene proprio quando tutte le tue possibilità sono finite, mantiene con puntualità la Parola data soprattutto quando te non te lo aspetteresti più e ti dice che hai due possibilità: o stringi la mia mano o stringi la mia mano. 
Sul monte si sale per fede e se accetti questa proposta scopri un Dio fantastico, un Dio che non ti fa stare seduto mai, un Dio che libera e ti rende creativo, ti fa vedere oltre i tuoi orizzonti, un Dio che appena lo vedi va oltre, simpatico neh? Un Dio che se ti riempi di te ti svuota e ti fa cucù perché anche oggi è già più avanti! E’ bello per noi stare qui ma Lui ti chiama ad un’altra partenza…alziamoci e andiamo! C’è un Dio che ti dice: coraggio! Tu sei prezioso ai miei occhi, io ti ho amato. Ciao belli

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10 Marzo 2019-1.a di Quaresima – I – Rito Romano – Anno C
Liturgia: Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

i quare
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Buongiorno sono il sole, prima domenica di quaresima in un calda e torrida giornata nel deserto dove Gesù è stato guidato dallo Spirito; al 40° giorno il diavoletto vuole far cadere Gesù ed è una gara a tre manches (ricordiamo che Gesù è guidato dallo Spirito). Nella prima manche l’attacco deciso del diavoletto che tenta la prima carta: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. Prima risposta di Gesù: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. La prima carta si giocava tutta sull’effetto fame e forse era una tentazione molto umana che prende tutti ma a Gesù non interessano i successi come piace a noi e non cede perché lui sa come sfamarci e chiede all’uomo di cercare il pane che viene dal Cielo. 
Nella seconda manche il diavoletto ci riprova e lo porta più su di un livello per guardare tutto e tutti dall’alto in basso come sa fare lui: “Ti darò tutto questo se mi adorerai”. Gesù non cede e…. taaac: “Il Signore Dio tuo adorerai, a lui solo presterai culto”. Il diavoletto con questa tentazione sull’uomo qualunque, ha sempre avuto successo perché all’uomo piace essere ammirato, ma Gesù no, Lui non ne ha bisogno, gli chiedono miracoli in continuazione ma Lui spinge ad avere una fede sempre più grande, una fede nel Dio del cielo. 
Terza manche, il diavoletto cala il jolly, gli angeli: “Gettati, se sei Figlio di Dio, il tuo Padre del Cielo manderà gli angeli a salvarti” ma Gesù non viene colto alla sprovvista: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. Perché mettere alla prova il Figlio di Dio? È farsi male con le proprie mani! Ma è questa la buona notizia: dobbiamo re-imparare a cercare Dio e non i suoi benefici, sentire accanto un Dio che ti lascia libero di scegliere anche di stare con Lui o con il diavolo, Gesù non vuole possedere nessuno, non vuole schiavi ma figli liberi, gioiosi e felici.
Gesù inizia bene la quaresima, entra dentro il deserto e ci resta completamente solo, ma consapevole di essere guidato dallo Spirito per 40 giorni, finché il diavolo non cerca di fargli compagnia e Gesù non scappa come faremmo noi, affronta anche le situazioni più difficili nella certezza di avere un Padre in cielo che non lo abbandona e lo Spirito che lo guida, è il diavoletto che se ne va sconfitto dalla Trinità con la coda fra le gambe e magari con la bellezza di un volto che l’ha guardato cercando di amarlo.
La Trinità vince le tre manches ed è vita nuova. Ciao belli

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DOMENICA 03 MARZO 2019
VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‹Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio›, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.

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Buongiorno sono il sole, siamo all’ultima domenica del tempo ordinario prima della quaresima e la Buona Notizia, se lo vogliamo, è l’occasione per lavorare un po’ su noi stessi e prepararci al meglio in questa grande e nuova entrata. Se tu senti di essere in qualche modo perfetto o di essere nel giusto, se credi di non aver bisogno di restauri, di migliorare, di non aver bisogno di conversione perché ti senti già a posto, se credi che la parola misericordia è solo per te e mai per gli altri, puoi anche fermarti qui, il Vangelo forse non ti serve, o almeno tu credi che non ti serva.
Ciechi siamo noi quando non sappiamo né da dove veniamo né dove stiamo andando, con chi stiamo camminando, ciechi siamo noi quando neppure sappiamo chi siamo, non sappiamo neanche chi è Dio, non ci accorgiamo di chi vive con noi in casa, al lavoro, in parrocchia e nel mondo, non sappiamo più nulla perché abbiamo perso le coordinate del cielo, non concepiamo più Dio come Misericordia e non vediamo altro che noi stessi.
Ma per tutti si apre la Porta del possibile e allora si parte da qui, dal nostro essere ciechi, possiamo comunque farcela se vogliamo guarire, se non continuiamo a sentirci un metro sopra gli altri, partiamo da qui, lasciamoci prendere per mano dall’Unico che può riconsegnarci alla vista dicendoci: come può un cieco guidare altri ciechi? a furia di salire, di essere più su degli altri, la misericordia non si sa più dove la sta di casa e dove andare a cercarla, la misericordia invece sta nel cuore buono di Dio ma se noi abbiamo scelto la via della morte ne saremo sempre lontani.
Oggi Gesù ci dà una bella notizia: «Un discepolo non è più del maestro». Quindi rilassiamoci, formattiamo il tutto e ripartiamo da capo, altrimenti, si perde tutti tempo, forza e ci prende l’ansia inutilmente: se te credi di fare qualcosa di più bello rispetto a quello che ha fatto Gesù che è il Maestro, tipo, andare a stare coi pubblicani, con le prostitute chiamandole amiche e dicendo loro che sono perdonate molto perché molto hanno amato, se te credi di essere più bravo a guarire, dare parole di speranza, rialzare le persone da terra, se ti ritieni più bravo di Lui allora il Vangelo non è per te ma se te vuoi ricominciare a vedere allora c’è una Parola bella per te. Gesù non sta dicendo di essere più bravi di Lui ma di essere come Lui. Ci sta chiedendo di non essere presuntuosi, di non essere ciechi alla misericordia, di non essere giudici spietati e cattivi verso gli altri, di non essere così attenti ai particolari senza accorgersi che nell’occhio si ha un palo! Io non lo so come si sta con una trave nell’occhio, non credo ci si stia di molto bene, credo però che sia meglio soltanto una cosa: smetterla col giudicare gli altri e vivere nell’amore di un Dio che non si perde nei dettagli ma ama esageratamente. 
Se ci siamo persi sentiamo il profumo della misericordia, stiamo coi poveri, stiamo al loro passo, viviamo gesti che sappiano di carità e ritroveremo la strada! C’è tanto bene nel nostro cuore, va solamente scoperto e donato. Ciao belli

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VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Rito romano

vii-t-o
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro.
E come volete gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso .
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

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Buongiorno sono il sole, la parola che è buona notizia oggi è un ordine, un comando, un consiglio deciso da parte di Gesù, un verbo dato con fermezza: Amate i vostri nemici. Perché Gesù in questa VII domenica ci chiede una cosa così difficile? perché non ci vuole perfetti, ci vuole misericordiosi come è misericordioso il Padre. 
Oggi è come aprire un nuovo elettrodomestico, prima di avviarlo e sperare che pulisca la casa in un battibaleno, cerchi il fatidico foglietto delle istruzioni e lo leggi con attenzione perché non deluda le tue aspettative e così ogni giorno prendi il vangelo e segui passo passo cosa ti chiede di fare Gesù per essere tale e quale al Padre. 
Iniziamo per gradi: «A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra». Quindi il primo passo è far vedere all’altro che non hai niente da difendere che, se non hai fatto nulla di male nei suoi confronti, puoi tranquillamente lasciare che pian piano capisca che non deve esserti nemico. Porgere l’altra guancia è essere disposti a fare il primo passo nel ritrovare rapporti che si fondano sul perdono, porgere l’altra guancia è sapere che la vita continua a fiorire lasciando che quel ladro che vuole strapparti il mantello si può prendere anche la tunica, l’unica cosa che sa di protezione, l’ultima cosa che ti rimane e che ti rende da inoffensiva a vulnerabile, come è l’amore. La vita continua a fiorire vincendo in generosità: «Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro» perché una manciata di tempo anche quando ne hai poco è meglio che un rifiuto, un sorriso e una stretta di mano a chi ti chiede qualcosa è meglio che qualcosa dato voltando le spalle. La vita continua a fiorire amando il nemico, facendo del bene a quelli che ci odiano, benedicendo coloro che ci maledicono, pregando per coloro che ci trattano male.
La vita fiorisce in un imperativo: amate i vostri nemici!
La porta del possibile si apre anche oggi. Dio, in suo Figlio, ci dà la capacità di fare tutto questo: chiedere al Padre di avere un cuore capace di amare è la buona notizia, avere gli stessi sentimenti del Figlio è la buona notizia, sentire il calore dello Spirito Santo che ci rende amanti come lui in un circolo di amore all’infinito, è la buona notizia.
Una domenica, questa, che è tenerezza misericordiosa, fatta della nostra miseria e del cuore di Dio che scruta la nostra fragilità amandola e andando oltre l’apparenza per capire, un Dio che chiede a noi di essere misericordiosi, di abitare un atteggiamento di tenerezza e comprensione verso chi incontriamo quotidianamente sul nostro cammino, dilatando il nostro cuore alla misura del cuore di Dio che non ha misura.
ciao belli

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DOMENICA 17 FEBBRAIO 2019
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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Dal Vangelo secondo Luca6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone.
Ed egli, alzati gli occhi verso i suoi discepoli, diceva
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti.

Buongiorno sono il sole, il vangelo di oggi ci riporta a domenica scorsa, quando Gesù si è scelto i primi collaboratori per la distribuzione della gioia gratis, Pietro, Giacomo e Giovanni, i primi chiamati nel vangelo di Luca, lo ha fatto sul lago di Gennesaret dove la Barca di Pietro diventa la cattedrale per insegnare e dove Pietro impara a fidarsi di Gesù prendendo il largo dopo la fatica di una notte infruttuosa, dove Pietro accetta le proposte folli di Gesù e la sua rete si sfonda tanto è piena di pescetti e gli altri, vedendo tutto ciò, da quel giorno, si lasciano conquistare e diventano pescatori di uomini.
Oggi Gesù lascia il lago e si ferma in un luogo pianeggiante dove c’è molta gente oltre gli apostoli. Gesù, seduto in quel bel prato, alza gli occhi al cielo per chiedere conferma al Padre di quello che ora sta per regalare al mondo e inizia a cantare parole bellissime che sanno di felicità. Sanno di gioia.
Canta a cappella, senza musica di sottofondo, così come gli ha insegnato la sua mamma quando da piccolo gli cantava il Magnificat e intona: beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. 
Lo fa e lo dice con la stessa tranquillità con cui, di solito, accarezza le ferite degli uomini. Dice beati sapendo che quello è il modo che usa Dio per regalare la gioia.
Beati voi è Gesù che ti dice che tu sei felice solo quando sarai capace di realizzare nel mondo la possibilità di starci e di starci bene.
E Beati diventa così sinonimo di felici e noi non dobbiamo fare altro che sostituire la parola beati con felici: felici voi poveri, ma non poveracci, non la povertà come uno stato di vita, non la povertà come stile, no, felici voi poveri, come quelli che hanno bisogno, poveri come noi quando ci manca qualcosa o anche qualcuno, poveri come noi quando non ce la facciamo più, poveri come noi quando siamo abitati dal niente, dalla solitudine, poveri come tutti quelli che non bastano a sé stessi e sanno non solo attendere ma anche tendere la mano in cerca di aiuto, in cerca di qualcuno per condividere anche il niente.
Ecco… questa è la condizione per essere felici, per essere i beati del vangelo, non perché diventeremo ricchi ma perché nostro sarà il Regno di Dio, vinceremo un biglietto gratis per il Cielo, di sola andata e per sempre. Saremo felici se siamo poveri, se avremo fame non di ciccia ma di Dio, se sapremo piangere delle disgrazie degli altri per essere solidali con loro perché, in paradiso, si appianerà ogni cosa, capiremo anche il valore del dolore, saremo felici anche quando ci odieranno perché il cuore si rifletterà nel cuore buono del Padre che preferisce i cuori feriti, i cuori che sanguinano, i cuori che non hanno nulla per ricevere e dare tutto quello che Dio dà. 
È pazzesco dire Beati voi ora che piangete, sapere che siamo felici se piangiamo, soprattutto in quei giorni che sanno di tragedia, di alluvioni, di guerre e di terremoti, è duro da credere, ma se sappiamo che Dio non manda le prove per farci piangere ma perché si può mettere accanto a noi nei nostri momenti di prova per asciugare le lacrime e aiutare a rialzarci, un po’ di beatitudine il nostro cuore la sente, sente quel Dio che si fa accanto, che è vicino, nelle lacrime che asciuga, lo vedi riflesso che ti sussurra: coraggio e allora torna il sorriso e sì, sei felice. L’uomo non ce l’ha la risposta alla sofferenza, al proprio pianto, al pianto del mondo, l’unico che può darci una risposta è Gesù e ce la dà in questo modo, con le beatitudini e con tutto il vangelo. Non è facile, no, ma lui sa stare accanto e ti sussurra risposte che sanno di cielo e se alzi lo sguardo la risposta la trovi.
Beati voi che siete perseguitati e insultati nel mio nome, beati noi nelle nostre lotte di ogni giorno perché c’è un compagno che ci dà forza e ci sostiene, che si mette al nostro posto con le braccia spalancate tra la terra e il cielo aprendoci squarci di luce nel nostro buio.
Però stiamo attenti perché Gesù ha in tasca una serie di guai (che nella traduzione esatta è ahimè) guai se ci facciamo ricchi, come quelli che accumulano cose e mettono al sicuro tutto quello che può rendere il passaggio più difficile è un guaio, è l’ahimè di Dio perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, ciò che non serve, pesa! A noi basta una parola per esser leggeri e la parola è BEATI. Ciao belli

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10 febbraio 2019-5.a Tempo Ordinario – I
Liturgia: Is 6,1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11

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+ Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

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Buongiorno sono il sole sento questa Parola di oggi come l’occasione buona di Dio per il tempo di oggi. Oggi, gran parte di noi, legge la vita che sta vivendo come tempo di crisi e di incertezze, tempo per non rischiare, per non osare l’impossibile, come quel non poter lasciare il certo per l’incerto soprattutto nel mondo del lavoro e invece Gesù, proprio oggi, ci dice che è arrivato il momento per un po’ di “follia”, che è giunto il tempo di fidarsi, di consegnarsi anche quando, lo dice a te e a me che per competenza e professionalità, si sa benissimo cosa bisogna fare per andare avanti, soprattutto se ti chiami Pietro e di mestiere fai il pescatore. Questo il contesto della buona notizia: un mattino su un lago di Palestina, uno dei più belli di Terra Santa, Gennesaret, due barche ormeggiate a riva, pescatori che lavano le reti, disincagliano i nodi con le loro ditone segnate dalla salsedine e con la fronte corrugata e segnata da mille rughe, c’è tutta la stanchezza addosso e negli occhi,una delusione pazzesca cucita addosso di chi per tutta la notte non ha pescato niente. Le spalle curve segno di un lavoro faticoso e inutile, manca poco alle lacrime e qui scatta l’operazione follia di Gesù che SALE sulla barca di Pietro, così come ha fatto venendo il mondo, un Dio che si fa carne in un Bambino, così come il Verbo ha piantato la sua tenda in mezzo agli uomini, oggi Gesù pianta la sua tenda nella delusione di questi pescatori, di noi uomini e donne che portiamo il segno di chi ce l’ha messa tutta ma per niente. Lui SALE in quella barca ed entra nella nostra vita perché sa, che per uscire dalla delusione più nera, è solo lui che può ridare fiducia al cuore e lo fa con gentilezza, chiede con molta naturalezza di scostarsi un pochetto da terra. Grande Gesù! cammini lungo il lago come piace a te, vedi le barche, sali senza chiedere permesso e chiedi pure di scostarle da terra, ma questo sei tu quando chiedi a questi poveri disgraziati, con il nervoso appiccicato addosso, di tornare a lavorare e Simon Pietro, da bravo rustego non ci mette un attimo a rispondere: Gesù sono stanco, non ho preso niente quindi lascia perdere… Gesù non teme e incalza: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Ohi ohi Gesù! il tuo babbo è un falegname e io sono un pescatore, cosa mi vuoi insegnare? E poi l’è anche giorno oramai, qui, da codeste parti, è di notte che si pesca e stanotte, se non lo sai ancora, nonostante tutta la fatica e il sonno, non s’è preso nulla, lascia perdere. E’ vero, Simone, è stupido pescare di giorno e forse sarà stupido evangelizzare dove non c’è nessuno, ma te metti la rete in mare.
Qui scatta qualcosa, finalmente lo guarda negli occhi, nel Volto di Gesù si scopre vero, scopre che tutto si può, scopre che Lui ha a cuore la sua storia anche e soprattutto quando nel buio della notte non si pesca nulla, lo guarda negli occhi e ritrova la fiducia per dire: “Sulla Tua Parola getterò le reti”.
Rimettere le reti in mare è fiducia, fidarsi e rimettere in discussione tutto il passato, sbagliare strada, cadere e rialzarsi, ricredersi sulle persone, perdonare, rimanere delusi e feriti ma… vivere della certezza che solo quel “Sulla Tua Parola getterò le reti si può ritornare a vivere..
Gesù il mattino, passeggiando sul lago aveva visto due barche appoggiate alla riva con dentro la stanchezza e la delusione di pescatori feriti e delusi, alla sera quegli uomini hanno imparato ad accettare le loro ferite, ad amarle e si sono scoperti pescatori di uomini che, lasciando tutto, seguono il Signore per sempre, questi siamo noi! Ciao belli

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3 febbraio 2018 – IV domenica T.O. – Anno C – Rito Romano

4 anno c

Dal Vangelo secondo Luca 4,21-30
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

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Buongiorno sono il sole, il Vangelo di oggi è la continuazione di quello di domenica scorsa. Gesù – ve lo ricordate – come prete novello appena unto è andato in sinagoga, ha srotolato il Libro della Parola di Dio e ha fatto la sua prima omelia finendo con la spiazzante frase: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Oggi riprendiamo da questa frase, intorno una folla di finti meravigliati a far da corona a colui che farà tutto quello che ha letto domenica scorsa, colui che è stato unto per questo, per dire a chi non ha niente e si aspetta tutto che è arrivata la buona notizia ed è Lui in carne ed ossa.
Sì, ho scritto finti, perché il Signore Gesù, il Figliolo di Dio, sa chi ha intorno, sente le mormorazioni e i borbottii che partono dalla prima panca e come una valanga raggiungono le ultime file a mo’ di ola, Lui sa guardare dritto negli occhi mentre legge, sa scrutare ogni cuore e dice che «nessun profeta è bene accetto nella sua patria».
Poteva essere pura meraviglia e invece sono sussurri dubbiosi: ma scusate ma quello non è Gesù? Il suo babbo non lavora in bottega? sì bravo, si chiama Giuseppe ed è quel povero disgraziato di un falegname… Gesù, il prete novello, per conquistarseli tutti cita altre due storielline del passato così per ribadire il concetto ma la mormorazione si amplifica e succede il parapiglia, la meraviglia si fa sdegno e lo sdegno si trasforma in la voglia di ucciderlo, di farlo fuori. Lui tranquillo passa in mezzo a loro e sceglie di mettersi in cammino verso Gerusalemme, passa nella loro vita, ci entra in mezzo, per questo è venuto, perché questo è l’OGGI di Dio, il KAIROS, il tempo della salvezza, OGGI è venuto per i poveri e gli umili, per chi non ha niente e accoglie tutto, OGGI è venuto per chi è paralizzato nei suoi ottusi punti di vista, OGGI è venuto per liberare, OGGI è venuto per chi non vede se non a un millimetro dei suoi occhi e dargli occhi nuovi che vedano orizzonti ampi e pieni di luce, OGGI è venuto per gli oppressi da leggi e precetti che impediscono di capire che c’è un comandamento più grande che si chiama amore e che libera, OGGI è venuto per dire che è giubileo, che è pura grazia per sempre, OGGI è venuto per dire che si è adempiuta la salvezza, OGGI è venuto per loro e loro lo sdegnano. «Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino».
Si è impegnato ad essere credibile senza pretendere di essere creduto…così faremo anche noi.
Ciao belli

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27 gennaio 2019-Domenica 3.a Tempo Ordinario – III – Rito Romano 
Liturgia: Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21

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+ Dal Vangelo secondo Luca
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

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Buongiorno sono il sole, Gesù entra nella sua Sinagoga a Nazareth, nella sua Nazareth dove era diventato grande. Entra e fa quello che deve fare: apre la Scrittura, legge e chiude il rotolo. Poi parla come sa fare Lui, con quel modo di fare da mettere il nervoso a scribi e farisei, con quel calore che seduce, con quella tenerezza che calma le angosce e le ansie. Oggi, però, quel brano del rotolo, sentito chissà quante volte sembra nuovo, sembra qualcosa di mai sentito, le parole escono dalle sue labbra come novità, per tutti. Parole profumate di cielo, parole dal sapore di cielo.
Ogni parola fa bene al cuore, al cuore stanco, al cuore affaticato, al cuore spaesato, al cuore di chi non ce la fa davvero più. Quelle parole anche oggi finiscono con una firma che allarga il sorriso e fa riprendere fiato: “oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”. 
Per voi, per te, per me, per ognuno, oggi, questa scrittura si compie, in ognuno in modo diverso ma si compie, queste parole che noi abbiamo ascoltato, che le nostre orecchie hanno sentito per davvero, non chissà quando, non chissà dove, ma OGGI, oggi è possibile confidare nella salvezza, oggi per tutti è possibile vivere una vita bella, tutti, poveri, prigionieri, ciechi, oppressi, affamati e falliti.
Nessuno può dimenticare da ora in poi questa freschezza, questa aria buona buttata dentro la sinagoga, anche da chi già lo odia e lo vuole far fuori.
Come ci siamo arrivati noi in questa sinagoga? Come ci affacciamo in questa sinagoga dove Lui c’è con la sua Presenza? Io ci arrivo con le mie nostalgie ‘di una volta’ ma anche con la curiosità del ‘come sarà?’. Io penso che chi è arrivato alla sinagoga quel giorno, anche se fosse stato un pelino triste, ha trovato una bella sorpresa, ha trovato Lui che ascolta, che accompagna, che sente il dolore, che sta accanto, che guarisce, che assicura che la salvezza c’è ed è per tutti. A me basta guardarlo negli occhi, sorridergli e andare avanti! Certo non è facile ma per un solo motivo, per tanta
spazzatura che non abbiamo ancora buttato via, per tante cose che ingombrano il nostro cuore e non ci fanno né ascoltare né vedere. Siamo distratti e abbiamo bisogno di saper vedere l’OGGI della salvezza nella nostra vita. 
Sì, c’è una vita di salvezza per noi e per chi abita con noi, nella nostra casa, c’è una vita di salvezza con i nostri figli, con nostro marito e nostra moglie, che si fa largo nella nostra idea di perfezione, nella nostra fretta di vedere i nostri figli cambiare, nella nostra ansia e preoccupazione di volerli diversi, nella nostra voglia di cambiamento immediato… e trova invece un Gesù che compie gesti lenti, apre il rotolo con calma, legge con lentezza, non urla, scandisce ogni parola perché si imprima nel cuore di tutti e promette a tutti che tutto cambia se sai guardare con i suoi occhi, tutto cambia per te che sei povero, per te che sei prigioniero di te stesso, per te che sei cieco e non vedi più neppure chi hai intorno, per te che sei oppresso da nuovi attacchi di panico per l’ansia da prestazione, per te che hai solo bisogno della sua Grazia! Per te che quando incontri l’altro per la strada oggi non hai che da dirgli una cosa: buona domenica di salvezza… sapendo che anche tu puoi essere occasione di salvezza per qualcun altro. Sapendo che salvezza è gustare oggi quello che il Signore ci dà da vivere nella semplicità delle piccole cose che a volte, prigionieri di noi stessi, non sappiamo vedere. Ciao belli

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20 GENNAIO 2019-II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-11
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

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Buongiorno sono il sole. Sono tornata a Montepulciano e, ad accogliermi, la nebbia. Oggi, II domenica del tempo ordinario, ci troviamo a Cana di Galilea dove c’è la mamma di Gesù, è invitato anche suo Figlio che, come sempre, si porta dietro tutti i suoi apostoli. La mamma di Gesù, con uno sguardo tipicamente femminile, si accorge che il vino è finito, cosa inaudita che ad un pranzo di nozze manchi il vino, perchè no vino no festa. Grazie al cielo, per ora, se ne è accorta solo la Madonna, forse si fa ancora in tempo. Mio Figlio – avrà pensato – è Gesù, il Figlio di Dio, lui sicuramente può gestire al meglio questa situazione davvero spiacevole. Eccola che va dal suo figliolo, gli tocca delicatamente il gomito, gli sussurra dolcemente all’orecchio: non hanno più vino, fa’ qualcosa, Figlio mio!
Non ce lo aspetteremmo ma la mossa di Gesù è una smorfia controvoglia: Donna, non è ancora giunta la mia Ora. Donna, non mamma, che cosa vuoi da me? lasciami stare a gustare il tempo trascorso nella mangiatoia di Betlemme ancora stretto in quelle fasce, lasciami nel ricordo bellissimo del babbo Giuseppe che mi insegnava a piallare e intagliare il legno, lasciami pensare ai bambini che giocavano con me nel nostro cortile di Nazareth, lasciami stare ancora 5 minuti a ricordare come era bello sedermi nella Sinagoga con quel rotolo della Sacra Scrittura che mi scivolava tra le dita. Un attimo ancora, per favore, non è ancora giunta la mia Ora! Ma la Donna insiste, Lei, la piccola fanciulla di Nazareth, scelta dal cielo per essere la Madre del Creatore, ora trasforma il sussurro in una frase decisa, si gira verso i servi e incurante del Figlio dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
E’ stata lei a insegnare a muovere i primi passi al Figlio di Dio, lui il grande camminatore, lui che mentre cammina insegna, guarisce, ama, chiama, perdona, è lei che lo accompagna fino alla Croce quando sarà veramente la sua Ora, è lei che sotto la Croce starà lì, ritta in piedi, fedele fino alla fine. Ed è lei che si accorge di quello che manca nella nostra vita, è lei che si accorge delle nostre relazioni senza festa, dei nostri modi di fare senza gioia. Figlio mio fai qualcosa perché l’umanità è stanca, non ha più voglia, vive di insulsi ‘abbastanza’ di ‘insomma’ di ‘potrebbe andare meglio’, fai qualcosa perché la tua umanità non riesce più nemmeno a trovare la forza per chiedere aiuto ma ha bisogno di te. Figlio mio, fa qualcosa, non c’è più vino, non c’è più gioia, non c’è più festa.
Con questo sguardo di Madre e con questi pensieri nel cuore sta lì, davanti alle anfore, come starà lì ferma, sotto la Croce, sta lì, sperando, custodendo nel cuore quello che l’Angelo le aveva detto nella sua casa di Nazareth, quello che provava guardando il Bambino nella Grotta di Betlemme, Maria è lì e Gesù, in questo spazio di contemplazione, arriva e si mette in azione dentro l’eco di quelle parole dette dalla Madre: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Arriva e trova i servi pronti a fare tutto quello che Gesù vuole. E’ questo che fa partire il grande ingranaggio dei miracoli, il primo dei Segni parte con questa disponibilità… «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Forse la giovane ragazza di Nazareth questo non l’aveva messo in conto, forse all’inizio anche lei credeva che il suo bravo figliolo l’ascoltasse al primo sussurro, in quell’intesa tra Madre e Figlio, in quel “non hanno più vino” lei si aspettava: certo Madre. Lei non lo sapeva che con quel gesto Gesù, il suo Gesù dovesse uscire in fretta dalla giovinezza di Nazareth; l’Ora non era ancora giunta, adesso lei lo capisce al volo ma non si perde d’animo, lei si accorge che manca la gioia, lei sa che la disponibilità di noi suoi servi può cambiare la storia e sa anche di che pasta è fatto il suo figliolo, Lui è uno che lascia sempre il Segno, e questo è il primo: trasforma l’acqua in vino, perché la vita non sia mai senza gioia. Dio oggi abita qui: nelle nozze, nel vino, nella gioia. Questo è il Segno che ci lasciamo…«Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Ciao belli
#LABUONANOTIZIA – Rito romano/ambrosiano
DOMENICA 13 GENNAIO 2019
BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO C – FESTA

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Monte Sant’Angelo – Santuario S. Michele Arcangelo: il Battesimo del Signore

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Buongiorno sono il sole, quest’anno per la festa del Battesimo del Signore sono a Lecco, per una volta tanto, essendo che i riti romano e ambrosiano hanno deciso di fare festa insieme, il Vangelo è lo stesso. Inizio la meditazione pensando che, ancora una volta, Giovanni il Battista, senza volerlo, è il co-protagonista di questa meravigliosa storia.
Dopo averci accompagnato per tutto l’avvento e aver fatto anche delle sporadiche apparizioni in qualche vangelo del tempo di natale, oggi ritorna in tutta la sua bellezza, talmente bello che tutti, quasi quasi, pensavano fosse lui il Cristo che tanto stavano aspettando. Nella sua umiltà, Giovanni, è stato capace di rimettersi al suo posto indicando che ancora doveva venire uno più forte e più bello di lui al quale proprio Giovanni non è degno neppure di slegare i lacci dei sandali, e, a noi, insegna a fare altrettanto. La differenza non sta né nella bellezza né nella fortezza di Gesù rispetto a Giovanni ma nel tipo di Battesimo che il Figlio di Dio è venuto a portare e lo vedremo.
Giovanni non è un carrierista, non è uno di quelli che avanza nella Chiesa non vedendo l’ora di sedersi in qualche ufficio che conta e farsi notare in mezzo alle persone per bene, Giovanni, l’abbiamo visto, è l’amico dello Sposo, che spende tutta la sua vita in funzione di Gesù, quel nostro Gesù che oggi, nella festa del suo battesimo, compie 30 anni. In questi giorni che ci separano dalla notte tra il 24 e il 25 dicembre, Gesù è diventato grande, mangiando pane, latte e Parola di Dio, ha imparato a camminare alla svelta, memorizzando passi divini, quelli che entrano nelle storie delle persone, battendo sentieri battuti da pochi, poveri e sofferenti, ha imparato l’arte del falegname, di fare le cose con cura gustandone i dettagliha sintonizzato il cuore su quello della Madre imparando ad ascoltare col cuore e oggi arriva al Giordano mettendosi in fila con gli altri, senza passare avanti a nessuno come fanno i raccomandati o quelli che “faccio in un attimo, devo solo fare una domanda” e poi, con tranquillità e pace fanno quello che gli pare. No, lui oggi arriva, fa la fila coi peccatori e dopo aver ricevuto il battesimo, mentre Giovanni è in preghiera accade l’incredibile. Scrive San Paolo di Lui in una delle lettere più belle: “mai considererà un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spoglierà se stesso, facendosi servo”. Sulle sponde del fiume Giordano Gesù chiede a Giovanni l’acqua della pulitura, s’inchinerà come un peccatore per rendere onore a tutto quello che Giovanni ha fatto fino ad oggi ed è un incrocio di sguardi, cuore a cuore, così come quel giorno nelle pance delle loro mamme, quando si sono messi a ballare presi dalla gioia di incontrarsi per la prima volta. Oggi, sulle rive del fiume Giordano, c’è il passaggio del testimone, con la stessa gioia di allora, ecco perchè dopo aver battezzato Gesù, Giovanni prega, prega e ringrazia, prega e il Padre consegna suo Figlio al mondo in modo ufficiale, è l’entrata in società, è vita nuova, dallo sguardo di Giovanni si passa allo sguardo del Cielo e il Cielo si apre in un sussurro: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». E’ vita nuova, vita di Figlio che ci fa tutti figli nel Figlio, pezzetti di Dio nel mondo. E’ vita nuova, vita di Figlio Amato che ci fa sentire amati prima ancora che si formi in noi il pensiero di esserlo. E’ vita nuova, vita di chi si sente dire: Tu, Figlio Amato, sei il mio compiacimento, mi garbi un monte, quando ti vedo sono felice.
Basta poco, mettersi in ginocchio, chiedere perdono, pregare e sentire quel sussurro di voce dal Cielo: Tu sei la figlia mia, l’amata, sei il mio compiacimento, Tu sei il figlio mio, l’amato, quando ti vedo sono felice.Ciao belli

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6 gennaio 2018-Mercoledì-Epifania del Signore (s) – P
Liturgia: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12

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AUTUN, Cathédrale Saint-Lazare – Salle Capitulaire – Bourgogne (France)

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Buongiorno sono il sole, dopo pochi giorni di assenza dovuti al convegno nazionale Vocazionale, sono tornata per dirvi una cosa bella sui tre protagonisti di oggi, i famosi Re Magi venuti apposta dall’oriente con la loro inquietudine di cercatori guidati semplicemente da una stella dentro un ignoto ancora incerto.
C’è l’inquietudine a muovere i passi e il cuore, c’è l’ansia di andare a cercare quel Bambino: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo», c’è il bisogno di cercare la verità, di interrogarsi con onestà, c’è la bellezza di seguire la stella di un mistero che più avanzi più ti viene incontro.
È la storia di tre persone che noi chiamiamo da sempre Magi e che trovano posto nei nostri presepi da oggi, tre uomini con nomi strani, bravi a studiare le stelle e le costellazioni, a fare magie e calcolare affascinanti itinerari celesti, ma che, allo studio degli astri, preferiscono la rotta del Padre del Cielo, meno scienza e sapienza ma più slancio per una partenza di cuore in direzione Betlemme, meno sicurezza per un di più di precarietà e di ingenuità. 
Vanno a Betlemme seguendo la stella, portando oro, incenso e mirra così come noi alla Messa porteremmo Pane e Vino che sull’altare diventano il Corpo e il Sangue di un Dio vicino all’uomo, sostano sulla porta di quella Grotta così come noi sosteremmo sulla porta di una Chiesa, entrano nella Stalla o Grotta, vedono Maria e il Bambino e si prostrano ad adorare così come noi faremmo in una celebrazione solenne con la gratitudine di chi, incontrando lo sguardo del Bambino, riceve misericordia e gratitudine, persone grate perché amate, persone grate che si buttano in ginocchio per dire Grazie a tanto amore, persone grate che offrono i doni dei loro scrigni con semplicità, in punta di piedi.
Una veglia di preghiera semplice e intensa, per poi tornare a casa “per un’altra strada”.
Erano partiti con la voglia di donare e tornano col cuore più ricco di quando erano arrivati, con le mani più piene dei doni che hanno portato, con un di più di quell’oro, di quell’incenso e di quella mirra, con un pezzetto di sguardo del Figlio di Dio riflesso nei loro sguardi, tornano nelle loro case con il ricordo di quella fragilità di bambino a riscaldare il cuore e non la potenza di un Erode cattivo che li aveva mandati a controllare, tornano nelle loro case per un’altra strada, con quella gioia grandissima provata nel seguire la stella che li ha accompagnati a vedere quell’esserino che giaceva in una povera mangiatoia, tornano a casa dopo aver adorato quella fragile carne di uomo avvolta in fasce dal sapore di Dio.
Erano partiti per incontrarlo ma dopo averlo incontrato sono cambiati e la strada per tornare doveva per forza essere un’altra, erano partiti come quando si parte per un pellegrinaggio: non si può più tornare indietro per la stessa strada ed essere gli stessi di prima. Erano partiti per cercarlo ben sapendo dove si trovavano loro prima di incontrarlo ma hanno scoperto che il ritorno dipende sempre dall’intensità del dono ricevuto. 
Dio è luce, lo troverai, lo incontrerai e sarà gioia, perché i Magi al vedere la stella provarono una gioia grandissima, che accada te come a loro, la stella ti muova, il bambino ti cambi e tu possa tornare a casa per un’altra strada diversa o diverso, con il cuore e lo sguardo che sa di Dio. Ciao belli

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1 gennaio 2019-Maria Ss. Madre di Dio (s) – P
VANGELO (Lc 2,16-21)

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+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

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buongiorno e buon anno sono il sole
“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Questo augurio bellissimo lo troviamo nella prima lettura, che altro c’è da augurare se non partire con una benedizione di Dio all’inizio di questo nuovo anno?
Oggi ci vengono in aiuto i pastori che nella loro semplicità si fidano della voce di un angelo e, senza indugio, corrono alla grotta per contemplare la sorpresa: “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia”. Eccola lì, la sorpresa, Maria, la donna del sì, la donna che ci fa ben incominciare ogni cosa, Giuseppe, l’uomo dei sogni parlanti, che si alza ed è sempre disponibile nel suo silenzioso darsi da fare. Gesù, il Bambino di Betlemme, l’Atteso da un’umanità trepidante e ansiosa. La mangiatoia al centro della scena e due animali, un asino e un bue a riscaldare il Dio Bambino.
Dio parte così, benedicendo e facendoci contemplare la semplicità delle piccole cose per dirci che è possibile anche per noi sentire Dio nel quotidiano, poterlo incontrare, lasciarsi raggiungere. Dio si serve di cose umili e povere per dirti tutto. Per dirti che Lui è nella tua gioia e nella tua stanchezza, è nel tuo dolore, è in quel travaglio che porti dentro e sembra non darti scampo. E’ qui per dirti che con Lui c’è sempre qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcuno di nuovo, il nuovo non è solo il Primo di Gennaio, Lui è sempre con te, dentro di te. Di Lui tutti faranno quello che vogliono ma Lui sceglie gli uomini per amarli, per mostrare come si ama. I Pastori, partiti senza indugio, tornano glorificando Dio, a loro è bastata una sorpresa per illuminare gli occhi e scaldare il cuore, hanno visto Maria, Giuseppe, il Bambino di Betlemme e una mangiatoia, con un asino e un bue, un presepe per tornare a casa più ricchi di prima, Dio sceglie il presepe per rivelarsi al mondo a noi cosa serve per dire a tutti che amare si può anche nelle piccole cose se a il Figlio di Dio è bastata una piccola grotta per nascere?
Ciao belli e buon anno

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DOMENICA 30 DICEMBRE 2018 – SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE – ANNO C – Rito romano

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Dal Vangelo secondo Luca2,41-52
I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Buongiorno sono il sole. Nel rito romano, oggi, è la festa della Santa Famiglia. Gesù è nato da pochissimi giorni, non sa ancora parlare tantomeno camminare, ancora ha da ricevere i mitici re magi che sono in cammino dietro la Stella e il Vangelo oggi ce lo descrive tredicenne in azione al Tempio di Gerusalemme. I genitori hanno preparato questo pellegrinaggio da tempo e sono partiti senza essere troppo apprensivi, sono due genitori come i nostri, santi e giusti ma che, al momento cruciale, non comprendono il disegno del Padre tanto da entrarne un attimo in collisione, come capita a tutti. Gesù ha 13 anni, è un adolescente che già vuol fare la volontà di Dio, i suoi sogni hanno poca sintonia con quelli di babbo e mamma e così “essi non compresero le sue parole“. E già, anche a casa del giusto Giuseppe e dell’umile Maria c’è aria di crisi, ottimi genitori alle prese con l’incomprensione di un Figlio al quale già stanno strette le porte di casa.
L’Angelo Gabriele l’aveva detto che quel Figliolo non sarebbe stato tanto normale ma, evidentemente quel giorno, nei pressi di Gerusalemme, non se lo sono ricordato, visto l’alto tasso di angoscia, tipico di quei genitori che non riescono ad accettare il nuovo lavoro del primogenito che vedevano ingegnere come tradizione di famiglia vuole, o quelli che la scelta di entrare in convento della figlia, che già avevano previsto sposata con il figlio del commendatore, non riescono proprio a mandarla giù.
Ma è un attimo, giusto un attimo per capire che i figli sono figli di un Padre che per loro ha progetti di libertà ad ali spiegate, che chiede a tutti i genitori di farsi grembo per far nascere i suoi figli e lasciarli liberi di volare alto.
Loro lo sanno, Maria e Giuseppe sembra non capiscano ma poi, con tenerezza, raccontano al Figlio la loro preoccupazione, in un dialogo che sa davvero di tenerezza amorosa e che sa mettere in conto una risposta incomprensibile: “non sapevate che dovevo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Loro chiedono e Lui risponde come sa fare Lui: “Io non voglio ripudiare il vostro affetto, ma voi non vi dovete preoccupare, la mia vita non è né per me, né per voi, la mia vita è per tutti, io sono venuto per raccontare ad ogni uomo e ad ogni donna l’Amore del Padre. Avevo da mettere ordine e sistemare alcune cose ma torno a casa con voi, si torna a Nazareth insieme”.
Insieme erano partiti per Gerusalemme, insieme i genitori avevano vissuto e condiviso l’angoscia della perdita di Gesù, insieme lo avevano cercato, insieme avevano assaporato la gioia del ritrovarsi, sempre insieme.
Inizia così la vita nascosta di Nazareth, trent’anni per imparare a fare l’uomo e poi insegnare all’uomo ad amare Dio, insieme all’uomo colui che da uomo si fa Dio.
Nazareth è la casa dove Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia”, e dove Maria “conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. ‘Cresceva’e ‘conservava’, due verbi all’imperfetto per dire un quotidiano che continua nel tempo, un’azione continuativa tra attesa e interrogativi, misteri e gioie, sofferenze e incomprensioni, tra pentolini e attrezzi da falegname, trent’anni per occuparsi dell’uomo e insegnare all’uomo ad occuparsi delle cose di Dio amando.
ciao belli e buona festa della Santa Famiglia

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25 DICEMBRE 2018
NATALE DEL SIGNORE – Messa del giorno

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Cattedrale Montepulciano 2018

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,1-18
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».

Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

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Buongiorno sono il sole
Il verbo si fece carne. Ogni anno torna implacabile questo Vangelo potente nella Messa di Natale del giorno, sì, del giorno perché nella Notte mi piace rimanere a meditare su quello che il mio Vescovo mi regala come dono ogni Notte santa. Il mio Vescovo che mi parla di ‘caris‘, dicendomi di vivere il natale con pietà (euserbeian) che è ‘rispetto, venerazione e amore verso Dio’. 
Ma il 25, nella Messa del Giorno che mi preparo a vivere, torna San Giovanni con il suo Prologo e toglie un po’ di quella bambagia che ricorda le pecore, i pastori, gli sguardi teneri di chi con timore e tremore si avvicina al presepe, toglie un po’ di carezze a quel Bambino che arriva e ti spiazza e ti fa entrare nella verità delle nostre storie che, se lo vuoi, anche quest’anno Dio illumina rendendole diverse. 
Giovanni, il teologo fino, afferma il principio sano della storia assicurando che ‘in principio era il Verbo’, ‘in principio era la Parola’, ‘in principio era Dio’. E’ l’incipit più bello della storia: tutto parte da lì e tutto torna lì, il Prologo, se lo vogliamo, è una perla, ci dice che prima viene Giovanni il Battista a preparare il terreno, a preparare lo spazio per la luce vera, quella che illumina ogni uomo ma che non tutti vogliono accogliere. 
Oso pensare che Dio forse scelga la forma di un infante indifeso per farsi accettare, si fa carne, si fa uno di noi, ciccia, perché la carne ci rappresenta, ci racconta, ci dice chi siamo nella nostra fragilità, proprio come il bambino che dice un bisogno di cura, accoglienza, affetto, carezze.
Dio sceglie la carne perché la carne dice fatica, dice storie, dice rughe, dice morte, dice attesa. Il Verbo si fece carne e stanotte siamo stati qui, con le nostre vite, le nostre rughe, le nostre attese, con la nostra carne segnata dal tempo, dalle lotte, dalle malattie, dalla stanchezza, dalla paura perché questo mondo ora è un po’ matto, ci siamo stati perché sappiamo che ogni Natale è un’opportunità per qualcosa di nuovo per noi.

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23 dicembre 2018-4.a Domenica Avvento – IV
Liturgia: Mi 5,1-4a; Sal 79; Eb 10,5-10; Lc 1,39-45

iv c

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-45)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.

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Buongiorno sono il sole, anche oggi inchiodiamo i nostri passi su quelli che ha messo Maria di Nazareth in cammino sui monti della Giudea per far visita alla cugina Elisabetta. Ve lo ricordate? Venerdì, il vangelo della novena ce l’ha presentata in agile partenza, ieri ha cantato il suo magnificat dopo aver incontrato la cugina e questa quarta domenica del rito romano ci fa stare su qualche particolare prima di arrivare domani notte a Betlemme. 
Quando si va a trovare una persona è segno di amore e con Maria, questo segno, esplode in tutta la sua potenza, nella sua pancia, infatti, c’è Gesù ed è come se, il Signore, visitasse il suo popolo. Dio c’è perché Maria ha detto sì e con quel sì è cambiato tutto, Dio può finalmente essere riconosciuto da chi lo attendeva da sempre! Elisabetta sarà la mamma di Giovanni, il punto di congiunzione, colui che prepara la strada all’Atteso, questa gravidanza inattesa è il segno che Gabriele regala a Maria prima di lasciare la sua casa: “Ecco il segno che nulla è impossibile a Dio: la tua cugina Elisabetta è incinta”. Allora Maria va in montagna, in fretta, non con ansia, non perché incerta se sia vero o meno quel che ha detto Dio, non perché, come noi, abbia bisogno di segni per credere, non per curiosità, ma semplicemente per amore e per amicizia, per fare della sua umile vita un servizio, per pensare a chi è nel bisogno.
Maria va a vedere il “segno”, il segno che è Elisabetta. Oggi la parola chiave è questo segno. A cosa serve un segno? Serve a dire il significato di una cosa e Maria va a vedere in Elisabetta il significato di ciò che è avvenuto in se stessa.
E per noi cosa significa segno? A cosa ci serve un segno in questo Natale? per capire il dono che abbiamo ricevuto in Gesù, Figlio di Dio, promessa del Padre. Sì, Dio ci ha fatto una promessa e ciò che è arrivato in Gesù è esattamente ciò che prima ha promesso. Se io non conosco la promessa, non conosco chi è Gesù, se in me non c’è l’attesa, Lui non può venire e quando viene nasce un abbraccio tra Lui che promette, tra Lui che è l’Atteso e la nostra attesa. A noi viene chiesto soltanto di desiderare, di attendere, di essere in ricerca perché se non lo desidero non lo conosco, se non lo attendo, non lo incontro, se non lo cerco, non lo trovo.
Questo il segno del nostro Natale e questo avviene a casa di Zaccaria dove, la prima cosa che accade in questo incontro, è che Giovanni salta, danza di gioia perché lo riconosce. Questo è il segno della visita del Signore e può benissimo capitare anche a noi.
Questo è il Natale.
Questo è incontrare l’Atteso: c’è qualcosa in me nel più profondo che comincia a danzare di gioia, la gioia è il segno.
Questo incontro è molto normale, sono semplicemente due donne che s’abbracciano, una vecchia e una giovane, ma tutte e due incinta, un piccolo gesto tra due donne gravide di vita, un abbraccio che è il senso di tutta la storia. Il nostro desiderio che abbraccia ciò che desidera, è gioia.
Il finale è la prima beatitudine del Vangelo, dove beato vuol dire: mi congratulo con te, sei veramente fortunata, sei veramente felice e, questa, è la nostra beatitudine fondamentale: credere alla Parola, aver fiducia in Dio, ascoltarlo.
“E beata colei che ha creduto”.
Maria credette con pienezza ed è partita subito, lei ci insegni a fare lo stesso!
Ciao belli


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16 dicembre 2018-III DOMENICA DI AVVENTO-Inizio della Novena di Natale 
Liturgia: Sof 3,14-17; Cant. Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

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VANGELO (Lc 3,10-18)
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

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Buongiorno sono il sole, avevamo lasciato Giovanni nel deserto quando, Domenica scorsa, la Parola di Dio scese su di lui e, se facciamo un esercizio di memoria, ci ricorderemmo che ci aveva chiesto di preparare la strada all’Atteso, di raddrizzare i suoi sentieri e ci eravamo lasciati con una domanda, anzi due: cosa vuol dire preparare per noi e cosa vuol dire raddrizzare…? Giovanni ha semplicemente chiesto e ora noi facciamo parte di quella folla che gli si stringe intorno per farsi battezzare, siamo parte di quelle persone lì intorno ad ascoltare, affascinate sia dal tono della voce che da quello che dice e con loro facciamo questa domanda, perchè forse preparare e raddrizzare sono verbi troppo difficili da compiere, ci fanno pensare a cose troppo grandi per noi, esagerate anche, facciamo questa domanda per imparare ad attendere nel modo conveniente, non tanto conveniente per noi, quanto per l’Atteso, facciamo questa domanda in una domenica un po’ meno penitenziale del solito, la domenica Gaudete, la domenica della gioia, la domenica in rosa, non per esaltare il femminile ma perchè il viola dell’avvento si mescola col bianco del Natale e siamo vicini all’incontro di Betlemme, facciamo questa domanda che fanno le folle, che fanno i pubblicani, che fanno anche i soldati: “che cosa dobbiamo fare?”. Concretamente, cosa dobbiamo fare? tutti a cercare una risposta alla medesima domanda. E’ la domanda di tutti, sempre. Loro cercavano la felicità, ma noi no? Non la cerchiamo ogni giorno quella musica del cuore di cui tutti vorremmo conoscere le note e lo spartito? A loro Giovanni suggerisce qualcosa ma il loro sguardo sembra dire che non è abbastanza, perché si aspettavano lanci da acrobati, salti nel vuoto, gesti da folli, colpi di scena ad effetti speciali… e invece chiede poco, pochissimo, accessibile a chiunque e per il quale non ci sono motivi per declinare la proposta, tutto quello che ognuno fa ogni giorno con semplicità di cuore ma fatto con gioia, anche solo una carezza ma con gioia. Perché stare con Gesù è soprattutto gioia, la gioia di questa domenica dove la parola chiave è: state lieti (una volta quel bel ed inciso rallegratevi).
“Che cosa dobbiamo fare?”. Poche cose, quasi nulla di più di quello che già si fa, poche cose ma con infinito amore semplicemente con quel di più di gioia.
Che cosa dobbiamo fare? Essere misericordiosi come il Padre che ha mandato suo Figlio a dirci: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero prigioniero e mi avete fatto visita” (Mt 25), cose di tutti i giorni: mangiare e bere, vestirsi e soffrire…ovvìa! cose normali ma con un di più di GIOIA! Ciao belli


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9 dicembre 2018-2.a domenica di Avvento C – Rito romano – II
Liturgia: Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

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+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

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Buongiorno sono il sole, si apre un’altra finestra ed è la seconda domenica di avvento. Proviamo a rileggere il vangelo, sembra un capitolo di wikipedia tanto è preciso nei dettagli, nomi, cognomi e dirci chi era al Governo quell’anno con incarichi rigorosamente specificati e reperibili anche per chi non crede: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa». Sembra di essere ai giorni nostri, accendi la televisione, passano le notizie del telegiornale e la precedenza è sempre per la politica, i nomi sono sempre Di Maio, Salvini e Conte, qualche volta Renzi, ma la cronaca finisce sempre in appendice e questo mio cappello su un inizio contemporaneo è per arrivare a dire che in questa domenica, dentro questa prolusione iniziale di nomi e potenza umana, «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto».
La parola di Dio non cade nei palazzi dei potenti, di chi non sa accogliere, ma nel deserto geografico, storico e umano, nel deserto della solitudine, nel deserto che dice la non fecondità, nel deserto di relazioni stanche, che non sanno più di niente e non portano più a niente, su un uomo nato quasi per sbaglio, una sorta di errore di stampa, Zaccaria ed Elisabetta non potevano avere figli, non ci erano mai riusciti, si diceva che lei era sterile eppure, anche dove tutto sembra una causa persa, la grazia di Dio aumenta la speranza e arriva Giovanni, nel momento in cui non ci credi più, arriva Giovanni e alla sera della vita porta la luce del mattino, porta la voglia di vivere e di crederci ancora, arriva Giovanni e si veste di pelo di cammello, non con il mantello dei ricchi, mangia insetti e si nutre di miele, non beve alcolici, non si siede a tavole imbandite di grasse vivande e cibi succulenti ubriacandosi ogni giorno, arriva Giovanni ed è la voce nel deserto! Arriva Giovanni ma non è l’Atteso, è chiamato da Dio per preparare la strada all’Atteso e lo fa, ma chiede a noi di raddrizzare i sentieri che hanno preso una brutta piega e se accettiamo di farlo ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!
Preparare e raddrizzare è la nostra storia, le nostre storie di genitori, di accompagnatori, di uomini e donne, di figli, le storie di chi vuole accogliere la Parola di Dio come l’ha accolta Giovanni nel deserto e non come Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo e Lisania che l’hanno scansata.
La Parola di Dio cerca cuori pronti ad accoglierla, gente semplice come noi, entra nella storia scegliendo il limite, il bordo, il punto basso, gli ultimi, chiede di preparare la strada all’Atteso raddrizzando i sentieri senza paura, perché sarà l’Atteso a colmare i burroni, ad abbassare monti e colli, a rendere diritto ciò che non siamo riusciti a raddrizzare e a spianare la strada, sarà Lui ma a noi chiede di essere solco per il seme che cade e marcisce perché ogni uomo possa vedere la Salvezza, chiede buona volontà di volercela fare in ogni istante per arrivare a Natale e accoglierlo, perché ogni istante è un attimo di possibilità che hai per far fruttare il deserto: ogni uomo vedrà la salvezza di Dio.
In questo Avvento siamo chiamati a stare in questo deserto dove ci sei solo tu a colloquio con te stesso e con Dio. Quella parola è indirizzata innanzitutto a te, viene su di te per cambiare innanzitutto te. Momento bellissimo, lo sperimentiamo quando diventiamo genitori, quando scopriamo di aver concepito un bambino, quando lo mettiamo al mondo e lo vediamo crescere, momento bellissimo come bello è accogliere la parola di Dio perché se rimaniamo dentro avvizziti non faremo che generare un mondo avvizzito e se siamo storti dentro non faremo che generare un mondo storto. Lasciamoci provocare da questa parola che sceglie noi nel deserto e portiamo frutto.
Preparare e raddrizzare cosa vuol dire oggi? per me, cosa vuol dire preparare? Cosa vuol dire raddrizzare?
C’è una frase di un canto di Elisa che mi dice come imparare bene a preparare… ve la lascio.
La canzone è Ogni istante.
Ciao belli

E così, scegliere
che ci sia luce nel disordine
è un racconto oltre le pagine
Spingersi al limite
non pensare sia impossibile
camminare sulle immagini e sentirci un po’ piú liberi
se si può tremare e perdersi
è per cercare un’altra via nell’anima
Strada che si illumina,
la paura che si sgretola,
perché adesso sai la verità
questa vita tu vuoi viverla
Vuoi viverla
E così sorridere a quello che non sai comprendere
perché il mondo può anche illuderci
che non siamo dei miracoli
E se ci sentiamo fragili
è per cercare un’altra via nell’anima
Strada che si illumina
e la paura che si sgretola
perché adesso sai la verità
questa vita tu vuoi viverla
Vuoi viverla
E vivi sempre
Ogni istante…


#LABUONANOTIZIA
SOLENNITA’ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA 2018
Gen 3,9-15.20 – Salmo 97 (98) – Ef 1,3-6.11-12 – Lc 1, 26-38

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Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

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Buongiorno sono il sole,
sospendiamo la nostra apertura delle finestrelle dell’Avvento per aprire la Casa di Maria di Nazareth come ha potuto aprirla, quel giorno benedetto da Dio, l’Arcangelo Gabriele.
Un angelo che dall’immensità del cielo sceglie uno dei più piccoli paeselli della Terra solo perchè obbedisce a un desiderio: Dio sceglie una ragazza fra tante ed è proprio Lei, Maria, scelta per essere la Madre di suo Figlio, una povera ragazza di Nazareth che tutti ora chiameranno Beata.
Così l’angelo parte ed entra nella sua Casa portandosi dietro tutto il sogno di Dio, il cambiamento, l’oltre di un quotidiano normale, senza nessun decreto di sicurezza ma fidandosi della pura libertà di un sì di una giovane ragazza palestinese, entra da Lei come può entrare nella mia casa oggi, domani o in un qualsiasi giorno fatto di lacrime o di gioia, entra e porta un saluto.
Entra e con Maria compie gesti delicati, la chiama per nome e in quel saluto le indica la sua vocazione, una chiamata alla gioia: “chaire“, che vuol dire “rallegrati“, “gioisci“, “sii felice“.
Quanto sarà bello un saluto così? uno ti entra in casa e ti dice: sii felice, rallegrati, sii nella gioia… non ti dice di pregare, non ti dice di fare qualcosa, ma ti fa una promessa, Dio con la bocca dell’angelo dice: “chaire”, dice di esser felice. 
L’angelo continua le sue presentazioni, non tanto per dire chi è lui ma chi sarà lei, la piena di grazia; c’è solo un particolare, lei non lo sa ancora, nella Bibbia non l’aveva ancora letto e si turba un attimo, piena di grazia, piena di Dio, graziata in un secondo, in un entrata al volo di un angelo le è cambiata la vita, Dio si è innamorato di Lei, l’ha scelta, amata e riempita di grazia. Da quel giorno per noi è Immacolata, è la Donna vestita di sole, è la piena di Grazia così piena che possiamo osare chiederne qualcuna anche noi attraverso di Lei, non a Maria ma per Maria.
Lei è Immacolata non perchè ha detto sì a Dio ma perchè Dio l’ha scelta prima ancora che Maria rispondesse sì. Già! Maria, questo Dio un po’ folle, lo fa attendere un attimo poiché una domanda le sale dal cuore: come è possibile? Un attimo solo ma per dirci che è donna normale, una donna feriale, una come noi. Come è possibile? sogno o son desta? ha bisogno di capire, ma è un attimo, medita nel suo cuore e da quel cuore impregnato di preghiera esce il sì, un sì nella piena libertà, piena intelligenza, piena maturità, pieno amore. Sì, eccomi, sono la serva del Signore e, da quel momento, lei, Maria di Nazareth, la Donna con un Nome nuovo, l’Immacolata Concezione, ogni giorno sussurra ad ogni uomo e ad ogni donna della terra, presi dal panico di mille preoccupazioni: Non temere! Lo dice con la semplicità della giovane ragazza di Nazareth, lo dice con la certezza nel cuore che a fidarsi e ad affidarsi a Dio ci si guadagna sempre, lo dice perché lei lo sa che, in questo mondo, sta in piedi solo chi si mette in ginocchio a pregare e a servire l’altro, in questo mondo cammina a testa alta chi sa guardare il cielo e rispondere sì ad un volere che sconcerta, che fa traballare il cuore e che ci chiede cose folli, quelle cose folli che piacciono a Dio.
Grazie Madonna piena di grazia, il tuo sì ha dato al mondo il Figlio di Dio, rendici capaci di seguirlo e accompagnaci in questo cammino con la stessa fede che ha mosso i tuoi passi rendendoti Bella, la Tutta Bella!
Ciao belli


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2 dicembre 2018
1.a Domenica di Avvento
Liturgia: Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12 – 4,2; Lc 21,25-28.34-36

1 avv
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

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Buongiorno sono il sole.
C’era una volta un Dio con la barba, con lo sguardo un po’ cattivo e con il dito puntato su di te, non tanto per farti capire che sbagliavi, ma che in un modo un po’ rigoroso, diceva di stare attenti, un Dio incastonato in un triangolo con scritto sotto: Dio ti vede.
Poi c’è la storia, che a me piace un po’ di più, che è quella di suo Figlio, il suo amore più grande, che arriva come un bellissimo Principe a cavallo delle nubi perché la liberazione – è scritto – è vicina. Arriverà perché l’ha promesso, arriverà vestito di bellezza, arriverà accompagnato da grandi segni e effetti speciali immensi, arriverà e noi s’ha da alzare il capo in alto, spostare lo sguardo dall’ombelico al cielo, mettere da parte tutte le paure che quelli che ci hanno mostrato il Dio barbuto come esclusiva per il paradiso ci hanno messo nel cuore tormentandoci e metterci in attesa.
Arriverà e il Vangelo, anche se è tinto di viola fino a natale, sa di gioia, attesa e libertà.
Lui arriverà e noi dobbiamo vegliare pregando perché Gesù è imprevedibile, arriva quando meno te lo aspetti e ti spiazza, ma Gesù in questo arriverà ti dice l’Avvento come attesa, l’attesa della mamma che aspetta il suo bambino, del disoccupato che aspetta che lo chiamino dal centro per l’impiego, dell’universitario che attende l’esito dell’esame più difficile che ha dato, del pensionato che attende la pensione, di quello che aspetta il pulman alla pensilina che sembra far ritardo come sempre, attesa come di tutti quelli che attendono qualcosa o qualcuno che sembra non arrivare mai…
Avvento come ogni anno, Dio che si ripete anche quest’anno, per aiutare l’uomo a ritrovare il senso di quello che ha perso nel cuore, per aiutare chi ha perso la strada a ritrovare la meta, per aiutare chi ha perso Dio a ritornare a Lui. Dio si ripete ma non è mai uguale e ci insegna a pregare gioendo o gioire pregando, perché la gioia deve abitare le fibre della nostra vita, perché la gioia deve prendere il posto della tristezza e di quegli sguardi bassi che dicono che non si spera più, perché la gioia è un Dio che nasce come bambino e che chiede a te e a me di fargli posto lì dove sei e dove lui ancora non è…
Buon anno nuovo a tutti, perché avvento è incipiare un nuovo anno liturgico, un nuovo lezionario, un nuovo cammino, un nuovo modo di pensare, un nuovo sentiero da imboccare, una nuova occasione per amare con questo Dio che si ripete in modo nuovo, che torna per essere bambino fragile e indifeso e chiede di essere accolto, non quel Dio barbuto con gli occhi più sul truce che sul tenero e il dito puntato, ma Dio amore che insegna a pulire lo sguardo da tutte le brutte immaginette che abbiamo nei cassetti e nei vecchi armadi, Dio amore che vive dell’imprevisto ed è imprevedibile, Dio amore che arriva passandoci accanto in silenzio e ci fa alzare, tutti in piedi, sguardo in alto e sorrisi con gli occhi nuovi che ci fanno aspettare e cercare Lui che ci sta cercando da sempre!
Buon avvento e buon anno amici belli!


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25 novembre 2018-Domenica-Cristo Re dell’Universo-34.a tempo ordinario – P
Liturgia: Dn 7,13-14; Sal 92; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 18,33b-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Buongiorno sono il sole. Oggi qui è la nebbia più totale ma il Sole è Lui, il nostro Re, così come nella vita, dove è l’incertezza perché Lui è la sicurezza su cui poggiare tutto, piedi, mani, mente e cuore e rimanere fedeli! In tutto questo tempo abbiamo imparato a conoscerlo, ad amarlo, a seguirlo e, oggi, il giovane Uomo di Nazareth, si trova faccia a faccia con un signore romano, grassoccio e non molto simpatico, che di nome fa Pilato il quale è stato chiamato ad amministrare una città difficile, piena di fanatici, quasi costretto a fare giochi falsi pur di ammiccarsi la clientela giusta. Pilato se lo trova lì davanti Gesù, faccia a faccia, glielo hanno consegnato come un pacco lanciato in corsa l’Uomo, condotto lì a spinte e strattoni perché si autoprofessa di essere il Re dei Giudei e a Pilato è dato di dare giusta condanna, processarlo come uno dei tanti delinquenti e ridarlo in pasto alla gente che urla.
Pilato si trova davanti l’Uomo e il suo sguardo lo fa tremare, già si vorrebbe lavare le mani perché arrivare a giudicare Gesù non era proprio nei suoi programmi ma fa la domanda di rito, giusto per togliersi qualche scrupolo magari si fossero sbagliati quelli li: «Sei tu il Re dei Giudei?» non si sa se lo chiede in modo ironico o pauroso ma Gesù risponde lo stesso: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità». La verità. Parola chiave di oggi, parola chiave della nostra vita. La verità, che prima di essere concetto è una Persona ed è lì davanti a lui, con quella postura mite e beata. Ma cosa può cogliere di verità Pilato? Evidentemente non è né ironia né paura, forse è fascino, non so, ma sicuramente è chiarezza! Come si fa a credere che esista un altro regno? Un regno potente perché debole, un regno eterno perché oltre il tempo, un regno invisibile perché oltre la storia? come si fa a credere a un regno così e a un re così? Un Dio che si fa carne, un Dio che muore dissanguato in Croce, un Dio rifiutato da molti? Come si fa a credere in questo regno e che in questo regno ci sia la verità? Ma Gesù, diventato Uomo, è venuto per dare testimonianza alla verità e dove sta questa testimonianza se non nel morire come quel chicco di grano che marcisce per portare frutto? La testimonianza alla verità è per noi se scegliamo di prendere la croce e seguire la logica di Dio, di perdere la vita per ritrovarla, di amare i nostri nemici, di benedire coloro che ci maledicono, di andare controcorrente e seguire i cartelli che portano al cielo, di innamorarsi di un Dio che viene deriso, picchiato, massacrato, che viene inchiodato e crocifisso, un Dio che muore a braccia aperte pur di avvolgere tutti nel suo abbraccio, un Dio che dona tutto se stesso per sé non tiene nulla, di innamorarsi di quel Dio che si fa Uomo per riportare l’uomo a Dio. Pilato ha questo Uomo davanti e si affaccia dal balcone del suo palazzo per presentarlo a tutti: ECCO L’UOMO, il vero Re, perché il vero Uomo è lui non Pilato. E’ l’Uomo Gesù, Cristo Re dell’Universo. È l’Uomo Gesù che ci insegna la verità, che Regnare è Servire e Servire è Regnare nella verità. Ciao belli e buona festa di Cristo Re dell’ Universo

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18 novembre 2018 
XXXIII Domenica del T.O. – rito romano – anno B
Liturgia: Dn 12,1-3; Sal 15; Eb 10,11-14.18; Mc 13,24-32

+ Dal Vangelo secondo Marco 13,24-32
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”.

Buongiorno sono il sole. Siamo in cammino, di inizio in inizio, siamo in cammino, fragili, limitati e piccini. Ci sarà buio, le stelle cadranno, la luna non darà più luce e anche il sole si oscurerà, come si farà a camminare allora? Questo è l’avvicinarsi della fine di questo anno che ci prepara all’avvento ma come si fa ad aspettare qualcuno al buio e nel caos?
Proprio in questo momento di confusione totale, di disperazione infinita, alla fine del tutto Dio ci promette suo Figlio che verrà a cavallo delle nubi e si entrerà come sempre nella mente di un Dio illogico. Noi, come quei poveri discepoli, non possiamo che essere attoniti, ma Gesù, da bravo Maestro, anche oggi, per aiutarci a capire questa logica un po’ strana ci racconta la storiella del giorno: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina».
Ricominciamo: c’è il buio, non si vede nulla, siamo in autunno, davanti l’inverno e Gesù, giustamente, dice che l’estate è vicina… è già! Altro sguardo attonito di chi non capisce nulla come me che guarda il fico albero e pensa che d’inverno perde le foglie e sembra un tronco a spuntoni, ossa secche lunghe lunghe che non danno molta speranza eppure, al cambio stagione, tira fuori dall’armadio il meglio look dell’anno e si riveste di gemme bellissime che daranno frutti dolci dolci.
Credo che Gesù col suo fico voglia farci contemplare la poesia del cielo dove, quelle che sembrano ossa secche, in realtà, sono la preparazione di tutto ciò che è attaccato alla tenerezza dei germogli. C’è un Dio in arrivo e dietro a quello che per noi è il buio dell’incertezza, la forte confusione di luci e ombre nel cielo, in realtà è una nuova primavera ed una questione di sguardo: il vero, il bello e il buono non è tanto quello che si vede in apparenza, ma quello che ci è concesso di guardare. E’ una mamma che dà alla luce il suo bambino guardandolo con amore, dove altri vedono solo urla e dolore nel partorirlo, è vedere le spine sul gambo della rosa dove un altro guarda al bocciolo principio di un nuovo fiore e non fermandosi lì. Si può vedere o guardare; si può vedere camminare per strada delle persone, oppure guardarle e pensare che queste persone hanno delle storie belle da raccontare o pesi da portare, si può vedere gente alla messa o guardarle come creature solidali tra loro come le colonne che insieme sostengono una chiesa. Si può vedere ma sarebbe come accontentarsi perché perderesti lo stupore di un Dio illogico che ti regala occhi di poeta per guardare e si affida al ramo di un fico per parlarti del suo arrivo. Si può vedere ma sarebbe il Vangelo della fine ma se invece hai il coraggio di guardare è il compimento di un sogno, il compimento del fine per cui Dio ha creato l’uomo, il sogno di Dio che vuole che l’uomo balli con Lui. Vedere o guardare, se lasci fare a Dio anche nel buio e nell’incertezza si compie una promessa, devi solo imparare ad attendere anche lungamente! Ciao belli


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11 novembre 2018-XXXII Domenica T.O. – IV
Liturgia: 1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

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+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Buongiorno sono il sole, c’è un Dio che in Gesù guarda nella profondità del cuore e si accorge del tuo dare tutto, questo per me il vangelo di questa domenica dove la protagonista, insieme a Gesù, è una vedova povera che non ha più nulla, neppure un marito a darle sicurezza, povera e sola, senza difese. Povera e piccola eppure al centro del vangelo che esalta i piccoli proprio perché non sono appariscenti mentre i grandi sono bravi a trascinare folle con facili promesse. Mi piacerebbe essere come questi piccoli che nell’atupertu sono magnifici e sinceri facendoti capire che tu gli interessi mentre ai grandi interessano i grandi numeri e non la confidenza.
Gesù è così, tu gli interessi, tu con la tua piccola storia, a volte ferita, ma per lui molto importante. È un trascinatore di folle, è vero, ma si accorge di chi è nascosto tra le fronde dell’albero per cercare di vederlo e oggi riesce anche ad accorgersi di questa piccola donna vecchina e debole che in Chiesa, nell’ultimo portamoccoli a sinistra, quello che nessuno vede, getta due centesimi perché non ne ha di più per pagare la candela e affidare a Dio i suoi cari. Sì, lui è lì seduto nel tempio ad insegnare a non essere appariscenti, a mettere in guardia dagli scribi che stanno ai primi posti pretendendo di avere ciò che spetta ad altri, suggerendo il verbo essere all’apparire, il verbo discendere al posto del salire ai primi posti, il verbo servire al posto di depravare i poveri. È seduto lì e osserva come la gente butta il denaro nelle cassette, come lo getta più di quanto ne metta, perché Dio non guarda alla quantità ma alla qualità. 
I ricchi gettano molto ma la povera vedova, alla quale i ricchi hanno portato via tutto, getta 2 monetine, il niente, ma con tutto l’amore che può, nella sua miseria dà tutto. Gesù se ne accorge, in mezzo alla folla ci sei tu e lui si accorge di te, come si è accorto di tutti quelli che, incontrandolo, sono cambiati. Chiama i suoi discepoli e racconta la sua logica: lei ha gettato più di tutti, 2 monete, una vita intera, tutto il cuore, ha messo lacrime, speranza, fede, tutto quello che la vita le ha buttato addosso in 2 spiccioli che cadendo fanno “deng!”. Come si sentirà questa donna messa al centro perché evangelica? Per stare bene bisogna dare col cuore perché tutto quello che si da col cuore sa di Dio. Se i ricchi divorano le case delle vedove i poveri sono chiamati a gettare senza un ritorno, la vecchina getta senza un contraccambio, apre la mano per dare non per ricevere, convinta che, anche se poco, è tutto. 
Oggi una povera vecchina, vedova e sola ha messo più degli altri perché ha messo “tutto quanto aveva per vivere” e ci fa scoprire che la bellezza è tutta lì: nella fatica, nel passo lento, nel segno del tempo che passa in quella povera vecchia che butta due centesimi ed è tutto, che, gettando nel tesoro del tempio tutto quello che ha per vivere, ritrova il tutto della sua vita e un Gesù che l’ama alla follia e perde la vita per lei. Dona a Dio i centesimi che sono la sua vita, tutto quello che ha, li mette con delicatezza, li mette con fede, senza fare rumore se non quel ‘deng’ del centesimo che tocca il rame, ma li dona e donandoli con tutto il cuore dona se stessa. Possono anche toglierti tutto ma Dio rimane e tu puoi anche essere piccola, povera, vivere nel vuoto assurdo dell’angoscia, ma la fiducia che attraverso di te Dio fa cose immense non te la devi perdere si tratta solo di gettare quelle due monete, generosamente e senza ritorno…Gesù si accorge del deng, si volta, ti guarda e ti ama.
Ciao belli e buona domenica

#LABUONANOTIZIA
DOMENICA 04 NOVEMBRE 2018
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO-ANNO B

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Dal Vangelo secondo Marco 12,28b-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Foto rubata a Alberto Catarzi e modificata

Buongiorno sono il sole, adesso abbiamo un genio, dopo il giovane ricco che se ne va triste, Giacomo e Giovanni che hanno sogni di gloria troppo terreni e Bartimeo che invece vola e segue Gesù dopo riacquistato la vista, ora c’è lo scriba intelligente che chiede a Gesù quale sia il primo dei comandamenti su cui poi basare tutti gli altri, come a chiedere: qual è il fine per cui vivere? qual è il senso della vita?
Gesù risponde e ringrazia questo scriba che permette a Dio di insegnarci a vivere secondo il vangelo: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.
Il primo comandamento è l’ASCOLTO, è ascoltare l’amore che Dio ha per te, ascoltare quello che Dio fa per te perché solo ascoltando capisci il senso della tua vita.
Cosa Dio ha fatto per te? Chiudo gli occhi e faccio memoria di tutto quello che Dio fa nella mia vita, di quello che ha compiuto in me, mi ha creato, liberato, redento, ha dato la vita per me, mi ha reso sua amica, ha fatto alleanza con me ma quanto è facile ascoltare in modo sbagliato, distrarmi, ascoltare come origliare, ascoltare senza capire, ascoltare senza che questo ascolto sia vitale, punto nevralgico e vero delle mie azioni, come so ascoltare con attenzione tutte quelle persone che vogliono impossessarsi della mia vita dandogli tanta, troppa attenzione, ascoltare la televisione come se fosse il vangelo, ascoltare i politici e scivolare nelle loro inutili promesse, ascoltare il mercato e aderire succube ad una legge che annienta la bellezza della diversità, omologandoci.
Il primo comandamento è ascoltare il Signore, l’unico Signore che ci ha liberato e che ci fa liberi.
Ascoltare per uscire da me e aderire a un Signore, un vero Signore, l’unico Signore: il nostro Dio.
Ascoltare è vivere una relazione con Dio che mi parla con la sua Parola che si chiama Gesù Cristo e che, ascoltandolo si capisce la direzione della vita: vieni da un amore, vai verso l’ amore per vivere di questo amore. 
ASCOLTA e AMERAI, uniti in un unico comandamento, l’amore è un comandamento perché Dio ha bisogno del mio amore e lo implora: “Ho un comando per te, te lo ordino come Dio, per favore voglimi bene. Io ti ho creato, amato, liberato dall’Egitto, ti ho salvato, sono morto in croce per te e ora ti comando di volermi bene, perché è solo amandomi che realizzerai te stessa, diventerai come me, perché solo l’amore ci fa simili. Per favore sii come me, voglimi bene”. 
Se voglio capire la direzione della vita, se voglio dare un senso alla vita, ho da ascoltare l’amore! l’uomo è fatto per amare in modo infinito, con tutto il cuore, l’affetto, con tutta la vita, con intelligenza, con tutta la forza, con disponibilità, con tutto, perché tutto ciò che ho e che sono serve per amare, non c’è nulla da buttare via, ne i beni, ne l’intelligenza, ne la vita, ne il cuore, tutto è per amare come ama Dio e lo scopro nel Vangelo che mostra giorno per giorno come Dio ci ama e come il nostro amore è la risposta alla sua Parola; nessuno può amare se non è amato e siccome Lui ci ama per primo, con tutto il cuore, con tutta la vita, con tutta la mente, con tutte le sue forze a noi non resta che fare altrettanto… ascolta e ama, amando, ascolta.
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA 
1 NOVEMBRE
TUTTI I SANTI10383954_905134949504575_4343495258263324652_n

Buongiorno sono il sole…in paradiso oggi c’è una mega festa di onomastico, tutti i Santi ballano e sono pieni di gioia perché il vangelo è così: se lo accogli, lo accetti, lo vivi giorno per giorno, passo passo, ti porta dritto in Paradiso e, anche a noi oggi è dato di partecipare alla più bella sfilata mai vista!
I santi sono belli perché non si nascondono più, sono semplicemente se stessi nella loro più fragile umanità, sono uomini e donne come noi che, nonostante quei limiti che non ci fanno mai sentire perfetti, sempre un po’ inadeguati nelle situazioni che viviamo, osano i passi dell’amore, fidandosi di un Dio che attraverso di loro può fare cose belle e grandi.
I santi sono belli perché creature amate come noi, ne più ne meno, come noi.
I santi sono belli perché ci somigliano, perché tutti siamo stati fatti a immagine e somiglianza del Figlio, scelti da Dio per farci entrare in Paradiso gratis.
I santi sono belli perché non si sono limitati ad un modello all’ultima moda autunno/inverno o primavera/estate ma, come noi che siamo e ci vediamo decisamente bruttini e complessati, hanno finalmente lasciato fare al Padre, si sono lasciati ispirare al Sogno di Dio per un modello unico, divino, quello di un Padre che, come un bravo stilista, prepara per loro e per noi abiti strabelli, disegnati col suo Dito in Cielo secondo il modello iniziale, il Figlio Gesù, altro che Gucci o Armani.
I santi sono belli e questo appuntamento con la bellezza è anche per noi. È possibilità regalata anche noi con i nostri limiti e consapevolezze di fallimento che, in realtà non esistono, anche noi possiamo sfilare tra i belli del cielo, leggere le loro storie, pregare con la loro intercessione perché loro sanno mettere sempre una buona parola di raccomandazione in cielo se glielo chiediamo.
I santi sono belli ma non sono lontani da noi, possiamo confrontarci con le loro vite in terra e migliorare la nostra, è possibile superare vette inaccessibili e raggiungere il Paradiso con la nostra vita normale, le nostre gioie e i nostri dolori, le nostre fatiche e le nostre speranze.
Oggi in cielo si balla coi belli, la sala accoglie tutti, mettiamo nel cuore una certezza: i santi sono santi perché, nonostante non ci credessero molto, come noi, non hanno chiuso la porta alla possibilità di diventarlo. La sala da ballo non chiude stasera continua ogni giorno, non stiamo a collezionare santini e immaginette da baciare, non stiamo a guardare le statue delle chiese accendendo qualche candela perché la grazia arrivi prima, immergiamoci nelle loro storie, di uomini e donne come noi, ragazzi e bambini a volte e le loro vite ci faranno scoprire che sono la più bella letteratura da conoscere, ci faranno rendere conto che qui sulla terra non sono stati meglio di noi, talvolta, che le loro vite non erano eccezionali, ma che però, loro, hanno saputo spalancare la porta al possibile di Dio tanto da lasciarlo entrare nelle loro vite e trasformarle in meglio. I santi sono belli perchè ci dicono che è possibile anche per noi guardare al cielo e diventare belli come loro, come Gesù, che è possibile anche per noi farci chiamare BEATI! I Santi sono quelli che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri! scusate: ma chi di noi non lo è?
Ciao belli e auguri a tutti!!!

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28 ottobre 2018-Domenica-30.a tempo ordinario – II
Liturgia: Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

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+ Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Buongiorno sono il sole… e il sole non c’è.
Domenica scorsa era la giornata ideale per i sogni di gloria di Giacomo e Giovanni, i figli di Salome e Zebedeo, ma era la domanda di Gesù a interpellare i cuori per far spazio al sogno di gloria di un Dio che per gloria intende altro e ci eravamo lasciati con questo interrogativo che Gesù appoggiava nel nostro cuore per riprendere il cammino più veri, più sinceri, più desiderosi di radicalità evangelica: “Cosa volete che io faccia per voi?”. 
Oggi su una strada al limite del paese, su quel tratto che da Gerico porta a Gerusalemme c’è un uomo, un pover uomo, un accattone-barbone-cieco, uno di quelli che nessuno vede, di cui nessuno si accorge. Lui, l’accattone-barbone-cieco ha un nome, è Bartimeo il figlio di Timeo, è vero che non vede però sente benissimo, sente il rumore della gente che passa e, tra quella gente, i passi distinti di quel famoso Gesù che fa tanti miracoli e guarisce tutti, il suo udito è talmente fine che sa riconoscerlo e si mette a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Però, visto che gli apostoli, talvolta, sono fatti per deviare il messaggio di Gesù a loro gusto e piacimento, quei bravi ragazzi di domenica scorsa, quelli con il sogno di gloria e anche quelli che si sono sdegnati, invece che agevolare Bartimeo nel suo incontro col Maestro, lo sgridano, sono nervosetti, quella bella pensata del cieco di scavalcare le transenne e abbracciare Gesù li irrita, loro sono l’accesso a Gesù con l’unico intento di prendersene cura affinché non gli capiti nulla di male, ma la loro chiamata, in realtà, non dovrebbe essere quella di intercessori del bene che si curano che all’accattone-barbone-cieco possa tornare la vista?
Bartimeo continua a gridare più forte, urla, è il grido del bisogno, è il grido della preghiera, Gesù abbi pietà di me, il Kyrie eleison che sale dal cuore alla gola e si trasforma in grido di compassione; non parla più Bartimeo, urla e da ora in poi ogni suo gesto sarà esagerato, invece che lasciare il mantello a terra lo lancerà e invece che tirarsi in piedi farà un salto, perché dove è l’amore non è permesso esagerare, è doveroso: abbi pietà di me, prenditi cura di me, guardami, guarda me che non ti posso guardare. La cosa che non torna sono gli uomini transenna che cercano di impedire il miracolo e oltre che ad essere irritati continuano con un TACI che a un uomo senza vista suona come un macigno buttato sui denti. Ma come può tacere un uomo che soffre? 
Meno male che il Maestro è uno dalle improvvisate intelligenti e lo fa chiamare, Gesù si accorge del suo dolore, ascolta il suo grido ed esorta gli apostoli a cambiare: CHIAMATELO! Voi che volete impedire all’amore di amare, chiamatelo!
Come ci saranno andati dall’accattone-barbone-cieco? Contenti o a testa bassa? Comunque gli uomini transenna vanno e incoraggiano Bartimeo ad alzarsi e Bartimeo vola da Gesù, ora è davanti a Lui, faccia a faccia: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». La stessa domanda rivolta a Giacomo e Giovanni domenica scorsa la fa un Dio che chiede all’uomo che cosa lo renderebbe felice per davvero… questo è il vero miracolo! «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Gesù acconsente e fa un lavoro per benino, un lavoro fatto da Dio. Bartimeo guarito ora sa qual è la strada giusta da percorrere, va dietro il Maestro sulla strada che porta verso Casa.
È domenica oggi, a Messa stiamo attenti quando diciamo Signore Pietà, Cristo Pietà, che è poi Kyrie Eleison, Christe Eleison, perchè se il Signore ci guarisce, e ci guarisce, poi ci tocca seguirlo davvero!!!!
Vi lascio con una frase dell’inno di Bose:
La pace che viene dal cielo 
converte ogni nostro sentire 
nel tempo del nostro cammino 
la luce degli occhi è l’amore. 
Ciao belli


#LABUONANOTIZIA
Domenica 21 OTTOBRE 2018
XXIX DOMENICA T.O. – ANNO B – RITO ROMANO

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Dal Vangelo secondo Marco 10,35-45 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Buongiorno sono il sole, domenica scorsa abbiamo lasciato un giovane triste e sconsolato che ritorna indietro strascicando i piedi e con l’amarezza nel cuore per aver deluso Gesù, forse è che lui crede di averlo deluso, noi non lo potremo mai sapere, ma quel giovane potrebbe anche essere uno di noi e, ognuno di noi, sa anche cosa è il vero bene per Gesù e cosa dobbiamo lasciare per essere felici.

Oggi il Signore ci dà un’altra opportunità, cerchiamo di non fare come Giacomo e Giovanni che, all’inizio della loro sequela, non hanno fatto una bella figura, anche se poi sono diventati i grandi apostoli.
Gesù li ha sempre voluti al suo fianco per le cose più importanti come la salita sul Monte della Trasfigurazione e come compagni nell’ora dell’agonia nell’orto del Getsemani, ma all’inizio erano abbastanza desiderosi di primeggiare, forse perchè anche la loro mamma desiderava i primi posti per i suoi figlioli. In questa domenica comunque escono allo scoperto nella verità di loro stessi e si impegnano molto per conquistarsi la non fiducia del Maestro: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Ah sì??? Questo lo sguardo di Gesù che chiede loro dei passi nell’amore per una danza acrobatica che ancora non sanno fare: «Che cosa volete che io faccia per voi?». «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Questi sono i suoi amici, se li è scelti perchè fossero suoi amici e stessero con Lui, se li è scelti per essere custodi nel cuore delle sue parole e i suoi gesti così da raccontarle al mondo, ma poi, come tutti, sono diventati gelosi e invece di portare il messaggio di Dio al mondo, avrebbero voluto tenerselo per sè, ecco perchè Gesù osa il passo oltre e li richiama, li chiama di nuovo. 
Stare con Gesù è bello, si impara molto, nel cammino insieme si desidera sempre di più di quello che è il sufficiente perchè è sempre qualcosa di meglio di quello che si ha e che non si conosce abbastanza, così si inizia a crollare perché ci si scontra con la verità di se stessi che non piace e si cade, si cade, si cade…nelle mani di Dio che ti raccoglie a pezzetti, che ti salva nella tua fragilità di essere umano, che ti rimpasta nel suo sogno, umile e bello, a immagine e somiglianza di un amore fatto carne.
Questo è Lui, questo è ciò che chiede a noi: “vi mando nel mondo, vincerete perdendo, lasciatevi scannare, lasciatevi crocifiggere, lasciatevi arrostire, lasciatevi distruggere perchè l’amore di mio Padre vi farà nuove creature, tra voi non sia che ci sia un primo, ma siate servi gli uni degli altri. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti“.
Giovanni e Giacomo l’hanno capito, non sarebbero mai rimasti nelle tenebre, sarebbero andati nel mondo a predicare finché non li avessero fermati con la morte. Così comunque è stato, Gesù li ha voluti accanto a sé, a Giovanni ha affidato sua Madre e la Chiesa e con Giacomo e Pietro sono stati i primi testimoni del sepolcro vuoto, Giacomo diventerà Santiago e alla sua tomba ogni giorno arrivano milioni di pellegrini a imparare il cammino della fede che crede senza vedere nè possedere, la mamma che tanto li raccomandava si chiama Salòme e, con Maria di Nazareth, era tra le donne ferme sotto la Croce che non sono scappate come gli apostoli.
Per la cronaca, alla destra e alla sinistra, sulla croce, c’erano i due ladroni!
Ciao belli


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14 ottobre 2018 – 28.a Domenica T.O. Anno B – Rito Romano
Liturgia: Sap 7,7-11; Sal 89; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

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+ Dal Vangelo secondo Marco (10,17-30)
[In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Gesù, il Signore che cammina nella storia dell’uomo, non condanna chi è ricco ma esalta chi è povero, Gesù ama il giovane che corre, lo guarda, fissa su di lui il suo sguardo, lo ama perché in lui vede una grande possibilità di crescita… il giovane che corre voleva stima ma perde l’appuntamento, nella sua corsa arriva tardi e perde l’incontro vero!

Foto di Ferruccio Anghileri

Buongiorno sono il sole! Buona domenica con il Signore che cammina nella storia dell’uomo. Oggi c’è un giovane entusiasta che corre incontro a questo Dio in cammino, corre perché ha fretta di sapere come si entra nella vita eterna, fretta e cuore grande andranno bene a braccetto?
Corre e poi nella suo impeto tipico del giovane si butta in ginocchio implorando il segreto per la vita eterna prima che Gesù possa entrare in paese insegnando anche ad altri la bellezza del regno.
Corre incontro a Gesù il ragazzo, corre con tutto l’ardore di chi sa di essere perfetto per il regno dei cieli e chiama Gesù buono forse più per dirlo a se stesso che a Gesù che, con tenerezza gli suggerisce la verità e indica che solo vero Dio è buono, quel Dio che ha consegnato a Mosè le indicazioni per una vita bella, buona e beata e che il giovane dalla tanta fretta e il cuore grande, ansioso di facili conquiste, conosce a memoria, come quando da piccoli si  imparava a memoria Pianto antico sorridendo alla maestra fieri per tanta bravura o quando, con gli amichetti di scuola all’ intervallo ci si scambiava le figurine Panini con quel “celo, celo, mi manca, celo…” ed eravamo bravi quando l’album si completava prima degli altri.
Il nostro giovane è così, corre sicuro di sé: “dai Gesù, ora la tessera è completa come si riceve la vita eterna?”. A Gesù il ragazzo è simpatico e sa che può molto di più di quello che lui crede, però sa anche che solo chi incontra il suo sguardo può far durare le scelte per sempre e lo fissa, lo ama e lo consegna a un di più di vita, a un passo in più nella fede. Chi non fissa gli occhi negli occhi di Gesù poco a poco crolla e non dura ed è proprio la triste storia della corsa finita male del giovane impetuoso, perché fretta e cuore grande a braccetto ci stanno poco.
Gesù ha sempre uno sguardo positivo su di me e mi ama, ama e chiede, chiede perché mi ama e amandomi propone un di più: lascia le tue ricchezze e….
e qui finisce la musichetta da film romantico se non ascoltiamo fino in fondo quello che Gesù ha da proporci, qui finiscono le colonne sonore che ti fanno ricordare con nostalgia il passato e sognare ad occhi lucidi il futuro di mondi fantastici e irreali, dove va tutto bene ed è bello, la musica si stoppa sul presente di una scelta personale e radicale, al giovane quel di più pesa, però Gesù non chiede di lasciare tutto e basta, chiede di condividere tutto per ricevere il TUTTO, il BUONO, il VERO.
Il giovane è venuto correndo e se ne va a passo lento, trascinando i piedi e con una smorfia di tristezza sulle labbra, le lacrime sulle pupille, cuore bradicardico ancora troppo attaccato alla terra, un cuore pesante come di chi non è stato capace di svuotarsi e alleggerirsi per il regno dei cieli.
E noi?
ciao belli


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23settembre 2018- XXV Domenica del T.Ordinario
Liturgia: Sap 2,12.17-20; Sal 53; Gc 3,16 – 4,3; 

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+ Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)
In quel tempo, Gesù e i discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me

Buongiorno sono il sole, ci eravamo lasciati domenica scorsa con un Pietro troppo lontano dalla logica del regno, lontano da quello che Gesù porta nel cuore e oggi Gesù ci riprova con gli altri, ci riprova con noi che tentiamo un ascolto incerto e mentre lui parla di quello che gli dovrà accadere discutiamo su chi fa il premier, su chi deve comandare, sulle competenze e i primi posti. Ieri aveva ribadito il concetto dell’ascolto e oggi già si inciampa meschini.
Ci eravamo lasciati domenica scorsa con un Pietro troppo bravo nelle risposte immediate, quelle belle che sanno del giusto del vangelo, con una professione di fede grandiosa che, ancora oggi, anche noi fieri proclamiamo alla messa, ma era una questione di petto più che ‘de core’ e Gesù si era un pelino arrabbiato chiamandolo Satana perché non era stato capace di ascoltare e, nella sua foga di essere il primo della classe, aveva ricordato al Maestro che non doveva morire lasciando perdere tutte quelle parole che sanno di resurrezione.
Ci eravamo lasciati domenica scorsa con Gesù in un misto tra l’irritato e il faceto che chiedeva, a chi volesse seguirlo, di resettare la vita reimpostandola a misura di Figlio di Dio, prendendo su di sé quel pezzo di croce che è la volontà quotidiana, nè più nè meno, e seguirlo. Ma siccome i nostri 12 capiscono poco o nulla li porta in giro con sé ribadendo il concetto della consegna, della morte e della resurrezione, ripete le stesse identiche parole di domenica scorsa, sicuro che i suoi apostoli, dopo una settimana di insegnamenti, guarigioni, carezze, abbracci, sguardi buoni, una gita al Tabor dove si trasfigura rivelandosi come la vera luce che rischiara il passato e illumina il futuro, ora abbiano capito la sua missione e, invece, NO! hanno paura di sbagliare, proprio come quei bambini che sono terrorizzati dalla maestra cattiva e hanno così paura di far brutta figura che stanno zitti. Gesù oltre ad essere deluso li sente pure bisbigliare borbottando e con tenerezza domanda: ragazzi miei di cosa discutevate per strada? Silenzio. Lui che sa cosa c’è dentro il cuore di ogni uomo, sa che loro puntano a incarichi importanti e rovescia la loro logica a partire da un bambino, chiede di capovolgere mente e cuore e fare come lui: vuoi essere il primo? va in fondo alla fila e vedi il primo da un’altra prospettiva, guarda tutti quelli che hai davanti e vedi i loro bisogni, togliti la veste bella, spogliati delle tue certezze, mettiti un bel grembiule e inizia a servire i tuoi fratelli, abbracciali con la stessa tenerezza con cui io abbraccio questo bambino, fai come me, trova il bambino che c’è in te e ritorna ad essere umile, piccolo come piace a me, svuotati di te stesso e vieni con me; vuoi essere il primo? Vuoi essere il più grande? vuoi essere il premier? Seguimi.
ciao belli e buona domenica


DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B 

L'immagine può contenere: persone in piedi, notte, incendio e spazio all'aperto
Dal Vangelo secondo Marco 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Buongiorno sono il sole, dopo tutti questi giorni in cui Gesù si è messo in gioco guarendo, insegnando e beneficando tutti, rischiando grosso perché guariva anche in giorno di sabato e in sinagoga pure, dopo che abbiamo festeggiato l’esaltazione della Santa Croce e la festa di Maria Addolorata comprendendo i ‘BISOGNA’ di Dio, ora, Gesù fa un test ai suoi primi 12 apostoli che ha chiamato a stare con lui proprio in questi giorni: la gente, chi dice che io sia? Non fanno giri di parole, hanno raccolto informazioni e ne fanno rapporto da bravi e diligenti scolari: Giovanni Battista; altri dicon Elia e altri uno dei profeti.
A Gesù però interessa il cuore, interessa il nostro capire, interessa la nostra risposta, la nostra professione di fede: ma voi, chi dite che io sia? 
Sembra una domanda facile, noi Gesù lo amiamo e saremmo disposti a tutto per lui o no? Ma il Dio che conosco io se arriva a una domanda così la mattina della domenica è perché da me vuole coerenza, vuole la risposta vera, vuole che la mia fede cresca attraverso queste domande. E oggi la buona notizia parte da questo: MA VOI? Voi che siete nati dal cuore del Padre in una di queste notti di preghiera, voi che siete stati scelti dopo che avete visto miracoli, voi che avete deciso di seguirmi dopo che ho guarito tanta gente, voi ai quali ho insegnato la piccolezza e l’umiltà, voi che avete lasciato reti, casa e barche per stare con me, voi che mi avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane, voi chi dite che io sia?
Pietro con il cuore traboccante se ne esce con la risposta vera, bella, giusta: «Tu sei il Cristo». Ma Gesù che è una fede in cammino, vuole far capire chi veramente è il Cristo e dice la verità, si mette a insegnare a tutti, anche agli altri 11 che sono in silenzio alla ricerca della risposta show come quella di Pietro, dicendo apertamente che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, venire ucciso e poi risorgere.
Lo dice col cuore in mano Gesù, ma questa è la sua missione. Soffrire molto, no! noi questo non ce l’aspetteremmo da Dio, lui è onnipotente non può soffrire, lui è esente dalla sofferenza, non è come noi, lui è il vincente, lui i problemi se li risolve sul nascere, noi non possiamo credere a un Dio che deve soffrire molto, noi abbiamo bisogno di un Dio che i problemi ce li risolva, che a monetina su candela cercolavoro il lavoro me lo trova, noi vogliamo un Dio così non uno che si faccia uccidere, che vince attraverso la debolezza, che si rivela nell’amore, che dà la vita con la morte, che si fa riconoscere appeso in croce come disarmato amore posto in alto a spezzare se stesso per noi come il pane sull’altare alla messa.
Ecco perchè Pietro è chiamato Satana, perché sta conducendo i suoi fratelli lontano dalla logica di Dio, di un Dio che prima della croce ha bisogno di chinarsi a lavare i piedi ai suoi, di un Dio che si mette in ginocchio davanti a me, sui miei piedi, ad accarezzare le ferite delle mie vesciche nate dallo stare dietro passo passo a un Dio che cammina con la croce sulle spalle, massacrato dal dolore e che lascia che l’uomo gli faccia tutto quello che deve fare, lascia che l’odio si scateni fino all’ultimo chiodo e poi muore per risorgere, per far vedere dove è la vittoria di Dio…racconta questo Gesù e poi chiede ancora: chi sono io per te?
Attorno a questa domanda si gioca la fede di ciascuno e come Pietro, siamo chiamati ad amare questa domanda. Io cerco di amarla, ogni volta do una risposta diversa, ma oggi credo di aver percepito un pezzetto in più di quella giusta: Tu sei per me il mio nuovo inizio, il mio nuovo nome, figlia bella e scelta perché amata. Ciao belli

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09 SETTEMBRE 2018-XXIII DOMENICA T.O. – ANNO B

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Vangelo secondo Marco Mc 7,31-37
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»

Buongiorno sono il sole.
Buona XXIII domenica, la domenica dell’ «Effatà», del lasciarsi aprire bocca e cuore per narrare la bellezza di Dio.
Gesù continua a guarire non per dimostrare di essere sensazionale ma per dire tutto quello che vorrebbe fare con ognuno di noi, noi, con quel qualcosa dentro che ci blocca, con ognuno di noi che non sa più ascoltare né comunicare con gli altri in un sereno dialogo. Questo Vangelo è per me, sorda alle iniziative di Dio e muta nel mio narrare le sue meraviglie. Per me che vorrei ascoltare Dio e gli altri ma non imparo ad ascoltare.
«E gli condussero un sordomuto». 
Gesù lo porta in disparte, per stare solo con lui e, in questa solitudine, in questo a tu per tu, avviene il miracolo fatto di tocchi delicati e nuovi, di diti che ricreano allo stesso modo in cui il Padre fece l’uomo, sì, diti e silenzio, mani che riplasmano l’immagine di Dio nell’uomo, carezza sugli occhi, sul naso, sulle orecchie e sulla bocca alla scoperta dei sensi per ritrovare colori, sapori, gusti, odori e un modo nuovo di toccare le cose. Piano piano quell’uomo comincia a guarire e sono io quell’uomo tra le sue mani, sono io che mi scopro nuova, diversa, che scopro persone accanto, scopro il dolore che c’è nel mondo. Manca ancora la password, la Parola che salva e che mi fa accedere a un nuovo modo di vivere, così, come nel giorno del battesimo: «Effatà», «Apriti».
Apriti, cara creatura, come una porta che accoglie chi entra, apriti come una finestra che prende aria nuova da fuori, apriti come una fessura che prende tutta la luce che c’è, apriti, non stare più chiusa in te stessa, apriti e contempla le meraviglie, canta la gioia di essere nuova creatura. Gesù è felice della mia guarigione e non fa nulla per avere qualcosa in cambio, non vuole pubblicità, non gli interessa una propaganda del miracolo, anzi comanda di non dirlo a nessuno. A Gesù basta la mia gioia nell’essere stata guarita più del mio grazie, vuole che io sia felice, nulla di più.
Questa domenica ci chiama ad aprirci, ad accogliere la Parola di Dio, per imparare a vedere bene e capire la verità di ciò che Dio ha seminato in noi, la verità di quello che vediamo e il senso vero delle cose che viviamo, ad ascoltare col cuore, obbedire alla Parola, contemplare le meraviglie di Dio e cantare la gioia di essere felici, aperti ad ogni novità che accade cambiandoti la vita. Ciao belli

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DOMENICA 02 SETTEMBRE 2018
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
Dal Vangelo secondo Marco 7,1-8.14-15.21-23

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In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate
la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Buongiorno sono il sole, scena molto tipica: i protagonisti vorrebbero essere loro, i perfetti, quelli che per essere i preferiti del parroco, stanno attenti agli sbagli degli altri e pettinano il loro don con lisciate e lacchè, sono quelli che, invece di guardare il buono, rispettano in modo ossessivo precetti e tradizioni, scrupolosi in ogni dettaglio e puntando il dito sui discepoli del vangelo che, secondo loro, invece, sbagliano perché sono molto liberi e non fanno novene, ottavari, canti tradizionali e altre cose polverose, nascoste nell’armadio puzzolente e vecchio della sacrestia, no il top del cliché ecclesiale sono gli integerrimi integralisti che non lasciano spazio al nuovo, quelli del ‘si è sempre fatto così’, quelli che non accettano il minimo cambiamento perché sbalestrerebbe il loro equilibrio e che però vengono a messa con la musonite acuta e cronica.
In tutto questo, la nota di colore e calore naturalmente è Gesù, che mette tutto al suo posto, si mette al centro ed esalta sottolineando che non è necessario abbandonare le tradizioni ma viverle in purezza, facendo attenzione alla famosa ipocrisia del si dice ma non si fa, a quella persecuzione di guardare a ciò che viene da fuori più a ciò che portiamo dentro.
«Non c’è nulla fuori dall’uomo che entrando in lui possa renderlo impuro. Sono le cose che escono dal cuore dell’uomo a renderlo impuro». Gesù attribuisce al cuore, e solo al cuore, la possibilità di rendere pure o impure le cose, di sporcarle o di illuminarle.
Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me… stiamo attenti perché il pericolo è onorare bene il Signore ma tenendo lontano il cuore, belle liturgie, emozioni, incenso, grandi numeri, musica bella e fiori stupendi, preghiere a memoria e novene ma con il cuore lontano da Dio e dai poveri, i veri protagonisti del vangelo. 
C’è bisogno di purificare e di evangelizzare le nostre zone dure, quelle che teniamo nascoste e guardarci con gli occhi di Gesù, sguardo che perdona e trasforma, che dice che non sono le pratiche devozionali che purificano ma è il vangelo che libera da un passato che va rinnovato; è come trovarsi davanti ad un bellissimo uovo di cioccolato, uno di quelli decorati con la pasta di zucchero a striscioline colorate e fiorellini, alti un metro e desiderabili, finché lo tieni lì, in bella vista, è gradevole agli occhi ma se hai il coraggio di spaccarlo sicuramente sarà buonissimo e porterà in sé una novità, nell’apparente buio e vuoto, una sorpresa, sta a noi spaccare il duro del nostro cuore per trovare il vero, lasciare il certo per l’incerto, scoprire che stare con Gesù è accettare la novità dello spirito che spazza via la puzza di muffa e le cose del passato per farne di nuove…la fede richiede coraggio. Ciao belli

19 agosto 2018-Domenica-20.a tempo ordinario – IV
Liturgia: Pr 9,1-6; Sal 33; Ef 5,15-20; Gv 6,51-58

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse alla folla: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come può costui darci la sua carne da mangiare?.
Gesù disse loro: In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.

Buongiorno sono il sole, la Parola di Dio di oggi è come un menù a un ristorante di lusso dove si mangia un gran bene e ci si nutre anche, cosa rara oggi dove i piatti sono più ‘scenosi’ che altro. È davvero una gran buona notizia sapere che Dio stesso in questa calda domenica d’agosto ci parla di cibi buoni, ottimo vino e tavole imbandite, chiedendoci soltanto di non ubriacarci di vino ma di riempirci dello Spirito di Dio e cantare, pregando insieme. Leggo e rileggo, la prima lettura ci invita a sederci alla tavola imbandita da Dio, il salmo ci ripete: gustate e vedete come’é buono il Signore, la seconda lettura ci consiglia come stare a tavola e finalmente il Vangelo ci presenta Gesù come il Pane vivo che offre il vino più buono che possa esserci e ci dà alcuni consigli preziosi per vivere bene e in eterno: 
Consiglio n.1: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui.
Consiglio n. 2: Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Consiglio n. 3: Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Consiglio n. 4: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Consiglio n. 5: Chi mangia questo pane vivrà in eterno.
Gesù sa nutrire in pienezza perché il suo cibo fa rima con eterno e lo fa anche con i nostri dubbi e le nostre distrazioni, le perplessità dei Giudei che non ci credono: come può costui darci la sua carne da mangiare? Gesù non invita a una sorte di cannibalismo ma di domenica in domenica ci ha voluto far capire una cosa sola: se lui ci dà se stesso da mangiare e da bere anche noi siamo chiamati con la nostra vita a essere un cibo buono per la gioia del mondo, una sorta di happyhour per tutti perché il mondo possa diventare una sorridente e gioiosa condivisione del bene. Il Signore Gesù si dona continuamente nella mensa della Parola e del’Eucarestia per insegnarci a fare lo stesso, il suo PANE ci viene continuamente e generosamente DATO perché sia continuamente e generosamente CONDIVISO.
Come può costui darci da la sua carne da mangiare? Il PERCHE’ ce lo dice Lui stesso: PERCHE’ COME HO FATTO IO FACCIATE ANCHE VOI. Pane buono, preso, benedetto, spezzato e dato per tutti. Il Signore ha scelto questa strada del farsi toccare e mangiare perché nutrendoci di lui possiamo averne il suo pensiero, il suo cuore e il suo amore e possiamo portare al mondo Dio e non io. Non parliamo per sentito dire parliamo solo di chi conosciamo per davvero e questo potremo farlo solo sedendoci alla sua Tavola e nutrendoci di Lui.
Ciao belli


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15 agosto 2018-Assunzione della B.V. Maria (s)
VANGELO (Lc 1,39-56)

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+ Dal Vangelo secondo Luca
In quei giorni, Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. 
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto.
Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.
Allora Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre.
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Nella foto: Trittico dell’Assunta di Taddeo di Bartolo (1401). Cattedrale di Montepulciano prima del restauro in corso

Buongiorno sono il sole! Che bella l’Assunzione: mi fa rileggere l’incontro di Maria ed Elisabetta gustandone la delicatezza del momento. Maria, incinta, corre da sua cugina per darle una mano, parte istantemente, senza se e senza ma, va in fretta, appena ha saputo che l’anziana parente aspettava finalmente un bambino, non ha perso tempo, sa la delicatezza e la fragilità di questo momento, senza ancora rendersi conto che, anche a Lei, Dio ha fatto un gran bel dono… va di corsa Maria, con gioia percorre quel tragitto che da Nazareth va fino ad Ain-Karim e non sono due metri! Va con l’entusiasmo di chi nel cuore ha momenti di festa e canta, va da Elisabetta e ha parole belle, meravigliose.
Ma anche Elisabetta ha parole belle per la cugina, appena la vede da lontano ha una benedizione per lei, prima parola di Dio su di noi. “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Una benedizione che, come un sassolino gettato nello stagno, si allarga fino a noi.
Elisabetta, in questo giorno bellissimo dell’assunzione, ci insegna la benedizione, a dire bene dell’altro, a non mettere in luce gli sbagli ma a rendere grazie per chi c’è, a non porsi sempre in conflitto ma ad essere dialoganti con chi ci sta vicino, con chi condivide un pezzo di cammino, con chi Dio ha scelto per portarmi un abbraccio ed è per me benedizione come io lo sono per lui o per lei. 
Maria è la donna del canto, la donna che da sempre e per sempre magnifica il Signore, che cerca nel cuore le più belle parole per Dio ed è Elisabetta che Dio ha scelto per intonare il canto, ed è Elisabetta che ha dato la nota giusta ed ora Maria continua con passione e amore. Racconta la sua vita, ciò che Dio ha compiuto nel suo popolo, in lei e in chi verrà dopo di lei, una giovanissima ragazza di Nazareth che racconta le meraviglie di Dio per l’umile sua serva, un Magnificat
L’assunzione è la festa di un compimento, Maria che porta a compimento le meraviglie di Dio, Dio che porta a compimento in Maria ciò che ha iniziato con il suo Sì: una ragazza ha detto semplicemente Sì al Creatore e il grembo si è allargato all’infinito, c’è spazio per Dio, c’è spazio per tutti. 
Maria, assunta in cielo, fa’ scendere su di noi una benedizione,
dacci la speranza, dà a noi consolazione,
chiedi a tuo figlio di benedire tutto ciò che è male,
chiedi per noi la sua carezza sulle nostre desolazioni,
le nostre depressioni, le nostre paure,
facci sognare in grande,
metti nel nostro cuore l’ansia di partire in fretta per portare frutti di bene ad altri,
metti su